‘Riders Meet Rally 2’, quando i motori s’incrociano

Siamo stati ad Erbezzo, dove giovani stelle delle due ruote si sono messe al volante per un gustoso omaggio alla velocità

Le strade di Erbezzo ricordano le abitudini climatiche della Lessinia, veloci e imprevedibili, come le nuvole che accompagnano le giornate in questa montuosa zona di Verona, come le manovre di Umberto Scandola, enfant du pays e volto di spicco del rally nazionale.

Proprio Scandola e la sua Hyundai i20 R5 del Team Hyundai Italia sono stati protagonisti dell’evento ‘Riders meet Rally 2’, al loro fianco ospiti d’onore dell’alta velocità, temporaneamente prestati dalle due ruote. Il direttore sportivo della VR46 Academy Uccio Salucci, i piloti Luca Marini, Marco Bezzecchi e Celestino Vietti per una giornata hanno dimenticato traversi e cordoli, per mettersi al volante nelle terrose e affascinanti stradine della provincia veronese.

Una kermesse di presenti e future stelle dei motori, una Cross Opportunity voluta e organizzata da WITHU, compagnia che si occupa di servizi come luce, gas, internet, fisso e mobile, e che riunisce nella propria orbita di sponsorizzazioni sportive realtà come Sky Racing Team VR46, Petronas Yamaha Sepang Racing Team e Hyundai Rally Team Italia.

“L’anno scorso avevamo fatto l’evento in Toscana”, ci racconta Matteo Ballarin, Presidente di WITHU, “Avevamo corso in una tenuta privata, ma risultava tutto asettico. Il team è di Verona, la famiglia Scandola è di Verona, io sono di Verona. Erbezzo è stata la scelta più corretta, una scelta in cui sono risultati fondamentali gli Scandola stessi e il loro rapporto diretto con il territorio. Il rally per me è passione, ero molto appassionato da giovane, il mondo MotoGP è invece un amore più recente. Sono due sport che in modo diverso mi piace molto vivere. Mi piace molto l’affiatamento delle squadre: c’è un protagonista, il pilota, che senza il supporto di quelli dietro, però, non riuscirebbe a raggiungere risultati. Questa metafora la utilizzo per raccontare la mia azienda, trovo sia perfetta per comunicare quello che è WITHU”

È comprensibilmente emozionato Umberto Scandola, attualmente padrone del Campionato Italiano Rally Terra, che in uno dei pochi momenti di pausa dagli svariati tour effettuati sul circuito di casa, ragiona su come sia “bello tutto questo, perché è bello vedere il proprio paese vivo, che vive con te la tua passione. Io questi poveri concittadini li ho tormentati tra prove e rally… Però vederli qui, riuniti a fare il tifo e a condividere questo momento di festa è assolutamente piacevole”

Divertenti, invece, le reazioni dei funamboli delle due ruote dopo essere stati a contatto con il volante. Stupito Celestino Vietti: “Oggi sto capendo che la macchina da rally è una macchina da corsa vera e propria, ti dà un’adrenalina mostruosa, ha una gran potenza. La frenata è veramente aggressiva rispetto alla moto, dove devi essere più lineare”.

Parole parzialmente confermate da Marco Bezzecchi: “A me piacciono molto le macchine, anche i go kart, non avevo mai guidato una macchina da pista o da rally. Mi si è spenta 5-6 volte nel giro di un metro e mezzo, però quando sono riuscito a partire è stato molto bello”. “Mi è sempre piaciuto guidare macchine, ti trasmette qualcosa di bello, anche se le emozioni che provo con la moto sono inarrivabili”, chiosa sorridendo Luca Marini.

Intervista di Gianmarco Pacione

 

Credits

Ufficio Stampa WITHU
Rise Up Duo  


Luigi Busà, il mio karate è leggerezza

Dal tatami di Avola alle Olimpiadi di Tokyo, intervista al pluricampione siciliano che del karate fa un’arte personale

Dietro i propri sorrisi, dietro la propria parlata spigliata, Luigi Busà cela un’emozione enorme, un’emozione secolare: è l’emozione di un movimento intero, quello del karate. L’arte marziale nata sull’Isola di Okinawa esordirà in una rassegna olimpica, lo farà in patria. Sui tatami del Sol Levante la ‘via della mano vuota’ assumerà la propria forma più sportiva e meno spirituale.

Uno dei volti più importanti di questa storica prima volta è Luigi Busà, ciclonico siciliano che dal kumite (forma di combattimento del karate) è stato allevato, formato, accompagnato senza sosta.

Da un’isola all’altra, dal Pacifico al Mediterraneo, dalla vasta prefettura di Okinawa al piccolo centro abitato di Avola, profonda e immutabile provincia di Siracusa. Tutta la storia di questo 33enne già due volte campione mondiale e cinque volte oro europeo è indissolubilmente intrecciata a questa disciplina orientale, una forma di artistica e trascendentale violenza che Busà ha imparato a respirare già dai primi anni di vita.

“Mio padre era allenatore, mia madre lo aiutava. Io e le mie sorelle facevamo sempre lo stesso tragitto, casa-palestra, ogni giorno. Uscivamo di casa ed entravamo in un’altra casa. Di quei primi tempi ricordo l’intenso odore del tatami, spesso mi addormentavo e mi risvegliavo lì. Sono cresciuto ad Avola, un luogo scordato da molti, è tranquillo, una tranquillità che ti spinge a fare cose sbagliate per evadere… Io stesso ho fatto degli errori, il karate mi ha salvato. Oggi sono orgoglioso di rappresentare Avola, di portarla alle Olimpiadi e di portare con me tanti di quei concittadini che in me vedono un punto di riferimento, un esempio da seguire”

L’esempio da seguire in palestra, per Busà, è stato fin dall’infanzia quello del padre-maestro. Un esempio obbligato, di complessa gestione emotiva e sportiva, un esempio disposto a sacrificare buona parte della tenerezza paterna sull’altare della grandezza marzialista.

