Tom Aspinall | A Fighting Maestro
Un tuffo nello spartito sportivo e umano dell’UFC Undisputed Heavyweight Champion of the World, e di un’icona moderna Champion: Tom Aspinall
Durante la Paris Fashion Week abbiamo inaugurato, insieme a Champion, la mostra ‘Fighting as Art’, un’ode al potere artistico dell’universo fighting, e alle sue declinazioni su scala globale. In questa corrente artistico-sportiva unica nel suo genere, Tom Aspinall risulta essere uno dei massimi, o meglio, a tutti gli effetti il massimo esponente globale.
Durante una speciale talk organizzata da Champion, e condotta da Athleta Mag, per celebrare l’UFC Undisputed Heavyweight Champion of the World di fronte ad una vastissima platea di fan italiani, raccolti all’interno del Building Champion a Milano, abbiamo avuto modo di raccogliere la testimonianza di un re dell’ottagono: di un fighter sublime, che nell’intreccio di grappling, combinazioni e ko sente, ancora oggi, il sapore di casa, di un uomo sensibile, assurto alle cronache per il suo impegno nella sensibilizzazione all’autismo, e di un atleta eccezionale, sia per stazza, che qualità aerobica e tecnica, degno simbolo di un brand che rappresenta nella sua essenza.
Ne è uscito uno schizzo biografico, ed esperienziale, ispirato da un maestro contemporaneo del fighting, e dalle sue visioni.





Sei cresciuto ad Atherton, Greater Manchester, in una famiglia in cui le Mixed Martial Arts rappresentano una vera e propria eredità culturale. Ora che hai raggiunto il vertice assoluto di questo sport, senti ancora l’influenza delle tue radici? E cosa significa per te rappresentare una tradizione familiare, in particolare i saperi trasmessi da tuo padre, al livello apicale UFC?
Tom Aspinall: “Come dicevi, per me le MMA non sono mai state davvero una scelta. Molte persone le scoprono guardandole in TV e poi decidono di provarci. Nel mio caso è sempre stata una cosa di famiglia. Ho praticato questo sport fin dalle origini. È qualcosa che si è inserito in modo naturale nel rapporto con mio padre. Ora, sto iniziando a vedere anche i miei figli avvicinarsi a questo mondo. Quindi immagino che questo tipo di trasmissione culturale e sportiva possa continuare anche nelle prossime generazioni familiari. Sono sempre stato attratto dal fighting. Non so spiegare esattamente perché, ma se esco da un negozio e vedo due persone che litigano, mi fermo e osservo. Ne sono, in qualche modo, ossessionato. È un qualcosa che mi ha ispirato fin da piccolissimo: combattere con la mia famiglia in salotto, allenarmi in palestra... Il fighting è, semplicemente, sempre stato parte di ciò che sono”
Di recente abbiamo inaugurato a Parigi la mostra fotografica ‘Fighting as Art’, creata in collaborazione con Champion. Dal punto di vista di un campione del mondo UFC dei pesi massimi, le arti marziali miste sono una forma d’arte? Ti consideri un artista dell’Ottagono?
Tom Aspinall: “Assolutamente sì, secondo me le arti marziali miste sono una forma d’arte. Chiunque può praticarle a un livello base: chiunque può imparare a tirare pugni e calci... Ma, se fatto ai massimi livelli, il combattimento richiede intelligenza. Devi riuscire ad essere in grado di esprimere te stesso attraverso il movimento. Non si tratta semplicemente di due uomini che si colpiscono a vicenda: ripeto, chiunque può tirare un pugno. Per competere davvero in questo schema di discipline, e farlo bene, serve lucidità, serve testa. È così che il fighting diventa arte. Ed è così che ti senti trasformare in un artista”


La mostra esplorava anche l’impatto culturale e il valore che Champion ha avuto, e continua ad avere, nel panorama globale del fighting. Che effetto fa rappresentare un brand che continua a definire l’estetica e il linguaggio visivo dell’universo fighting?
Tom Aspinall: “Champion è molto più di un brand: solo la parola ‘Champion’ assume un significato enorme, all’interno e all’esterno dell’universo fighting. Ho sempre rispettato questo brand, fin da che ne ho memoria. Sta continuando a crescere. Ora è completamente coinvolto nell'intero panorama degli sport da combattimento, ed è qualcosa di cui sono sinceramente orgoglioso: sono orgoglioso di farne parte”
Abbiamo parlato dell’arte del fighting. Hai raggiunto la vetta UFC attraverso uno dei suoi momenti più artistici ed estatici: il knockout. Per questo, hai ricevuto più volte il premio di Performance of the Night. Come nasce quel momento finale e definitivo dentro l’Ottagono? Quali pensieri e sensazioni ti attraversano in quei secondi?
Tom Aspinall: “Onestamente, ogni volta che metto KO qualcuno, il primo pensiero è sempre lo stesso: per fortuna non sono io. Può sempre capitare a te, questa è la realtà. Ci sono due esseri umani dentro all’ottagono, entrambi strutturatissimi, entrambi tra i migliori al mondo, ed è proprio questo a rendere tutto così emozionante e pericoloso. Proprio perché può sempre capitare a te, quando è l’altro a cadere si fa largo un senso di sollievo. La gestione di quei momenti dipende soprattutto, se non solo, dall’esperienza. Nel corso della mia vita ho affrontato moltissimi match: MMA, boxe, kick boxing, wrestling... Più esperienza accumuli, più diventa semplice gestire le emozioni quando tutto è in gioco”
Cosa puoi dirci del dettaglio ‘00:02:02’ presente sui capi della Heavyweight Champion Collection, a te dedicata?
Tom Aspinall: “Da quello che so, è la mia durata media di combattimento: due minuti e due secondi, considerando i miei primi 10 match in UFC. La media più bassa di sempre. È sicuramente qualcosa di cui vado fiero. Il segreto? Devi semplicemente colpire il più forte possibile il volto di chi hai davanti”


Ascending Milano, Transcending Football | Inter | Chapter 5
Sulla ‘Montagnetta’, storica e unica vetta milanese, il nerazzurro si apre a nuove dimensioni, grazie al connubio con Nike ACG. Abbiamo raccontato questa sinergia all’interno di una speciale collana editoriale che vede la sua chiusura con un focus dedicato all’ultimo, significativo momento connesso con Inter Special
La ‘Montagnetta’ ha raccontato molto di Inter nell’ultima settimana: l’affinità con il mondo outdoor, l’apertura di giovani eccellenze locali, in ambito artistico e creativo, al mondo, l’epica sportiva... Questi giorni d’interismo nell’alta quota milanese non potevano che chiudersi dando spazio a quello che risulta essere un altro caposaldo della visione nerazzurra contemporanea: quello dell’impegno sociale, applicato al Beautiful Game. Davanti agli occhi e alla partecipazione attiva del Vice President del club Javier Zanetti, una foltissima rappresentanza di Inter Special, squadra di calcio paralimpico sperimentale, ha dato vita ad un allenamento condiviso con alcuni ragazzi e ragazze del settore giovanile nerazzurro. Un momento di crescita e formazione reciproca, ed un manifesto dell’interismo inteso come forma d’identità familiare, e di progresso umano attraverso il calcio.
Non una situazione episodica, a sé stante, ma la prosecuzione di un percorso che vede il club impegnato da anni nello sviluppo di un calcio inclusivo, da poco apertosi anche al Powerchair e ad una squadra composta da atleti ipovedenti. Soprattutto, un modo di coltivare, all’interno e all’esterno del campo, l’interismo del futuro, come spiega Lorenzo Lanzoni, responsabile dell’ASD Sporting 4E: partner di Inter in questo ambito.
Grazie allo stesso Lanzoni, abbiamo avuto modo di entrare a contatto con questa sfera interista, comprendendo la sua naturale connessione con tutto ciò che la circonda a tinte nerazzurre.



Dopo aver toccato ambiti diversi, quello outdoor in primis, l’ultima giornata di ‘Montagnetta’ a vocazione nerazzurra è stata dedicata a quello sociale e, in particolar modo, ad Inter Special. Quanto è importante che un club come Inter coltivi questo tipo di dimensione?
Lorenzo Lanzoni: “Coltivare è un termine molto giusto. Ed è importante coltivare bene. Tante volte basterebbe poco: da regolamento, le squadre professionistiche sono tenute a fornire del materiale sportivo a squadre Special che partecipano ad un campionato, tutto qui. Un club potrebbe limitarsi a questo. Negli anni, Inter ha fatto decisamente di più. Insieme abbiamo coltivato un rapporto profondo, che dà fiducia e stimola gli atleti stessi, che si sentono stimolati, gratificati… Per loro è una sfida quotidiana. Sentirsi coinvolti e fare, ogni volta, sempre di più, come partecipare a quest’evento in ‘Montagnetta’, all’interno di una serie ben più ampia di eventi, è un qualcosa d’importante. Poi, per ogni milanese questo posto ha una base storica rilevante, anche per noi mister è bello assistere a come i nostri atleti rispondano ad un momento come questo, che non è in alcun modo scontato…”
Un altro termine focale di questi giornate è ‘contaminazione’. Qui, assistiamo ad un allenamento condiviso dalla squadra Special ed alcuni membri del settore giovanile interista, sia maschile, che femminile. Cosa significa per la nuova generazione interista prendere parte a questo tipo d’iniziative?
Lorenzo Lanzoni: “Non è facile giungere ad una piena integrazione in campo, nel senso che il calcio Special non prevede la partecipazione attiva di ragazze e ragazzi senza disabilità, come invece avviene in altre discipline, come il baskin. In questi incontri, però, l’integrazione funziona alla perfezione. Funziona per un discorso di crescita, di maturazione, di sviluppo. Negli ultimi anni abbiamo iniziato a coinvolgere sempre più spesso il settore giovanile, ottenendo risposte pazzesche. Ci capita di fare dei corsi di formazione, all’interno del settore giovanile, e poi di ritrovare gli stessi ragazzi che vengono a fare gli assistenti/aiutanti. La dinamica tipo fa sorridere: i primi tempi li vedi seduti, poi capiscono che possono giocare e divertirsi, esplorando un aspetto umano essenziale. Questa è contaminazione: una contaminazione arricchente per entrambe le parti”



In ‘Montagnetta’ si è anche parlato d’identità interista, rappresentata in questa speciale occasione dalla sua quintessenza: il Vice President Javier Zanetti, una leggenda nerazzurra sinonimo di valori e morale. Puoi parlarci di quest’affinità con Zanetti stesso, e di come Inter Special s’inserisce in nell’identità nerazzurra?
Lorenzo Lanzoni: “Il Vice President Zanetti segue da circa otto anni il progetto e ha sempre fatto trapelare un senso di parità, di appartenenza alla stessa famiglia. Famiglia è un termine che usiamo spesso, lo abbiamo fatto anche oggi, perché in effetti di questo si tratta. Che tu sia il Vice President o un giocatore di Inter Special, il tipo di rappresentanza e d’impegno sono identiche. Ed è significativo, anche in questo caso, che sia una dinamica coltivata da tutte le parti in gioco”
Potresti definire l’attuale stato dell'arte di Inter Special, così come gli obiettivi posti per il suo futuro?
Lorenzo Lanzoni: “Sta crescendo. Sta crescendo moltissimo. Quest’anno Inter ha deciso di allargare la platea di società interessate e disabilità coinvolte. Prima l’impegno Special era concentrato su ragazzi e ragazze con disabilità intellettiva e relazionale, ora Inter ha aperto la propria lente anche sul powerchair, ovvero calcio giocato in carrozzina, e su un progetto dedicato ad atleti ipovedenti, allargando il numero di squadre. Noi non possiamo che essere fieri, fieri di essere i primi. Non possiamo dire di essere fieri nell’essere gli unici, perché in questo caso l’unicità è sinonimo di un campo che può e deve interessare anche ad altri. In generale, il progetto Inter Special è sempre in movimento, quello che proviamo a fare è goderci il presente”


