Il balletto delle giganti

A journey among the pioneers of female Sumo

Il Sumo sta cambiando, sta diventando rosa

Il Sumo è un ipnotico balletto, un estrema coreografia tra giganti traballanti. Un passo di coppia, un duetto di corpi strapotenti e inarrestabili. Rituali, tradizione e passato si mescolano a performance atletiche uniche nel loro genere. Peso e forza, ma anche tecnica e intelligenza tattica: sul Dohyo (speciale ring) esistono 82 tecniche differenti di vittoria, o ‘Kimarite’.

In questo sport esotico e affascinante, storicamente associato al Sol Levante, sono da sempre gli uomini ad ottenere le attenzioni dei media: a questi atleti speciali vengono riservati trattamenti da rockstar, da attori hollywoodiani. Alle donne, invece, questo mondo è sempre stato precluso, celato dietro una fitta cortina di false speranze e reiterati dinieghi. Solo oggi questa attitudine sta lentamente cambiando: sempre più rappresentanti del gentil sesso iniziano a gareggiare in questa disciplina, l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori sta inaspettatamente crescendo.

Matthew McQuillan è volato dalla Gran Bretagna al Giappone per ritrarre intimamente, tra allenamenti e obiettivi, fatiche e novità, la 23enne Mako e la 32enne Shizuka. Due generazioni, due donne completamente differenti: la prima studentessa infermiera, la seconda camionista. Due lottatrici che sul Dohyo provano, passo dopo passo, spinta dopo spinta, a mutare la storia del Sumo femminile.

Per fotografare alcune di queste pioniere del sumo femminile ho viaggiato dal Regno Unito al Giappone e, dopo un pomeriggio di jetlag per orientarmi a Tokyo, ho raggiunto la città di Tachikawa dove abbiamo trovato la nostra location: la Tachikawa Renseikan Sumo Hall. È qui che io e il mio organizzatore avremmo incontrato Mako e Shizuka.

Matthew McQuillan è volato dalla Gran Bretagna al Giappone per ritrarre intimamente, tra allenamenti e obiettivi, fatiche e novità, la 23enne Mako e la 32enne Shizuka

Shizuka is 32 and has been wrestling for 16 years. Male sumo wrestlers would start training at age 16 or 17 at a stables and would likely be heading for retirement by their mid 30s, but this is not the case for Shizuka. Much of her time is consumed by her day job as a truck driver, so she uses the heavy loads she has to carry to contribute towards her weight training.

Usually I like to have a chat and build some kind of rapport with the people I’m photographing, but given our immense language barrier this was impossible. Despite the inability to communicate properly, I really got a sense of the wrestlers’ charisma and how excited they were to be involved with the project.

While the wrestlers were getting ready, I made the last adjustments to my lighting. I could hear them laughing and joking while doing their warm up of various stretches and lunges. When they entered the Dohyo (ring), however, there was silence in the hall and a complete respect for the sport. The ring was prepared by spreading a mound of sand around the ring. They then squatted in position and began their bout. 

Immediately they gave all they could. I didn’t need to give them much direction to achieve an interesting composition in the images or capture the shapes they made – their wrestling prowess did that all for me. At times I had to move swiftly to stop from being bombarded which in itself was quite incredible as during a tournament you would never be able to get so close.

We shot for three hours, only stopping for short intervals for everyone to catch their breath. Their work ethic was incredible – I didn’t need to ask to get going again so that we could continue shooting, they just picked up where they left off. Used to short intense bouts the women demonstrated an extreme level of fitness.

Credits

Matthew McQuillan

IG  @mattmcquillan
WEB matthewmcquillan.com


Le migliori pubblicità di Ronaldinho

Da Joga Bonito al Far West Pepsi, i più iconici video del 10 brasiliano per eccellenza

“Ho imparato tutto della vita con un pallone tra i piedi”. Il 21 marzo non è una data come le altre, perché il 21 marzo 1980 nasceva a Porto Alegre un oracolo calcistico, Ronaldo de Assis. Ronaldinho è stato più di un numero 10, sul campo ha sviluppato la massima espressione della fantasia brasiliana, trasformando dribbling, elastici e no-look in tanto ammalianti, quanto funzionali opere d’arte. Il suo calcio è stato un carnevale sorridente che, inevitabilmente, ha influenzato anche la pop culture e l’immaginario di brand e company, cambiando per sempre la loro comunicazione. Ce lo dimostra questa selezione di commercial che hanno coinvolto “il più grande showman della storia del calcio”, come lo definì uno dei suoi più grandi discepoli, Neymar: video iconici e indimenticabili, capaci di resistere al tempo e a qualsiasi trend. Buona visione.