“Da fuori la gente ha sempre visto solo il bello del nostro rapporto, ma non è facile gestire il triangolo padre-figlio-maestro. Lui era molto esigente, spesso mancavano gli abbracci, le carezze. Il problema principale era lontano dal tatami, a casa mi ritrovavo a parlare unicamente di karate. Non staccavo mai. Una situazione pesante, che tante volte mi ha fatto pensare di mollare: poi è sempre prevalso l’amore enorme per questo sport. È successo anche poco tempo fa, da numero uno al mondo volevo dire basta, non ce la facevo più. Poi ho riflettuto, io e mio padre abbiamo mutato in meglio il nostro rapporto, ho capito che una carriera vincente può essere tale anche se affrontata con maggiore leggerezza: il mio karate ha bisogno di leggerezza”

Leggerezza che nel caso di Busà diventa estro, illuminazione, composizione creativa. Il suo karate è atipico per definizione, è un vorticoso susseguirsi d’ispirazioni estemporanee, spesso incomprensibili per avversari, pubblico, addirittura per sé stesso.

“La massima espressione del mio karate è associata al divertimento. È un qualcosa d’innato, non è schematico, a volte nemmeno io so come mi escono alcune combinazioni. Con un po’ di presunzione dico che posso perdere solo se ho paura di sbagliare: se sono nella giusta condizione mentale, in quell’habitat che coincide con il mio modo di affrontare la vita, ridendo e ‘cazzarando’, il mio corpo finisce per produrre fantasie spettacolari, inattese, estetiche ed efficaci”

Fardello o chance, obiettivo razionale o sogno. Vivere Tokyo affidandosi al puro concetto di divertimento non dev’essere facile per Busà, giunto in Giappone come uno dei favoriti nella categoria 75 chili e con la consapevolezza di affrontare un momento potenzialmente unico non solo per la sua carriera, ma per l’intero karate italiano.

“Quest’unicità dell’evento mette paura, è innegabile, ma è anche bella. Il campione può e deve fare la differenza in circostanze come questa. Nonostante il karate sia una sport situazionale per definizione, dal 2003 ad oggi ho sbagliato poco. Non è stato semplice o scontato, di mezzo ci sono un numero infinito di sacrifici, di difficoltà giornaliere, di dolori fisici. Vedo le giovani generazioni, il nuovo che avanza e, nonostante ciò, provo ancora a suonare la mia musica. Sul tatami olimpico combatterò per gli avolesi, per i siciliani, per tutti quegli italiani che hanno permesso al karate di radicarsi nel nostro Paese, ma che non hanno mai avuto l’opportunità di combattere sotto i cinque cerchi, di vivere questo sogno”

Credits

Luigi Busà
IG @luigibusa1

Foto di Dao
@dao_sport

Video di Youtube

Intervista di Gianmarco Pacione


La fotografia aerea di Brad Walls

Ginnaste, nuotatrici, ballerine. Dall’alto lo sport diventa una forma di design

Lo sport nelle opere di Brad Walls è una questione di prospettiva, di eleganza, di geometria. Ogni composizione di questo pluripremiato fotografo aereo è in equilibrio tra surrealismo e perfezione, tra design e armonia.

Davanti alla lente di questo artista australiano l’elemento sportivo diventa fondamentale quanto spazi simmetrici e linee guida; la grazia di ballerine, ginnaste e nuotatrici impreziosisce luoghi dall’identità non definita, contesti prevalentemente acquatici capaci di attrarre l’occhio e la mente.

Abbiamo intervistato questo poeta dell’altezza. Buona lettura.

Come è nata la tua passione artistica e come si è evoluta nel tempo?

La mia passione per l’arte è nata grazie alla mia curiosità e alla natura critica del mio pensiero. Da sempre mi sento connesso al concetto di ‘What if’ e nell’ultimo periodo ho deciso di prendere la macchina fotografica in mano senza pormi limiti.

Che ruolo ha giocato e gioca lo sport nella tua produzione artistica?

Credo che lo sport tenda ad essere ritratto in maniera molto documentaristica, dinamica che calza a pennello con il proposito alla base della fotografia sportiva. Però, quando fai un passo indietro, ti puoi rendere conto che ci sono così tanti elementi e personaggi sportivi che puoi ritrarre in maniera artistica… Per esempio la mia immagine “Ball Up” ritrae un tennista pronto a servire: l’uso delle linee diagonali conduce lo spettatore più a fondo all’interno del soggetto.

Come scegli i soggetti da ritrarre e in base a cosa stabilisci la distanza aerea?

Ovviamente la cosa più facile è ritrarre gli sport legati all’artisticità: ginnastica, nuoto sincronizzato… Se gli sport non sono così artistici, il secondo passo sta nell’analizzare i movimenti degli atleti e i contesti. Se posso applicare i principi del design ai movimenti e ai contesti in modo armonioso, allora indagherò quel determinato sport.

Come mai i tuoi lavori sono così legati alla grazia femminile del nuoto sincronizzato e della ginnastica artistica?

Come detto in precedenza, gli sport artistici sono la risposta più ovvia alla mia ricerca visuale. Spesso collego i miei lavori al concetto di femminilità: il corpo femminile funziona perfettamente per la mia idea di estetica, delicato, con linee leggere, l’opposto del corpo maschile, più squadrato e pesante.

Quali sono i fattori cromatici e visuali che devono essere presenti nelle tue composizioni?

Il mio lavoro si concentra molto sulla composizione in generale, guarda allo spazio negativo, alle linee guida e alla simmetria: tutti elementi che si mescolano all’interno delle mie opere. Anche la teoria dei colori svolge un ruolo importante, garantendo un’armonia visiva cromatica.

Cosa risponderesti a coloro che ritengono la fotografia aerea come limitante a livello visivo?

Che è una teoria falsa. La fotografia aerea più o meno vicina al soggetto è relativamente nuova, tutti stanno sperimentando cosa funzioni meglio. Busby Berkely e Massimo Vitali usavano delle scale per creare lo stesso effetto, io invece uso un drone. Ogni artista fonda il proprio lavoro su quello di qualcuno che l’ha preceduto, per me lo sviluppo tecnologico ha prodotto una nuova generazione di artisti.

Quali sono i piani futuri? Esplorerai altri sport con il tuo drone?

La mia collezione sportiva continuerà ad ingrandirsi, ma non mi metto fretta. Mi piacerebbe rivisitare il nuoto, ma nulla è già stabilito, sono solo delle idee messe su carta. È importante avere delle pause serie tra i vari lavori. Ad un certo punto le mie opere sportive si fonderanno con l’arte contemporanea, un modo che voglio esplorare. Sì, ho pensato ad una pubblicazione futura a tema sportivo, ma è ancora distante nella mia mente. Ora sono focalizzato sulla ‘Pools collection’ che prenderà forma nel 2022.