In quanto responsabile, puoi descrivere ad un pubblico che, magari, è poco affine alla materia, l’approccio al calcio, inteso come allenamento, di Inter Special?
Lorenzo Lanzoni: “L’idea alla base dell’allenamento non cambia rispetto rispetto ad una qualunque altra squadra. Per gli atleti special, il calcio è calcio. Come mio figlio esce di casa e va ad allenarsi due volte a settimana, per poi giocare la partita nel weekend, lo stesso tipo di approccio vale per chi fa parte di Inter Special. È identico. Ed è ciò che funziona, grazie a fattori determinanti come la dinamica di squadra, del gruppo, di un obiettivo comune da perseguire: tutto questo aiuta a gestire diverse disabilità e identità. Il vantaggio di Inter Special sta nel numero di partecipanti: quest’anno abbiamo 37 iscritti, divisi su più squadre. Ci alleniamo tutti insieme, in modo che i più bravi possano aiutare chi si trova più indietro, facendolo galvanizzare. Poi, il grande numero di atleti permette a tutti di giocare al livello più adeguato per le rispettive abilità. Alla fine, però, tutto rientra sotto un unico, semplice cappello: quello del pallone”
L’interismo scorre in queste squadre e in questi atleti?
Lorenzo Lanzoni: “Per noi allenatori sicuramente, i ragazzi, invece, non sono tutti di fede nerazzurra. La cosa incredibile, che mi fa sempre riflettere in senso positivo, accade quando andiamo a vedere le partite di Serie A insieme. Per esempio, recentemente siamo andati a vedere Inter-Como e tanti dei nostri ragazzi hanno accompagnato i giocatori in campo. Un 50% di loro era ed è interista. Appena l’Inter ha segnato, però, tutti sono esplosi in un’esultanza, tifano poi per tutta la partita. Penso che anche quest’immagine possa aiutare a definire il concetto di famiglia che menzionavo in precedenza. Sta tutto nel sentirsi parte di qualcosa di più grande, che pone tutti sullo stesso livello, com’è giusto che sia”


La fotografia sportiva come finestra culturale – Chris Gurney
Sulla costa occidentale dell’Australia, dove il continente si ritrae davanti a vento e mareggiate, Chris Gurney ha imparato a leggere il mondo attraverso l’acqua e la ritualità dello sport.
Prima è arrivato il sogno del calcio giocato a livello professionistico, poi il richiamo del surf, e infine il clic discreto di una macchina fotografica che avrebbe cambiato ogni cosa. Quello che era iniziato, da adolescente, come un modo per restare vicino alla lineup è diventato una pratica di vita: guardare corpi in movimento, paesaggi selvaggi, piccole comunità tenute insieme da rituali condivisi di gioco.
Oggi il lavoro di Gurney si colloca là dove lo sport si dissolve in qualcosa di più grande: memoria, migrazione, classe, geografia, appartenenza. Le sue fotografie si muovono da spot di surf remoti a campetti di basket suburbani, da ovali rurali a club cittadini costruiti su decenni di silenziosa resistenza.
In una cultura visiva che ci chiede di scorrere sempre più in fretta, Gurney sceglie la lentezza. Costruisce fiducia, torna negli stessi luoghi, lascia che le storie si infittiscano nel corso degli anni, invece che dei giorni. Lo sport, per lui, non è un fine in sé ma una chiave d’accesso: un modo per entrare nelle comunità, nelle storie, nel meteo emotivo di un paese che sta ancora imparando a guardarsi e riconoscersi.
Questo è la storia di un fotografo capace di tracciare una linea delicata e resistente tra gli sport che pratichiamo e le vite che viviamo.





Un viaggio australiano nella fotografia
"Sono cresciuto in Australia Occidentale, circondato da una costa infinita e dalla cultura del surf. All’inizio, quei luoghi erano soltanto lo sfondo della mia vita — dove andavo a giocare, a fare surf, a passare il tempo. Col tempo hanno smesso di sembrare sfondi e hanno iniziato a diventare soggetti, in piena regola.
Da ragazzino ero un surfista, ma prima ancora ero un giocatore di calcio. Il mio sogno era diventare professionista. Più o meno nello stesso periodo in cui mi sono avvicinato al surf, ho preso in mano una macchina fotografica. Gli infortuni legati al calcio hanno accompagnato quella transizione. Poco alla volta, il mio focus è cambiato. L’interesse per la fotografia ha superato quello per il surf, anche perché ho capito che, semplicemente, ero più portato per quello. Ho iniziato a fotografare a causa degli infortuni, ma anche perché ero un surfista che conosceva lo sport dall’interno. Avevo passato l’adolescenza in acqua, ossessionato dalla sensazione di stare in lineup. Spostare lo sguardo sul surf attraverso una lente, dalla riva o nuotando con una custodia subacquea, ha cambiato il modo in cui osservavo quello sport. Molto presto, tra i miei amici di scuola, sono diventato “il ragazzo che faceva foto di surf”. Mi ha dato un’identità nuova, e uno scopo. Più ti identifichi in quel ruolo, più ne diventi interessato.
Credo di essermi davvero appassionato alla fotografia grazie al surf quando avevo circa 14 anni. La fotografia di surf è incredibilmente immersiva. Spesso nuoti in acqua con il tuo soggetto, cercando di leggere l’oceano. Sei completamente in balìa della luce naturale. Devi lavorare in fretta, capire condizioni meteo che cambiano, e accettare sia le possibilità sia i limiti di quell’ambiente. Fin dall’inizio, il mio lavoro non era legato alla natura in senso generico; era legato a un luogo molto specifico: l’Australia Occidentale. Esplorare mi ha fatto capire quanto lo Stato fosse enorme, e che onde buone si trovano praticamente ovunque, se sei disposto a cercarle. Mi capitava di guidare 15 ore verso nord solo per raggiungere uno spot.
Già allora, quando ho iniziato ad allontanarmi da una fotografia di surf concentrata soltanto sull’atto del surfare, ho capito che mi interessava molto di più l’intero viaggio. Per molto tempo, le riviste di surf erano quasi totalmente azione: l’onda, la manovra, il tubo. Ma in un tipico surf trip, il surf in sé è una parte relativamente piccola dell’esperienza. Io ero attratto da tutto il resto — le nottate in auto, la ricerca dello spot, i pasti nel van, i piccoli rituali e le frustrazioni che circondano la session. Per me, è sempre stata quella la parte più interessante.
Quindi è stata questa combinazione — un background nel surf e i miei interessi personali — a spingermi a prendere davvero sul serio la macchina fotografica e a scattare con continuità. È sempre stato un ambiente in cui mi sentivo a mio agio. E quel comfort ha dato origine al mio percorso nella fotografia, soprattutto vivendo in un posto dove hai un accesso così ampio a terra e oceano. Tutti questi elementi — l’ambiente, lo sport, la cultura — hanno iniziato a fondersi, e ho cominciato a pensare a come si influenzino e si modifichino a vicenda.”



Surf Culture
“Al tempo ero incredibilmente ossessivo con il surf — guardavo film, leggevo riviste. C’era un forte elemento artistico crescente nella cultura del surf, e mi attirava. A piccoli passi, ho iniziato a guardare il surf in modo più astratto, cercando di rappresentarlo in maniera meno tradizionale rispetto a ciò che ero abituato a vedere su quelle pagine.
I fotografi e gli artisti che stimo di più, quelli il cui lavoro mi è rimasto addosso, sono in genere persone che si dedicano a progetti di lungo periodo. Il loro lavoro sembra più consistente, più stratificato. Ci ricavi di più quando ti ci immergi. E gli anni di impegno necessari per quei progetti arrivano dall’altra parte; senti l’energia e la cura quando incontri l’opera finita.
C’è stato un film, in particolare, che ha avuto un impatto enorme su di me. Andavo nel negozio di noleggio VHS e prendevo sempre la stessa cassetta, ancora e ancora: The Endless Summer II di Bruce Brown, un documentarista di surf che oggi. sfortunatamente, non c’è più. Il film segue due surfisti in giro per il mondo — Africa, Tahiti, Australia, Francia e oltre. Ma ciò che mi è rimasto di quel film non era il surf. La storia parla soprattutto del viaggio, del percorso, di tutto ciò che accade fuori dall’acqua. Era incredibilmente piacevole da guardare. Mi ha confermato l’importanza della storia intera, non solo dell’azione.
Visivamente era girato in pellicola, aveva una colonna sonora bellissima, e c’è una voce narrante che tiene insieme tutto. L’ho visto tantissime volte. È diventato un’influenza enorme su come pensare alle immagini sportive: che il contesto, il road trip, i pasti, l’attesa, le comunità locali — tutto questo è importante tanto quanto il momento in cui qualcuno si alza in piedi su un’onda.”




Il valore del reportage
“Partendo dal surf, il mio lavoro si è spostato gradualmente verso comunità diverse — aree remote dell’Australia, la comunità sud-sudanese di basket a Perth, e altre nicchie culturali in cui lo sport è un’ancora sociale. Lo sport viene spesso descritto come universale: tutti, ovunque, hanno un qualche rapporto con esso. Ma quando fotografi comunità specifiche, hai a che fare con storie molto locali, condizioni sociali e codici culturali. Per rendergli giustizia, faccio molta ricerca prima ancora di accendere la macchina fotografica. Mia madre era giornalista, e io ho studiato giornalismo all’università, quindi sono sempre stato interessato alla narrativa dietro le cose: la storia, la verifica dei fatti, la responsabilità di essere accurati e corretti.
La collaborazione è essenziale. Parlo con le persone, faccio domande prima di avvicinarmi a una scena. Se non sono sicuro di qualcosa, cerco di parlarne. Spiego cosa spero di fare e sottolineo che non voglio che nulla risulti inautentico o inesatto. Le persone dovrebbero sentirsi legittimate a dire la loro se qualcosa non le convince.
Col tempo sviluppi anche un senso interno di “art direction” — un istinto per ciò che può essere cliché o semplicemente visivamente sbagliato. Impari a evitare quelle immagini. Vuoi che il messaggio emerga dal soggetto stesso, che l’immagine lo aiuti a comunicare la propria storia. Molto del mio lavoro è narrativo: raramente è una singola fotografia che sta in piedi da sola. È una serie costruita in giorni, settimane, a volte in contesti diversi, e insieme quelle immagini creano una storia più forte e complessa.”
Entrare e rispettare la comunità
“Entrare in quegli spazi come outsider e narratore richiede una quantità enorme di fiducia. È non negoziabile, soprattutto quando lavori con comunità piccole o gruppi sovrastati da una copertura mediatica negativa — come è successo talvolta alla comunità sud-sudanese in Australia. Con quel progetto, io volevo davvero guardare al lato positivo: la forza, il contributo e la gioia di quella comunità, l’impatto positivo che ha avuto in Australia.
Per me tutto parte dal parlare con le persone, passare tempo sul posto, costruire relazioni. Non puoi semplicemente entrare di corsa con un mucchio di macchine pronte. Devi spiegare cosa stai cercando di fare, mostrare che vuoi ritrarli con onestà. La maggior parte del mio lavoro nasce da un luogo di riverenza. Fotografo cose che mi piacciono e a cui tengo; non sono lì per evidenziare negatività. Penso che le persone lo percepiscano quando vedono le mie immagini.
Negli anni ho lavorato molto con comunità di questo tipo e ho provato a raccontarle in maniera rispettosa. Quel corpus di lavoro diventa parte della conversazione quando oggi incontro qualcuno di nuovo. Posso mostrarlo, parlarne, e credo che aiuti a sciogliere i dubbi iniziali. Un’altra parte importante è gestire l’output — essere chiari sul fatto che avranno la possibilità di vedere il lavoro, dare feedback, e che attraverseremo il processo insieme. È collaborativo. Non ti cali dall’alto, fai foto e sparisci. Idealmente, diventa una relazione continuativa, qualcosa che continui a costruire con loro.”