Joga Bonito – Nike

Crossbar – Nike

Shuffle – Pepsi

The Wall – Heineken

Footbattle – Pepsi

Play 10 – Nike

Credits

IMAGO / Insidefoto

Gianmarco Pacione


Il razzismo finisce quando cessa realmente d’esistere

L’insulto razzista di Acerbi a Juan Jesus non può essere giustificato o compreso

“Quello che succede in campo, rimane in campo. Quando l’arbitro fischia, finisce lì. Dentro il campo ci sta dire di tutto”. Le parole di Juan Jesus al termine di Inter Napoli sono un modo signorile per proteggere lo status e la reputazione di Francesco Acerbi. Ma non si può cancellare una N-word proferita durante un big match di Serie A, soprattutto nella giornata dedicata alla lotta contro il razzismo. E non esistono giustificazioni o alibi per un insulto razzista detto da una delle colonne portanti della nazionale italiana.

“Acerbi mi ha chiesto scusa, è un ragazzo intelligente”, ha continuato il difensore brasiliano dopo aver segnalato il fatto all’arbitro La Penna, che non ha espulso Acerbi. Ma le scuse non possono più bastare. E quello che succede in campo, non rimane in campo. Perché quella parola e quel pensiero toccano milioni di persone. Perché un uomo, un atleta che dovrebbe essere un esempio, non può permettersi di rovinare una giornata tanto simbolica, quanto, tristemente, attuale.

Se la drammatica e coraggiosa storia personale di Francesco Acerbi continuerà ad ispirare, questa macchia sarà difficilmente dimenticata. Il razzismo non finisce al triplice fischio. Il razzismo finisce quando cessa realmente d’esistere. E il mondo del calcio, ancora una volta, ha dimostrato di essere distantissimo da questo fondamentale traguardo sociale e umano.

Credits

IMAGO / AFLOSPORT / Goal Sports Images

Gianmarco Pacione


Junior Banger Racing

Macchine che si scontrano e odore di benzina. Sono più che bambini, sono piloti

Il Junior Banger Racing è un evento per giovani, giovanissimi senza paura. Ragazzi tra gli 11 e i 15 anni si siedono al volante di vecchie automobili completamente rivoluzionate, pronte a sfidarsi e scontrarsi.

Le gare vedono crearsi attorno al circuito un’atmosfera eccitante, gli spettatori assaporano l’odore di carburante nell’aria e delle lamiere divelte, i suoni dei motori ruggenti e degli pneumatici in sofferenza

In questo cortometraggio, diretto da Jack Flynn e Nick David, scopriamo quattro giovani piloti impegnati nella ‘The Junior Banger World Final’: ci viene regalato un affresco di questa rara passione e delle personali, intime esperienze all’interno di uno speciale universo a motori.

Credits

Directed by Jack Flynn and Nick David

IG @jackisflynn
WEB jackflynn.co.uk

IG @nickdavid
WEB www.nickdaivd.co.uk


Julian Pace e l’osmosi della pop culture sportiva

Gli atleti sono più grandi della vita stessa nelle opere di questo artista statunitense

La pop culture sportiva a volte non è una scelta, è semplicemente un’ispirazione osmotica, una speciale sostanza fatta di wrestling, major sport americani e calcio iconico, che attecchisce sottopelle, per poi sprigionarsi nella creatività. Come nel caso di Julian Pace. Le spalle larghe, i visi e i corpi alterati di questo pittore contemporaneo, cresciuto tra Seattle e Firenze, sono un riflesso delle sue esperienze, di atleti più grandi della vita, come lui stesso li definisce: sono riapparizioni e rielaborazioni di sportivi diventati simboli e icone globali.