Credits

Photo by Brad Walls
IG @bradscanvas
bradscanvas.com

Testi di Gianmarco Pacione


Russell Athletic, dove la felpa ebbe inizio

Un giocatore di football, un padre imprenditore. La felpa, prima di divenire un capo di massa, fu inventata per il campo

Indossare una felpa: uno dei gesti, una delle abitudini più diffuse nel globo intero. Ragionare sulle origini di questo capo d’abbigliamento, invece, è pratica meno comune. Eppure, rovistando nella storia del primo Novecento, si viene a scoprire un affascinante intreccio tra sport e imprenditoria, tra football americano e affari familiari.

Era il 1926, era l’Alabama, erano i tempi di un football giocato nel fango, di campi spelacchiati distanti anni luce dai brillanti sintetici oggi onnipresenti in ogni high school e college d’oltroceano.

Benjamin Russell Jr. era figlio di Benjamin Russell, imprenditore di Alexander City. Nel 1902 Russell Sr. aveva fondato una piccola azienda, la Russell Manufacturing Co., un polo produttivo capace originariamente di sfornare poco più di un centinaio di capi intimi al giorno.

Nel giro di pochi decenni quella stessa azienda assistette ad una virata produttiva e finanziaria epocale, divenendo la principale produttrice di abbigliamento sportivo di tutti gli Stati Uniti. Passaggio chiave per questo decollo fu l’invenzione di un tanto semplice, quanto virale capo: la felpa.

Era il 1926, dunque, era l’Alabama, erano i tempi di un football giocato nel fango da Russell Jr. e compagni. Una richiesta, semplice ed efficace, bastò a mettere in moto il lato creativo della famiglia di Alexander City.

I giovani giocatori di football erano infastiditi dai maglioni di lana che erano costretti ad indossare durante partite ed allenamenti. Distantissimi dai materiali tecnici odierni, quei capi obsoleti, inadatti alla pratica sportiva, causavano loro costanti irritazioni alla pelle.

Così ecco l’illuminazione in casa Russell, ecco nascere la felpa, sweatshirt in inglese, letteralmente maglietta per il sudore: usando come base di partenza il pezzo superiore del completo intimo femminile, i Russell fecero cucire la classica felpa dallo scollo tondo, pensando anche ad un’aggiunta, un’apposita zona triangolare di tessuto appena sotto il colletto, atta alla raccolta di sudore.

In pochi anni la felpa Russell contaminò ogni yard con il suo aspetto cool, con il suo cotone confortevole, egemonizzando il panorama del football americano: basti pensare che nel 1930 i Russell fondarono una nuova compagnia, la Russell Manufacturing Company per la sola produzione di felpe.

Come spesso accade nella storia dell’abbigliamento, la felpa esondò dal campo ai costumi di tutti i giorni, diventando oggetto d’uso quotidiano capace di resistere al tempo e alle mode. Quello dei Russell resta, ancora oggi, uno degli esempi più virtuosi d’innovazione sportiva in grado di segnare cultura popolare e abitudini delle grandi masse.

Credits

Photo by Russell Athletic

Testi di Gianmarco Pacione


Confórmi: le forme non appartengono a nessuno

Intervista a Davide Trabucco, l’artista che trasforma il preesistente in novità

Le forme non appartengono a nessuno. A rivelarcelo è la filosofia artistica di Davide Trabucco, una filosofia tradotta in accostamenti visuali, in collage di statue e istantanee, di quadri e oggetti distanti nel tempo e nel significato, non nella continuità estetica.

Confórmi è l’archivio visivo che contiene tutto questo, un progetto contaminato da arte, design, architettura e, parzialmente, anche dallo sport. Un catalogo in costante aggiornamento, fondato sulla necessità di partire dall’esistente per produrre novità, per destare un inatteso impatto sensoriale. Nelle opere di Trabucco le certezze si appaiano, si mescolano, si fondono, diventando incertezza, sprigionando una profonda forza estetica ed enigmatica.

Abbiamo approfondito questo mondo alternativo, dove ogni cosa vede mutare il proprio significato originale, concentrandoci, in particolare, sulle tante icone e gesta sportive presenti all’interno di esso.

Hendrick Goltzius, Icarus, from The Four Disgracers, 1588 
VS
 Wainer Vaccari, Calciatori Panini, Logo, 1969

Come e perché nasce l’archivio visivo ‘Confórmi’? Quali sono idea e visione alla base di questo progetto?

Confórmi nasce dalla necessità di ordinare il mio patrimonio di riferimenti visivi. La volontà era quella di condividere questo sistema di riferimenti sul web, rendendo quindi tutti in qualche modo partecipi della mia visione del mondo.

Gian Lorenzo Bernini, Apollo and Daphne, Galleria Borghese, Roma, Italy, 1623-1625 VS Mano de Dios, Estadio Azteca, Mexico City, 22 June 1986

Le immagini che compongono questo archivio sono “rubate” dal web, e per “chiudere il cerchio” è stato quindi normale pensare ad un modo per riconsegnarle al web.

Instagram è quindi risultato essere il luogo ideale per condividere queste immagini, perché più di altri è il social che lavora in modo efficace con le immagini. In fondo i testi su Instagram contano molto poco.

Roberto Baggio penality miss, Brazil – Italy, Pasadena, 1994 FIFA World Cup VS Jean-François Millet, L’Angélus, 1857-1859

Che significati si celano dietro a questo nome e alla frase “le forme non appartengono a nessuno”?

Scegliere un nome era fondamentale per la riconoscibilità del progetto sui social. Quindi ho cercato una parola che sintetizzasse uno degli aspetti principali, ovvero la similitudine che lega le immagini tra di loro.

“Le forme non appartengono a nessuno” è una sorta di manifesto programmatico: le forme pre-esistono alle cose che creiamo, in qualche modo sono da sempre presenti nel mondo che ci circonda e noi non facciamo altro che riutilizzarle e dare loro nuovi significati.

Sputnik 1, first artificial Earth satellite, 1957 VS 1972 Olympic Men’s Basketball Final, Soviet Union defeats USA, first ever loss for USA in Olympic play

Come s’innesta l’atto sportivo nella tua ricerca e nella tua produzione artistica?