Più in profondità dello sport
“Quando penso allo sport, cerco sempre qualcosa di più del singolo momento d’azione — la schiacciata, il calcio, il traguardo. Sono momenti visivamente accattivanti, certo, ma sono solo una piccola parte della storia. Quando lavori su qualcosa che ha profondità, dai lo stesso peso a ogni capitolo.
Questo può significare ritratti di un atleta o di una squadra con la propria famiglia o comunità. Può significare documentare il luogo in cui si allenano — il campo consumato, la vegetazione che lo invade, gli spogliatoi, i dettagli che indicano una geografia e un tempo specifici. Attraverso queste immagini provi a costruire un senso del luogo che sia tangibile. Più intimi sono gli spazi a cui riesci ad accedere, migliore spesso diventa il lavoro. Di nuovo: è questione di fiducia. Se qualcuno ti invita a casa sua e c’è una foto di lui a sei anni con una medaglia al collo, improvvisamente capisci molto di più su chi è davvero, oltre l’atto sportivo. Quei piccoli dettagli e connessioni ti dicono chi è una persona molto prima dal fischio d’inizio della partita.
Quell’idea — dare uguale enfasi a ogni parte della storia — è ciò che mi interessa davvero. Penso che le persone lo sentano quando le approccio. Se propongo una storia o chiedo di documentare qualcuno, loro mi “leggono”, cercano di capire se sono lì per i motivi giusti, se sto portando qualcosa di buono nel loro spazio. Se c’è una storia da raccontare in modo sensibile, rispettoso ma anche coinvolgente, io ci sono. E credo che quella sincerità arrivi, ho un buon track record nel connettermi con le persone. In genere sentono che sono aperto e affidabile, e questa è la base su cui si costruisce tutto il resto.
Quando penso a dove mi colloco nello spettro della fotografia sportiva, lo vedo come qualcosa che cambia continuamente; un percorso in evoluzione più che una posizione fissa. All’inizio ero molto più concentrato sull’atto dello sport in sé: il placcaggio, la curva, il tiro, l’azione immediata. Mi interessa ancora, ma ora sono molto più attratto da tutto ciò che lo circonda. Sempre di più, vedo lo sport come un punto di partenza — l’amo che ti tira dentro uno spazio narrativo molto più ampio. Mi interessa come lo sport esista dentro un regno più grande di cultura, luogo, identità e comunità. Questo mi ha portato più in profondità, verso progetti documentari di lunga durata, dove l’elemento sportivo può essere centrale, oppure solo il filo che tiene insieme tutto. Lo sport, per me, è una porta verso la cultura e verso le comunità locali: mi entusiasma quando le storie sportive diventano un modo per parlare di strutture sociali, memoria, migrazione, classe, geografia — tutto quanto.”



Editoriale vs su commissione
“Sul versante brand ed editoriale, vivo in questa intersezione tra riviste, reportage culturale e campagne commerciali, come quelle realizzate per Nike, On, e altri brand sempre più interessati a nuovi tipi di storytelling sportivo. Muoversi tra queste piattaforme significa riconoscere che ognuna ha il proprio linguaggio visivo e i propri vincoli.
Sinceramente, non puoi sempre portare tutta la tua visione personale in un lavoro commerciale. Sarebbe bello, ma in quel mondo i compromessi sono svariati. Ci sono considerazioni commerciali, linee guida del brand, stakeholder — devi accettare che non sempre potrai spingerti quanto vorresti. Quello in cui sto diventando più bravo è cercare clienti, progetti e idee più allineati alla mia visione, dove la mia sensibilità aggiunge valore invece di essere diluita.
Editorialmente, tendo a lavorare con clienti che mi scelgono proprio per il modo in cui vedo sport e cultura. Vogliono che affronti la storia a modo mio e si fidano di quel punto di vista. Con pubblicazioni come Victory Journal è stato un rapporto davvero genuino. Siamo molto allineati nel modo di rappresentare lo sport, quindi quei progetti vengono naturali — c’è una visione condivisa e una curiosità condivisa, e il lavoro cresce da lì.
Quando penso all’immaginario sportivo attuale — al modo in cui, collettivamente, immaginiamo lo sport oggi — ho la sensazione che siamo saturi. Le immagini sono ovunque e le tendenze si muovono incredibilmente in fretta. Un certo look o approccio è ovunque per un anno o due; poi sparisce e viene sostituito da qualcos’altro. Non è necessariamente un male, è solo la realtà dell’ecosistema visivo in cui viviamo.
Le piattaforme attraverso cui consumiamo la maggior parte delle immagini — Instagram e altri social — sono così effimere. Il ciclo dei contenuti scorre a una velocità che non sempre serve il lavoro, soprattutto quando si tratta di storie sportive più profonde. Ti capita di incontrare fotografie straordinarie, ma l’esperienza spesso viene compressa in un paio di secondi di scroll."



Obiettivi futuri
“Quello che mi piacerebbe vedere di più sono progetti sportivi presentati in spazi che incoraggiano una lenta riflessione consapevole: mostre, corpus di lavoro di lungo periodo, progetti costruiti in anni anziché in giorni. Sono colpevole quanto chiunque altro di non avere ancora un quantitativo di progetti in quel senso, ma è ciò a cui aspiro — e ciò che mi piacerebbe vedere più diffusamente.
Alla fine, non c’è niente che batta un’idea davvero forte. I concetti originali sono difficili da trovare, soprattutto nello sport, ma quando sai di averne trovato uno, lo senti. La sfida è fidarsi di quell’istinto, impegnarsi nella storia e darle il tempo che merita. Alcune storie non si possono raccontare in una settimana; possono richiedere anni per raggiungere la loro piena profondità. Sto cercando di essere più intenzionale — muovermi più lentamente, resistere alla tentazione di pubblicare subito, e invece costruire progetti che, spero, resistano alla prova del tempo. L’obiettivo è che l’impatto venga dalla forza della storia e del concetto, non solo dal colpo visivo immediato. Potrebbe diventare un libro? Una mostra? Anche se poi condividi parte di quel lavoro online per promuoverlo, l’ambizione di fondo è spesso vederlo vivere in una forma più permanente, fisica. Reagisco più intensamente a un libro, a una mostra, a un film rispetto a un singolo post in un feed.
Guardando avanti, ho sicuramente storie che voglio raccontare all’incrocio tra sport, luogo e cultura locale — progetti che mi tengano curioso e motivato. Molti dei progetti che vorrei realizzare sono documentaristici. Anche solo dentro l’Australia, ci sono innumerevoli eventi sportivi rurali che mi affascinano. L’Australia, nel suo insieme, è una nazione fortemente sportiva. Qui lo sport è un connettore potente. Con giocatori di ogni provenienza e cultura sul campo, diventa questo spazio condiviso che tiene insieme la comunità. Questo mi dà un certo livello di empatia e curiosità verso le storie di migrazione, identità e appartenenza. Sono naturalmente portato a mettere in luce quelle narrazioni.”



Ascending Milano, Transcending Football | Inter | Chapter 4
Sulla ‘Montagnetta’, storica e unica vetta milanese, il nerazzurro si apre a nuove dimensioni, grazie al connubio con Nike ACG. Raccontiamo questa sinergia all’interno di una speciale collana editoriale, in questo caso raccogliendo alcune voci della crew Crusher Running, che ha dato vita ad una gara trail a tinte interiste, fondendo socialità ed epicità sportiva
Lautaro Martínez urla verso San Siro. Lo chiama a sé, ed ogni anello non fa che ricambiare la sua energia. Ha appena rimesso in sesto una partita, quella con il Pisa, nata nella bufera e proseguita negli imprevisti. L’aria è elettrica, epica, ed è solo destinata ad ingrossarsi, fino all’estasi finale del 6-2. La risalita dallo 0-2, vestita dal Quarto Kit, diventa simbolo esplicito dell’esperienza outdoor: delle sue fatiche, delle sue estasi.
A poche ore di distanza, un analogo flusso di emozioni viene plasmato dalla community running Crusher, impegnata in una gara trail sui percorsi della ‘Montagnetta’. Pioggia e pozzanghere. Condivisione emotiva e carica reciproca. Nello spartito di assonanze tra l’universo calcistico e outdoor, intessuto da Inter per celebrare la sinergia con ACG, c’è anche spazio per una dimensione running che sa come comunicare con il Beautiful Game contemporaneo, mettendo in ulteriore luce l’essenza interista dell’oggi. E del domani.
Scopriamo come attraverso le voci di alcuni dei runner che hanno partecipato a questo speciale, ed epico, evento.




