Il Nordic Ice Skating è una questione di vita

In Norvegia si può pattinare tra fiordi e laghi ghiacciati. Per Sollerman ci spiega perché farlo

Per comprendere il Nordic Ice Skating bisogna fare un passo oltre il semplice concetto di sport. Bisogna abbandonarsi ad una serie d’immagini, di sensazioni.

Bisogna pensare a corpi immersi nella natura, a lame che solcano un ghiaccio in costante, ineluttabile movimento, a occhi abbagliati da nordici raggi solari, cullati da ordinati boschi di latifoglie, a fiordi e laghi che diventano grandi autostrade dirette verso la propria coscienza.

Su questi immensi specchi d’acqua ghiacciata non si deve gareggiare, non è necessario. Sarebbe quasi deleterio farlo: una mancanza di rispetto nei confronti di una preziosa sinfonia visiva. Basta abbandonarsi, abbandonare preoccupazioni e passato, razionalità e scadenze, concedersi pienamente a riflessione e libertà.

In una vorticosa società contemporanea, tesa disperatamente verso la realizzazione del proprio io professionale, obnubilata dalla sovraesposizione social e dalla pericolosa necessità d’apparire, il Nordic Ice Skating rappresenta un momentaneo annullamento di tutti questi paradigmi. Chilometri di solidi corsi d’acqua spingono questi esploratori, questi uomini sempre più dentro loro stessi, dentro un mondo troppo a lungo dimenticato

Via le maschere, via le sovrastrutture, via la superficialità. A spiegarcelo è Per Sollerman, Nordic Ice skater che, dopo aver vissuto una vita pienamente consumistica, ha deciso d’invertire la rotta, lasciando il lavoro e cominciando a pattinare insieme ad una macchina fotografica.

L’abbiamo contattato, raccogliendo dei suggestivi scatti e una genuina testimonianza.

Che significato per te il Nordic Ice Skating e che esperienze si possono vivere attraverso questo sport?

“Una delle cose migliori che mi siano capitate da quando mi sono imbattuto nel Nordic Ice Skating è stata la fortuna di conoscere persone meravigliose. Giovani e anziani, quello che ci unisce è la fascinazione per il ghiaccio, la voglia di provare esperienze nella natura e la necessità di portare a compimento viaggi stupendi: preferibilmente lunghi, con un pernotto esterno nei pressi di un lago e con un falò acceso. Il Nordic Ice Skating per me significa essere presente, presente a e con me stesso, significa una sensazione di qui e ora. Perché là fuori devi sempre stare concentrato sul ghiaccio, è una sorta di lunga meditazione che ti permette di silenziare qualsiasi altro pensiero. L’energia e la calma arrivano quietamente”

Che tipo di rapporto s’instaura tra la natura e il Nordic Ice skater? Che ruolo riveste la fotografia all’interno di questo rapporto?

“Quando ero giovane ero uno skateboarder e spesso osservavo questi anziani con gli zaini sulle spalle, lunghi bastoni in mano e i pattini ai piedi. Mi sembravano ridicoli, pensavo che quella pratica fosse un qualcosa a cui solo i vecchi potessero appassionarsi; pensavo che io non l’avrei mai provata… Quando invece mi sono approcciato al Nordic Ice Skating, circa dieci anni fa, tutto è sembrato mettersi al proprio posto. Ho provato un’ebrezza unica. L’esperienza di fondermi con gli elementi, un qualcosa di paragonabile probabilmente solo alle discese in kayak e alla pace che si prova camminando nei boschi. È stata in assoluto la cosa migliore che abbia mai fatto e ho subito rimpianto il fatto di non essermi avvicinato prima a questa disciplina. Ecco perché sul ghiaccio porto sempre con me una macchina fotografica, un drone o una GoPro… Voglio che gli altri scoprano tutta questa bellezza prima di quanto abbia fatto io”

Quali sono i pensieri che attraversano un Nordic Ice skater durante le sue escursioni?