L’atto sportivo, nel caso di Confórmi ad esempio, è legato soprattutto al corpo e alla posizione che viene ad occupare nello spazio: un corpo sotto sforzo esalta una certa parte di muscoli, e quindi sviluppa a suo modo forme differenti.

1988 Olympic Men’s Basketball Semifinal, Soviet Union defeats USA VS Sandro Botticelli, Primavera, 1482

Senna, MJ, Maradona… Che tipo di forza artistico-visiva sprigionano queste icone e come riesci a fonderla con l’arte classica, la moda e la fotografia d’autore?

I campioni sportivi sono da sempre presenti nell’immaginario collettivo e utilizzare delle loro immagini carica già di numerosi significati il lavoro che si viene a creare.

René Magritte, Le Principe du plaisir, 1937 VS Neil Leifer, Michael Jordan, 1991
Ayrton Senna © Norio Koike
VS
Martin Margiela, Spring Summer 2001 collection (#25)
Diego Armando Maradona, Argentina vs Cameroon | 1990 FIFA World Cup | San Siro Stadium, Milan, Italy, 8 June 1990 VS Giovanni Anselmo, Entrare nell’opera, 1971
Icon Collection Juventus Diego Armando Maradona, Argentina vs Bulgaria | 1986 Fifa World Cup, Estadio Olimpico Universitario, Mexico City, Mexico, 10 june 1986 VS Agesander, Athenodoros and Polydorus, Laocoön and His Sons, 1st century AD

Cosa rappresenta nella tua vita personale prima, artistica poi, lo sport?

Lo sport per me è soprattutto l’Inter. E’ l’unica cosa che seguo con una certa continuità. Mi piacciono soprattutto gli sport individuali, e seguo spesso nuoto e tennis.

Lo sport insegna soprattutto la metodicità e la regolarità, che diventano utili anche in un percorso artistico, in cui spesso si crede contino solo l’estro e la creatività.

E’ invece necessario spesso stare sulle cose tanto tempo prima di poterne vedere i frutti, come nello sport.

Icon Collection Juventus Diego Armando Maradona, Argentina vs Bulgaria | 1986 Fifa World Cup, Estadio Olimpico Universitario, Mexico City, Mexico, 10 june 1986 VS Agesander, Athenodoros and Polydorus, Laocoön and His Sons, 1st century AD

Cosa pensi dell’intreccio sempre più evidente tra arte contemporanea/design e sfera sportiva?

Il legame tra sport e arte è un legame indissolubile e ha radici lontane. Basti pensare alle innumerevoli rappresentazioni di sportivi che sono arrivate a noi attraverso la statuaria classica, o alle molte architetture greche e romane che ci sono pervenute e che sono legate al mondo dello sport (le arene o gli stadi).

Polychrome terracotta depicting acrobat, IV century BC VS René Higuita, “Scorpion kick”, England-Colombia, Wembley Stadium | London, UK, 6 September 1995

Nelle tue produzioni future, anche esterne al progetto ‘Confórmi’, l’ispirazione sportiva si ritaglierà ulteriori spazi?

Lo sport fa parte del mio immaginario quindi, come tutte le cose che mi interessano, rientra in modo più o meno evidente nelle cose che faccio. È sempre molto utile guardare ambiti che sembrano avere poco a che fare con il tuo, perché ti permettono di guardare al tuo mondo da una prospettiva differente e cogliere nuove opportunità espressive.

Credits

Davide Trabucco
IG @thegreatcaulfield
IG @conformi_

Testi di Gianmarco Pacione


La fotografia oltre la superficie, Pellicola Magazine

Lo sport nella fotografia contemporanea. Una chiacchierata con le menti e gli occhi dietro Pellicola Mag

Pellicola Magazine è una rivista online indipendente, un affascinante progetto mosso dal desiderio di condividere, alimentare e analizzare l’universo fotografico contemporaneo.

Pellicola è un costante flusso visivo, è una raffinata galleria in cui perdersi volontariamente ed insistentemente. È un archivio di pensieri, parole e, soprattutto, immagini in grado d’ispirare.

Abbiamo contattato Simone e Greta, menti e occhi alle spalle di Pellicola. Con loro abbiamo parlato di un tema, quello sportivo, che inevitabilmente incrocia la loro ricerca. Buona lettura.

Come nasce il progetto Pellicola Mag?

Pellicola com’è conosciuto oggi nasce nel 2015, ma si tratta di un progetto ideato ancora prima in forma di gruppo e pagina Facebook, poi abbandonati per mancanza di tempo dai proprietari. Nel 2015 Simone Corrò ha preso in mano il progetto, che da quel momento è ripartito da capo cambiando veste grafica e spostandosi principalmente su Instagram, dove inizialmente i contenuti consistevano in un reposting di fotografie e immagini che ci incuriosivano e suscitavano la nostra attenzione.

Con l’apertura del sito nel 2017 abbiamo iniziato ad approfondire ulteriormente questa attenzione per le immagini attraverso un approccio più diretto con i fotografi, pubblicando contenuti più esclusivi come articoli e interviste, racconti realizzati dagli artisti stessi. A non essere mai cambiata, e anche idea di fondo del magazine, è sempre stata la volontà di dare voce ai lavori di fotografi da tutto il mondo indipendentemente dalla loro notorietà, spaziando tra personalità emergenti ed altre più conosciute per indagare e delineare in questo modo le più varie direzioni del panorama fotografico contemporaneo.

Quali sono i principi artistici e le valutazioni alla base della vostra selezione di contenuti?

Una cosa che abbiamo appreso con la nostra esperienza nel magazine è l’importanza di interrogare le fotografie oltre la loro superficie, comprendere a pieno la loro origine e il perchè della loro esistenza, soprattutto in un contesto storico in cui, grazie alla democratizzazione dei mezzi, siamo tutti simultaneamente consumatori e creatori di immagini ad un ritmo insostenibile. Diventa sempre più necessario distinguere lavori seri e approfonditi da ricerche esclusivamente estetiche, e in questo senso siamo sempre più alla ricerca di personalità mosse da una reale intenzione, i cui progetti fotografici siano il risultato di un’urgenza che sente il bisogno di essere espressa e condivisa, che apra nuovi squarci sul mondo conoscibile.

