Dissezionare un’impresa epica - Chasing 100
Grazie ad adidas, abbiamo avuto la possibilità di carpire l’essenza, l’effetto e la ragione dell’abbattimento del muro delle 6 ore sui 100 chilometri: un capitolo rivoluzionario per la storia dell’ultra running
Cosa significa scrivere la storia dello sport? Ci chiedevamo pochi giorni addietro. Significa abbattere barriere, ridefinire i limiti del corpo umano per raggiungere ciò che un tempo sembrava impensabile, rispondevamo a noi stessi. Aggiungendo, come chiara metafora di questo processo, l’esempio dell’impresa epica marchiata adidas ‘Chasing 100’: 100 chilometri corsi in meno di sei ore.
Così facendo, provavamo a calare la nostra lente editoriale, ed esperienziale, nell’anello ad alta velocità del Nardò Technical Center, dove Sibusiso Kubheka ha di recente tagliato il traguardo in 5:59:20, realizzando quello che, per molto tempo, è stato ritenuto un atto impensabile per il genere umano. Un’impresa straordinaria di resistenza e perfezione cinetica, certo, ma anche il frutto di una profonda sinergia tra atleta e innovazione, prestazione e precisione. Un risultato che, abbiamo compreso, essere frutto dell’incrocio tra l’eccellenza fisica portata ai suoi massimi livelli e la spinta tecnologica di un brand avanguardista come adidas, che dell’infrangimento di record sta facendo un proprio manifesto identitario.
Ora, abbiamo la possibilità d’immergerci in questo crocevia di filosofia e pragmatismo grazie alle voci dei protagonisti che hanno plasmato un momento senza precedenti: sono Sibusiso Kubheka stesso, il sudafricano in grado di far progredire l’umanità con le proprie falcate, la leggenda dell’ultradistanza Aleksandr Sorokin, parte integrante e fondamentale dell’intera ‘Chasing 100’, e Harry Miles, Director of Footwear Innovation di adidas: una delle menti dietro la futuristica scarpa Evo Prime X. Grazie alle loro testimonianze dirette entriamo nel cuore di questa impresa a tre strisce.


Sibusiso Kubheka
Avresti mai pensato d’infrangere una barriera come quella delle 6 ore sui 100km? Quali sensazioni e pensieri ti hanno attraversato durante l’impresa? E quali, invece, sul traguardo finale, dove hai realizzato di essere riuscito a stabilire un record impensabile?
“Abbattere il record è sempre stato un sogno, un desiderio che mi porto dentro da una vita. Quando ho tagliato il traguardo, non riuscivo a crederci. Ero sopraffatto dalla felicità e dall’emozione.”
‘Chasing 100’ è anche un’opera di perfetta ingegneria sportiva adidas, che ha messo te e gli altri atleti coinvolti nelle condizioni di fare l’impossibile. Puoi descrivere l’impatto e l’aiuto effettivo ricevuto da adidas lungo questo percorso? Quali sono stati i fattori più importanti apportati dal brand, nel caso specifico della tua esperienza?
“Voglio esprimere tutta la mia gratitudine ad adidas per il supporto straordinario. Mi hanno fornito tutto ciò di cui avevo bisogno, dall’abbigliamento alle scarpe, che hanno avuto un ruolo fondamentale nel mio successo.”
Ti abbiamo visto impugnare la bandiera sudafricana durante i festeggiamenti. Quanto è importante, per te, aver aggiunto un record così importante alla storia del tuo Paese? E che messaggio vuoi tramandare, con questa impresa, alle nuove generazioni che ti seguiranno?
“Vedere i miei connazionali festeggiare questo traguardo insieme a me mi ha riempito di gioia. È stata una benedizione non solo per me, ma anche per la mia famiglia.”
Oggi cosa significa per te la corsa? E cos’altro ti aspetta dopo ‘Chasing 100’?
“La corsa, per me, è molto più di uno sport: è la mia vita. Mi ha trasformato nel profondo, non riuscirei a immaginarmi senza di essa. Correre è una parte essenziale di ciò che sono.”


Aleksandar Sorokin
‘Chasing 100’. Alla luce della tua carriera e dei tuoi record mondiali, cos’ha significato e cosa continua a significare per te questa distanza?
“Chasing 100 ha dimostrato che è possibile correre 100 km in meno di sei ore. Questo era un grande obiettivo per molti atleti, e sono orgoglioso che il nostro team sia riuscito a realizzarlo. È una pietra miliare importante per l’ultrarunning, e sono davvero felice di averne fatto parte.”
Com’è stato vivere in prima persona un evento come quello di Nardò, dove da un lato hai corso un nuovo PB e, dall’altro, hai visto per la prima volta un atleta, Kubheka Subsiso, spingersi sotto la barriera delle 6 ore?
“È stato un evento incredibile. Sono molto grato ad adidas per avermi invitato a partecipare. Ovviamente, è l’atleta che corre la gara, ma le tecnologie moderne aiutano a spingere oltre i limiti umani. Grazie a queste innovazioni, credo che in futuro anche nelle competizioni ufficiali si potrà scendere sotto le sei ore.”
L’impresa di Nardò è una naturale conseguenza della cultura adidas contemporanea, dove i limiti umani non sono altro che capitoli da superare grazie al talento degli atleti selezionati, certo, ma anche attraverso l’avanguardismo tecnologico e un design futurista. Per te cosa rappresenta il legame con le tre strisce?
“È molto importante, sia per gli atleti che per lo sport in generale. Possiamo vedere come la collaborazione tra atleti e tecnologia porti a risultati straordinari. Grazie alle innovazioni di adidas, qualcuno è finalmente riuscito a correre sotto le 6 ore, e questo fa porre molta attenzione sull’ultrarunning. Sono molto grato per il loro supporto e la loro collaborazione.”
Dopo tutti i risultati raggiunti e i chilometri percorsi, oggi qual è lo stato dell’arte del tuo rapporto con la corsa?
“Ho ancora qualche ‘conto in sospeso’ con certe distanze. Per esempio, sulle 24 ore voglio arrivare a 200 miglia: al momento le ho solo sfiorate, quindi mi manca poco per raggiungere quell’obiettivo. Credo di potercela fare. In futuro, mi piacerebbe passare a distanze ancora più lunghe, perché con l’età la velocità diminuisce, ma la resistenza tende a restare.”


Harry Miles – adidas Director Footwear Innovation
‘Chasing 100’ è stata la sublimazione del corso attuale della cultura adidas, in grado di connettere avanguardismo tecnologico e di design, atleti d’elite e ambizione sportiva, nel senso più alto del termine. In questo stato dell’arte del brand, che ruolo gioca l’innovazione del footwear e come ha impattato sull’impresa avvenuta a Nardò?
“Chasing 100 è stata l’occasione per scoprire fin dove possiamo arrivare, superando i confini del design e sperimentando nuove possibilità nel footwear e nell’abbigliamento. La performance storica di Kubheka, un’impresa mai neppure sfiorata da nessun altro, è un traguardo immenso di cui siamo profondamente orgogliosi. È la prova concreta del potenziale che nasce dall’unione tra l’innovazione adidas e l’eccellenza atletica, per spingere sempre oltre i proprio limiti la capacità umana.”
Ad Athleta piace sempre scoprire la cifra personale-sportiva di ogni designer e figura all’interno dei brand. Potresti raccontarci cosa rappresentano la corsa e lo sport in generale nella tua vita? E il footwear? Come sono arrivati ad incrociarsi questi filoni nel tuo percorso?
“Lo sport ha sempre fatto parte della mia vita. Entrambi i miei genitori erano atleti d’élite, e ancora oggi cerco di competere ad alti livelli per tenermi allenato. La mentalità dell’atleta (vincere, battere record, sfidare sé stesso ogni giorno per migliorare) è perfettamente compatibile con il lavoro che facciamo in adidas: creare solo il meglio per permettere ai nostri atleti di raggiungere traguardi che sembrano impossibili.”
Come ti fa sentire il fatto di aver avuto un ruolo, insieme all’intero Team adidas che ha plasmato ‘Chasing 100’, in un record d’importanza storica? E cosa spinge quotidianamente te e l’intera filosofia adidas a superare tecnologie preesistenti per garantire nuove possibilità di performance?
“È incredibilmente gratificante. In adidas siamo mossi dalla volontà di offrire solo il meglio all’atleta. Questo significa innovare con rapidità, per creare prodotti che aiutino i più veloci al mondo a essere ancora più veloci. ‘Only the best for the athlete’ è un’eredità lasciata dal nostro fondatore, e un principio a cui siamo profondamente fedeli, soprattutto oggi, in un’epoca in cui tutto si muove velocemente.”
In questo costante progresso di tecnologie e design quanto incide, ancora, la cifra umana? Ovvero l’apporto diretto degli atleti, i loro feedback, le loro sensazioni?
“Lavorare a stretto contatto con gli atleti è una parte essenziale del processo. Parliamo di alcuni tra i migliori atleti di endurance al mondo, e la loro capacità di descrivere in modo preciso ciò che provano, anche le differenze minime in termini di ritorno di energia, stabilità o grip, ci ha fornito indicazioni preziosissime. Ogni fase di test ci ha permesso di perfezionare ulteriormente la scarpa. La Evo Prime X che avete visto a Chasing 100 è il risultato diretto di questa collaborazione.”


ONA’s Perspectives - Marc Ressang
Viaggio tra alcuni degli storyteller visuali protagonisti dell’ONA Film Festival
Il 4, 5 e 6 settembre l’ONA Film Festival torna a fondere la cultura outdoor e sportiva con la settima arte, arricchendo la già meravigliosa Isola di San Servolo, a Venezia, con una kermesse unica nel suo genere. Come da tradizione, Athleta Magazine accompagna ONA come media partner, e mette sotto i suoi riflettori editoriali alcuni dei protagonisti del Festival.
Proseguiamo questa collana editoriale con il regista olandese Marc Ressang, che nella laguna veneziana vedrà presentare i cortometraggi ‘The Flood’ e ‘Rebel Riders’: il primo, un ritratto indonesiano di un problema particolarmente caro a Venezia, come l'innalzamento delle acque, il secondo un’attenta indagine di una sottocultura asiatica.

Come sono entrate la fotografia e la cinematografia nella tua vita?
Marc Ressang: “Sono originario dei Paesi Bassi, ma sono cresciuto anche in Belgio: luoghi piuttosto tradizionali, non certo ambienti particolarmente creativi. Dopo il liceo non avevo idea di cosa fare, così ho scelto la strada più comoda: mi sono iscritto all’università più vicina per studiare economia internazionale. Non era una vera passione: più che altro era un modo per viaggiare.
Una cosa, però, mi è rimasta di quel periodo: le riviste di National Geographic che avevamo in casa. Erano per me una via di fuga, un modo per immaginare mondi lontani. A un certo punto ho capito che la fotografia poteva diventare la mia scusa per andare davvero a esplorarli.
È iniziata in piccolo, ma ogni passo mi ha portato un po’ più lontano. Dopo la laurea, ho capito che avrei dovuto fare un salto nel vuoto, altrimenti avrei rischiato di ritrovarmi in una vita che non volevo. Così ho comprato un biglietto di sola andata per Shanghai. Era il 2011. Avevo un tirocinio abbastanza inutile, ma era un pretesto per essere lì… E da quel momento le cose hanno cominciato a prendere forma.”
Ricordi lo shock culturale iniziale?
Marc Ressang: “Quando hai vent’anni e poche responsabilità è tutto più facile. Vivi con pochi soldi, mangi noodles istantanei e ti bastano due spiccioli per una birra al minimarket. Quella libertà rende tutto più affrontabile.
Quando sono arrivato, la Cina stava uscendo dalla crisi del 2008 e viveva un vero boom. La tecnologia stava decollando: gli smartphone erano una novità, l’accesso a internet era limitato, ma l’energia si percepiva ovunque. Non era sempre facile orientarsi, serviva una certa dose di resilienza. Oggi puoi atterrare ovunque e usare Google Translate. All’epoca, o imparavi in fretta o rimanevi indietro.”
È stato in Cina che hai trovato davvero la tua voce da storyteller visuale?
Marc Ressang: “Assolutamente. A dire il vero anche all’università facevo foto nei club, ma era un lavoro che mi serviva solo per entrare gratis e conoscere gente… Quella si è rivelata essere l’unica abilità ‘vendibile’ quando sono arrivato in Cina. Da lì ho cominciato a lavorare, a incontrare persone, e piano piano la fotografia si è trasformata in cinema.”