“Che si pattini lentamente o molto velocemente, sul ghiaccio bisogna restare sempre concentrati. Usiamo la vista e l’udito per leggerne più segnali possibili. Prima di stabilire il nostro tragitto, osserviamo delle foto satellitari e studiamo le previsioni del tempo per creare un’immagine, un’idea di quali possano essere le effettive condizioni del ghiaccio. Perché la bellezza del ghiaccio sta anche nel fatto che sia in continuo cambiamento: non è mai uguale per due giorni di seguito. Il ghiaccio è dinamico, in costante sviluppo ed evoluzione. Un incredibile ghiaccio blu scuro può diventare qualcosa di completamente diverso solo poche giornate dopo. Ciò significa che senza sosta devi trattare quest’elemento come, letteralmente, qualcosa che mai hai incontrato prima.”

Vorresti dare qualche consiglio a chi vuole affacciarsi a questa pratica?

“Certo. Abbiate rispetto per il ghiaccio naturale. I vostri occhi là sopra devono essere le vostre lanterne. Ascoltate attentamente anche i rumori, rivelano a che punto sia il processo di formazione del ghiaccio. Sono pratiche che richiedono un lungo tempo di studio per essere apprese a fondo. Pattinate e imparate dai più esperti. Fate domande, siate curiosi. Avvicinatevi a organizzazioni locali di riferimento, seguite appositi corsi. Ma soprattutto, pattinate molto e provate quanto più ghiaccio potete”

Le parole di Per hanno preso forma anche in un bellissimo cortometraggio diretto da Paulius Neverbickas.

Buona visione.

Credits

PH & PHOTOGRAPHER Per Sollerman

IG @sollerman & @nordicskate
WEB www.persollerman.com

 

VIDEO Paulius Neverbickas

IG @paulius.neverbickas
WEB www.neverbickas.com


Behind the Lights – Kevin Couliau

Il basket come opera d’arte, come rito sacro. Alla scoperta del fotografo francese e dei suoi scatti intrecciati tra Obama e i campetti di Hong Kong

Esprimere l’estetica del basket, esprimere l’estetica attraverso il basket. Kevin Couliau ha fatto della pallacanestro, specie di quella di strada, una sorta di culto personale, d’ispirato mezzo per ritrarre persone comuni e stelle NBA, illustri politici e culture distanti tra loro.

Los Angeles, 2018 / Hong Kong, 2016

Il fotografo francese è assurto a punto di riferimento per un mondo, quello cestistico, costantemente ricercato dal panorama artistico, ma non sempre descritto nella sua interezza, nelle sue sfaccettature più urbane, più sociali. Un mondo con cui Kevin è entrato in contatto casualmente durante la sua infanzia.

“Mio fratello maggiore era film-maker e skater professionista, io l’ho sempre seguito tra video e run a Nantes, città in cui siamo cresciuti. Contemporaneamente ho iniziato a fare i primi tiri a canestro. Si giocava al campetto, si andava in skate, si stava tra amici. Notando il poco risalto dato al lato estetico del basket outdoor, ho avuto una sorta di epifania, di chiamata all’azione. Ho deciso di ritrarre i campetti che frequentavo con la macchina fotografica, una vecchia Canon EOS 5 che avevamo a casa. Il mio percorso come fotografo è iniziato così, in modo molto naturale. Nei campetti, come negli skatepark, trovavo e trovo tuttora dei contenuti visivi unici: il contesto, l’architettura, l’unicità delle righe tracciate a terra, dei palazzi, dei tabelloni… Ogni campo ha un proprio design ben definito”

Giants of Africa, South Sudan, 2018

Forme artistico-sportive, quadri ottici, involontarie composizioni visive popolate dal cuoio, dal fruscio delle retine e dai polsi spezzati di milioni di adepti. Negli scatti di Kevin i campetti mutano essenza divenendo chiese, eremi profani: concetto efficacemente riassunto nel titolo di una delle sue serie più rappresentative, ‘The Park is my Church’.

E proprio come un atto di preghiera, di devozione estrema, è stato rappresentato il basket da Paul Hosefros e Richard Avedon: principali fonti d’ispirazione per il cammino fotografico di Couliau.