Il nostro obiettivo è quello di trasformare l’esperienza delle persone che seguono il nostro progetto in qualcosa che vada oltre l’esclusività estetica delle immagini e che rivendichi il giusto spazio del loro contenuto. Poi, ovviamente, ciò che emerge dalla nostra selezione è al tempo stesso un gusto personale, con cui i lavori vengono inevitabilmente filtrati, che come un filo conduttore implicito lega insieme tutte le pubblicazioni.

Come s’inserisce lo sport all’interno del vostro universo fotografico e come s’inserisce, a vostro avviso, all’interno dell’intero mondo della fotografia contemporanea?

Purtroppo nella ricerca di Pellicola lo sport non ha mai trovato molto spazio, abbiamo avuto davvero poche occasioni di pubblicare artisti con progetti che entrassero in relazione con questo mondo. Pensiamo che, in generale, la percezione della fotografia sportiva sia ancora oggi legata ai principali canali di comunicazione, ai canoni visivi che tuttora influenzano l’ambito giornalistico. La forza del vostro progetto sta proprio nel voler scardinare questa tendenza, nel mostrare e rivendicare nuove sfaccettature di questo genere fotografico e raccontare lo sport da un punto di vista più libero e indipendente.

‘Rise of the Mongolians’ di Catherine Hyland ci porta alla scoperta di un affascinante territorio che, nonostante le relative dimensioni, è in grado si sfornare continuamente giganti del sumo. Cosa vi ha ispirato maggiormente di questo reportage?

Sicuramente la relazione tra i soggetti e il loro ambiente è un aspetto molto forte e interessante nel lavoro di Catherine. Le fotografie avrebbero potuto essere scattate in altri contesti, come nelle palestre al chiuso o durante le competizioni ufficiali degli atleti, ma l’esclusività del paesaggio rurale del Teriji National Park diviene il principale espediente visivo per sviluppare il progetto e rispondere alla sua domanda iniziale. E’ proprio nel paesaggio che risiede la risposta, nelle conseguenti condizioni di vita dei suoi abitanti che per poter bere trasportano e sciolgono il ghiaccio dei fiumi, per scaldarsi spaccano la legna, per spostarsi percorrono chilometri a cavallo. Abitudini che divengono sinonimo di forza e resistenza. Le fotografie di Catherine mostrano questo forte contrasto tra la desolazione del territorio e la forza dei lottatori, due componenti che in fondo si rivelano essere una cosa sola, unite da un profondo legame causale, sono una la conseguenza dell’altra.

Pare evidente un filo conduttore tra l’opera di Catherine Hyland e ‘Against the Elements’ di Joseph Fox. Il calcio islandese come il sumo mongolo: comunità che si ritagliano in maniera inattesa uno spazio di rilievo nel panorama sportivo. Cosa vi ha colpito dell’opera del fotografo britannico?

Certo, in questo senso i due progetti portano avanti uno stesso discorso e approfondiscono questa curiosa relazione tra la propria identità e il grande eco ottenuto con le competizioni sportive. Ciò che colpisce particolarmente in Against the Elements è l’accostamento di uno sport come il calcio ai paesaggi islandesi, un binomio che crea un’atmosfera quasi surreale proprio perché lontana dall’immaginario condiviso che questo sport così universale ha costruito nel tempo. E’ come se il rapporto causale che caratterizza Rise of the Mongolians venisse qui rimpiazzato da una forte componente enigmatica, un senso di sospensione che si protrae nel corso della serie.

La pallacanestro del Goshogaoka Girls Basketball Team. Un gioco contemporaneamente ‘in assenza’, privato del pallone, e ‘in presenza’, caricato di una forte espressività e gestualità. Che valore assume, nel caso di Sharon Lockhart, il ritratto sportivo?

Come dici tu, l’assenza nel lavoro Sharon lascia spazio ad un altro tipo di presenza, quella corporea, performativa, espressiva. La scelta di non rappresentare il pallone nel corso di tutta la serie permette di approcciarsi al basket con un punto di vista che supera il gioco stesso e si concentra su tutti quegli aspetti più sottili che fanno sempre parte di questo sport, ma su cui lo sguardo si appoggia con meno frequenza. I ritratti di Sharon si avvicinano all’emotività delle giocatrici, si caricano di tensione e ci lasciano con il fiato sospeso, come quello delle atlete nell’invisibilità dell’attesa che precede ogni movimento, ogni istante decisivo. Ma si caricano anche di una sorta di sacralità; sono proprio queste attese, che immortalano i soggetti quasi come dei gruppi scultorei, a diventare una celebrazione del mondo sportivo oltre le vittorie e i grandi momenti, dell’umiltà di ogni sguardo, di ogni respiro trattenuto, di ogni muscolo teso.

Credits

Testi di Gianmarco Pacione

Pellicola Magazine
IG @pellicolamag
pellicolamag.com

Photo by Catherine Hyland
IG @cathyland1
catherinehyland.co.uk

Photo by Joseph Fox
IG @josephfoxphoto
josephfox.co.uk

Photo by Sharon Lockhart
lockhartstudio.com


Come si è arrivati a questo calcio?

Il football londinese non ha avuto un lockdown

Recinzioni scavalcate, varchi scoperti dopo attente ricerche, biciclette slegate e squadre casuali. Come si è arrivati a tutto questo?

Nella capitale del calcio mondiale, in quella Londra brulicante di migliaia di squadre spalmate tra Premier League e Non-League football, il pallone non è riuscito a fermarsi anche durante il lockdown.

H. mostra le sue abilità calcistiche a Mabley Green – Marzo 2021
Alcuni giocatori entrano in campo attraverso un buco della rete. Tottenham Power League. Febbraio 2021
Per assicurarsi un campo nel Power League di Tottenham, le squadre spesso nominano un giocatore e lo fanno arrivare alle 8 di mattina. Il suo compito è quello di attendere l’arrivo degli altri e di prenotare il campo – Febbraio 2021 / S. si riposa dopo un match. Tottenham Power League – Marzo 2021

Realizzato negli ultimi mesi del terzo periodo di azzeramento sociale britannico, questo reportage di Joshua T Gibbons ritrae alcuni di quei calciatori amatoriali che, noncuranti delle restrizioni, hanno deciso di seguire il richiamo del prato verde anche in un momento di profonda crisi pandemica.