Descrivi il tuo lavoro come un’indagine sull’impatto storico e culturale dei luoghi sulle persone. Puoi dirci qualcosa di più?
Marc Ressang: “La mia identità creativa è molto legata al modo in cui ho vissuto. Non mi sento più davvero olandese, ma neppure un ‘cittadino del mondo’. Ho trascorso la maggior parte della mia vita adulta all’estero, e questo ha cambiato il mio sguardo.
Quando torno nei Paesi Bassi mi colpisce quanto spesso le persone restino aggrappate a idee preconfezionate su luoghi dove non sono mai state. E questo è un rischio che si corre anche nella produzione documentaristica: spiegare un posto in modo ‘facile’ o ‘già noto’, invece di mostrare davvero ciò che vedi.
È un tema su cui ho lavorato molto nell’ultimo decennio. A seconda del pubblico, che sia in Cina o in Occidente, cambia anche il modo in cui viene costruita e percepita una narrazione. Una cosa che sembra ovvia in Europa può non esserlo affatto in Asia, e viceversa.”
Al centro di tutto, sembra esserci una forte curiosità culturale. Ma cosa ti ha spinto davvero a raccontare, a diventare uno storyteller?
Marc Ressang: “Tutto nasce dalla necessità personale di voler capire. La mia è una curiosità autentica: sulle pratiche culturali, sui rituali, sul perché le persone vivono come vivono. E se qualcosa è già stato raccontato a sufficienza, perdo interesse. Voglio viverlo in prima persona, senza filtri o narrazioni altrui.”
Parliamo di sport: nei tuoi lavori c’è spesso una riflessione sul gesto sportivo, anche come forma rituale. Che ruolo ha lo sport nell’identità culturale?
Marc Ressang: “Lo sport è una delle forme espressive più universali dell’essere umano: ogni cultura lo interpreta a modo proprio. Prendete il calcio: è ovunque, ma ogni Paese lo vive in modo unico. Poi ci sono sport iper-locali… Giochi che esistono solo in determinati luoghi: per motivi climatici, geografici o rituali.
Alcuni sport si praticano solo durante certe cerimonie, ed è affascinante vedere come l’essere umano crei forme di espressione fisica legate al proprio ambiente. Competizione, spettacolo, spiritualità: lo sport risponde a bisogni fondamentali in modi incredibilmente diversi.”
E il tuo rapporto personale con lo sport?
Marc Ressang: “Ne ho praticati tanti, ma non sono mai stato abbastanza bravo da renderli un lavoro. Quindi, stare dall’altra parte dell’obiettivo è diventato il mio modo di restare vicino al regno sportivo. Documentare atleti e comunità appassionate è appagante: non gioco, ma racconto chi lo fa.”


C’è un momento o uno sport che ti ha colpito in modo particolare?
Marc Ressang: “Ce ne sono diversi. Mi attraggono i giochi che sembrano violenti o caotici a uno sguardo esterno, ma che in realtà sono pieni di significato. Il Buzkashi, per esempio, è spettacolare e fortissimo da vedere. Ma ho trovato bellezza in contesti sportivi ancora più di nicchia: come in India nordorientale, dove una volta all’anno c’è un festival in cui si gioca a calcio scalzi, in strada, con una palla di legno duro. Non trovi questo evento sulle guide turistiche. Arriva una palla, e all’improvviso sei dentro qualcosa di unico.”
All’ONA Film Festival presenterai due corti. Ce li racconti?
Marc Ressang: “Il primo si intitola ‘The Flood’. È un documentario a vocazione climatica: ritrae una regione costiera dell’Indonesia che sta letteralmente sprofondando. Ogni volta che sale la marea, il villaggio viene invaso dall’acqua: case, strade, terreni. È una storia di resistenza, ma anche di abbandono. A differenza di Venezia, lì non esistono mezzi per difendersi.
Il secondo è ‘Rebel Riders’. Sempre girato in Indonesia, racconta la scena DIY legata alla personalizzazione della Vespa. È un fenomeno pazzesco: ragazzi che prendono vecchi rottami e li trasformano in mezzi completamente nuovi, a metà tra scultura, motocicletta e veicolo di Mad Max.
In Indonesia le sottoculture sono potentissime: non si limitano a copiare, ma reinventano intere estetiche con codici e significati propri.”
Hai viaggiato tanto: Cina, Indonesia, India, Giappone. Come ha influito tutto questo sul tuo modo di essere, oltre che sul tuo cinema?
Marc Ressang: “È stato un impatto enorme, e direi anche ambivalente. Vivere così tanto tempo all’estero cambia il tuo baricentro. Capisci che forse non potrai mai davvero ‘tornare a casa’. Hai visto troppo, e il confronto diventa costante. In un certo senso, l’ignoranza è una benedizione: perché quando conosci altri mondi, diventa difficile non metterli a paragone, costantemente.”


Pensi che oggi il tuo lavoro abbia una dimensione politica o ideologica, dati i temi che affronti?
Marc Ressang: “Non è questo il punto. Non mi interessa sostenere una tesi, quanto piuttosto affinare la mia voce creativa. Non cerco di rispettare un codice giornalistico di verità oggettiva. Anzi, credo che oggi il documentario classico, in un’epoca di post-verità, faccia fatica a giustificare il proprio ruolo. Le persone non vogliono solo fatti: vogliono punti di vista. E io provo a offrire il mio.”
Quando hai iniziato davvero a fare cinema?
Marc Ressang: “La transizione è avvenuta circa dieci anni fa, dopo quattro anni a Shanghai. La fotografia era una pratica solitaria, e ho iniziato a desiderare il lavoro di squadra. Collaborare, pensare in grande, far crescere un’idea oltre ciò che potevo fare da solo... Ancora oggi lavoro spesso individualmente, ma ho trovato senso anche nello specializzarmi: nel concentrarmi sulla regia o sulla direzione della fotografia e far sì che il progetto prenda ancora più vita propria.”
Le tue basi sono Shanghai e Tokyo… Città dove tradizione e avanguardia si fondono. Come affronti questa commistione dal punto di vista artistico?
Marc Ressang: “Ho sentimenti contrastanti. In luoghi come Shanghai, la nostalgia e la tradizione vengono spesso mercificate. Non è propaganda, ma una rappresentazione di realtà che ormai non esistono più. Come outsider, è complicato: interpreti una cultura, ma contribuisci anche nel come verrà percepita altrove. Oggi mi interessa meno la visione romantica che conferma le aspettative, e più ciò che sorprende, ciò che non ci si aspetterebbe da un certo posto.”

Quando visiti nuovi luoghi — villaggi remoti, contesti poco esplorati — ti prepari con ricerche approfondite, o preferisci l’approccio spontaneo?
Marc Ressang: “Dipende dal Paese. In Cina o Indonesia mi basta sapere dove voglio essere, magari in concomitanza con un festival. Pianifico giusto quel che serve, poi mi lascio guidare dal momento. Le storie migliori arrivano quasi sempre da ciò che non ti aspettavi.”
Come già menzionato, sarai protagonista all’ONA Film Festival: un evento che intreccia considerevoli trame narrative quali sport, cultura, ambiente, identità... Quanto è importante oggi una piattaforma come questa?
Marc Ressang: “È fondamentale. Non solo per mostrare film, ma per generare confronto. Non si tratta di raccontare ciò che il pubblico si aspetta, ma di spingerlo oltre. Mostrare realtà e persone che non hanno spazio nel mainstream. E poi creare ponti: tra chi lavora per grandi brand e chi filma con uno smartphone. È in quello spazio orizzontale che nascono le conversazioni più interessanti. Tutti hanno qualcosa da offrire. Tutti possono imparare qualcosa.”
Per scoprire come partecipare all’ONA Film Festival, visita il sito https://onafilmfestival.com/

Credits
Dream Machine
Un viaggio lirico e digitale nell’immaginario motorsport, grazie alle composizioni visuali di Joao Lutz
Nel santuario di telai e muscoli,
le quattro ruote sussurrano liturgie sacre.
Incenso d’olio e sudore bollente
si levano da altari d’asfalto.
La carne scioglie il suo fragile patto,
diventando eco del moto, sua sublimazione.
Non sono solo corpi,
ma mezzi di trasmutazione.
Ossa fuse nell’architettura della velocità:
dove il battito dell’adrenalina risuona tra fibre e fiamme.
Pilota e volante rivelano un silenzioso sacramento:
un verbo senza parole, trasmesso con traiettorie sfocate.
Il mito in un istante:
fragile come la luce, al confine con ombre eterne.
Mezza memoria, mezza codice.
Mezzo robot, mezzo animale.
Una Macchina da Sogno,
un artificio che respira.
Al fulcro della velocità,
la realtà pare disfarsi.
La pista finisce per liquefarsi:
in fili di tempo, tracce di sorpassi.
Il dominio è l’unica ricerca
lungo un folle rito di comunione.
Un fragile connubio
di vulnerabilità e acciaio.
Una danza sospesa
sull’orlo dell’infinito.
Lo spirito umano, atavico;
la perfezione dei motori, futuristica.
Dimensioni differenti, eppure gemelle,
che danzano nell’ignoto.
In ciò che è stato.
In ciò che sarà.
Tutte le immagini di questa galleria sono state prodotte in AI da Joao Lutz.










Sebago Rowing Cup 2025 - A Timeless Experience for a Timeless Sport
Nel cuore acquatico di una Città Magica come Torino, abbiamo assistito ad uno speciale evento di canottaggio, ispirato dai valori e dalla cultura alla base di questa nobile, eppure sempre contemporanea, disciplina
Il canottaggio è uno sport per sognatori, vuole una delle definizioni più intense di un movimento sportivo che rima, fin dai suoi primordi, con cultura ed estetica. Tanti secoli alle spalle. Tante tradizioni. Ancora più leggende. Eppure, osservare il fluire d’imbarcazioni tra i ponti Umberto I e Vittorio Emanuele I — missili aerodinamici, sospinti da armonici, potenti corpi — lascia con il fiato sospeso, e fa sognare. Anche nel 2025. Soprattutto nel 2025.
Sulle acque del Po, la Sebago Rowing Cup non si è limitata ad essere un onirico spazio espositivo dedicato ad un’arte sportiva che risplende, soprattutto, nella storia olimpica, dei grandi college e delle mitiche regate, ma che tramanda anche ben altre dimensioni. Come quella filosofica: della fatica condivisa nella ricerca di una simbiosi perfetta, e della massima espressione individuale guidata dalla corretta tensione di gruppo. Come quella dell’identità, intesa come senso d’appartenenza ad uno specifico ateneo, o ad una scuola nazionale. E come quella dello stile: pietra miliare di una disciplina capace di delineare un filone estetico, tramandandolo di generazione in generazione, e rendendolo senza tempo.
Non è un caso che Sebago abbia deciso di accompagnare un evento così raro e, allo stesso tempo, così educativo per il panorama sportivo italiano. Ispirato nel nome stesso da un lago del Maine e divenuto parte essenziale, fin dai suoi primi anni di storia, del regno velico, del canottaggio e acquatico in generale, il brand americano per nascita, ma oggi torinese, ci ha dato l’opportunità di penetrare le maglie di un immaginario sportivo che ha sempre saputo come rimanere fedele a sé stesso. E alla propria, immutabile, bellezza.
Ce lo facciamo raccontare da alcuni dei protagonisti degli equipaggi partecipanti alla Sebago Rowing Cup: Bocconi Sport, Cambridge Boat Club, CUS Bari, CUS Roma, Oxford Boat Club, Young Stars Piemonte, Young Stars Torino, Hec Paris. Un mosaico di giovani innamorati della disciplina, e della community che le gravita attorno.