Uno sport individuale, la corsa, ed uno di squadra, il calcio. Eppure, nel vostro caso la corsa diventa uno strumento di collettività. Come comunicano il concetto di squadra calcistica e quello di community running?
Sofia Verme: “Il punto d’incontro sta nello spirito comune che si ritrova tanto nelle squadre di calcio, quanto nei gruppi run, come Crusher. Quando si parla di community, il fine ultimo è supportarsi a vicenda. L’affinità, a mio avviso, a questa: avere qualcuno che ti incita, come avvenuto qui in ‘Montagnetta’, durante la staffetta. Poi, ovviamente, c’è anche la voglia che sta alla base di ogni pratica sportiva”
Francesco Palmisano: “Molto semplice. Nel calcio c’è il pallone, certo, ma fai sempre la corsa per l’avversario, o per il compagno. Nelle gare trail, avviene la stessa cosa: vivi in funzione della posizione altrui, sia che tu stia tirando più forte, sia che tu sia l’inseguitore. Il legame è meno sottile di quanto si pensi. Quando si parla di community running, poi, ognuno fa la corsa per sé, ovvio, ma la fa anche per il collettivo, per la propria squadra, e nel calcio avviene la stessa identica cosa”
Vittoria Beatrice: “Nel calcio ci si appoggia a un compagno per un obiettivo comune e il running può essere visto nello stesso modo. Quando il running diventa collettivo, come nel caso di Crusher, viene posto un obiettivo comune, magari raggiungere una performance migliore, migliorare il proprio tempo… Per farlo, è fondamentale o, comunque, è inevitabile che serva appoggiarsi ai propri compagni. Vedo quest’analogia tra i due sport”
Simone Gambardella: “Se penso a community come Crusher, il punto di contatto con il calcio sta nel lavorare di squadra, nel muoversi insieme… Aiuta le persone ad essere motivate, a spingere, a dare il meglio per scoprire lo sport, ma anche a fare molto di più, come del reale networking. La corsa in Crusher è un momento di socialità, di condivisione, in cui le passioni uniscono le persone. E credo che lo stesso avvenga in ogni club di calcio, a qualsiasi livello”
Inter e ACG si sono unite per celebrare lo spirito outdoor. Che ruolo hanno l’outdoor, i suoi imprevisti e le sue bellezze, nella tua vita?
Sofia Verme: “L’outdoor e i suoi imprevisti mi fanno pensare al trovare una via d’uscita. Anche in una salita. Anche in un percorso veramente hard. Outdoor, per me, è trovare quella forza che ti permette di raggiungere la vetta, il traguardo che ti sei imposto, e godertelo”
Francesco Palmisano: “Parto dall’imprevisto. Io sono arbitro di calcio e, per deformazione professionale, cerco sempre di aspettarmi l’inaspettato… Expect the unexpected. Quando sei fuori a correre, non cambia molto. Puoi prepararti, ti metti la termica, il guantino, e poi inizia a diluviare fortissimo. Oppure, al contrario, sei settato per la pioggia e capita il sole pieno. In generale, l’outdoor è una montagna russa. È esattamente come una salita: sei lì lì per mollare, e poi arrivi su, sulla montagna di San Siro. Vedi Milano. Ti senti soddisfatto. Trovo sia questo il bello dell’outdoor: l’effetto del dislivello, che è un po’ anche l’effetto della vita”
Vittoria Beatrice: “L’outdoor prepara alla vita in tutti i sensi, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Nel trail può succedere qualsiasi cosa, questo fatto ti aiuta a pensare prima a cosa potrebbe andare storto, e a come potresti affrontarlo. La bellezza è presente sempre. Anche la fatica, ovvio, ma ti godi la natura, la compagnia, le soddisfazioni personali nell’arrivare in fondo ad una gara, come in questo caso… È un insieme di tante cose, che tendono alla bellezza”
Simone Gambardella: “L’'outdoor è una parte fondamentale nella vita di coloro che, come noi, vivono soprattutto in città. Viviamo quotidianamente lo stress e la parte ‘crowded’ dello stare nella ‘city’, in un contesto movimentato come quello milanese. Sicuramente, uscire e ritrovarsi nel regno outdoor è una parte essenziale, è un obiettivo che ci poniamo ogni volta che possiamo. Quando riusciamo a farcela, ci godiamo pienamente ogni momento, compresi i suoi imprevisti e le sue bellezze. Quindi sì, l’outdoor è una parte fondamentale della mia vita”


L’emozione del gol e di un PB. Ci sono delle affinità tra questi due traguardi sportivi?
Sofia Verme: “Nel personal best devi dare il tutto per tutto, come avviene anche in occasione di ogni gol. Costruire un’azione, arrivare dalla tua metà campo e segnare… Tutto è frutto di tattica, di preparazione. Lo stesso avviene nel caso di un PB. Anche se conosci il percorso, anche se sei preparato alla perfezione, poi sei tu a correre, a ritrovarti in quel momento. E devi dare il massimo”
Francesco Palmisano: “Per me sono un po’ differenti. Il PB è profondamente personale, mentre nel gol c’è sicuramente la soddisfazione individuale, ma dietro stai facendo gioire la tua tifoseria, la tua squadra, il tuo club… Chiaro, la differenza è leggera, perché dopo un PB sei contento, e quella felicità viene trasmessa ai tuoi familiari, ai tuoi affetti, a coloro che hanno capito e accettato i tuoi ‘no’, perché dovevi allenarti… Diciamo che sono due cose differenti, ma anche, in un certo senso, analoghe”
Vittoria Beatrice: “Quando fai un gol ti senti realizzato, senti di aver raggiunto l’obiettivo. Esplodi di gioia, e lo stesso fa lo stadio. Il PB è uguale. Hai fatto il ‘gol della tua vita’. Gli amici ti supportano prima e durante, come avvenuto qui con Crusher, e ti senti profondamente soddisfatto. Poi, ovviamente, guardi subito al prossimo obiettivo, proprio come durante una partita. In quell’attimo, però, senti veramente la felicità”
Simone Gambardella: “Per raggiungere un PB serve lavorare. Lavorare duro. Le emozioni che provi quando lo raggiungi sono indescrivibili. Il gol lo vedo più come un momento istantaneo, un attimo di estasi. Il PB è una cosa che devi sudare per mesi, quando lo raggiungi è come vivere un sogno”
Cosa provi nel rappresentare un nuovo capitolo contemporaneo di un club iconico come Inter, ma non solo, anche nel rappresentare il punto di contatto tra la dimensione calcistica e la running culture, nello specifico il trail? E cosa ne pensi di questa scelta da parte di Inter?
Sofia Verme: “Sono contenta nel rappresentare un momento che unisce fede calcistica e trail, perché trovo sia un bel modo per connettere questi due sport. Non penso che il trail debba parlare solo di trail, e che il calcio debba comunicare solo ad appassionati di calcio. Le cose si evolvono, si contaminano, come dimostrano gli ultimi anni, ed è stato molto interessante assistere e far parte di questo tipo di processo qui, sulla ‘Montagnetta’”
Francesco Palmisano: “Secondo me non si può più praticare, o essere appassionati, di un solo sport. Il crosstraining, la multidisciplinarietà… Sono tutte cose che Inter sta cercando di elevare in questo legame con l’outdoor e il trail. Recentemente ho apprezzato anche le connessioni con il mondo dello snowboard e del cycling. Penso sia bello che Inter stia evidenziando e traendo il meglio da questo insieme di discipline. Evidenzia il fatto che il calcio sia molto più dei 90 minuti”
Vittoria Beatrice: “Sono fierissima e veramente soddisfatta di poter rappresentare quest’unione, questo parallelismo, insieme a Crusher. Non lo trovo scontato, penso sia una formula molto intelligente. Trail e calcio sono due sport che la gente non associa naturalmente. Invece, sono contenta di farmi portavoce della loro unione. Devo essere sincera, è una gran soddisfazione personale. Poi, credo che avvicinarsi al calcio tramite una community running possa creare un nuovo tipo d’interesse e prospettive verso uno sport che, storicamente, è ritenuto un po’ di massa. Penso che questo sia un ottimo canale d’accesso reciproco”
Simone Gambardella: “La trovo una scelta molto audace, estremamente in linea con il momento contemporaneo del running. Come Crusher, teniamo molto a portare il running ad un livello democratico, dove tutte le persone possano esprimersi e stare bene. Vogliamo rendere il running più inclusivo possibile. Se lo sport, il calcio, una squadra così importante come l’Inter e la passione che le gravita attorno possono essere un motore per alimentare la nostra community, ben venga. È fondamentale far crescere questo ‘sentiment’, proseguire nella direzione della contaminazione atta a far crescere l’amore per uno sport. Se nel farlo si coinvolgono altre dimensioni sportivi, credo ci si possa solo guadagnare ulteriormente. Per esempio qui, sulla ‘Montagnetta’, vedo un binomio perfetto”


La ‘Montagnetta’ è un luogo iconico che oggi, in queste condizioni estreme, trasuda epica sportiva. Cosa significa per te questo posto? E come vedi riflesso il concetto di epicità nel running, così come nel calcio?
Sofia Verme: “Sono di origine palermitana, ma ho capito presto la strategicità della ‘Montagnetta’ a Milano. Di fatto, dà la possibilità di vivere il trail in piena città. Quando corri qui, ti senti contemporaneamente a Milano e fuori. In giornate piovose come questa, la ‘Montagnetta’ restituisce proprio un senso di epicità. Quando raggiungi la vetta, dopo la fatica, vedi tutto il paesaggio dall’alto, ed è molto bello”
Francesco Palmisano: “L’epica è palesata, banalmente, dall’installazione che Inter ha posto qui: un rifugio sulla ‘Montagnetta’. Siamo in un luogo iconico per i milanesi, soprattutto per gli sportivi della città. È l’unico spot per chi ricerca l’outdoor, ed è un po’ una fuga dalla dinamicità milanese. Ti sembra di essere in montagna, senti le gambe che bruciano… L’ho sempre visto come una sorta di avamposto. A livello sportivo, l’epica per me sta nel percorso: nel calcio può essere teso verso la vittoria di un campionato, o verso una salvezza, nel running verso il miglior tempo, il percorrere più chilometri, il raggiungere quel qualcosa che ti sei prefissato”
Vittoria Beatrice: “Sono a Milano da quattro anni e la ‘Montagnetta’ per me coincide con un ricordo forte, legato alla scorsa estate, quando mi sono trovata per la prima volta in verticale, su una montagna che è effettivamente nel cuore di Milano. Non pensavo di poter correre in salita in questa città… Tutti i trail runner si trovano qui, è l’unico punto di raccolta trail cittadino. La ‘Montagnetta’ è senza dubbio iconica. Mi fa piacere che sia stata centrale nel progetto Inter-ACG, perché la associo a ricordi epici, per l’appunto, del mio rapporto con il trail”
Simone Gambardella: “Epica è sicuramente la parola giusta. Sulla ‘Montagnetta’ si butta sangue, sudore, fatica… Ma è dove vedi il risultato. Quindi, è dove trasformi tutte le lacrime e tutti i sacrifici in forza, dove converti l’allenamento in performance. Credo che nel calcio sia lo stesso, anche lì c’è tanto sforzo, tanta richiesta ed allenamenti duri, per perseguire un qualcosa. La ‘Montagnetta’ rimane un luogo iconico per Milano proprio per quello che ho appena detto: è il posto del sacrificio. Si corre di più, lo sforzo è maggiore, ma il risultato è, per forza di cose, alto”
Che riflessioni ti attraversano pensando che, in questi giorni, il calcio nerazzurro sia stato usato come piattaforma per mostrare al mondo un’eccellenza italiana che sa andare molto oltre il solo calcio giocato, contaminando ed elevando altre dimensioni creative, sportive e sociali, come la community Crusher, e culturali?
Sofia Verme: “È una cosa molto interessante, perché dà la possibilità di far conoscere una Milano differente al di fuori dell’Italia. Poi, penso che sia funzionale anche in senso opposto: chi è amante del trail, grazie alla partnership Inter-ACG, ha sicuramente avuto la possibilità di avere accesso al calcio. Non è scontato”
Francesco Palmisano: “Confermo che tutto il mondo outdoor ha parlato di questa sinergia. Ogni pagina. Ogni media. Anche lato calcio. La risonanza è stata enorme, anche per via dell’allineamento di pianeti capitato in Inter-Pisa: il diluvio, le emozioni del 6-2… Queste due realtà sono riuscite a coesistere perfettamente, e a farlo vedere ad un mondo che, magari, le pensava distantissime tra loro. E la visibilità, ovviamente, c’è stata anche per partner di questa sinergia, come Crusher”
Vittoria Beatrice: “Il calcio è lo sport più diffuso al mondo e una squadra come l’Inter è nota, ovviamente, a livello planetario. Credo che qui si sia creata una bella piattaforma di lancio per tante eccellenti realtà locali, come la community Crusher, ma anche musicali e artistiche. La visibilità è grandissima, mi fa piacere essere portavoce di tutto ciò, e mi fa piacere che l’Inter si sia interessato a dare spazio e voce a realtà come la nostra”
Simone Gambardella: “La parola giusta, secondo me, è contaminazione. In questo momento stiamo portando il calcio nel running e nel trail, e il running nel calcio. Un running inteso come passione, esercizio fisico, attitudine, mentalità e collettività. Vedo una sinergia perfetta, perché spalanca nuovi orizzonti, andando ben oltre il campo, ben oltre una palla e, perché no, anche ben oltre un traguardo. È un esercizio di stile, nel senso più alto del termine. Ed è giusto da fare, perché porta le persone a trovare nuovi luoghi d’incontro, ad aprirsi a nuove passioni con cui, magari, mai erano entrate in contatto, e che qui risultano molto più vicine di quello che si potesse pensare”