Il progetto ruota attorno a due campi: Mabley Green nel distretto di Hackney e Power League Tottenham nel distretto di Haringey. Ambiente, azioni e ritratti si combinano per dimostrare fino a che punto si siano spinti questi ragazzi inglesi nel nome del Beautiful Game.

I giocatori discutono riguardo un fallo. Power League, Tottenham – Marzo 2021
Un giocatore abbandona i campi del Power League attraverso un buco nelle rete – Marzo 2021

Credits

Text & Photos by Joshua T Gibbons
IG @joshuatgibbons
joshuatgibbons.com


L’onirica urbanità sportiva di Mur0ne

Asfalto orizzontale, muri verticali, uno sport colorato ad unirli. Intervista allo street artist spagnolo

L’equilibrio tra design e pop art, tra asfalto orizzontale e muri verticali, tra mondi immaginari e associazioni oniriche. Mur0ne, nome d’arte d’Iker Muro, dal lontano 2002 ha trovato nel panorama urbano la propria tela vergine.

Nato a Bilbao, i suoi percorsi grafico-visivi hanno esponenzialmente popolato le città spagnole, arrivando rapidamente a migrare oltre i confini iberici. La produzione di questo street artist recentemente ha iniziato a confluire nell’universo sportivo e, contemporaneamente, ad attingere da esso.

In un momento di pausa da pennelli e vernici, abbiamo chiesto a Mur0ne di parlarci del suo percorso artistico, del suo legame con lo sport e di condurci all’interno di quegli scorci cittadini che ha saputo trasformare in opere uniche.

Come è nata la tua passione artistica e come si è evoluta nel tempo?

Disegno da quando ero bambino. Da adolescente ho studiato graphic design, poi ho combinato questa passione con l’universo dei graffiti di strada: questo connubio mi ha condotto a dipingere murales e viaggiare per il mondo. Da giovane non ho mai nutrito un interesse particolare per l’arte in sé, diciamo che i graffiti mi hanno portato, lungo gli anni, a scoprire e analizzare l’arte definibile come ‘più classica’.

Che ruolo ha avuto lo sport nella tua produzione artistica? A quali sport sei particolarmente affezionato?

Ho dipinto un campo da tennis un paio di anni fa e da allora non ho più smesso. Devo ammettere che non ho nessun legame particolare con sport come il tennis o il basket (altro tema spesso affrontato da Mur0ne ndr), da bambino giocavo semplicemente a calcio, come tutti i giovani spagnoli. Gli sport a cui sono realmente legato sono più che altro lo skateboard, il surf e lo snowboard.

Come si inseriscono i tuoi colori nei contesti urbani che scegli come tele?

Penso sia chiaro che i campetti su cui esprimo la mia arte non sono destinati ad un uso propriamente ‘professionale’. Di solito sono scuole o playground pubblici. L’interesse principale sta nel far scoprire ai singoli utenti (bambini e adolescenti) che esistono altri modi per intendere e vivere luoghi ‘funzionali’: modi che si possono trasporre, in grande, nell’approccio alle loro vite. Diciamo sempre ai nostri figli che devono essere medici o insegnanti, ma quando scoprono l’esistenza di un ragazzo che dipinge il suolo del cortile di una scuola e si guadagna pure da vivere, le teste di questi ragazzi ‘esplodono’.

Cosa ne pensi del rapporto sempre più intenso tra arti grafiche/visive e sport?

Design, illustrazione e arte sono da sempre mondi strettamente legati allo sport: basti pensare ai progressi nel design delle sneaker e alla connessione tra street art e tema sportivo. Suppongo che, grazie alla loro freschezza e intensità, questi media si connettano perfettamente: è per questo che, per esempio, i brand sportivi vogliono sempre più collaborare con gli street artist.

“Wall is my name” è la tua ultima pubblicazione. Ci diresti qualcosa a proposito?

“Wall is my name” è il libro che raccoglie almeno 15 anni della mia carriera da muralista. Sebbene ci siano immagini anche precedenti a quest’ultimo lasso temporale (alcune ritraggono i miei primi graffiti di 20 anni fa), il fulcro del libro si concentra sui miei lavori più attuali. Abbiamo lavorato duramente per oltre un anno, raccogliendo immagini e progettando un libro che potesse avere molto peso e valore personale. Non potrei essere più felice del risultato raggiunto, trovo che il libro abbia un’anima propria.

 

Quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro? Abbiamo visto che la maggior parte dei tuoi lavori sono in Spagna, si espanderanno sempre più al di fuori del tuo Paese?

Certo, in questo momento per esempio sto viaggiando in Senegal. Ho avuto l’opportunità già in passato di realizzare un paio di progetti in Africa occidentale. Naturalmente sarò sempre pronto a dipingere oltre i miei confini.

Credits

Iker Muro
IG @mur0ne

Testi di Gianmarco Pacione


De Arte Gymnastica

Lo sport è imprescindibile armonia tra spirito e corpo, insegnava Marziale

In occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960, il comitato organizzatore,  presieduto dal giovane Giulio Andreotti, pubblicò a scopo celebrativo un  libro semisconosciuto, in una versione italiana moderna, quasi un secolo  dopo la sua ultima edizione. Era il ‘De Arte Gymnastica’ del medico forlivese  Girolamo Mercuriale, scritto in latino, e stampato per la prima volta a Venezia nel 1569: in sintesi, il primo trattato della storia sull’educazione fisica.

Mercuriale visse tra il 1530 e il 1606, e del suo libro Andreotti scrive così nella prefazione: “un’opera che, restituita alla vita dagli scaffali dimenticati  di una biblioteca, è destinata a sopravvivere oramai nel tempo, contributo prezioso ad una più estesa conoscenza della ‘ginnastica’ e conseguentemente, ad una più completa educazione delle nuove generazioni, nel binomio inscindibile: spirito e corpo”. In Italia, abbiamo questa tenerezza di credere nella bontà  delle cose antiche. A scuola, in un modo o nell’altro, ci insegnano il senso della storia come patrimonio da custodire. È un incrocio  tra Strapaese e Umanesimo: una sorta di effetto torta della nonna, dove il tradizionale diventa attualissimo, anche se non ha alcun legame con il presente.