“In questi due scatti trovo l’essenza della mia ricerca artistica. Nell’opera di Avedon viene ritratto un giovane Lew Alcindor (non ancora divenuto Kareem Abdul-Jabaar ndr). È uno scatto iconico, in cui si sprigiona la personalità di un uomo destinato a segnare lo sport e la società intera. Il fatto che Alcindor non venga estrapolato dall’ambiente rende lo scatto vero, significativo, estremamente potente e per nulla artificioso. Nello scatto di Hosefros trovo invece una duplice valenza: fotografica e simbolica. Perché la composizione è meravigliosa, penso sia quasi superfluo dirlo, ma meraviglioso è anche il concetto racchiuso in questo momento: la passione totalizzante per il Gioco, un Gioco che non si ferma anche davanti a fattori esterni straordinari”

Doin’ It In The Park – Lefrak City, NYC – 2010 / Kampala, Uganda – 2017

Le foto di Avedon e Hosefros attecchiscono nella New York dei canestri, quella Grande Mela che storicamente viene considerata patria della pallacanestro underground: dove ogni Avenue corrisponde ad un campetto, e viceversa. Una terra promessa, che Kevin ha avuto modo di esplorare in lungo e in largo, con uno Spalding tra le mani.

“Andare a New York per realizzare il progetto ‘Doin’ It In The Park’, un tour in svariati campetti sparsi per la città, è stata la realizzazione di un sogno. New York è la mecca per qualsiasi streetballer: lì ogni campo ha la propria anima, la propria storia, le proprie leggende. Un’altra città ricca di teatri cestistici en plain air è Hong Kong. Mi ha sorpreso, devo essere sincero, c’è una concentrazione massiccia e insospettabile di campetti. Puoi osservare questi luoghi residenziali sovrappopolati, questi enormi palazzi-alveari che si affacciano su una coppia di canestri: i campetti sembrano piccole oasi immerse tra giganti di calcestruzzo”

New York e Hong Kong sono solo una minuscola parte dei luoghi attraversati da Kevin. Una costante ricerca del sacro graal cestistico passata anche dall’Africa, dove l’asfalto prende il colore della rossa sabbia, dove artigianali cerchi posti a 3 metri d’altezza permettono a giovanissimi di sognare l’NBA.

“Sono stato in Senegal, Sudafrica, Somalia, Sudan, Kenya… Sono stato in posti remoti, in campi profughi, tutti luoghi accomunati dalla presenza di un pallone che rimbalzava. Ho seguito in prima persona anche il progetto ‘Giants of Africa’, diretto dal Presidente dei Raptors Masai Ujiri. Queste esperienze nel continente africano mi hanno fatto comprendere il valore sociale della pallacanestro, quanto possa impattare sulle persone, quanto possa trasmettere loro”

Lew Alcindor by Richard Avedon, 1963
The Game Went On by Paul Hosefros, 1975 ( New York Times )

Luoghi, ma anche persone, personaggi. Grazie a ‘Giants of Africa’ Kevin ha avuto l’opportunità d’immortalare nientemeno che Barack Obama. L’ha fatto, manco a dirsi, su un campetto keniota fresco d’inaugurazione.

Obama era nella mia top list degli uomini da ritrarre. Si è presentata l’occasione in Kenya e, anche se ho avuto poco tempo a disposizione, mi è bastato per riflettere sull’effettiva influenza geopolitica di questo Gioco e su quanto la pallacanestro abbia plasmato l’uomo Obama. La cosa che mi ha colpito, da praticante, è stata vederlo arrivare sulla linea del tiro libero, fare un paio di palleggi in mezzo alle gambe e segnare. Uno su uno, in tipico stile Obama. Un’altra stella, in questo caso sportiva, che ho avuto l’onore di fotografare è Giannis Antetokounmpo. Credo che il greco sia ben più di un semplice atleta: è un simbolo, con le sue origini nigeriane, dell’Europa moderna ed è l’essere umano più impressionante, a livello fisico, con cui abbia lavorato. Ha gambe e braccia interminabili, un corpo che chiunque di noi appassionati può solo sognare. L’unico difetto è che, proprio per queste leve infinite, non è semplicissimo da fotografare”

Giannis Antetokounmpo, Athens – 2018 / Barack Obama, Kenya – 2018

Semplicissimo è invece l’obiettivo attuale di Kevin: proseguire la propria liaison con il basket, implementare ulteriormente la cultura del Gioco, continuare ad immortalarne il lato più sacro ed estetico.