Quali sono le origini del tuo legame con il canottaggio? E cosa rappresenta per te, oggi, questo sport?
Ella Zagoury - Hec Paris: “In realtà sono una vogatrice piuttosto nuova rispetto alla maggior parte delle persone che partecipano a questa competizione: ho iniziato a remare circa un anno fa. Prima praticavo judo e danza, entrambe discipline molto individuali. Mi sono avvicinata al canottaggio un po’ per caso, grazie ad amici che lo praticavano. Quando sono arrivata all’università, cercavo un nuovo sport da provare, qualcosa di diverso. Ho trovato uno sport orientato al lavoro di squadra, ciò di cui avevo bisogno in quel momento. Ho sviluppato un legame molto forte con questo sport, perché è così intenso e impegnativo. Si attivano circa il 70% dei muscoli del corpo, quindi è fisicamente molto duro, ma è proprio questo che lo rende così gratificante. Oggi, da presidentessa del mio team, il canottaggio rappresenta per me sia una sfida personale, che un’esperienza collettiva molto significativa. Ho trovato più di uno sport: una famiglia. È una questione di unità, dentro e fuori dall’acqua.”
Nicolò Carucci - Bocconi Sport: “Ho iniziato a fare canottaggio quando avevo 14 anni. Fin da subito è stato un modo per esprimere me stesso. Negli anni è diventato la mia professione, mi ha portato fino alle Olimpiadi, e oggi rappresenta una grande opportunità anche dal punto di vista accademico. Il mio rapporto con il canottaggio si è evoluto molto nel tempo: da passione giovanile a carriera sportiva, fino a strumento per la formazione personale e professionale. Apprezzo il fatto che apra molte porte e crei grandissime opportunità. A livello internazionale, ho conosciuto tantissime persone interessanti. Una delle cose che più mi piace di questo sport è proprio il senso di appartenenza a una grande famiglia globale: da vogatore, entri in contatto con persone di ogni dove.”
Esther Austin – Oxford Boat Club: “Mi sono avvicinata al canottaggio attraverso il ruolo di timoniera, quando avevo probabilmente 10 o 11 anni. Mia sorella aveva iniziato a remare, e mio padre allenava. Entrambi i miei genitori avevano praticato canottaggio all’università, non a livelli altissimi, ma comunque erano molto coinvolti… Quindi era già una cosa di famiglia. Mio padre aveva bisogno di una timoniera, e mi sono offerta. È cominciato tutto così. Poi, quando sono passata alla scuola secondaria, ho iniziato a remare in prima persona. Quindi il canottaggio fa parte della mia vita da sempre, ha plasmato la persona che sono oggi. Questo sport fa emergere una quantità enorme di qualità preziose: spirito di squadra, amicizia, intensità, disciplina, impegno, gestione del tempo. Tutti concetti che il canottaggio mi ha insegnato, e che fanno parte della mia quotidianità. In molti sensi, il canottaggio è parte della mia identità.”
Alberto Ciavarro - Young Stars Torino: “Ho iniziato a praticare il canottaggio da bambino. All’inizio era un semplice gioco divertente. Con il tempo, però, è diventato un vero e proprio impegno, quasi un lavoro. Allenarsi due volte al giorno per mantenere certi livelli è diventato complicato, ma è rimasta sempre una passione forte. Fino all’anno scorso mi allenavo alle 5:30 del mattino, poi andavo a lavorare alle 7, e alle 17:30 ero pronto per l’allenamento serale. Il segreto del canottaggio è che unisce molto, soprattutto quando si è in gruppo: lavorare insieme ti fa superare tanti ostacoli e ti spinge a dare il meglio. In generale, per me il canottaggio continua ad essere, prima di tutto, una questione di passione.”
Miranda Clements – Cambridge Boat Club: “Il canottaggio ha sempre fatto parte della mia famiglia. Anche prima che nascessi, entrambi i miei genitori remavano. Da piccoli, mio padre ci portava su e giù per il Tamigi con le tradizionali barche da gara, le Thames racing skiffs, quindi sono entrata in contatto con questo sport fin dall’infanzia… In realtà, prima ancora di poterlo ricordare. Detto ciò, i miei genitori non hanno mai fatto pressioni. Il canottaggio è sempre stato presente, ma non è mai stato qualcosa che ci veniva imposto. È stato solo all’università che l’ho davvero scoperto: ho imparato a remare per bene, ed eccomi qui. Oggi, questo sport per me ha un grande valore, soprattutto in termini di comunità. Alcune delle amicizie più profonde che ho costruito sono nate proprio attraverso il canottaggio. E come donna nello sport, avere l’opportunità di allenarmi accanto a altre donne forti e determinate è qualcosa che considero un vero privilegio.”
Marco Madotti - Young Stars Piemonte: “È un'esperienza cominciata un po’ per caso: ho iniziato a remare con i miei amici, per stare insieme. Poi, gareggiare e assaporare la vittoria ha fatto diventare questo sport una parte di me. Ora sono circa 7 anni che lo pratico proprio in queste acque, dov’è fantastico poter partecipare ad un evento di tale portata e rilevanza come la Sebago Rowing Cup.”




Il canottaggio è sinonimo di una cultura sportiva senza tempo, che attecchisce nella storia e nella leggenda. Tu fai parte della nuova generazione di questa disciplina. Come vivi questo connubio di passato, presente e futuro concentrato in ogni gara? Per te il canottaggio è uno sport, una forma culturale o un incrocio tra esse?
Ella Zagoury - Hec Paris: “È una combinazione di entrambe: sport e cultura. Il canottaggio è parte della cultura sportiva, anche se, per esempio, in Francia non è considerato uno sport nazionale e non è così diffuso o visibile come in altri Paesi. L’anno scorso ho studiato all’estero, in Australia, e ho avuto l’opportunità di unirmi al team dell’Università di Melbourne. La mentalità è completamente diversa. Il canottaggio in Australia è davvero uno sport nazionale, soprattutto a Melbourne, dove ci sono numerosi circoli remieri e una comunità molto forte attorno a questo sport. Penso che questo legame venga in parte dall’eredità del Commonwealth: l’Australia ha ereditato una ricca tradizione remiera dalla Gran Bretagna. È parte, per l’appunto, del loro DNA culturale. Quindi sì, il canottaggio unisce decisamente cultura e sport. Si sente l’eredità in ogni regata, ma si percepisce anche l’evoluzione della disciplina: ogni nuova generazione inserisce la propria energia in una tradizione secolare.”
Nicolò Carucci - Bocconi Sport: “Sono molto attratto dagli sport che hanno una forte componente storica: mi piace molto la storia, e il canottaggio ne è intriso. Basta guardare le foto dell’Ottocento, dei primi college che remavano… È affascinante. Per me il canottaggio è uno sport, ma anche qualcosa di più: un modo di vivere, un approccio alla vita. È stato una costante nella mia esistenza, mi ha accompagnato per tanti anni e continua ad avere un ruolo fondamentale. Ha una dimensione culturale, oltre che sportiva, che mi coinvolge profondamente.”
Esther Austin – Oxford Boat Club: “Sicuramente è una combinazione di sport e cultura. Anche dentro casa, ho sempre percepito molto chiaramente il lato culturale del canottaggio. Se parliamo di tradizione, la Henley Royal Regatta è l’esempio perfetto: un evento iconico, che rappresenta l’eredità culturale di questo sport. Quel senso di storia e tradizione è certamente una delle cose che mantiene molte persone legate a questo sport. Detto questo, il canottaggio per me è stato prima di tutto uno sport. E uno sport unico nel suo genere: il livello di sincronia e precisione richiesto è incredibile. Quella sensazione di essere perfettamente in simbiosi sull’acqua… È meravigliosa.”
Alberto Ciavarro - Young Stars Torino: “Per me è un incrocio delle due cose. Noi tutti ammiriamo il passato della disciplina, la sua storia… Cerchiamo di imitare i grandi, prendendo spunto anche dal lato culturale di questo sport, per affrontare le gare nella contemporaneità.”
Miranda Clements – Cambridge Boat Club: “In ogni gara o regata, si percepisce davvero la fusione tra passato, presente e futuro. Ci sono i junior che gareggiano per la prima volta, i master che continuano a competere, e i volontari, spesso appartenenti alle generazioni più anziane… Tutti insieme nello stesso spazio. Si crea un ambiente in cui ci si può osservare, imparare gli uni dagli altri, notare come le persone si comportano, che atteggiamento hanno verso la gara, e in che modo si supportano a vicenda. È una sorta di scambio tra generazioni, molto naturale. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, direi che il canottaggio è sicuramente una combinazione di sport e cultura. Soprattutto in eventi internazionali come questo, si percepisce chiaramente un incontro di culture diverse. Ogni nazione porta con sé qualcosa di unico, ma al centro c’è sempre lo stesso spirito di lealtà, lavoro di squadra e tradizione. È davvero speciale vedere come tutto questo si unifichi in un solo evento.”
Marco Madotti - Young Stars Piemonte: “Sicuramente è un incrocio di entrambi. Oltre ad essere una forma culturale e ad avere una ricca storia, il canottaggio è un impegno agonistico che richiede sacrifici, impegno, precise condizioni atletiche e mentali… Quindi, ripeto, è necessario nutrire una profonda passione per legarsi a questa disciplina.”




Forza fisica, ritmo, resistenza mentale, performance condivisa. Nel canottaggio confluiscono tanti livelli diversi di ragionamento, definendo lo stato dell’arte unico di questa disciplina. Quali sono gli aspetti che alleni di più, e quali quelli che ritieni più importanti per essere un atleta e un equipaggio di successo?
Ella Zagoury - Hec Paris: “Credo che la mentalità sia la chiave. Non puoi permetterti di mollare e, in realtà, questo tipo di attitudine nasce proprio dal fatto di essere parte di un equipaggio. Non sei responsabile solo per te stesso: sei responsabile per tutti gli altri nella barca. Il tuo impegno influisce direttamente su quello degli altri. Quindi, avere una mentalità forte, restare mentalmente resilienti e dare sempre il massimo è essenziale. La comunicazione è tutto. Nessuno parla in barca, fatta eccezione per il timoniere, ma c’è una comunicazione costante: solo che non è verbale. Devi sentire gli altri, percepire il ritmo, sincronizzarti alla perfezione. La comunicazione aperta crea fiducia, e la fiducia rende l’equipaggio più forte. Certo, la performance fisica conta. Alla fine, però, se tutti sono davvero motivati a muoversi insieme, fisicamente ed emotivamente, allora quello è il modo migliore per avere successo.”
Nicolò Carucci - Bocconi Sport: “Come in ogni sport, la componente mentale è quella che fa davvero la differenza. La carriera di un atleta di alto livello è piena di alti e bassi, e bisogna saper affrontare ogni ostacolo, ogni situazione di stress. La gara non è come un allenamento: ci sono pressioni, aspettative, imprevisti. Ovviamente anche la preparazione fisica è fondamentale, ma per me la mentalità è l’aspetto chiave. L’ho vissuto sulla mia pelle, e l’ho visto anche nei miei compagni: chi fa davvero la differenza ha qualcosa in più nella testa. Facciamo 35 ore di allenamento a settimana, ed è dura per tutti: che tu stia andando forte o piano, devi comunque soffrire. E per saper soffrire, serve la testa. È la forza mentale che ti fa tenere duro nei momenti difficili, ed è quella che, alla fine, ti porta al successo.”
Esther Austin – Oxford Boat Club: “Trovo davvero difficile separare questi elementi, perché nel canottaggio si fondono tra loro, e sono egualmente essenziali. Puoi avere una persona con un atletismo straordinario e una buona tecnica, ma se manca la forza mentale, c’è comunque un limite che non riuscirà a superare. Quindi sì, direi che è veramente una combinazione di tre fattori: mente, corpo e tecnica. Non so dire quale sia il più facile da allenare. Forse la forza mentale viene più naturale per alcune persone: parliamo di caratteristica umana… Mentre la tecnica, per esempio, è qualcosa che si può insegnare, allenare e perfezionare con costanza. Alla fine, servono davvero tutti e tre per avere successo.”
Alberto Ciavarro - Young Stars Torino: “Per diventare un’atleta di successo, soprattutto nel canottaggio, non puoi permetterti di essere superficiale. Ogni gara si gioca su pochi secondi, e quando arrivi dietro anche di solo un secondo… Brucia. Impari presto a capire che ogni dettaglio fa la differenza. Tutto è fondamentale: dalla tecnica in barca alla preparazione fisica in palestra, dalla forza all’alimentazione: dobbiamo mantenere una certa forma, un certo peso, e questo richiede attenzione e disciplina. Ogni aspetto gioca un ruolo preciso, e curarlo è essenziale se vuoi davvero fare la differenza.”
Miranda Clements – Cambridge Boat Club: “Nel canottaggio devi allenare sia il fisico che la mente. Dal punto di vista fisico, servono resistenza cardiovascolare e forza, ma l’aspetto psicologico è altrettanto importante, se non di più. Quello che rende unico il canottaggio è proprio il fatto che questi elementi devono integrarsi per costruire un atleta completo. Puoi allenare il corpo quanto vuoi, ma spesso è la mente a fermarti o, al contrario, a spingerti oltre. Sviluppare una vera resilienza mentale: imparare a superare i propri limiti, a restare concentrati, a non mollare, è spesso ciò che distingue un buon atleta da un grande atleta. Tenacia, determinazione e senso di responsabilità sono qualità fondamentali. E ovviamente, la capacità di lavorare in squadra è cruciale. Il canottaggio è uno degli sport di squadra per eccellenza, e saper collaborare, comunicare e fidarsi del proprio equipaggio è tanto importante quanto la performance individuale.”
Marco Madotti - Young Stars Piemonte: “Sicuramente la forza fisica è centrale. Bisogna per forza allenarla, perché se non si ha il motore, la barca non può andare avanti… Però, l'insieme e l'equipaggio sono altrettanto fondamentali: riuscire a instaurare in barca un rapporto di sana collaborazione, simbiosi e uguaglianza fa venire tutto più facile, e fa vincere.”