Quando si apre l’Arte Ginnastica, si capisce subito che è impossibile da leggere completamente. L’Arte Ginnastica è il tipo di libro che si sfoglia una frase  alla volta, un’illustrazione alla volta. Non importa che ci voglia una vita intera per finirlo. Si prende una pagina a caso, si studia la definizione di una parola, si guarda un disegno. Funziona come una pausa caffè dello spirito, essendo uno di quei prodotti dell’intelligenza che serve a ricordarci che siamo fatti di carne.

È chiaro che l’interesse di Mercuriale è il corpo portato alla sua massima efficienza. Quando parla dell’anima, sembra quasi che le si riferisca come ad un muscolo da allenare. Uno dei passaggi più interessanti del suo testo è la descrizione della musica, nella forma della vociferazione, cioè del canto, come disciplina ginnica. Per il Rinascimento italiano, l’età classica (quella greca e poi romana) è stata l’enciclopedia di come si sta al mondo. Da qui, Mercuriale trae il principio su cui fondare il suo lavoro: la ginnastica è quella parte della scienza medica che si occupa dell’individuo quando non è malato. L’idea del movimento come cura, per quanto antichissima e convenzionalmente acquisita, oggi, nel momento in cui si comincia appena ad uscire dalla tana del lockdown, sembra rivestirsi di una luce nuova, riprendere tutta la freschezza e l’originalità con cui Mercuriale l’ha sviluppata quasi cinquecento anni fa. Fa spuntare corsette e flessioni al parco come se fossero margherite su un prato a primavera.

Perché tra le immagini più care di questa nuova stagione di riaperture, ci sono quelle di chi ricomincia a muoversi, quasi acquistando per la prima volta, dopo un tempo infinito, la consapevolezza di essere un corpo. In qualche modo, Mercuriale è il padre del dilettantismo olimpico decoubertiniano. Nel suo libro, non nasconde una certa avversione nei confronti dello sportivo di professione, quando distingue l’atleta dal ginnasta.

Atleta è colui che si esercita per vincere la gara, mentre l’attività del ginnasta è subordinata esclusivamente al benessere. Un simile anacronismo non può che maturare dalla prospettiva del medico. Ed è influenzato dalle fonti classiche, che riservano ai soli sport di combattimento (pugilato, lotta, e pancrazio) la pratica agonistica. In questo senso, considerare il pugilato un pratica di benessere è per Mercuriale una contraddizione in termini. D’altro canto, ecco come descrive le abitudini alimentari degli atleti della lotta: “Anzitutto, per quanto riguarda il mangiare e il bere, si rileva, sbagliavano sotto quattro aspetti, e cioè nella qualità, nella quantità, nell’ordine e nel tempo”. Altrettanto ferma è la condanna di un eccesso di morigeratezza nella abitudini sessuali: “Perciò sbagliavano di grosso quegli atleti che si tenevano del tutto lontani dai contatti carnali, mentre ne avrebbero avuto maggiormente bisogno, data l’abbondanza degli alimenti e la grande quantità di sangue”.

Mercuriale è un romagnolo. Ci sta subito simpatico, come un chiosco di piadine alla fine di una sgambata in riviera. L’inizio del suo trattato è brillante, perché comincia dalla fine. Cioè dalla necessità di un buon bagno dopo l’esercizio. Non a caso, una delle prime illustrazioni è dedicata allo strigile, una sorta di raschietto utilizzato per pulirsi dalla mistura di olii con cui si ungevano gli atleti: l’antenato del sapone, praticamente. È un pò come iniziare un tutorial di workout con la pubblicità di un bagnoschiuma. Marketing a parte, lo spunto offre a Mercuriale il pretesto per trattare la costruzione di una palestra, il cosiddetto ginnasio, in termini architettonici, secondo i precetti del maestro latino Vitruvio. Il problema di gestione dello spazio da destinare all’allenamento fisico è di una attualità sconcertante, a fronte delle limitazioni che lo hanno così penalizzato durante l’emergenza sanitaria.

L’ Arte Ginnastica ha dentro un sapere antico che esprime parecchie cose nuove: la dispatia, per esempio, che significa letteralmente ‘difficoltà di soffrire’. Il concetto di dispatia anticipa quello contemporaneo di consistenza, ma forse in maniera più articolata. Uno sportivo può essere tentato dal confonderlo con l’impermeabilità al dolore, ma sarebbe uno sbaglio. L’immagine di solidità cui fa riferimento Mercuriale si avvicina piuttosto a una costante disciplina dell’agonia, che è la sostanza della grandezza di campioni come Nadal, o Marco Pantani. Da un punto di vista emozionale, il sentimento dispatico funziona come opposto dell’empatia. In determinati tipi di competizione, la necessità di proteggersi dalla presenza dell’altro come forma di condizionamento può essere decisiva. La forza di Sinner, probabilmente, deve, e dovrà molto, alla dispatia.

Il libro fa il lavoro del ponte, una specie di macchina del tempo attraverso la quale ci affacciamo su un campionario di gesti e azioni sempre uguali nei secoli e insieme diversissimi: da qui viene il suo fascino. Mercuriale è un maestro umile che non ha niente da dimostrare e tutto da mostrare. Per ogni sua affermazione, si preoccupa di citare le sue fonti: Platone, Galeno, Ippocrate e l’arabo Avicenna su tutti. La sua scrittura procede ordinatamente per immagini. Quando parla del gioco del pallone, dei salti, del lancio del disco esploriamo un tratto di storia perduto per sempre, che torna soltanto nella forma poetica dell’immaginazione artistica, come accade nelle xilografie del pittore Pirro Ligorio.

Non senza una certa curiosità, scopriamo che l’antenato del calcio nella Roma imperiale si chiamava arpasto. E quello del rugby episciro. Eppure gli uomini e le donne che, nella definizione di Mercuriale, compiono un esercizio in quanto “moto del corpo umano, veemente, volontario e con respiro alterato, fatto in grazia di conservare la sanità, o di procacciarsi una robusta complessione” sono esattamente gli stessi di sempre. C’è un senso di rinascita quasi primitivo, nella libertà di andare ad allenarsi al parco. Questa sensazione deve passare necessariamente attraverso il filtro della memoria, per ricordare quello che ci è successo e per fare in modo che non accada più.