“La mia ricerca di questi luoghi mistici continuerà. Adesso in molti in giro per il mondo stanno dipingendo i campetti, li stanno rendendo piccole opere d’arte. La mia ricerca, però, si concentrerà sui canestri dall’estetica naturale, sui quei campi inconsapevolmente artistici”</em

Isola di Burano, una chiesa segnata dalle correnti lagunari, i colori tenui e un tabellone che appare dal nulla. Ci lascia con quest’immagine, Kevin, un’immagine che definisce un’indagine raffinata, un’indagine che non ha mai fine.

Credits

Kevin Couliau

IG @kevin.couliau
WEB kevin.couliau.com

Text Giamarco Pacione


John McEnroe, ‘The Genius’

Con la racchetta fu artista e musicista, fu, semplicemente, il più creativo dei contemporanei

McEnroe era jazz, era ritmo e improvvisazione, era elasticità d’immaginazione e virtuosismo. “Il jazz è il tipo di uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia”, diceva il leggendario Duke Ellington. Ecco, lo stesso si può dire di John McEnroe, o perlomeno, del primo John McEnroe. Un arto sinistro baciato da chissà quale divinità tennistica, una mente e un carattere dagli ampi spazi grigi e inesplorati. Un talento, puro e cristallino, irrazionale, come solo i talenti dei benedetti e arcaici anni ’80 potevano e sapevano essere

La pallina gialla per l’americano, nato in terra straniera a Wiesbaden, città termale incastonata nel cuore della Germania, non è mai stata una priorità. Il colpo di fulmine, a dire il vero, non scattò mai, fu semplicemente il tennis a bussare alla porta di John. “Credo di essere stato spinto verso una carriera che non desideravo affatto. Ovviamente per me il tennis si è rivelato un’avventura incredibile, ma la verità è che non cercai questa carriera fino a quando non fu il tennis a cercare me. Molti atleti amano il loro sport con tutto il cuore. Non credo di aver mai provato un sentimento simile nei confronti del tennis”.

Il padre incravattata figura di spicco di uno studio legale newyorchese, la madre timida casalinga. John crebbe in un tipico ambiente altoborghese, idolatrando Rod Laver, carpendo dal mito australiano ogni dettaglio, ogni abitudine tennistica.

Una cartacarbone usata sapientemente, sfruttando le caratteristiche comuni, a partire dalla struttura fisica. Laver sfiorava appena il metro e 70, McEnroe imbottendo le scarpe arrivava a qualche centimetro in più. Sottrasse al doppio re del Grande Slam anche l’impugnatura e una predilezione per il selvaggio serve & volley. Corse a rete figlie di un’irriproducibile sensibilità intellettiva, di una soprannaturale capacità anticipatoria. Le sue volèe erano attimi di genio, ispirate pennellate d’artista.

L’origine, la fonte del suo inconfondibile stile di gioco fu quel servizio inconsueto con i piedi paralleli alla rete, diretti verso il giudice di linea, con la schiena che, dolcemente, s’inarcava trovando angolazioni da contorsionista. “La bizzarra posizione di servizio di McEnroe, aperta e con le braccia rigide, con entrambi i piedi paralleli alla linea di fondo e il fianco rivolto così rigorosamente alla rete, sembra una figura su un fregio egizio”, diceva David Foster Wallace.

Gianni Clerici, sublime cantore della racchetta, osservò John quando era ancora minorenne, assistette a una partita in cui lo vide sbagliare quasi tutti i colpi di circa un palmo. Capì che, a distanza di qualche tempo, quel palmo sarebbe svanito, elevando McEnroe tra i più meravigliosi interpreti della disciplina.

Alzò la cornetta, l’esperto comasco, compose il numero di Sergio Tacchini, permettendo al brand del tennista novarese di vestire il ragazzo che, di lì a poco, sarebbe diventato ‘The Genius’. Leggenda vuole che, dopo quella telefonata, Sergio Tacchini in persona decise di fissare un incontro con il padre di McEnroe, in un imprecisato pub londinese, dove prese forma il connubio italoamericano che segnò lo stile tennistico per quasi tre decenni.