Ascending Milano, Transcending Football | Inter | Chapter 3
Sulla ‘Montagnetta’, storica e unica vetta milanese, il nerazzurro si apre a nuove dimensioni, grazie al connubio con Nike ACG. Raccontiamo questa sinergia all’interno di una speciale collana editoriale, in questo caso attraverso le riflessioni e le sensazioni dei dj che si sono esibiti all’interno di uno speciale evento, che ha unito interismo, community del clubbing milanese e vibes outdoor
“Il gol risulta sempre un ‘do di petto’, capace di lasciare Caruso muto per sempre, e la folla delira, e lo stadio dimentica di essere di cemento e si stacca dalla terra librandosi nell’aria”, dipingeva la penna di Eduardo Galeano. Il calcio e la musica. La musica e il calcio. Impossibile non osservare le corrispondenze tra due dimensioni unite da naturali affinità, su tutte quelle emozionali e sensoriali.
Sulla ‘Montagnetta’, Inter non ha fatto altro che coglierle ed elevarle, fondendo la dimensione del clubbing milanese e delle sue community di riferimento, rappresentate da quattro giovani, talentuosi dj, con i concetti alla base del connubio contemporaneo con ACG. Il più iconico panorama outdoor di questa metropoli è diventato, grazie alle sonorità di Clement, Thera-P, Jacopo Galletta e BR1, un dancefloor ad alta quota, dove queste promettenti figure della scena musicale italiana hanno potuto mostrare al mondo quanto teorizzato da Galeano stesso.
Una fusione d’energie, passioni, eccellenze e beat che abbiamo fatto raccontare ai protagonisti stessi della giornata.


In queste giornate l’Inter si sta contaminando di altre sfere artistiche e culturali, com’è sua tradizione fare. Per te cosa rappresenta l’Inter? Quando senti nominare questo questo club, che suggestioni ti attraversano?
Clement: “Quando penso all’Inter, penso a concetti come novità, creatività… Mi viene da usare il termine ‘new generation’... Grazie al club, si stanno creando una serie di nuovi eventi a Milano, di nuovi momenti, come questo con ACG, ma anche con tanti altri brand e partner. Inter sta creando una nuova realtà, che a Milano mancava. Poi, ero allo stadio durante Inter-Pisa, in generale vado spesso a San Siro, e devo dire che vedo tante famiglie, tanti giovani… È una cosa che mi piace molto, e che giova alla città”
Thera-P: “Associo l’Inter alla modernità, all’apertura verso i giovani, verso la cultura. Non si vedono eventi del genere, non ho visto fare nulla di simile fatto da altri club. Essere qui, per me, è importante. Ho sempre giocato a calcio, sono un grande appassionato, per questo vedo l’Inter anche come un club strutturato, affermato. L’Inter per me incarna l’idea di club presente”
Jacopo Galletta: “Non sono un appassionato di calcio, ma ho sempre visto l’Inter come una delle squadre più affascinanti d’Italia. Mi piace la visione che c’è dietro… Il fatto di andare oltre la cultura calcistica, di non guardare solo il lato sportivo, e di essere una dimensione a 360º. Per esempio, la collezione con ACG è veramente bella da un punto di vista del design, non è scontato vedere una cosa simile nel calcio”
BR1: “Ho tanti amici tifosissimi, quindi la prima cosa che penso quando nominano l’Inter è Zanetti. Poi, San Siro. In generale, la parola Inter per me rimanda al concetto di eleganza. Non so perché, forse per i colori stessi. Ieri per me è stata la prima volta a San Siro: un’esperienza incredibile. Il tifo, l’atmosfera sprigionata da ogni gol… Tutto incredibile”


Come rappresentante di una nuova generazione creativa, cosa ne pensi della filosofia applicata da Inter per celebrare questa sinergia con ACG: una filosofia che vede nel calcio una piattaforma per elevare anche altro, vedi design, mondo outdoor e, per l’appunto, musica?
Clement: “Secondo me il calcio sta ampliando molto le sue prospettive. È palese, per esempio, nel settore moda, ed è dimostrato dal fatto che abbiamo smesso di vedere i classici tracksuit, ora vediamo fleece che, fino a poco tempo fa, non sarebbero mai stati associati e indossati da club e giocatori… Adesso il calcio è lifestyle. Quindi, anche la gente che non segue lo sport, può essere attirata da un prodotto, o da un evento, come quello di oggi, perché anche la musica sta entrando in sintonia con questo mondo. I giocatori stessi stanno diventando simboli lifestyle, ed è chiaro che il calcio abbia smesso di essere solo uno sport. Momenti outdoor musicali, come questo sulla ‘Montagnetta’, non si sono mai visti prima: è una prima volta a Milano. Vedere tanti riuniti qui è bello”
Thera-P: “Come ho detto in precedenza, l’Inter per me è un passo avanti: collega realtà diverse, mondi diversi, che prima di questo ‘nuovo periodo’ non si sarebbero mai incontrati. Nessuno si sarebbe immaginato moda e calcio come una cosa unica. Ripeto, da appassionato e praticante, so che il calcio è sempre stato visto come una cosa ‘cafona’, di strada… Invece, queste iniziative avvicinano pubblici completamenti diversi, come nuove generazioni che sono interessate ad altro, tipo la musica, e aiutano il calcio ad essere molto di più”
Jacopo Galletta: “Penso che, oltre alla partita in sé, un club abbia le possibilità di esprimersi in tanti modi differenti. È bello che ci sia una cultura ‘off-stadio’. Ed è bello che Inter si lasci contaminare, per esempio, dal clubbing. Vedere un grande club calcistico che non vuole essere solo calcio è molto importante”
BR1: “Ho amato il fatto che la maglia e il kit non siano stati presentati come un qualcosa di puramente calcistico. La campagna è stata fatta benissimo, e ai miei occhi va ben oltre il calcio, anche grazie a questa serie di momenti in ‘Montagnetta’. Fino a ieri ho pensato a un progetto guidato principalmente da moda e design, poi ho visto il kit in campo, e mi ha fatto impazzire”


Parlando di contaminazioni, secondo te in che modo calcio e musica s’incontrano? Dove e come percepisci la musica nel Beautiful Game?
Clement: “Basta pensare ai pre-match, dove sono sempre presenti dj set: fino a qualche anno fa era impensabile. Ultimamente, musica e sport stanno entrando in sintonia, come accade da molto tempo all’arte e alla musica stessa… Queste dimensioni hanno smesso di essere parallele, stanno comunicando, stanno prendendo un’unica direzione, e non penso ci sia da meravigliarsi se mondi diversi s’incontrano. Oltre alla musica live e alle varie intro a San Siro, i cori sono un altro, chiarissimo, punto di contatto. In fondo, cantare allo stadio crea sollievo, come partecipare ad un dj set. Per me la musica è tutto: sorrisi, lacrime… Tutto. E quel tutto coincide con ciò che crea lo sport, l’Inter per ogni per ogni suo tifoso. Poi, c’è l’atto fisico calcistico: quando corri, lo fai sul beat, ogni gesto atletico è fatto di beat. E ogni cosa, in fondo, è musicale”
Thera-P: “Allo stadio è tutto un canto. L’inno, il tifo… Le basi musicali del calcio ci sono sempre state, ora non stanno facendo altro che amplificarsi. In campo, io sono un amante del calcio ballato brasiliano, dell’arte del dribbling: per me il dribbling è un passo di danza, un movimento completamente musicale, è una cosa a sé”
Jacopo Galletta: “In primis, penso che la musica aiuti i calciatori a rimanere focalizzati su quello che stanno facendo, o stanno per fare. La prima immagine che mi viene in mente è il loro arrivo allo stadio, con le cuffie. Se tutti ascoltano qualcosa, un motivo c’è: può essere focus, può essere spinta emotiva… La musica è presente in campo, durante ogni azione: come tre note formano un accordo, i calciatori che compongono un’azione hanno bisogno dello stesso tipo di sintonia. Se un calciatore è semitono, si percepisce, e la palla viene persa”
BR1: “Il calcio e la musica sono legati in modo naturale. Lo stadio è un luogo di vita, di divertimento: lo stesso vale per la musica, per il clubbing, ed è giustissimo che si uniscano. La musica, per me, è davvero emozione. Penso che qualsiasi giocatore, prima di entrare in campo, abbia due o tre canzoni che vuole e, in un certo senso, deve ascoltare. E la musica è anche una delle arti più incredibili, in grado di sprigionare cose che poche altre cose riescono a sprigionare: onestamente, non so che mondo sarebbe senza musica… Allo stadio, i cori sono puro ritmo, sono musicalissimi: non è un caso che Kanye stesso abbia campionato proprio quelli della curva interista per comporci sopra… D’altronde, penso che il 99% di quello che c’è nel mondo sia, in qualche modo, musicale…”