Questo sport ha, da sempre, anche una chiara componente estetica. Puoi raccontarci che ruolo gioca, nel tuo rapporto con il canottaggio, il sistema di divise, brand ed eleganza che lo contraddistingue da sempre? Parlando sempre di estetica, quali sono i dettagli visuali che t’ispirano maggiormente di questo ambiente?
Ella Zagoury - Hec Paris: “Credo che chi dice che l’aspetto estetico o visivo dello sport non conti stia trascurando qualcosa di fondamentale. Nel canottaggio, l’estetica ha un ruolo molto importante, soprattutto in gara. Abbiamo parlato del fatto che in Francia il canottaggio non sia uno sport nazionale. Io credo che valorizzarne l’immagine sia uno dei modi chiave per far crescere il suo appeal. Le divise sono una parte importante di tutto questo. Indossare la stessa uniforme ci unisce, crea un senso di appartenenza, di identità. Rafforza l’idea che siamo un equipaggio, un team, che si muove come un unico corpo. Oltre a questo, ci collega anche alle radici più profonde del canottaggio: le regate classiche, la Henley Royal Regatta, Oxford e Cambridge… Quel vecchio stile navy, così distintivo. Noi non abbiamo le giacche formali come Cambridge, ma abbiamo le nostre divise da gara, le tute da allenamento. Potrebbe sembrare un dettaglio da poco, ma quando sei in acqua e vedi un equipaggio che rema in perfetta sincronia, tutti con divise coordinate, eleganti: è potente. Attira l’attenzione. Trasmette un senso di forza e raffinatezza. Quella coerenza visiva aggiunge magia allo sport. C’è qualcosa di senza tempo e armonioso nei movimenti canottaggio… E quando comprendi lo sforzo fisico che c’è dietro, tutto diventa ancora più impressionante. Poi, ti può semplicemente capitare di camminare lungo un fiume e vedere un equipaggio che scivola sull’acqua, perfettamente sincronizzato, linee pulite… E pensi solo: wow. L’eredità e l’identità visiva sono parte di ciò che rende il canottaggio così speciale.”
Nicolò Carucci - Bocconi Sport: “Il canottaggio, fin dai primi college britannici, ha sempre avuto uno stile fortissimo. È stato pioniere non solo nello sport, ma anche a livello estetico, influenzando persino alcuni trend e brand importanti. Soprattutto, una barca per essere veloce deve anche essere bella da vedere: quando un equipaggio è perfettamente sincronizzato, si vede. E quella bellezza esterna si riflette in efficienza interna. Una barca bella è una barca veloce: è un concetto che torna spesso, perché la simmetria, l’armonia e l’eleganza sono legate anche alla performance. Mi piacciono molto anche alcuni dettagli vintage, meno moderni: lo stile classico del canottaggio ha un fascino intramontabile. Personalmente apprezzo quando si mantengono certi tratti di eleganza tradizionale, perché questo è uno sport faticoso, sì, ma anche profondamente elegante. E credo sia giusto che continui a trasmettere questa identità."
Esther Austin – Oxford Boat Club: “Quello che amo davvero dell’estetica del canottaggio, e torno sempre su questo punto, sono i blazer. Venire qui e vedere tutti nei propri blazer è stata un’esperienza memorabile. Ognuno è così unico: i colori, i dettagli… Comunicano subito a quale club o università appartieni. E sono anche un ottimo modo per iniziare una conversazione. Riconosci un blazer e hai un motivo per avvicinarti e parlare. Questo crea un forte senso di connessione all’interno della comunità mondiale. C’è un linguaggio condiviso nel modo in cui ci vestiamo… Unisce le persone. Ricordo ancora la prima volta che ho indossato la divisa da gara di Oxford, o anche quella della Nuova Zelanda. Indossare il proprio completino da gara per la prima volta è un momento carico di significato. Senti tutta la storia che c’è dietro, e ti ricordi quanto lavoro ci è voluto per meritarti il diritto di vestirlo. È un momento speciale.”
Alberto Ciavarro - Young Stars Torino: “In Italia non c’è una vera e propria tradizione estetica legata alle divise, come invece accade in altri Paesi. Qui si usano outfit diversi per festeggiare una specifica gara, oppure si indossano tute da ginnastica o abbigliamento più semplice, più ‘normale’. Chiaro, in società abbiamo le nostre divise con i colori del club, e quando siamo in nazionale, invece, indossiamo l’Azzurro, che ci rappresenta. Siamo ben consapevoli, però, dell’heritage estetico di questo sport. A me e ad alcuni compagni, per esempio, piace anche aggiungere dei dettagli personali: come ad esempio i cappellini di altre nazionalità, che ogni tanto portiamo con noi.”
Miranda Clements – Cambridge Boat Club: “Una cosa piuttosto unica del canottaggio, rispetto a molti altri sport, riguarda l’equipaggiamento da gara e da allenamento: è uguale per uomini e donne. A differenza della ginnastica o dell’atletica, ad esempio, indossiamo le stesse divise, e sull’acqua appariamo uguali. Questo crea un vero senso di uguaglianza. Siamo tutti sullo stesso piano, far parte di questo sistema è qualcosa di davvero speciale. Anche in eventi misti come questo, si sente che tutti stanno lavorando insieme, tra pari. Persino a livello olimpico, il canottaggio offre lo stesso numero di eventi per uomini e donne, e questo è un messaggio forte. Nel Regno Unito, soprattutto nell’ambito universitario, il canottaggio femminile sta crescendo visibilmente: si sta avvicinando molto a un equilibrio 50/50, è un grande passo avanti. Credo che anche il fatto di avere divise uguali contribuisca a questo senso di parità in modo significativo. Al di là delle divise da gara, ci sono anche eventi iconici come la Henley Royal Regatta, dove l’aspetto estetico cambia tutto. I blazer, ad esempio, sono una parte fondamentale della cultura: rappresentano tradizione, orgoglio e appartenenza. Indossarne uno è un modo per dire da dove vieni e a cosa appartieni, e questo aggiunge una dimensione collettiva e culturale molto ricca a questo sport.”
Marco Madotti - Young Stars Piemonte: “Mi piace molto l’estetica del canottaggio. Sono affascinato da come si vestono gli atleti, soprattutto in alcune zone del mondo, in alcune università… Allo stesso tempo, però, sono affascinato dall’armonia che si crea quando la barca entra in acqua e scorre sopra di essa… Questo senso di, per l’appunto, armonia generale è ciò che m’ispira di più di questo sport.”




Benvenuti al Palio
Un tuffo nel fenomeno sociale del Palio di Siena, dove tradizione, sport e cultura continuano ad intessere un evento plurisecolare
Da secoli, ogni contrada senese rivive gli stessi gesti e rituali. Si vede addobbata a festa da stormi di bambini che compongono deja-vu medievali. Sono tutti bardati di precisi colori: scelti non per vezzo, ma per discendenza e appartenenza culturale, per famiglia e affetti. Mai cesseranno d’indossarli.
La città pulsa. Parla. O si limita a incantare, affacciata sui balconi di Piazza del Campo, dove ancora riecheggiano i dialoghi aristocratici di quella che fu la nobiltà locale. Un tempo come oggi… Il senso della tradizione, immerso in un piatto di pici e un calice di Chianti.
Poi, l’atmosfera ribolle. Giunge l’attesa busta, l’ordine di cavalli e fantini. E la pista si trasforma in un groviglio di alleanze, traiettorie, zuffe, posizionamenti snervanti. Infine, l’attesa: in primo luogo della sconfitta altrui, secondariamente della propria vittoria. Uno slancio cinetico. Un piano sequenza fatto di polemiche e adrenalina. Estasi e folklore. Preziosa identità ed eccessivo integralismo.
Terzo e ultimo giro: la piazza ribolle in slow-motion, i tamburi battono, le voci si mescolano in un vortice di incitamenti e timori. Leocorno prova l’assalto decisivo, incollato alle spalle del Montone. L’ingresso alla curva del Casato è da cardiopalma. Rettilineo finale. Esplode il popolo giallorosso.
Il 16 agosto 2025 è la contrada di Valdimontone a festeggiare. E ad entrare, orgogliosamente, nella storia senese.
















In On the Secret
Secret Futebol Club: viaggio nella community calcistica più underground e creativa di New York, attraverso le visioni del co-fondatore Ricardo Carlota e del fotografo Mateo Ruiz González
Tra le palpitanti avenue di New York esiste una scena calcistica che non troverai su Google Maps. Nessuna classifica, niente volantini su Instagram, zero provini. Solo un gruppo di persone che ha iniziato a ritrovarsi per giocare, condividere idee, creare naturali connessioni—fino a costruire qualcosa che è diventato molto più di una partita pick-up.
Secret Futebol Club nasce nel 2011, quando Ricardo Carlota e il suo amico Austin Costeira si rendono conto che non vogliono l’ennesimo campionato ‘pay-to-play’. Decidono di creare qualcosa di diverso: un progetto culturale indipendente, aperto, in cui calcio, arte e comunità si fondono in modo spontaneo.Una sorta di ‘studio creativo' applicato alla potenza evocativa e sociale calcistica, dove il campo si alterna a mostre fotografiche, produzioni artistiche, capsule collection e progetti speciali con brand di fama globale.
Secret non è un club nel senso tradizionale del termine — è, per l'appunto, uno studio creativo guidato dalle prospettive e dalle passioni di una comunità a vocazione internazionale, unica nel suo modo di vivere il calcio. A tenere insieme tutto questo, una sorta di mitologia orale. Vieni a sapere dell’approccio Secret da un amico, o per caso. Ti presenti. Dopo un’ora hai già una caviglia slogata, una nuova playlist di cumbia e un inatteso ecosistema creativo. Entri così a far parte di un collettivo dove i giocatori sono musicisti, artisti, scrittori, migranti, gente del posto.Persone cresciute col pallone — o che ci sono arrivate per vie traverse, più tardi.
Il gruppo va e viene, cambiando forma continuamente. Alcuni si presentano solo per la partita delle 7:30 del mattino prima del lavoro; altri portano la loro energia creativa nello studio. Ognuno contribuisce come vuole e prende ciò di cui ha bisogno.
Ciò che ne nasce è un arazzo vivo, organico e bello: lo specchio di New York, la prova del potere del calcio popolare, capace di abbattere le strutture che separano dagli altri, dalla libera creatività, dal gioco stesso...