La cosa curiosa di Mercuriale è che si porta sempre dietro un gusto di ironico rovesciamento. Dice spesso il contrario di quello che siamo abituati a pensare, soprattutto quando enuncia le sue più profonde verità. Il ‘De Arte Gymnastica’, come ogni altro libro, è un oggetto sostanzialmente inutile. Leggendolo, si lascia il campo dello stretto necessario, per sperimentare l’infinito stimolo della possibilità. Il libro è esattamente il contrario di una macchina, perché ignora qualsiasi rapporto utilitaristico di causa ed effetto. In questo sta tutta la sua vera essenza sportiva.

Lo sport, imprescindibile armonia tra spirito e corpo, è, soprattutto, come ha scritto Ortega y Gasset, un’imprescindibile armonia del superfluo.

Credits

Testo e foto di Ernesto Tedeschi


Chelsea Werner è più di una ginnasta

Atleta vincente, modella affermata, pioniera dell’inclusione. Il ritratto di ‘Showtimewerner’

Storie che possano ispirare, che possano infrangere stereotipi. Storie che possano cambiare percezioni interne ed esterne, che possano cambiare vite.

Chelsea Werner è una ginnasta vincente, Chelsea Werner è una modella affermata, Chelsea Werner è nata con la sindrome di Down.

Per quest’atleta statunitense la ginnastica artistica ha significato molto più dei due ori mondiali e dei quattro titoli nazionali Special Olympics vinti: parallele e travi sono diventate un modo per scoprire una vita inattesa, fatta di soddisfazioni ed evoluzioni personali, d’impatto positivo sulla collettività e sulle singole esistenze altrui.

Gli intensi ritratti di Alejandro Poveda ci conducono nel mondo di ‘Showtimewerner’, una pioniera che, con le sue gesta, sta segnando la strada dell’inclusione contemporanea. Un’inclusione multiforme, che spazia dalle gare internazionali alla carriera di modella iniziata temerariamente e, oggi, giunta ad un livello di risonanza incredibile (come dimostrato, per esempio, dalla recente campagna H&M).

Abbiamo avuto la fortuna di chiacchierare con Chelsea e sua madre Lisa, provando ad entrare in una storia che, a tutti gli effetti, travalica la semplice eccellenza sportiva.

Cosa significa per te la ginnastica artistica e che ruolo ha avuto nella tua vita?  

Chelsea: La ginnastica fa parte della mia vita da quando ho memoria. All’inizio era semplicemente un’attività divertente da fare con gli amici. Con il passare del tempo ho iniziato a gareggiare all’interno del mondo Special Olympics e dal primo istante ho adorato la folla che faceva il tifo per me. Quando ho iniziato ad allenarmi con un allenatore che vedeva oltre la mia disabilità i miei miglioramenti sono diventati molto più consistenti. Ho imparato a lavorare molto duramente, a nutrire una maggiore fiducia in me stessa e a sentirmi al meglio sotto pressione. È stato allora che ho ricevuto il mio soprannome ‘Showtimewerner’. Penso che la fiducia e l’etica lavorativa mi abbiano aiutato in tutte le aree della vita.

Che valore hanno avuto per te le vittorie internazionali? Le hai vissute come semplici traguardi sportivi o come qualcosa di più?  

Chelsea: Mi sono sentita molto orgogliosa delle mie due vittorie ai Campionati del Mondo! Ho amato vedere la bandiera americana alzata e sentire suonare il mio inno nazionale.

La ginnastica e le medaglie, il mondo della moda e le macchine fotografiche: c’è dentro di te qualche sentimento, qualche emozione che unisce questi due mondi?  

Chelsea: Fin da piccola mi sono sempre sentita molto a mio agio davanti alla lente. Mi piaceva stare davanti a una macchina fotografica o a una telecamera. Quando ho fatto il mio primo lavoro da modella per H&M a L’Avana, Cuba, mi sono innamorata del mondo fashion. Amo l’eccitazione che portano nella mia vita sia le gare di ginnastica, sia gli shooting fotografici.

Quanto pensi sia importante infrangere i muri degli stereotipi nella società moderna? E quanto pensi siano utili, da questo punto di vista, mezzi come lo sport e l’universo fashion? 

 

Lisa, madre di Chelsea:

Come mamma di Chelsea, vedo l’importanza e il valore di ciò che Chelsea ha fatto e sta continuando a fare. Quando Chelsea è nata c’erano pochissimi modelli e punti di riferimento da seguire per persone con la sindrome di Down. Il futuro non sembrava molto promettente per Chelsea.&nbsp

Grazie a questi mezzi, le persone di tutto il mondo possono vedere cosa ha realizzato e continua a realizzare Chelsea. Ha dato così tanta speranza ai genitori che cercano guida e ispirazione per i loro figli… È gratificante sentire come Chelsea stia aiutando tante persone in tutto il mondo. Un grande esempio di questo processo è Chris Nikic. Chris è appena diventato la prima persona con la sindrome di Down a completare un Ironman Triathlon. Il padre di Chris ci ha scritto una lettera, dicendo che seguire la storia di Chelsea ha permesso loro di pensare che fosse possibile un’impresa di questo tipo.

 

Quali sono i tuoi progetti futuri? Avrai tempo anche per lavorare su qualcos’altro oltre sport e servizi fotografici?

Chelsea: A causa del COVID-19 molti eventi sono stati cancellati. Ora mi sto allenando e gareggiando con la USA GYMNASTICS (insieme ai miei coetanei non disabili). Sono tornata con il mio primo allenatore, Dawn, che in passato mi ha condotto alla conquista dei due Mondiali. Sono entusiasta nell’apprendere nuovi movimenti e la mia ginnastica non è mai stata migliore. Oltre alle agenzie con cui collaboro a New York e Los Angeles, ora ho firmato un contratto con la Milk Modeling Management di Londra. Andrò a Londra non appena verranno revocate le restrizioni pandemiche. Oltre a questo posso dire che amo le lezioni di danza hip hop e uscire con i miei amici. Sono anche una zia, ho 3 nipoti e una nipote: loro sono i migliori!

Credits

Testi di Gianmarco Pacione

Photo by Alejandro Poveda
IG @ale_poveda
alejandropoveda.com

Chelsea Werner
IG @showtimewerner

Chelsea Agency
IG @wespeakmodels
IG @milkmodelmanagement