Sulla ‘Montagnetta’ si sono unite varie community milanesi nel nome dell’Inter. Eventi come questi e partnership come quella tra Inter e ACG, pongono Milano, e l’eterogeneità delle sue scene, al centro del mondo. Cosa significa per te questo tipo di processo?
Clement: “Una città come Milano non può solo mostrarsi a sé stessa, deve mostrarsi al mondo. Lo stesso vale per l’Inter. È necessario far vedere quello che accade qui, dimostrare che siamo una realtà estremamente internazionale. Fare eventi outdoor, sulla ‘Montagnetta’, che coinvolgano musica, community e calcio, dimostra che non abbiano nulla da invidiare ad altre grandi città e scene globali: stiamo facendo il nostro”
Thera-P: “Sono giorni che vedo ovunque sui social il nero, l’azzurro e l’arancione. È veramente una cosa di portata mondiale. Ogni pagina che seguo sta parlando di Inter-ACG e degli eventi in ‘Montagnetta’. Penso sia chiaro che questa collaborazione abbia funzionato. Mai mi sarei aspettato di farne parte, suonando qui. È un’opportunità per mettere in mostra il mio talento, in mezzo a tanta gente che conosco, ma anche davanti a molte più persone in giro per il mondo. Ovvio, sono felice”
Jacopo Galletta: “È stato, innanzitutto, inaspettato ricevere quest’invito. Di conseguenza, è un grandissimo onore suonare qui, in ‘Montagnetta’, durante un evento di questo tipo. Devo ringraziare Inter, perché fino a poco fa, nel mio percorso, potevo solo immaginare una cosa del genere. Sono contento anche del fatto che un evento del genere abbia un respiro internazionale: la cultura musicale italiana e il suo movimento sono molto più ampi di quello che si possa pensare, il fatto che un club calcistico lo riesca a far vedere ad un audience internazionale rappresenta, senza dubbio, uno slancio e un pro per tutti noi artisti”
BR1: “Per me è stato tutto incredibile. Non sono tifoso, non sono appassionato, eppure questa serie di eventi, quest’unione di mondi, che è stato rilanciata ovunque, mi ha avvicinato molto al calcio, e all’Inter. Penso tornerò svariate volte a San Siro. Voglio rivivere quelle sensazioni. Allo stesso tempo, ci tengo a ringraziare tutti per l’opportunità, non è scontato avere una piattaforma del genere, con una risonanza globale”
Chi è il giocatore nerazzurro più ‘musicale’?
Clement: “Thuram. È musicale per la sua freschezza, per il suo stile… Lo percepisci subito”
Thera-P: “Çalhanoğlu. Per me è il più ‘suave’. È pura tecnica, quando ha la palla tra i piedi apprezzo sempre la sua musicalità”
Jacopo Galletta: “Come ho detto, non sono troppo esperto di calcio. Posso dire, però, che artista associo all’Inter per il tipo di vibes che percepisco: Kaytranada. Parlo di personalità, stile, concetto: questi sono i fattori alla base dell’affinità”
BR1: “Direi Thuram. Mi fa pensare alla trap”


Ascending Milano, Transcending Football | Inter | Chapter 2
Sulla ‘Montagnetta’, storica e unica vetta milanese, il nerazzurro si apre a nuove dimensioni, grazie al connubio con Nike ACG. Raccontiamo questa sinergia all’interno di una speciale collana editoriale, in questo caso attraverso la testimonianza di una leggenda interista e del calcio mondiale: Francesco Toldo
La ‘Montagnetta’ e San Siro si osservano da altezze differenti. Differenti luoghi. Differenti morfologie. Differenti architetture. Eppure, ad unirle, la comune affinità verso un’epica garantita da condizioni climatiche avverse: come quelle che hanno scandito l’adrenalinico cosmo di emozioni di Inter-Pisa, conclusa con un pirotecnico 6-2, come quelle che hanno accompagnato alcune delle più brillanti leggende della storia interista sulla vetta del Monte Stella, per celebrare la sinergia con ACG, insieme a tantissimi tifosi e fan club giunti da ogni dove.
Tra loro, Francesco Toldo, un’icona nerazzurra e internazionale, nonché un portiere in grado di marchiare a fuoco la storia del calcio. In una significativa chiacchierata, l’ex numero 1 nerazzurro ha toccato temi e suggestioni alla base del connubio Inter-ACG: le condizioni estreme, la contaminazione culturale, il calcio che si fa veicolo d’esplorazione all-around e di una Milano che sa essere radice, ma soprattutto punto di partenza per una dimensione, quella interista, sempre più globale. Infine, il talento.


La sinergia Inter-ACG riflette gli imprevisti e le condizioni estreme che si vivono in un regno celebre per questo, quello outdoor. Condizioni rappresentate anche dalla situazione climatica di Inter-Pisa. Quali sono state le situazioni più estreme che hai vissuto in campo, in maglia interista?
Francesco Toldo: “Il clima serale di San Siro è, da sempre, umidissimo. Ai miei tempi, ti riscaldavi prima della partita, entravi in campo e reggevi. Per il secondo tempo, invece, non avevi modo di farlo, e ricordo ancora la sensazione dei piedi ghiacciati: sempre. Ora la situazione è cambiata, i giocatori si riattivano prima della seconda frazione, e soffrono di meno. All’estero, non ho grandi ricordi di partite con condizioni climatiche estreme o particolarmente avverse. Almeno, non mi vengono ora. Quello che posso dire è che, in generale, per me giocare con la pioggia, anche la pioggia forte, non era un problema: era un divertimento. Il calcolo della palla era diverso. I suoi rimbalzi erano diversi. Dovevo stare attento ad ogni presa, ma sui campi bagnati mi sono sempre trovato bene”
La qualità, e la performance, in condizioni avverse è sicuramente questione di allenamento, di automatismi affinati negli anni, specie nel caso di un portiere, ma anche di talento naturale. In queste giornate di ‘Montagnetta’, Inter ha deciso di dedicare spazio ed elevare nuovi talenti locali, impegnati in ambito musicale, come dimostrano i vari dj set organizzati, ma anche grafici, come palesano le patch create ad hoc per queste attivazioni. Come uno dei più talentuosi portieri della storia dell’Inter e del calcio italiano, cosa rappresenta per te il talento?
Francesco Toldo: “Questa è una bellissima domanda. Credo che il talento faccia parte delle tante doti che una persona deve avere nell’affrontare il proprio lavoro, la propria vita. Continuerò sempre a ripetere che, oltre al talento, ovviamente ci deve essere altro: la passione, la tenacia… Grazie a questi fattori puoi arrivare a raggiungere risultati importanti. In fondo, in tutti i lavori devi avere talento, però deve essere centrale anche il senso d’umiltà. Questo è qualcosa in cui ho creduto fin dal mio primo approccio al calcio e all’Inter: nessuno è nato imparato, è essenziale studiare e imparare dalle persone che ti hanno preceduto, quando inizi un lavoro. Nel mio caso, ho imparato tantissimo da Walter Zenga. Lo vedevo, lo osservavo da piccolo. E questo non era di certo talento: era, per l’appunto, umiltà. La combinazione di queste due cose è ciò che ti porta ai massimi livelli, in qualsiasi lavoro”


Questa sinergia on e off-the-pitch sta ponendo l’Inter, ancora una volta, al centro dell’attenzione globale per la sua capacità di trascendere il campo, lasciandosi contaminare e, a sua volta, contaminando altre dimensioni artistico-culturali. Si può dire che il connubio tra Inter e ACG sia, in modo allargato, una celebrazione dell’anima milanese stessa. Tu sei arrivato in questa città giovanissimo, dalla provincia veneta: che impatto ha avuto questa città su di te, come essere umano? Come si sono allargate e contaminate le tue prospettive grazie a Milano?
Francesco Toldo: “Onestamente, all’inizio ho fatto veramente tanta fatica. Pensavo che il mondo finisse fuori dalla mia regione. A 16 anni, quando sono approdato per la prima volta a Milano, la nostalgia era tanta, e portava con sé un po’ di sofferenza. Con lo scorrere del tempo, però, quella sofferenza si è trasformata in un qualcosa in più: in reazione. Vivere fuori casa mi ha aperto nuovi orizzonti, mi ha mostrato come approcciare il mondo, la vita stessa, in situazioni differenti. Uscire di casa da ragazzino e ritrovarmi a Milano mi ha aperto tanto la mente. Penso, per esempio, anche solo al contatto con il fashion. Da giocatore dell’Inter, venivi invitato ad una sfilata e dovevi farti trovare pronto. Dovevi essere all’altezza della situazione. Fortunatamente, credo che quando cominci ad essere un professionista di alto livello, nel mio caso nello sport, venga in qualche modo naturale farsi trovare pronti. Sai che devi farti trovare preparato anche in altre situazioni, non solo in campo. D’altro canto, credo fermamente che sia altrettanto fondamentale rimanere te stesso. Che fosse in una sfilata o a San Siro, ho sempre cercato di non cambiare questa cosa, e di rimanere fedele a quello che ero e sono”


L’anima milanese è, per l’appunto, un’anima internazionale: termine che tra la ‘Montagnetta’ e San Siro assume molti significati differenti. Per te che cosa significa rappresentare un club che, come dimostra questa prima storica partnership con ACG, riesce sempre a fare passi verso il mondo, imponendosi come eccellenza italiana all’estero?
Francesco Toldo: “Il mondo è da conoscere, e questo l’ho capito anche grazie all’Inter. Dal punto di vista del marketing, e della presenza globale, la collaborazione trentennale con Nike ha sicuramente permesso al club d’arrivare e imporsi su panorami ben più ampi di quello italiano. È una sinergia che, nel tempo, si è talmente consolidata da permettere, oggi, di poter anche osare, come avvenuto in questo progetto. Ed è giusto che sia così”


Ascending Milano, Transcending Football | Inter & ACG | Chapter 1
Sulla ‘Montagnetta’, storica e unica vetta milanese, il nerazzurro si apre a nuove dimensioni, grazie al connubio con Nike ACG. Raccontiamo questa sinergia all’interno di una speciale collana editoriale
Vista dall’alto, all’imbrunire di un tardo gennaio, Milano appare come un dipinto dai tratti burkiani, trasposti nel regno metropolitano. Un sublime urbano. Una barriera di nebbia e incognite, che lascia solo intravedere, e immaginare, i profili delle sue architetture più iconiche, più dense di significati storici e ritmi contemporanei. San Siro su tutte.
Pochi istanti prima, le pendici dell’unico sperone verticale di questa città, il Monte Stella, spalancavano le porte verso un hiking segnalato da bandiere nerazzurre, a bordi arancioni. Ora, l’aria comincia a farsi più rarefatta, ricordando quella delle Alpi, dove solo pochi giorni fa Inter e ACG hanno inaugurato una sinergia che nel calcio vede la propria musa, ma non la sua sola ragione d’essere.
“Il calcio mi piace moltissimo, ma non è tutto”. Una delle frasi più celebri di Armando Picchi, libero, oltre che capitano, di caratura leggendaria nella storia interista, riecheggia lungo l’intero processo d’ascesa, mentre i 50 metri d’altitudine si fanno sempre più prossimi. S’inerpica, anch’essa, come le frotte di esploratori guidati dalla curiosità per una storica prima volta: per un’inaspettata commistione di codici e linguaggi quali fede, design, identità, natura, iconicità senza tempo e giovane talento.
Striscia, come le squame di un serpente tra gli umidi sentieri di quella che, per ogni milanese, altro non è che la ‘Montagnetta di San Siro’. Allo stesso tempo, assorbe il senso stesso di questa costruzione artificiale nata sulle, o meglio, dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, come simbolo di ricostruzione: di valorizzazione di un passato che, anche nel dolore, ha saputo riconoscere e plasmare il futuro.
Sulla sommità di quest’atipico monte, un’installazione fisica e geometrica. Il popolo nerazzurro che si fa portatore dei versi di Vittorio Sereni, uno dei massimi esponenti dell’interismo, specie della sua visione poetica, secondo cui il calcio e, nello specifico, l’Inter non farebbero che offrire “un riscontro alla varietà dell’esistenza, di specchiarla o piuttosto rispecchiarla nel suo andirivieni, nei suoi imprevisti (...)”.
Parlano proprio d’imprevisti le trame del Quarto Kit e della collezione presentata in questo rifugio alpino distopico, avanguardistico, eppure calato nel presente. Parlano di outdoor calcistico, e di calcio outdoor. Di un biscione che muta in corda d’arrampicata. O viceversa. Di mondi che si fondono e confondono. Parlano, soprattutto, di un club che nell’imprevisto vede, per suo stesso codice genetico, la forza della propria legacy, e la bellezza dei propri successi.
Metafora dell’esistenza. Diagramma del destino. La fede e l’essenza interista, almeno stando a Sereni, in questa prima scalata alla ‘Montagnetta’ raggiungono la vetta esplodendo in uno spartito di vibrazioni musicali, racconti tramandati da leggende, e condivisione umana. In un testamento in costante costruzione, dal sapore di rispetto e progresso, dove San Siro smette di significare solo campo e l’Inter cessa di essere solo calcio, proseguendo nella contaminazione di una legacy che mai ha voluto rispettare paradigmi e limiti imposti.
Questo spiega l’inaugurazione milanese del connubio Inter e ACG, pronto a manifestarsi nei novanta minuti di Inter-Pisa. Un connubio che continuerà a respirare e vivere l’aria della ‘Montagnetta’, e che noi racconteremo, nella sua interezza, in una speciale collana editoriale che ci accompagnerà nei prossimi giorni.