Come racconta Ricardo: "Secret non esiste senza le persone che lo rendono vivo. Non è un campionato. Non siamo qui per essere l’ennesimo 'come play with us'. Molte app per il calcetto nascono dicendo 'si gioca gratis', poi si rendono conto che serve un modello di business. E alla fine, ti ritrovi a pagare per giocare. Noi abbiamo fatto una scelta completamente diversa. Siamo cresciuti in modo organico: amici che portano altri amici. Nessuna promozione formale. Da lì viene il nome. È una specie di teaser perpetuo. Ne senti parlare, ci inciampi quasi per caso, e all’improvviso ti ritrovi parte di qualcosa di più grande.
Il nostro passaparola si basa sulla semplice fiducia: l’energia giusta attira le persone giuste. E alla fine arrivano tutti. C’è chi non ha mai toccato un pallone in vita sua, e si ritrova a provare tunnel. Non conta il talento, conta l’energia. Conta esserci, uno per l’altro.
Molti di noi giungono da sottoculture diverse: graffiti, musica, design, letteratura. E Secret è diventato il punto d’incontro di tutto questo. Il calcio è solo una scusa. Quello che succede davvero è la comunità. È il momento in cui qualcuno arriva e dice: ‘Finalmente ho trovato la mia New York.’ È questo il senso."
Ricardo sottolinea anche come il progetto sia nato come implicito omaggio alle proprie radici personali, per poi trasformarsi in un hub creativo consapevole e multiforme: "Oggi siamo uno studio creativo con un modello unico. Abbiamo tre pilastri: le partite di Secret, la produzione creativa e le collaborazioni artistiche. Non vogliamo diventare un brand o un motore di e-commerce. Vogliamo essere una comunità globale con base a New York, che esplora tutto ciò che il calcio può diventare.
Il nostro studio è un acceleratore di idee, arte ed esperienze legate al gioco. Attraverso questo modello abbiamo realizzato progetti per adidas, lanci di maglie per il Wrexham, contenuti per FIFA, merchandising con la MLS, mostre indipendenti, zine autoprodotte, migliaia di maglie personalizzate — e molto altro.
Abbiamo la possibilità di seguire ogni progetto dall’interno, perché la nostra community è fatta di creativi già affermati. Il risultato è un lavoro che riflette il nostro punto di vista, resta fedele a chi siamo, e arricchisce un portfolio condiviso, che porta valore a tutte le persone coinvolte."
Secret è fatto di storie personali, di mondi che si incrociano, come esemplifica il percorso di Ricardo, americano di origini (calcistiche e non solo) portoghesi: “Da ragazzo cercavo di integrarmi: giocavo a lacrosse, a football americano… Ma i miei primi ricordi sono le partite del Farense, in Portogallo, con mio padre e i miei cugini. Poi, all’università ho iniziato a giocare di nuovo, per strada. Quando sono arrivato a New York, ero più dentro graffiti e musica che calcio. Ma tutto si è intrecciato naturalmente.”
Per Mateo Ruiz González, ex calciatore colombiano diventato fotografo, Secret è stata invece una rinascita."Ero nella piena carriera calcistica, poi mi sono rotto il ginocchio nel 2016. Pensavo fosse finita. Volevo allontanarmi da tutto. Quasi per caso, sono finito su un campo a due isolati da casa mia.
Un gruppo di venti persone stava giocando, ridendo, abbracciandosi. Niente ego, niente giudizi. Solo gioco puro. All’inizio ero spiazzato. Poi sono entrato, ed è stata la prima volta, dopo molti anni, che ho sentito di appartenere a qualcosa. Settimane dopo sono tornato da solo: si ricordavano di me.Mi hanno chiesto il numero e mi hanno invitato di nuovo. Era come se non avessi mai smesso."
L’amore per il gioco, in Secret Futebol, prende tante forme. Basta guardare le piattaforme 'Segrete' per capirlo. Al centro, però, ci sono alcune sensazioni ricorrenti: un approccio fluido, progressivo e personale al Beautiful Game. Un modo di vivere e raccontare il calcio fatto di immagini, emozioni e storie condivise, che riproponiamo seguendo alcune metafore e tematiche narrative in grado di spiegarci, al meglio, il DNA di questo progetto.


Il tuo primo momento con Secret
Ricardo: “Era l’estate del 2014, durante i Mondiali. Ho iniziato a organizzare partite di calcetto a New York con alcuni amici. All’inizio era tutto molto informale: solo un gruppo di amici che si trovava per giocare. Poi è diventato un appuntamento fisso. Le prime partite di Secret si giocavano sui campi da handball. Ricordo una partita al tramonto su The People’s Beach, dove abbiamo conosciuto nuove persone che ancora oggi giocano con Secret. La casualità di quel momento è stata una delle tante occasioni speciali in cui ho capito che non stavamo solo giocando: stavamo costruendo qualcosa.”
Mateo: "Come ho già raccontato, non toccavo un pallone da sei anni, dopo un infortunio. Poi, una sera, un gruppo di venti persone è arrivato in bici. Avevano una bella energia. Uno di loro ci ha invitato, a me e al mio amico, a unirci. Due settimane dopo, sono tornato da solo, palleggiando. Jackson, uno dei ragazzi, mi ha riconosciuto, mi ha chiesto il numero. Tra noi si scherza: ognuno ha un 'Secret Futebol dad or mom', la persona che ti ha portato realmente dentro la community. Da quel momento, non me ne sono più andato. "
Il tuo campo preferito di Secret Futebol
R: "Sicuramente il nostro campo a Bed-Stuy, Brooklyn. Ha un’energia tutta sua. Giocare sotto il Manhattan Bridge a mezzanotte… Anche quello per me è iconico. Ma i momenti più spirituali arrivano dal giocare fuori New York — che sia a San Paolo, nell’Algarve, in Carolina del Nord o più recentemente in Galles — c’è questa forza di gravità che ha la palla nel connettere le persone… È un qualcosa di magico."
M: "Il mio campo è quello dove mi hanno trovato — Reinaldo Salgado, tre isolati da casa mia. Lo chiamiamo “Rey”, come un re. Ci ho vissuto accanto per cinque anni senza mai notarli. Non è perfetto: a volte ci trovi rami (su cui mi sono anche girato una caviglia). Ma è lì che accadono le partite migliori. In estate, grigliamo e restiamo anche dopo il gioco. È casa nostra."
La tua immagine o ricordo di Secret Futebol
R: “C'è una foto che ho scattato durante una sosta lungo la costa dell'Algarve: è un gruppo di bambini che giocano a pallone, completamente assorbiti dal momento. Avevano appena tirato la palla oltre la recinzione proprio mentre arrivavo. L’ho rincorsa e gliel’ho rilanciata, in quel momento tutti hanno esultato. In un certo senso, questo racchiude la nostra essenza — quello spirito, quella spontaneità, quel senso di libertà… Questo è Secret.”
M: "Scatto quasi sempre con una 4x5, quindi non la porto ovunque. Ho iniziato a documentare gli infortuni — ginocchia sbucciate, calzini strappati, muscoli tesi — perché il mio trauma, in fondo, risiede in questi dettagli. Secret mi ha aiutato a guarire. Non fotografo per forza l'azione, la partita, una curiosa forma di terapia è quella d'immortalare un amico col gesso, o qualcuno zoppicante. La foto, per me, viene dopo — quello che resta è la sensazione."
La tua interpretazione del Beautiful Game attraverso la lente Secret Futebol
R: "Secret ha cambiato tutto per me. Mi ha ricordato che il calcio non riguarda l’ego o la vittoria: riguarda la connessione. È l'essere presente l’uno per l’altro, giocare con sconosciuti che diventano famiglia. Ho smesso di preoccuparmi del punteggio molto tempo fa. Ora conta solo l’esperienza."
M: "Per me, il calcio era una cosa seria. Ci ho provato a livello semi-professionistico. Ma con Secret tutto si è capovolto. Nessuno giudica se sei il più forte. Se sbagli un rigore, ti dicono che era colpa del vento. È puro sostegno. La community ti solleva, ti fa sentire il migliore, anche solo per esserci. Questo nel calcio “normale” non esiste."


Il significato di 'Club' in Secret Futebol Club
R: "Club non vuol dire esclusività — vuol dire appartenenza. È una famiglia scelta. È un modo per portare lo spirito del calcio ovunque: da New York a São Paulo, fino a Lisbona. Non abbiamo divise né trofei. Abbiamo l’impegno reciproco."
M: "Per me, 'club' è un omaggio alla tradizione del calcio. Non siamo una squadra nel senso classico, ma ci sentiamo tali. Secret è più una famiglia. La parola 'club' è solo nel nome — quello che conta sono le persone e l’amore che portano. È la versione più autentica di un club che io abbia mai conosciuto."
Il tuo progetto speciale con Secret
R: "Le ultime zine che abbiamo creato hanno qualcosa di speciale. Sono un modo per rendere eterni i nostri racconti, in una forma concreta, ma anche delicatamente effimera. È il mio modo preferito per condividere i ricordi che stiamo costruendo dal vivo. Ma la cosa che mi emoziona di più è vedere come le persone stiano portando Secret nelle loro città — a Buenos Aires, Berlino, Tokyo. Questo mi fa sentire che il progetto sta toccando corde profonde, e andando ben oltre quello che avevo immaginato all’inizio. È davvero bello vedere Secret prendere vita attraverso gli occhi e le storie degli altri."
M: "La mostra dello scorso ottobre, What We Do Is Secret, ha cambiato tutto. Un mix di fotografia di strada, identità e momenti nascosti. Le immagini non erano di gol: erano sudore, sangue, emozione. La sera dell’apertura c’erano 150 persone in fila. Non perché fossi famoso, ma perché Secret stava dicendo qualcosa. Questo è il suo potere."
Un giocatore che incarna lo spirito di Secret
R: "Luis Figo: umile, tecnico, leale. E anche Rui Costa: saggio, eterno, calmo. Rappresentano l’eleganza senza tempo del calcio."
M: "Il primo nome che mi viene è Romário. Basso, creativo, sorprendente. Non ti aspetti che domini — e invece lo fa. Anche Faustino Asprilla — potente, imprevedibile, con quel tocco di follia. E tutti e due sapevano anche far festa — proprio come noi."
Il tuo gol più memorabile in Secret
R: "Adoro i gol di squadra, soprattutto quando l’assist porta l’azione a un altro livello di emozione. Concludere dopo un passaggio filtrante o un cross esterno che si apre nello spazio — sono questi i momenti che mi restano impressi. Hanno qualcosa di completo, di perfetto."
M: "Ne ho fatti di belli, ma non ho mai segnato un vero colpo di testa in tuffo — una “palomita”, come diciamo in Colombia. È ancora il mio sogno. Il calcio, come Secret, è anche questo: la gioia di ciò che deve ancora accadere."


Un Surf Ibrido e Creativo, Nicolas Marusa
Dall’educazione dell’Eisbach a moti creativi che evolvono i paradigmi stilistici e creativi della surf culture, una ride nel poliedrico approccio alle onde di un 3 volte campione tedesco di rapid surfing, soprattutto, di un innamorato della tavola a tutto tondo
Dicono che il surf, una volta compreso ed affinato, diventi parte di te. Nel caso di Nicolas Marusa, questo assunto trova piena corrispondenza. Pensi alla tavola, e pensi alle vaste distese cristalline oceaniche, a dolci increspature che si sollevano, eclissando l’orizzonte, ad esperienze lontane da tutto e tutti. Il percorso di questo 3 volte campione tedesco di rapid surfing, però, palesa un altro tipo di percorso ondoso: quello che ha plasmato nel cuore di Monaco, nelle correnti statiche dell’Eisbachwelle, dai più considerata la più costante, grande e migliore onda fluviale al centro di una grande città. Un magico angolo ondoso che, nell'ultimo periodo, è stato scandito purtroppo da una serie di gravi problematiche, come la tragica morte di una surfista e l'apparente scomparsa della sua stessa, iconica, onda, seguita alla pulizia annuale del fiume.
Ma la nostra ricerca editoriale non vuole concentrarsi sullo stato dell'arte di questo luogo, quanto sull'impatto che esse, così come il surf stesso, hanno avuto su un giovane interprete delle onde, e di ciò che nelle contemporaneità le circonda. Nato e cresciuto come surfista urbano, Marusa pare aver incamerato il senso artistico di questa disciplina da un lato, il pulso fashion e creativo del centro della Baviera dall’altro. Un mix che oggi lo pone in una dimensione ibrida, e significativa. Perché nella maturazione del suo rapporto con il surf, che ormai lo vede uscire stabilmente dalle acque dell’Eisbach per inseguire quelle oceaniche, questo atleta ha anche trovato modo per ampliare la propria sostanza eclettica, calandosi nello storytelling visuale e nel design. Scopriamo il suo spot contemporaneo in questa chiacchierata.