Tacchini e McEnroe, una marcia ascendente, rapida, outfit che rimangono ancora oggi cristallizzati nella memoria collettiva. La fascetta in testa, a contenere i ricci ribelli, l’abbigliamento casual che travalica l’atto sportivo, catapultandosi nella cultura di massa, vestendo giovani in ogni latitudine del globo.

Perché quando si parla di McEnroe si parla, inevitabilmente, anche di questo. Del suo impatto sul grande pubblico, della sua capacità innata di dividere appassionati, e non solo, tra detrattori e fanatici. Una capacità di spaccare l’opinione pubblica, quella del genio della Grande Mela, pari a pochissime altre nella storia dello sport. Amore totale o odio viscerale, da un estremo all’altro, bianco o nero, senza sfumature. La debordante personalità di McEnroe non ammetteva scale cromatiche articolate.

Il suo approccio al tennis era una sfida con sé stesso, con il personale equilibrio psichico, destinato inevitabilmente ad eruttare, il più delle volte ai danni d’inermi arbitri e giudici di linea.

“You cannot be serious”, “I can’t believe this!”, “Please tell me!”, e ancora, “Answer my question. The question, jerk!”. L’attesa dei suoi decolli verbali era spasmodica per molti, snervante per altri. I puristi inorridivano, i moderni andavano in estasi. McEnroe con la sua irascibilità demoliva tradizioni e regole cavalleresche, generava compilation pop di racchette trucidate, di telecamere spinte, di tifosi umiliati. I suoi match erano pièces teatrali, monologhi dissacranti da seconda serata. ‘SuperBrat’, moccioso, monello, bamboccio maleducato, i suoi atteggiamenti istrionici e fuori controllo diedero vita ad un’intera branca letteraria.

“Un Peter Pan con la racchetta. Ogni volta che giocava a Wimbledon, la Bbc imbavagliava i microfoni di campo, come i vittoriani coprivano le gambe dei pianoforti. Tom Hulce per la parte di Mozart nel film Amadeus di Forman confessò di essersi inspirato a McEnroe. Sir Ian McKellen nel provare Coriolano per la Royal Shakespeare Company usò McEnroe come modello per il capo ribelle. Un monello imbronciato e lentigginoso, uno in cui si rispecchiava la nuova società”, scrisse di lui Emanuela Audisio, storica penna di Repubblica. Atteggiamenti che, però, finirono per oscurare una grossa fetta della personalità mcenroniana.

John era insopportabile, ma solo con chi desiderava esserlo. Strinse amicizie nel circuito, poche ma profonde, come quella con il rivale eterno venuto dal nord, il biondo Björn Borg. Un legame sincero, descritto negli ultimi tempi dalla pellicola “Borg McEnroe”. “Nessuno ha un senso dell’amicizia come John”, ha rivelato l’uomo glaciale di Stoccolma. Per comprendere il loro rapporto speciale bisogna tornare indietro nel tempo, alla genesi di quello che sarebbe diventato uno dei dualismi più ammalianti della storia tennistica e mondiale: “Nel 1977 l’ho visto qui a Wimbledon per la prima volta, l’anno dopo mi ha battuto facile a Stoccolma, a casa mia. Poi in America giocammo un paio di grandi match, e iniziammo a rispettarci. A quei tempi John in campo dava fuori di matto, un giorno lo presi da parte gli dissi: Ehi, prenditela calma, dovresti divertirti a giocare!”.

Non sappiamo quanto si divertì McEnroe lungo la sua carriera, quello che è certo è che giocò, anzi, dominò. Elencare i suoi risultati è ormai un banale e battuto viaggio negli annali. 7 titoli del Grande Slam nel singolare, 9 nel doppio, al fianco del grande Peter Fleming, 77 vittorie nei tornei in singolare, stesso numero per quanto riguarda quelli di doppio, 5 coppe Davis.

McEnroe fu i trofei alzati, ma anche molto, molto di più. Fu per il tennis un carnivoro, un vincente di razza, un artista, un musicista, un trendsetter,  fu semplicemente, come cantò Gianni Clerici, “Il più creativo dei contemporanei”.

Credits

Gianmarco Pacione

Transalation

Scott Alan Stuart