“Le origini del mio rapporto con l’arte vanno molto indietro nel tempo. Ho sempre avuto una matita e un foglio con me. Mia nonna e mia zia hanno sempre incoraggiato a sviluppare il mio lato artistico. Mio padre viveva a Firenze, quindi ogni estate attraversavo l’oceano dagli US. Con me portavo lo skate e i materiali per disegnare. Tutto qui. Sono sempre stato interessato a moltissime cose diverse, e la mia famiglia mi prendeva in giro per questo. In termini sportivi sono stato influenzato dai miei fratelli maggiori e dall’Italia, quindi il calcio ha sempre giocato un ruolo centrale nella mia vita. Non potevo andare alle partite della Fiorentina, perché secondo mio padre erano troppo pericolose, ma la tifavo e odiavo la Juventus, così come ricordo di aver avuto tante maglie da calcio e di aver amato profondamente Baggio e il Ronaldo originale. Sono sempre stato attirato da queste figure capaci di superare i confini dell’iconicità sportiva, diventando più grandi della vita stessa. E questo si traspone nella mia arte”

L’italiano d’America. L’americano d’Italia. Il dualismo adolescenziale ed esistenziale di Julian è la via d’accesso ad una cultura composita, allo stesso tempo tradizionale e progressista. Il calcio storico fiorentino e Hulk Hogan. I tifosi MLB e gli ultras europei. Egon Schiele, Chuck Close e l’arte contemporanea di internet. Tutto è parte dell’atipica filosofia di questo artista dei due mondi, tutto può tramutarsi in una visione, in uno schizzo estemporaneo dedicato al vasto circo sportivo e alla sua diffusione mondiale, sospinta da irrazionali logiche economiche a personalità strabordanti.

“Molti dei miei soggetti emergono in maniera istintiva. Sono dentro di me, sono nelle partite dei Mariners e dei Sonics che andavo a vedere, negli show televisivi WWE, nei vecchi sponsor che caratterizzavano le maglie di calcio, nelle esperienze universitarie dei miei genitori. Solo guardandomi indietro capisco da dove arrivino queste fonti d’ispirazione. So di avere a che fare con la cultura pop, ma non mi sento un pop artist. Non amo categorizzarmi. Sicuramente la pop culture, anche quella sportiva, mi ha nutrito lungo tutta la vita, ed è naturale che i miei quadri siano legati ad essa. La componente nostalgica non è necessariamente parte di questo processo. Diciamo che tutto è iniziato quasi per scherzo, comprese le spalle larghe che rendono distintivi i miei ritratti. Un giorno stavo disegnando Dennis Rodman, e un amico mi ha fatto notare le spalle striminzite che avevo abbozzato. Così le ho ingigantite, esagerate. Ho pensato fosse una soluzione interessante e ho iniziato ad usarla anche per i lavori a più larga scala. In fondo si sa che lo stile personale nasce dagli errori... Oggi mi piace che il pubblico nei miei quadri possa rivedere delle carte collezionabili dalle proporzioni assurde. Sono figure colossali che restano, però, connesse all’immaginario delle figurine. È come se l’osservatore tornasse bambino, perdendosi in queste figure”

La tardiva esplosione artistica di Julian Pace, divenuto artista a tutti gli effetti solo nel 2021, abbandonando una precedente carriera da bartender, oggi sta ispirando tanto la dimensione artistica, quanto quella sportiva e fashion, come dimostra per esempio il legame con il brand Rowing Blazers e il suo founder, Jack Carlson, che abbiamo avuto modo d’intervistare. L’ascesa di Julian continua ad essere fulminea, ma consapevole di una libertà che per molto tempo gli era stata negata: la possibilità di vivere attraverso la propria espressione personale.

“Ho assorbito e sto ancora cercando di assorbire il più possibile nell’arte, da un punto di vista di tecniche, materiali ecc.”, conclude lo statunitense che, nei prossimi mesi, farà ritorno nella sua seconda terra italiana, “Oggi ho la fortuna di concentrarmi solo sulla produzione artistica e sono circondato da tante persone stimolanti, che mi permettono costantemente di evolvere. Ho sempre avuto l’idea di potermi concentrare sull’arte, ma solo negli ultimi anni tutto è realmente cambiato. Sento un’energia frenetica dentro di me, voglio imparare e crescere. Non ho un piano preciso, seguo la fluidità dell’universo, quindi non ho piani precisi per il futuro. In questo momento sono motivato e ambizioso, sento un fuoco dentro e spero possa continuare a bruciare”