Come ti sei avvicinato alla surf culture?
“Sono cresciuto a Monaco, che non è esattamente famosa come città per il surf, almeno, non nel senso tradizionale. Già da piccolo, però, ero affascinato dal vedere i surfisti girare in bicicletta per la città. Alla fine, mi sono imbattuto nell’Eisbachwelle e ne sono rimasto catturato. Continuavo a dire a mia madre: 'Devo provarci'. All’inizio ero un po’ troppo giovane, ma verso i dieci anni ho scoperto la seconda onda dell’Eisbach: un’onda più piccola, per principianti. Ho preso un vecchio bodyboard e sono semplicemente saltato in acqua. Da quel momento, è stato un colpo di fulmine. Dopo anni trascorsi a guardare e immaginare, sentire finalmente l’onda sotto di me è stato un momento coinvolgente. È lì che ho iniziato, allenandomi sulla seconda onda fino a transitare sulla prima.”
Siamo sempre curiosi dei piccoli dettagli che restano impressi nella mente di un atleta: quelle minuziosità che fanno realmente innamorare di uno sport. Per te quali sono state?
“Per me tutto si è concretizzato quando ho surfato la prima onda dell’Eisbach, famosa in tutto il mondo. Ho notato subito la comunità, ciò che rende quel luogo così unico e vivo. Anche a 11 anni riuscivo a percepire una sorta di gerarchia, fatta di surfisti più anziani che cavalcavano lì da tempo. A volte davano consigli ai più giovani. Vivere tutto questo ed entrare a far parte di quella cultura mi ha davvero rapito. Non era solo surf: era un luogo di incontro per persone di ogni tipo, unite dall’amore per il river surfing. Uno dei miei obiettivi è sempre stato conoscere a fondo i surfisti più anziani, ascoltare le loro storie e capire come avessero fatto a rendere quel posto così speciale.”
Com’è stato crescere come surfista a Monaco?
“È stato perfetto. Surfare un’onda statica ti conferisce molta più praticità di quanto potresti ottenere in mare aperto: stare in piedi, bilanciarsi, imparare più sfumature possibile... L’Eisbach è diventata la mia fuga quotidiana dalla realtà. Finita la scuola, dimenticavo il telefono e andavo a surfare. Nonostante le persone che guardavano, si trattava di pura concentrazione: sapevi che una sola onda poteva cambiarti la giornata. È per questo che quel luogo rimane nel cuore di tanti: è nel mezzo della città, ma offre una fuga totale dalla quotidianità.”




Hai mai immaginato che questo atipico canale d’accesso al surf ti avrebbe poi portato a viaggiare per il mondo e surfare professionalmente?
“È successo lungo il percorso. Man mano che miglioravo, sono diventato più competitivo. Sono comparsi i primi contest nel river surfing e, in cinque o sei anni, ho iniziato a gareggiare con amici con cui ero cresciuto. Il lato competitivo è diventato parte del gioco, ma lo sport in sé è sempre stato l’elemento principale. Non avevo immaginato tutte le opportunità che sarebbero arrivate, ma pensare a come tutto, poi, si è sviluppato è semplicemente incredibile.”
Lungo il percorso, hai costruito anche un’identità estetica e creativa. Come hai iniziato a esplorare mondi al di fuori del surf, come il fashion?
“Sono cresciuto con due mamme molto appassionate del settore della moda, quindi sono stato esposto al fashion fin da piccolo. La filosofia in casa era semplice: indossa ciò che ti fa sentire bene. A 13-14 anni sperimentavo già con vestiti molto anticonvenzionali, come un enorme cappotto di Yohji Yamamoto che mi arrivava ai piedi. Lo portavo a scuola semplicemente perché mi sembrava naturale, anche se attirava sguardi strani. La mia passione per la moda è nata così: imparando a esprimermi attraverso i vestiti. A 14 anni sono stato notato da un’agenzia di modelli, che mi ha introdotto più formalmente in questo mondo. Da lì ho fatto qualche lavoro, creato contatti e tutto si è alimentato in modo naturale. Negli ultimi anni è stato incredibile unire le due passioni, surf e moda, e vederle intersecare nella cultura dell’urban surfing a Monaco.”
Tradizionalmente, lo stile surf è legato a brand di culto. Tu manifesti una prospettiva più fashion-forward. Come vivi la dualità tra stile ‘tradizionale’ e nuova espressione estetica?
“Sono sempre stato attratto dai surfisti che non seguono la strada convenzionale, che ad un certo punto decidono semplicemente di muoversi liberamente. Persone come Craig Anderson e altri surfisti australiani: affrontano le riprese quasi come arte, e guardando i loro video si può anche comprendere il loro modo di vestire. Mi ispirano molto. I grandi brand sono importanti per avere supporto, ma l’aspetto dell’abbigliamento nel surf va oltre il lato commerciale. Lo spirito originario del surf, dove tutto era legato alla qualità dei prodotti e all’individualità della scelta, si è un po’ perso. Va detto anche che oggi c’è una maggiore attenzione alla sostenibilità, e questa è una grande cosa. Secondo me, il giusto approccio sta nel puntare su prodotti di alta qualità che durino una vita, anche se costano di più. Surfare è sempre stato trovare la propria strada, prendere le onde a modo tuo: vale anche per la moda, per ciò che indossi. Personalmente, spero di penetrare maggiormente il mondo del design. Recentemente ho firmato con New Amsterdam, un piccolo brand urban. Ho fatto alcuni progetti prima, ma ora c’è l’opportunità reale di creare qualcosa di significativo sotto questo punto di vista. Sono entusiasta di contribuire creativamente, non solo di surfare.”




Fotografia e filmmaking come hanno influenzato la tua crescita come surfista e creativo?
“La fotografia è un modo potente di raccontare storie. Non servono grandi studi o set: si tratta di catturare momenti autentici. Una foto può far sentire le persone parte dell’esperienza, permettendo loro di comprendere lo sforzo necessario per arrivare ad essa. Il filmmaking è simile. Surfare non è solo prendere onde: è il viaggio verso lo spot, la lotta con le correnti e te stesso, l’ambiente, il flow. Sto lavorando da tempo a un mio film di surf. È un processo lento, fatto di viaggi e budget da contenere, ma voglio raccontare una storia dalla vocazione estetica e artistica. Non si tratta di mostrare vestiti o attrezzature, ma della vita, del ritmo stesso del surf."
Dato questo approccio artistico, ora come valuti il lato competitivo del surf? Come si concilia questa prospettiva con un già 3 volte campione tedesco di Rapid Surfing?
“È complicato. Sono cresciuto sulle onde artificiali e ho sempre amato il surf in mare aperto, ma per arrivare al massimo livello serve passare tantissimo tempo in oceano fin da giovani. Per me ha più senso restare in focus sul filmmaking e godermi lo sport, piuttosto che inseguire solo risultati competitivi. Detto questo, se si presentano opportunità, le considero senza alcun problema. Ora, però, il focus risiede nel condividere la mia visione e i miei sentimenti applicati al surf. Mi piace il lato competitivo, mettersi alla prova sotto pressione, ma le mie priorità sono altrove: filmmaking, creatività e godermi il percorso.”
E cosa pensi della presenza del surf in grandi palcoscenici sportivi, come le Olimpiadi?
“Rende lo sport più accessibile globalmente, certo, ma a mio avviso le Olimpiadi non sono il posto giusto per il surf. Surfare sta nella sensazione unica della tua prima volta su un’onda: una dipendenza senza paragoni. I grandi eventi rischiano di far perdere quell’essenza. Competere in quelle condizioni è diverso rispetto a surfare per sé stessi.”




Quali differenze ci sono tra surfare a Monaco e in altri luoghi?
“È completamente differente. A Monaco conosco ogni centimetro dell’onda. È familiare. L’oceano è una sfida, perché nulla è familiare: devi adattarti, superarti. Questo è ciò che mi entusiasma di più. L’onda dell’Eisbach ha limiti già in parte esplorati, mentre l’oceano è imprevedibile. Vorrei esplorare onde più grandi in futuro: magari in Portogallo, con amici, e mettermi alla prova in acque imponenti. Certo, la mia famiglia si preoccuperà, ma fa parte del grande brivido del surf. Si tratta di uscire, sentire la potenza delle onde e testarsi per davvero.”
Il lato musicale della cultura surf è ancora rilevante, o ha perso importanza rispetto a 20-30 anni fa?
“Direi che è meno presente di un tempo. Una volta la musica era parte integrante del surf, specie dei film: creava atmosfera, raccontava storie, emozionava le persone. Oggi, con le clip su Instagram e i contenuti veloci, gran parte di quella narrazione emotiva si perde. Detto questo, la musica resta fondamentale. Setta il tono e coinvolge lo spettatore. Il metal può eccitarti per un’onda aggressiva, mentre pezzi più lenti e introspettivi possono far emergere emozioni profonde. Personalmente adoro il jazz, che non è comune nel surf, ma crescere in un contesto urbano forma gusti diversi rispetto a crescere su una spiaggia francese, per esempio.”
Sempre più persone stanno contaminando la cultura surf con gusti e approcci creativi diversi, come d’altronde fai tu. Qual è il tuo punto di vista sullo stato dell’arte della cultura surf contemporanea?
“Sta evolvendo rapidamente, a volte in modi un po’ spaventosi. I social media giocano un ruolo enorme: hanno reso il surf più visibile e accessibile, ma parte della profondità, come i racconti dei viaggi e delle avventure, va a perdersi, come dicevo in precedenza. Il nucleo del surf—il perché le persone surfano e il loro legame con la natura—non andrà mai perso. Però, parte della mentalità originaria del surf sta inevitabilmente mutando. È un po’ triste, ma forse è il corso naturale delle cose.”
Parlando del futuro, quali obiettivi stai perseguendo ora?
“Prima di tutto voglio completare il mio film. Oltre a questo, voglio approfondire il contatto con il design: portare idee creative nel campo della moda. Voglio anche restituire qualcosa alla mia comunità. Finalmente sono in una posizione in cui posso contribuire. Ho molti eventi in programma, e l’anno prossimo spero di espanderli in qualcosa di più grande, dove mostrare la cultura dell’urban surf e ispirare le persone.”




Caos strutturato - Michael Pagani e l’MMA
Le arti marziali miste non sono un semplice sport, sono una palestra di vita. Non parliamo di uno stereotipo, ma di una verità assoluta, confermata anche da una giovane promessa della nuova wave MMA italiana, Michael Pagani
L’odore di una palestra. Il profumo di casa. Le arti marziali miste assottigliano le differenze tra sport e vita. Le distorcono. Le annullano, divenendo un’esperienza totalizzante. L’MMA altro non è che un vortice di pulsioni arcaiche e dedizione monastica, di ossessione virtuosa ed evoluzione umana. Questo cabaret di discipline tanto antiche, quanto in eterno progresso, è scandito da lunghe attese: lunghe, pesantissime, preparazioni, seguite poi dalla vertigine di un istante, dal clangore di una porta che si chiude e dal fiero contatto visivo con l’avversario.
Ferocia, paura, analisi, contatto… La respirazione che si fa sempre più affannosa, sempre più tranquilla. Essere un fighter rappresenta un atto di coraggio, uno strappo alle regole comuni che può nascere in ogni dove, anche nella provincia bresciana: dove il nord Italia mostra tutta la sua linearità, a tratti asettica, dove Michael Pagani sta cercando di evadere da essa, determinando il suo futuro, e aiutando quello dell’intero movimento MMA Azzurro.
Non è una stella, come spesso accade in questo cosmo sportivo, specie in un Paese come l’Italia. È un giovane uomo che nella violenza codificata ha trovato un atto di purificazione e progresso individuale, una retta via, decidendo di dedicare l’intera sua vita alla ricerca del miglioramento. E alla ricerca di sé stesso, attraverso interminabili ore di sacrifici.
Lo abbiamo incontrato per una speciale produzione Athleta, raccogliendo la sua testimonianza e ritraendo i suoi rituali quotidiani.