Fighting as Art | Boogie
Athleta Mag e Champion uniscono le proprie prospettive in uno speciale evento parigino, dove l’arte del fighting viene raccontata da una mostra fotografica ispirata dalla lente di Boogie. ‘Fighting as Art’ viene inaugurata oggi, presso lo showroom Champion di Rue de Turenne. Per l’occasione, abbiamo raccolto la testimonianza diretta del fotografo serbo, che sarà ospite dell’inaugurazione stessa
“La boxe è una forma obliqua di auto-definizione.” La storyteller Joyce Carol Oates ha saputo raccontare, in versi poetici, l’infinito potenziale espressivo racchiuso nel ring. Un’intuizione che si riflette naturalmente nell’intero universo fighting. D’altronde, quando l’essere umano raggiunge l’apice dello scontro fisico, là dove tutto è esposto e spogliato di ogni sovrastruttura, il movimento viene plasmato dall’istinto primordiale, dalla ripetizione incessante, dal flusso... E in quello spazio tanto fragile, quanto elettrico, il combattimento trascende la competizione, divenendo arte: la più diretta espressione del sé, dell’identità.
Dai camp Muay Thai in Thailandia alla kickboxing serba, passando per le sottoculture ultras dello Spartak Mosca e di Napoli e toccando la boxe giamaicana e statunitense, lo sguardo antropologico di Boogie restituisce la natura ruvida e, contemporaneamente, lirica del fighting. Il suo lavoro racconta una cultura sportiva multiforme, che attraversa il mondo, trovando voce in quelle zone grigie in cui emerge come musa senza tempo, e come riflesso della vita stessa.
In attesa dell’inaugurazione ufficiale della mostra ‘Fighting as Art’, che avverrà questa sera, alle 5pm, presso lo showroom Champion di Rue de Turenne a Parigi, abbiamo indagato il rapporto diretto tra il fotografo serbo, protagonista dell’exhibition stessa, e il fighting.
La campana sta per suonare. Se sei a Parigi, puoi unirti a questa celebrazione del fighting. Nel mentre, lasciamo spazio alle riflessioni di Boogie.

Partiamo dalle tue radici e dal nucleo della mostra ‘Fighting as Art’. Sei stato plasmato da città come Belgrado e New York. Che ruolo ha avuto il fighting, inteso come forza sociale, sportiva e culturale, nel tuo percorso personale?
“Sono appassionato e praticante delle arti marziali, e dal fighting in generale, fin da quando ero bambino. Il karate è stata la prima disciplina che ho incontrato. All’epoca, questa tipologia di sport stava iniziando a diffondersi su larga scala. Il meccanismo era sempre lo stesso: andavi al cinema, vedevi un film di Bruce Lee, e il giorno dopo tutti i bambini, te incluso, imitavano le mosse o finivano per iscriversi in una scuola specifica. Almeno, così funzionava dove sono cresciuto. In generale, già da giovanissimo imparavi a tirare un pugno nel modo corretto. Per questo, oggi, quando vedo un adulto che non sa colpire come si deve, mi fa strano. Ma è il mio background. Non so come funzionasse in altre culture: so che da dove vengo è normale possedere almeno delle basi di fighting, sufficienti quantomeno per difendersi.”
Come hai raccontato, pratichi il fighting in varie forme da tutta la vita. In che modo l’affinità con questa dimensione ha influenzato il tuo percorso fotografico?
“La mia intera vita è stata una forma di combattimento: fisico, mentale... Nessuno mi ha mai regalato niente, ho dovuto lottare per ogni cosa. Quindi, esiste questa correlazione estremamente diretta.”

Il pubblico parigino vedrà una serie di immagini realizzate a Surčin, un quartiere della tua Belgrado. Dopo le guerre jugoslave, la kickboxing, ma anche le MMA, hanno assunto significati molteplici in luoghi come la Topic Team Gym. Cos’hai cercato di mostrare attraverso quel reportage?
“Non cerco mai di dire qualcosa, né di effettuare processi di moralizzazione attraverso il mio lavoro. Fotografo, semplicemente, ciò che ho davanti. Cerco di avvicinarmi il più possibile alle persone, in questo caso ai fighter, e le persone rispondono alla mia energia. Non cerco di spiegare alcunché, mostro le cose per quello che sono. Questi ragazzi amano combattere, vivono il combattimento. E per essere bravi in qualcosa, bisogna vivere quel qualcosa fino in fondo. Io vivo la fotografia. Loro vivono il combattimento. Devi essere una cosa sola con ciò che fai.”
Spostiamoci in un’altra sezione della mostra: la Thailandia, dove il fighting assume una forte dimensione spirituale. Che cosa ti ha colpito di più nel documentare il regno della Muay Thai?
“Mi sono allenato in palestre di Muay Thai a Bangkok per un mese. È brutale, soprattutto se non sei cresciuto in quella parte di mondo. L’umidità rende difficile la respirazione, ogni allenamento risulta estenuante. È stato l’unico viaggio in cui ho capito che non potevo allenarmi e fotografare allo stesso tempo. Anche qualcosa di apparentemente semplice, come saltare la corda, diventa una tortura in quelle palestre: le corde sono tubi di gomma, quando colpiscono le dita fanno male. Finisci ogni allenamento circondato da pozze di sudore. La Muay Thai è uno sport per poveri. Le persone istruite, con una vita stabile in Thailandia, non lo praticano. I combattenti iniziano molto giovani e, intorno ai vent’anni, rischiano di essere già logorati dalla disciplina. Da quello che ho visto, la migliore strada possibile è diventare un allenatore, ma anche questo percorso, alla lunga, distrugge il corpo. Onestamente, penso che l’aspetto spirituale sia in gran parte decorativo. È bello da vedere e funziona per i turisti, quando però osservi le condizioni di vita dei vari camp, capisci che si tratta soprattutto di sopravvivenza. Se sei estremamente povero, non pensi ai rituali o al divino: pensi al tuo prossimo pasto.”
Concentriamoci nuovamente sul titolo di questa mostra, ‘Fighting as Art’. Alla luce della tua esperienza diretta, quando il combattimento supera la pura contrapposizione fisica e diventa arte?
“Per eseguire bene una combinazione, o una semplice tecnica d’attacco, bisogna ripetere quel gesto specifico migliaia di volte. Per diventare davvero bravi in qualcosa servono anni e anni. Per questo, il fighting a mio avviso diventa arte quando arrivi a spegnere il cervello e ad agire senza pensare. Il pensiero è, in un certo senso, nemico del fighting, della fotografia, dell’arte. Nel momento in cui pensi, è già finita. Le cose migliori accadono quando subentra l’istinto. Un vero fighter, un vero artista del combattimento, è la persona più pacifica del mondo. Non ha bisogno di dimostrare agli altri. Evita lo scontro fuori dal ring. Quando ci entra, però, cambia. Mike Tyson lo ha detto nel modo più chiaro possibile. In primo luogo, che “tutti hanno un piano finché non prendono un pugno in faccia”. Quindi, niente pensieri. Niente piani. Segui il tuo ritmo. In seconda battuta, ha anche condiviso il fatto che piangesse prima di ogni incontro. Era terrorizzato. Io provo le stesse sensazioni prima degli shooting. Il giorno che li precede, non esco dalla stanza d’hotel, vado nel panico. Quando si comincia, però, è come se scattasse un interruttore. Se non hai quel tipo di paura, significa che per te quella determinata cosa non conta nulla, oppure che stai per finire al tappeto.”

Champion fa parte della fighting culture da tempo immemore, e la sua presenza continua a permettere l’evoluzione di questo filone sportivo, e non solo, nella contemporaneità. Come valuti l’influenza di un marchio così iconico nella costruzione di un intero linguaggio sportivo e culturale?
“Rocky. Quando penso a Champion, penso a Rocky. Non serve altro. Quella scena in cui corre sulla scalinata di Philadelphia, insieme ai momenti più iconici dei primi film della saga, ha definito, a mio avviso, l’anima stessa del brand. Alcune contaminazioni culturali hanno il potere di definire un brand per sempre. Da lì in poi, Champion è diventato ‘real’ per me. Old-school. Senza tempo. Niente stronzate. Flessioni su pugni chiusi.”
Un altro capitolo della mostra ‘Fighting as Art’ è dedicato alla scena dello street fighting di Bangkok. Che cosa ti ha rivelato questo sottobosco della capitale thailandese?
“Era un tipo di street fighting organizzato, con incontri divisi per categorie di peso. Per me è stato tutto molto interessante, specie osservare coloro che apparivano come invincibili, con corpi scolpiti e muscoli definiti, finire ko a terra per primi. Vincevano prevalentemente gli outsider, gli underdog. E io tifo da sempre per gli underdog. Questo si collega, in qualche modo, anche a quanto ho appena detto di Champion. Non si tratta solo di apparire. In fondo, si tratta di dimostrare chi sei, senza strati superficiali. E di non andare giù.”
Dalle strade asiatiche alle palestre caraibiche: cosa narra la boxe in un Paese come la Giamaica? Hai notato differenze stilistiche rispetto ad altre scuole, per esempio quella serba?
“In determinati contesti, la boxe mostra che se c’è la volontà, c’è una strada. Non servono attrezzature sofisticate. Se lo vuoi davvero, trovi il modo di farcela. Dal punto di vista puramente stilistico, non ci sono grandi differenze rispetto ad altre zone del mondo. La vera differenza sta nel tempo e nell’evoluzione che porta con sé. In passato, i pugili si allenavano tre o quattro volte a settimana ovunque. Oggi, anche a livello amatoriale, devi dedicare tutta la tua vita alla boxe. Da quando sono entrati in gioco i soldi veri, la boxe è diventata un business globale. E puoi riconoscere in ogni dove gli effetti di questo processo”

A questo proposito, come cambia la morfologia della boxe quando, per esempio, il tuo occhio si sposta nelle palestre made in USA, altro nucleo tematico della mostra?
“Negli Stati Uniti è pura sopravvivenza. È business. La competizione è feroce, sia dal punto di vista economico, che del talento. Le palestre vintage, in stile Rocky, sono praticamente scomparse. In luoghi come la Russia, invece, resistono. Vere palestre di boxe. Semplici. Funzionali. Oneste. I sacchi vengono tirati su, inizia il riscaldamento, i sacchi tornano giù, l’allenamento comincia... Palestre pensate per la boxe pura, fin dalle loro origini.”
Arriviamo all’ultimo filone tematico di ‘Fighting as Art’: la sottocultura ultras, Spartak Mosca e Napoli. Come interpreti questo fenomeno, che occupa un ruolo così centrale nella tua ricerca documentaristica? E che significato assume, nei pressi di uno stadio, il fighting?
“Resto sempre colpito da quanto seriamente le persone prendano la sottocultura ultras. Certo, spesso è legata ad altri filoni: gang, droga, territorialità... E alcune persone ci guadagnano pure. Nonostante questo, dedicare la propria vita a una squadra di calcio continua a sembrarmi strano. Detto ciò, la vita è dura. La negatività si accumula. Le persone hanno bisogno di uno sfogo. Quindi, ti rechi allo stadio e urli, combatti, a volte organizzi persino incontri ad hoc nei boschi, come accade tra gli ultras russi, e torni a casa più calmo, fino alla partita successiva. In questo s’innesta anche un fortissimo senso di appartenenza. L’idea di avere una seconda famiglia, soprattutto se la prima ti ha deluso. L’ambiente di Napoli era completamente diverso da quello che ho incontrato a Mosca, perché l’ho ritratto in un momento speciale, quello dello Scudetto. Era la gioia a dettare le vibrazioni. Pura positività. Quel successo in Serie A ha dato a tutti un motivo per festeggiare. E, si sa, a Napoli tutto le emozioni vengono trasposte su altri livelli: visi dipinti, devozione totale... Avevi la sensazione che il raggiungimento di quell’obiettivo sportivo potesse cambiare la vita delle persone, anche se il frigorifero si presentava vuoto prima dello Scudetto, ed era destinato a rimanere tale dopo... Ed è questo ad affascinarmi.”