“Ho iniziato con l’MMA quasi per sfida. Non capivo davvero perché mi attirasse così tanto—ma era così. Quando mi ci sono buttato dentro appieno, ho capito che mi stava cambiando. Prima ero un ragazzo impulsivo, uno che faceva quello che gli passava per la testa, senza filtri. L’MMA mi ha costretto a rallentare, ad assumermi delle responsabilità, a pensare. Non è solo uno sport—è un processo che ti trasforma. Ora, dopo anni di allenamenti e match, posso dire con sincerità che mi sento cambiato come essere umano.
Quando il match viene confermato, inizi a studiare il tuo avversario. Ore e ore a guardare video, a capire in cosa è forte, dove può sbagliare, dove puoi colpirlo. Nel fight camp ti alleni preparando scenari specifici: se ti atterrano, come ti rialzi? Se ti mettono un determinato tipo di pressione, come ti gestisci? Anche fuori dal camp, lo studio non si ferma mai. Ti alleni sempre, analizzi sempre. L'MMA non è solo tirare pugni—è strategia, è precisione. È anticipare: vedere le cose prima che succedano.
Il momento che precede la chiusura della porta dell’ottagono è strano. C’è ansia, paura, adrenalina. Sai che stai per rinchiuderti in un luogo senza vie d'uscita, con una persona che vuole esattamente la stessa cosa che vuoi tu. Appena si chiude quella porta, però, tutto il resto scompare. Resti tu. Avviene una sorta di reset mentale—ti muovi d’istinto, ma con una lucidità che non puoi provare, o sentire, da nessun’altra parte. È caos strutturato. Quella sensazione è ciò che mi spinge a ritornare, ogni volta. Fai qualcosa che esce totalmente dalle regole della vita quotidiana: regole sociali che vengono infrante. Ma dentro l’ottagono c’è ordine profondo. È disciplina, travestita da violenza.
In Italia l’MMA è diversa rispetto ad altri paesi—lo sport non è ancora abbastanza popolare da garantire due sessioni di allenamento al giorno per i professionisti. Questo significa fare più sacrifici: trovare il tempo, macinare chilometri per cercare sparring, spostarsi di continuo... In altri posti—anche solo in Europa—le palestre sono strutturate per i pro. In Svezia, ad esempio, dove ho fatto l’ultimo camp, c’erano sessioni giornaliere solo per pro. Qui, invece, la maggior parte di noi si allena la sera con i corsi normali, e la mattina dobbiamo arrangiarci...
Devi fare decisamente più fatica. Devi incastrare tutto. Ma le cose si stanno muovendo... A livello personale, voglio contribuire a far crescere questo sport nel mio Paese. La vivo come una missione—e sono sicuro che facciano lo stesso tanti altri fighter della nuova wave MMA italiana. Questa è una delle principali ragioni che mi spingono a compiere sacrifici ogni singolo giorno.”











L’approccio personale di Thomas Dylewski alla narrazione sportiva
C'è una certa poetica nel modo in cui ricordiamo la nostra infanzia: istantanee di lunghi pomeriggi trascorsi a imparare trick su una bicicletta, a sentire l'erba sotto di noi mentre calciamo un pallone o a scoprire la gioia nella semplicità dell'avventura all'aria aperta
Per Thomas Dylewski, crescere nella campagna francese vicino a Tolosa è stato esattamente così: un parco giochi infinito da esplorare, dolcemente cullato tra le montagne e il mare. È stato lì, tra partite di calcio nel cortile, reti da tennis immaginate e scorribande in bicicletta, che il suo amore per lo sport e il suo istinto per la narrazione hanno messo le prime radici.
Il percorso creativo di Thomas è iniziato in modo organico. Armato solo del desiderio di congelare su pellicola il tempo passato con i suoi amici, ha iniziato a documentare il ritmo delle loro sessioni di BMX. Questo approccio spontaneo, da autodidatta, plasmato da una tradizione familiare di artigianato e da una profonda etica del fai-da-te, è rimasto al centro della sua visione artistica.
Ogni immagine che crea, ogni fotogramma che compone, trasmette autenticità. Il suo lavoro cattura non solo l'intensità fisica degli atleti che segue, ma soprattutto la loro vita personale: le loro lotte, i loro trionfi e la loro umanità senza filtri.









Crescere all'aperto
“Sono cresciuto nella campagna francese, appena fuori dalla città di Tolosa, non lontano dal mare e dalle montagne. Da bambino, questo significava una cosa: passare la maggior parte del tempo all'aria aperta. Lo sport e la natura erano il centro del mio mondo.
Più tardi, tutto ciò che contava era andare in BMX con gli amici. Avevo 16 anni ed eravamo sempre in giro, provando nuovi trick, sostenendoci a vicenda, vivendo per quel senso di movimento e libertà.
È proprio così che sono arrivati la fotografia e il videomaking per me: documentando quei momenti. Ho iniziato con un vecchio iPhone, poi sono passato a una GoPro e infine ho preso in prestito la Nikon D3100 dei miei genitori. Ogni sessione di BMX diventava un'opportunità per riprendere la nostra realtà: la nostra energia, il nostro stile di vita, il modo in cui vedevamo lo sport.
Credo sia stato questo a scatenare il mio amore per la narrazione visuale: essere presente nel momento, viverlo e volerlo ricordare prima che scivolasse via. Questo istinto definisce ancora oggi il mio approccio alla fotografia: documentario, onesto e radicato nell'esperienza vissuta.”





DIY
“Non ho studiato fotografia, sono un autodidatta. Quando ero più giovane, volevo diventare un designer di automobili ma uno dei miei insegnanti mi ha detto, a bruciapelo, che se non ero bravo in matematica, non avrei dovuto proseguire. Ciò che mi ha lasciato quella frase è che non bisogna abbandonare solo per quello che pensa la gente.
Allo stesso tempo, sono sempre stato attratto dall'arte, dalla grafica, dall'estetica e dal design. Da bambino disegnavo ogni giorno. Questo mi ha portato a studiare graphic design per quattro anni, concentrandomi sulla comunicazione visiva e sulla direzione artistica. Nello stesso periodo avevo iniziato a fotografare e a fare video per hobby. Col tempo, questi due percorsi - la mia formazione universitaria e la mia passione personale - si sono fusi. Da qualche anno lavoro come freelance a tempo pieno.
Crescendo, non ero interessato a stare davanti alla tv o alle immagini in senso tradizionale: non ero appassionato di fotografia sportiva o di spot televisivi. Stavo sempre all'aperto. Credo che questo abbia influenzato il mio modo di vedere e raccontare il mondo. La mia famiglia ha sempre avuto una mentalità “fai-da-te”, sia che si trattasse di preparare marmellata o passate di pomodoro fatte in casa con i miei nonni, sia che fosse costruire i nostri kicker e salti per la BMX con mio fratello.
Sono sempre stato un grande appassionato di tennis. Ricordo che un giorno abbiamo persino costruito una rete da tennis nel nostro giardino. Rafael Nadal è stato l'atleta che mi ha influenzato di più in assoluto. Sono cresciuto guardandolo dominare il Roland-Garros ogni anno. È diventato un’icona. Il modo in cui giocava, si muoveva e come si comportava in campo mi hanno ispirato. Ricordo di aver preso delle sedie, di aver creato una rete mettendole tutte una accanto all'altra, di aver commentato e imitato i suoi movimenti durante le partite. Non guardavo il tennis in generale. Guardavo Nadal. Era pura e reale emozione.
Lo stesso spirito “fai-da-te” si ritrova nel mio approccio alla fotografia. Mi piace essere coinvolto nell'intero processo, dall'inizio alla fine. Mi piace esplorare ogni fase della post-produzione, dal sound design al color grading e tutto il resto. Per me è importante capire e cimentarmi in ogni parte del mestiere: mi tiene impegnato creativamente e mi aiuta a crescere con ogni progetto. Ho un ricordo vivido dei miei nonni che lavorano nell'orto, raccolgono i pomodori, si sporcano le mani, preparano la salsa da zero, lo fanno ancora. Ricordo le consistenze, i ritmi di quei giorni, l'artigianato. In qualche modo, quella mentalità mi è rimasta impressa. Oggi, a prescindere dal soggetto con cui lavoro, mi concentro sui dettagli emotivi e sul lato personale di una storia.
Con gli atleti, preferisco documentare i momenti più intimi - il processo, il percorso - piuttosto che mostrarli solo in azione. Per me, questo racconta una storia molto più profonda. È così che mi approccio alla fotografia e, onestamente, anche alla vita. Il modo di fare della mia famiglia mi ha insegnato ad immergermi e fidarmi del processo. A impegnarmi, a fallire, a riprovare finché non funziona. Proprio il mese scorso, io e mio fratello abbiamo comprato una moto e l'abbiamo personalizzata da soli. Questa mentalità, questa eredità pratica, alimenta ancora la mia creatività. È qualcosa che ti porti dentro.






Ispirazioni ed emozioni
“Trovo ispirazione dalle persone che mi circondano: ho molti amici di incredibile talento che mi ispirano ogni giorno. Trovo ispirazione in molte cose: potrebbe essere un capolavoro cinematografico, ma la musica, i viaggi e le riviste giocano un ruolo importante. Se dovessi citare alcuni fotografi che mi influenzano, direi Theo McInnes. Adoro il suo lavoro, il modo in cui scatta e il suo approccio fotogiornalistico agli sport di nicchia. Sono anche un grande fan di Theo Skudra, il videomaker e direttore creativo dietro ai lavori di Drake. E se dovessi nominare una leggenda del settore, direi Martin Scorsese, per la sua autenticità e la sua impareggiabile capacità di raccontare una storia.
Questi artisti sono fonte di ispirazione, ma in definitiva cerco di fidarmi del mio istinto e di seguire il mio flow. Quando fotografo lo sport, il mio obiettivo è osservare. Cammino, guardo, ascolto. Se posso, cerco di anticipare il momento, ma non cerco mai di dirigerlo troppo. Documento ciò che accade e mi mantengo il più possibile invisibile. È questo che mi permette di catturare i momenti più veri e onesti. Questa mentalità è alla base di tutto il mio approccio.
Anche quando lavoro a riprese commerciali, porto con me la stessa filosofia. Miro a osservare, non a mettere in scena, a rimanere fedele a come filmavo le mie discese in BMX ai tempi. Riprendevamo mentre eravamo in sella, in bici o in skateboard, cercando di seguire i trick senza rovinare l'atmosfera. Questo tipo di onestà mi ha formato. E ora, che si tratti di una partita di calcio o di una squadra che festeggia un titolo, mi approccio allo stesso modo. Rimango presente, riprendo ciò che vedo e cerco di rendere viva l'emozione per chiunque guardi il video o osservi il fotogramma in un secondo momento.
Quando mi trovo in uno stadio o in mezzo alla folla, non so mai cosa aspettarmi. Non sempre conosco l'angolazione migliore o il punto “giusto” in cui trovarmi. Quindi mi adatto. Ascolto l'ambiente. Cerco di lasciar parlare la creatività prima che il controllo prenda il sopravvento.
Ci sono così tanti contenuti “perfetti” in giro che i momenti grezzi e imperfetti risaltano ancora di più. Per me, un'immagine sportiva potente non deve solo catturare perfettamente l'azione: deve far sentire qualcosa. Tensione. Gioia. Dolore. Adrenalina. È questo che cerco. È anche per questo che presto molta attenzione al linguaggio del corpo. Il modo in cui gli atleti tengono le mani, i segni sulla pelle, la loro postura, dicono tutto. Si può quasi vedere cosa hanno passato e cosa stanno passando in quell'istante. Alla fine, tutto si riduce a una cosa: Autenticità. È la base di tutto ciò che faccio.”



Rimanere veri
“Mi piace molto collaborare con diversi brand, anche se a volte può essere un po' impegnativo. Ho sempre trovato questo equilibrio tra progetti personali e lavoro difficile perché non sono il tipo di fotografo che ama dirigere troppo. Sono più propenso a mantenere le cose naturali e a lasciare che i momenti accadano in modo organico.
Quando è possibile, cerco di entrare in contatto con gli atleti in anticipo, anche solo per una conversazione veloce, una parola gentile o una presentazione naturale. Qualcosa di personale. Forse non riuscirò a guadagnarmi la loro piena fiducia in cinque minuti, ma almeno provo ad iniziare ad smussare i muri che circondano lo shooting. Credo che questo sia sempre un buon primo passo.
Personalmente preferisco quando gli atleti possono portare con sé degli amici o quando sono circondati da persone di cui si fidano. In quei momenti, si sciolgono. Si può vedere un sorriso vero. E spesso questi sono gli scatti migliori, perché quando non si conoscono personalmente gli atleti, può essere difficile ottenere qualcosa di vero da loro. Non sono sul campo. Non sono su una moto. Sono in un ambiente più artificiale, e nei pochi momenti di passaggio può emergere qualcosa di vero.
Ecco perché, soprattutto nei lavori commissionati, a volte mi sento più a mio agio a scattare dietro le quinte. C'è più spazio per osservare senza pressione. Si colgono momenti che non sono stati messi in scena e che spesso hanno un peso maggiore.
A volte agli atleti viene chiesto di posare in modi strani che non sembrano del tutto naturali, e questo si percepisce. Avere fiducia in se stessi fa sicuramente la differenza, e avere un rapporto con l'atleta aiuta a far andare le cose più lisce. Ma quando il tempo è limitato e la persona con cui si lavora non è un modello professionista, può essere un po' più difficile. Detto questo, ci sono anche momenti in cui la connessione funziona: si è in sintonia e tutto si realizza senza sforzo.
Per esempio, negli ultimi cinque anni ho lavorato con lo Stade Toulousain, il club di rugby di Tolosa, e ho costruito un forte rapporto con i giocatori. Fotografarli è naturale. Loro mi conoscono, io li conosco e sanno il mio modo di lavorare. Questa fiducia fa la differenza.”





Il lato umano dello sport
“Per me lo sport non è solo quello giocato in campo. Mi piace fotografare il calcio, ma raramente si tratta solamente di calcio. Si racconta l'atmosfera, l'energia, le persone. Della cultura che si vive intorno alla partita.
Quando ero più giovane, andavo alle partite e mi sedevo sugli spalti con gli ultras. La metà delle volte i canti, il movimento, la passione della folla erano più emozionanti della partita stessa. Anche adesso, spesso non faccio troppo caso al risultato finale, mi ricordo le facce, i cori, l'emozione collettiva. È questo che mi rimane impresso.
Una delle cose belle dello sport è che viene vissuto in modo diverso a seconda di dove ci si trova nel mondo. Ogni luogo ha la sua impronta emotiva.
L'anno scorso ho avuto la possibilità di essere a Monza per il Gran Premio di Formula 1. Fotografare i Tifosi, i leggendari supporters della Ferrari, è stato indimenticabile. Voglio tornarci e fare un report ancora più personale, perché non è stato solo bello, è stato entusiasmante. Quando Charles Leclerc ha vinto la gara, mi sono ritrovato in pista circondato da tifosi che sventolavano bandiere Ferrari giganti. Avevo la pelle d'oca. La gara è stata fantastica, senza dubbio, ma i tifosi, l'atmosfera? hanno reso Monza qualcosa di molto più potente di una semplice tappa del circuito di F1.
Ci sono ancora tanti sport che voglio vedere in prima persona. Se dovessi scegliere il progetto dei sogni, probabilmente sarebbe la Parigi-Dakar. Sono un grande appassionato di motorsport e mi piacerebbe trascorrere qualche settimana là fuori per documentare il dietro le quinte della gara. Non solo i professionisti, ma anche i corridori indipendenti, quelli che si comprano i biglietti aerei da soli, che riparano le loro moto nella polvere dopo una giornata dura. Puoi già immaginare una storia prima ancora che la telecamera si accenda. È questo che mi entusiasma: le storie che raccontano vite marginali.
Ciò che mi spinge maggiormente è fotografare storie non raccontate, quegli angoli nascosti del mondo dello sport che non sempre ricevono attenzione. Sono attratto dal lato umano dello sport. Credo davvero che attraverso la fotografia ogni persona, atleta e squadra abbia la possibilità di raccontare la ragione più profonda del perché fa quello che fa. Le lotte, la routine, i momenti di tranquillità. Quello che hanno vissuto. Quello che stanno ancora vivendo. Tutto questo al di là della semplice performance. Quando le persone guardano le mie immagini, voglio che provino qualcosa. Voglio che sentano quello che sta provando l'atleta, perché è lì che inizia la vera storia.”





Ritornare alle origini
“Mi piacciono tutti gli sport: ognuno porta con sé la propria storia, il proprio ritmo. Ma ultimamente mi sento particolarmente attratto dal trailrunning e dagli sport outdoor. Ho anche iniziato io stesso a correre, e c'è qualcosa in più che mi sta dando la corsa in questo momento. Correre è diventato uno sfogo, una sorta di reset. Mi piace fare una pausa e andare a correre, soprattutto quando mi sento un po' bloccato dal punto di vista creativo o ho bisogno di schiarirmi le idee. È anche uno dei miei modi preferiti per esplorare un posto nuovo, che si tratti di una città o semplicemente di un quartiere. Si vedono le cose in modo diverso, si incontrano persone lungo la strada: è un ottimo modo per riconnettersi, sia con se stessi che con l'ambiente circostante. Mi piacerebbe fotografare di più il tennis, anche se non ne ho ancora avuto l'occasione. E sicuramente più sport all'aperto. Sono cresciuto giocando all'aperto, trascorrendo tanto tempo nella natura: è il luogo in cui mi sento più a mio agio.
La direzione che vorrei prendere ora è quella di lavori più personali e documentaristici. Mi piacerebbe documentare di più il lato nascosto dello sport: esplorare nuove culture, scoprire discipline meno conosciute, entrare in contatto con le persone e le loro storie. Lavorare con i brand ti dà accesso ad atleti d'élite e a eventi incredibili, il che è un privilegio. Ma voglio anche far luce su argomenti meno visibili, tra cui le cause umanitarie che mi stanno a cuore. Dare una dimensione più umana al mio lavoro è una cosa che mi sta molto a cuore.
Penso che in futuro molti brand di abbigliamento sportivo cercheranno la stessa autenticità, perché è questo che crea un legame con le persone. Quando si vede qualcosa di vero, lo si percepisce. Ci si emoziona immediatamente. Ed è questo il tipo di lavoro che voglio creare. Sto cercando di tornare alla fonte. Di fotografare ciò che mi interessa. Raccontando storie in un modo che sia fedele a ciò che sono: non modellato dal marketing, ma dall'esperienza umana. Un approccio personale. Un approccio più onesto. Meno curato. Più reale.
Cerco sempre di rendere grazie, prima di tutto alla mia famiglia, che mi ha sempre sostenuto, incoraggiato e affiancato in tutti i miei progetti; ai miei amici e a tutti coloro che ho incontrato lungo il mio cammino, che mi hanno aiutato a crescere e continuano a ispirarmi. Sono anche molto grato ai brand, ai club e agli atleti che si sono fidati di me. Senza di loro, non sarei dove sono oggi e non potrei vivere della mia passione.”





Kahhal 1871 — Skating the Past and Future of Craftsmanship
Cosa succede quando l’arte tradizionale senza tempo e il design pieno di significato si scontrano con una sottocultura sportiva?
Il Cairo — La prima volta che lo skater egiziano Omar ha fatto scivolare la sua tavola su un tappeto tessuto a mano, la sensazione è stata unica. “I tuoi istinti ti dicono che è sbagliato — non dovresti fare grind su qualcosa di così delicato,” ricorda. “Ma quando chiudi il primo trick, è come sbloccare un nuovo terreno. All’improvviso, tutto ha senso.”
Quel bowl improvvisato? Un patchwork di tappeti artigianali — non semplici tappeti, ma pezzi d’archivio firmati El Kahhal 1871, una delle più antiche manifatture tessili d’Egitto, fondata oltre 150 anni fa. Con un audace balzo creativo, il brand con sede al Cairo ha collaborato con l’agenzia creativa locale Intuition e con un collettivo di skater guidato da Omar per dare vita a ‘150 Years Still Rolling’, una produzione ispirata al mondo dello skate, in grado di fondere il patrimonio tessile egiziano con un’inattesa sottocultura sportiva contemporanea.
Scivolare con una tavola da skate sopra dei tappeti potrebbe sembrare un cortocircuito visivo ed esperienziale. Eppure, in questo progetto risulta una potente metafora — di reinvenzione, di resistenza… di consapevole e funzionale aggiornamento temporale.



Da opere d’arte a skate spot
Tutto è nato da un mix di curiosità, necessità e contaminazione creativa. “Avevamo un problema di percezione", racconta Mohammed El Kahhal, Managing Director e quinto discendente alla guida dello storico marchio egiziano. "Le nuove generazioni non si riconoscevano in quello che facevamo. Per loro, i tappeti non raccontano nulla di chi sei. E noi volevamo cambiare questa idea. Così abbiamo iniziato a pensare fuori dagli schemi".
Il punto di svolta è arrivato durante un brainstorming. Mohammed e Rula El Kaliouby, fondatrice e CEO di Intuition, hanno iniziato a porsi domande diverse. Cosa succede se si mette in movimento l’artigianato tradizionale? "Mohammed ci ha contattate con una proposta: perché non creare una produzione ispirata allo sport — e nello specifico allo skateboard?" racconta Rula. "E in effetti lo skate era perfetto: fisico, espressivo, creativo — tutto quello che volevamo esplorare".
Con il supporto di una skate crew locale, hanno disteso tappeti su una rampa modulare costruita ad hoc. Il risultato visivo è risultato subito potente: kickflip e grind che attraversavano trame complesse. "Il contrasto era reale", commenta Omar, skater coinvolto nel progetto. "In molti modi era una questione di linguaggio visivo", aggiunge Rula. "Può un tappeto d’epoca parlare a uno skater di ventidue anni? Si può progettare un messaggio che non sia scritto in parole, ma in movimento e immaginario?"
In questo senso, il tappeto è diventato insieme supporto e significato — ha assorbito l’energia dei rider senza perdere la propria memoria. Un punto d’incontro tra un saper fare antico e affascinante, e una subcultura che si nutre di ribellione, estetica DIY e spirito underground.


Sport culture and subculture
Ciò che sta accadendo al Cairo non è un caso isolato. Da Nairobi a Bogotá, da Giacarta a Philadelphia, nuove intersezioni tra design, sport e comunità stanno ridefinendo il modo in cui i brand si raccontano — non più solo come produttori, ma come agenti culturali.
In Egitto, dove il calcio domina l’immaginario collettivo, sport alternativi come skateboard o surf stanno guadagnando spazio — non grazie alle istituzioni, ma grazie a realtà autonome e ibride come questa. "L’interesse c’è", sottolinea Omar.
"Sempre più persone si avvicinano allo skate, all’arrampicata, al surf. Il problema semmai è la mancanza di spazi. Ma lo skate è magnetico: è creativo, ha stile — e questo lo collega in modo naturale a moda, design, musica. Per questo tante scene si sovrappongono".
Per Mohammed El Kahhal, questa tipologia di sovrapposizione ha radici personali, legate al Beautiful Game. "Ho giocato a calcio in modo serio da ragazzo — club giovanili, allenatori seri, il sogno era quello…", racconta. "Poi sono arrivate altre strade, lo studio e l’azienda, ma quella passione non se n’è mai andata. È parte di come penso, e di come gestisco il brand".
Oggi la cultura sportiva è diventata parte integrante dell’identità in evoluzione di El Kahhal 1871. "Abbiamo già esplorato riferimenti al tennis in alcune capsule collection", spiega. "Per noi si tratta di tradurre l’energia visiva dello sport contemporaneo nella texture del marchio".

Non un rebranding, ma una riscrittura culturale
Nonostante il cortocircuito apparente — tappeti di lusso sotto tavole da skate — ‘150 Years Still Rolling’ non è stato pensato per diventare virale. È stato progettato per parlare su più livelli: a chi fa parte della giovane scena creativa del Cairo, a chi riflette sul design a livello globale, a chiunque si interroghi su come il concetto di ‘eredità’ possa evolvere senza perdere forza.
"C’è molto orgoglio nell’artigianato egiziano", dice Rula. "Ma non vogliamo appiattirlo in un trend. Vogliamo renderlo attivo, tenerlo vivo in modi che hanno rilevanza anche oggi, nel presente". Parte di questo processo, spiega la creativa egiziana, consiste nel non cadere nella nostalgia, ma nel generare cultura contemporanea. "L’eredità ha valore solo se sa parlare al presente".
I tappeti usati per la produzione avevano tra i 30 e i 50 anni, provenivano dagli archivi di famiglia. Alcuni erano danneggiati. Tutti autentici. "Avevano già una storia", sottolinea Mohammed. "Non abbiamo creato oggetti nuovi. Abbiamo attivato quello che esisteva già. Crescendo in mezzo ai tappeti, ho imparato che ogni pezzo racchiude una memoria. Per noi non sono oggetti: sono contenitori di storie".

La prossima ride
Quello che era iniziato come un esperimento isolato sta ora influenzando le future campagne del brand — e aprendo nuovi scenari. "Vogliamo fare di più con la cultura sportiva", afferma Mohammed. "Potrebbe essere lo squash — uno sport profondamente radicato in Egitto eppure poco raccontato fuori. Potrebbe essere qualsiasi cosa, ma deve evocare, raccontare temi non superficiali. Questa è la nostra visione: far evolvere il linguaggio dell’artigianato. Non solo conservarlo, ma espanderlo — tra discipline, generazioni e confini".