“Between the LAAX lines” con Zalando
Sospesi sopra la gola del Reno, nel cantone dei Grigioni, abbiamo avuto la possibilità di vivere le adrenaliniche linee emotive tracciate dal LAAX Open 2026 presented by Zalando
Anfiteatro bianco e verticale che la Svizzera custodisce all’interno della Superpipe di Crap Sogn Gion a oltre 2000 mt, il LAAX Open non è semplicemente una tappa della Coppa del mondo di Snowboard e Freestyle, è un'istituzione culturale delle gesta sportive invernali al limite del possibile. Un punto d’incontro dove freestyle, greenstyle e lifestyle smettono di essere etichette e tornano a essere gesto, scelta, visione, e glorificazione.
Il freestyle qui smette di essere solo disciplina e diventa patrimonio intellettuale. Si capisce guardando lo sguardo degli atleti, come le loro linee diventano firma, dagli spalti affollati dove l’aria si trasforma in sospiri, trick dopo trick, lasciando tutti a bocca aperta. Dove per molti è soltanto performance, qui ogni salto diventa composizione artistica. E mentre la folla si stringe attorno alla Pipe, il freddo si fa più sottile: perché quando una comunità crede davvero in ciò che sta vedendo, il clima sportivo si innalza al livello delle montagne svizzere.
Il LAAX Open è tutto questo. Un appuntamento sportivo mondiale, certo, ma anche un festival della mountain community. Un ecosistema di persone, musica, DJ set, talk, film, rail sessions e happening che si muovono tra la vetta e la valle.
In questo speciale weekend innevato e multidisciplinare, invitati da Zalando, presenting partner della tappa, abbiamo avuto l’occasione di immergerci in “A Line We Draw”, primo episodio della docu-serie “Between the Lines”, un progetto in tre capitoli che segue quattro atleti svizzeri di freestyle: Mathilde Gremaud, David Hablützel, Giulia Tanno e Nicolas Huber nei tratti, pensieri e dettagli più delicati della loro preparazione ad una stagione invernale fuori dal comune.
Poche ore dopo la release di “The Risk We Take” e in attesa del terzo ed ultimo episodio “And Where We Land”, in uscita il 9 febbraio, riviviamo preparazione, fragilità, disciplina, solitudine, comunità attraverso le voci dei protagonisti di questa singolare produzione che indaga la componente umana dello sport ad alte prestazioni. Quella che, rumorosa e intima nello stesso istante, raramente trova spazio mentre scorrono le classifiche. Un dialogo in cui i sogni di vittoria non sono un concetto astratto ma una routine costruita di tentativi, di neve, di cadute che diventano metodo, dell’idea che, prima del risultato, esista un altrettanto importante traiettoria personale.





Mathilde Gremaud, freeskier – campionessa olimpica, plurimedagliata agli X Games e vincitrice del LAAX Open 2024
“Ci ho messo un po’ a capirlo, ma dopo la rottura del crociato nel 2017 ho ritrovato abbastanza in fretta tanto successo. Eppure credo di essermi portata dietro quell’infortunio più a lungo di quanto pensassi. Per questo, la sfida più grande per me è stata mentale: tornare a fidarmi di me stessa — del mio corpo, delle mie abilità, delle mie capacità. Tutti gli alti e bassi della mia carriera fin qui mi hanno plasmata. È un grande cliché, ma ogni volta che incontro una sfida, un momento duro o un periodo no, mi concentro davvero sul tornare più forte, imparare dai miei errori e crescere. Cerco sempre di vedere il lato positivo in ciò che mi è capitato, anche quando all’inizio sembra decisamente negativo.
Amo davvero tanto competere. Amo i nervi, e il fatto di non avere scelta se non fare quello che sai fare meglio proprio in quel preciso istante. Quindi sono sempre entusiasta di tornare in quello stato di pressione — lo aspetto, mi elettrizza. È semplicemente una cosa che mi piace tantissimo: gareggiare e avere un pettorale sulle spalle. La mia sfida più grande è che mi sembra di non sciare abbastanza. Mi piacerebbe passare più tempo a sciare con i miei amici, con tutti i tipi di sci diversi, e non solo ad allenarmi in park, perché prima di tutto quello che amo è semplicemente sciare. Quindi penso che la sfida, ora che ho 25 anni, sia accettare che sì, lo amo, ma è anche il mio lavoro — non solo una passione e un hobby che faccio quando posso.
Credo che le persone tendano a notare soprattutto i lati belli: i risultati, i post su Instagram e cose così. E anche se ora sta cambiando un po’, visto che abbiamo la possibilità di essere il nostro canale di notizie, penso che spesso la gente dimentichi quanto viaggiamo, quanto siamo lontani da casa e quanto ci alleniamo quando nessuno ci guarda. Come dicevo, con il fatto che siamo noi stessi il nostro canale, le persone iniziano a vedere tutto questo molto più di prima, ma credo che quello che la maggior parte non sappia davvero sia come ci si sente.”




David Hablützel, snowboarder – tre volte olimpionico e specialista dell’halfpipe
“La più grande sfida mentale e fisica che ho dovuto superare per arrivare dove sono oggi è senza dubbio la mia fortissima spinta verso la massima performance. Ho subito sette interventi al ginocchio, solo di rotture del crociato ne ho avute quattro, che hanno significato quattro anni interi lontano dallo sport. Nonostante questo, sono sempre riuscito a combattere per tornare ai vertici dello snowboard.
I momenti che mi hanno plasmato di più sono stati chiaramente quelli in cui non potevo fare ciò che amo di più. In quei periodi ho passato molto tempo a riflettere su me stesso e ho imparato qualità che non avrei mai potuto acquisire con trick, risultati o medaglie. Ho capito abbastanza presto che il successo può arrivare solo attraverso il fallimento. Il mio obiettivo è sempre stato puntare al meglio e tirare fuori il massimo da ogni situazione. Guardandomi indietro, sono persino grato per il tempo trascorso in riabilitazione, mi ha permesso di concentrarmi su di me. Le battute d’arresto mi motivano a tornare più forte e mi insegnano quanto sia importante guardare le cose con obiettività. Mi ricordano che la vita è fatta di alti e bassi, e che la mia sfida è crescere attraverso la sconfitta. Ogni stagione non vedo l’ora di stare sulla tavola con i miei amici o con tutta la mia famiglia: essere creativo, dimenticare per un attimo il mondo e la quotidianità, ed esprimermi attraverso lo snowboard.
Quello che molte persone non si rendono conto è che lo sport professionistico può essere molto duro e solitario. Di solito si vedono solo i momenti di vittoria, di gioia, ma la maggior parte del tempo è passato a lavorare sodo. Detto questo, la sensazione quando tutto si incastra in una run da sogno è assolutamente incredibile. Grazie allo snowboard ho imparato quanto sia potente modellare la percezione del mondo attraverso ciò che metti tu in gioco. Mi concentro su me stesso, e attraverso questo focus interiore riesco a creare anche cose bellissime all’esterno. Il mio sogno più grande oggi è riuscire a fare snowboard in salute per il resto della mia vita. Motivando e ispirando le persone a vivere fino in fondo le proprie passioni.”




Giulia Tanno, freeskier – cinque volte medagliata agli X Games
“Quando penso alla mia carriera, i momenti che mi vengono più in mente sono i successi in cui tutto si è incastrato davvero, soprattutto nella stagione 2019/20, quando sono salita sul podio cinque volte consecutive. Ma ci sono anche altri momenti che spiccano, non solo i successi. Per esempio, quelli in cui ho imparato un nuovo trick e, naturalmente, alcune sconfitte da cui ho tratto lezioni importanti per il mio futuro.
Lo sci mi ha insegnato tantissimo su me stessa: i miei limiti, come gestire il mio corpo e quanto sia importante ascoltare le mie sensazioni. E il processo di apprendimento non finisce mai: in questo sport non sei mai davvero ‘arrivata’. Ho imparato anche di che tipo di supporto ho bisogno, quali persone mi fanno bene e quali condizioni mi aiutano a rendere al massimo. Ho imparato ad affrontare le battute d’arresto e che i risultati non ti definiscono come persona.
Ciò che rende questo sport così speciale lontano dalle telecamere è la libertà che ti dà. Puoi spingerti in qualsiasi direzione tu scelga. È affascinante anche che ognuno abbia una prospettiva leggermente diversa sullo sport, eppure ci unisce tutti. La nostra scena è una vera community, che resta compatta. Il mio sogno più grande, oltre medaglie e titoli, è avere un impatto positivo sullo sci femminile. Voglio che più ragazze si sentano ispirate a provare il freeski, a scoprire questa passione e a vedere che le donne appartengono davvero a questo sport. Divertiti e circondati di persone che ti fanno bene, che ti motivano e tirano fuori il meglio di te. Ascoltati, dai tutto e goditi questo momento, perché non durerà per sempre.”




Nicolas Huber, snowboarder – plurimedagliato ai Mondiali di slopestyle
“Per me, la cosa più importante è stata imparare a gestire bene le battute d’arresto e non perdere mai la fiducia in me stesso. Ogni sconfitta contiene la possibilità di fare un passo avanti. Rialzarsi, ancora e ancora — questa è la chiave. Credo fermamente che cresciamo di più, sia come persone sia come atleti, proprio attraverso il fallimento. Il fallimento non è un ostacolo: è la strada verso il successo. Nel 2023 sono arrivato terzo ai Campionati del Mondo in Georgia. Non dimenticherò mai quel momento. Mi ero allenato così tanto per arrivarci e, nel momento decisivo, sono riuscito a dare il meglio — una sensazione incredibile.
Sono una persona piena di passione per lo snowboard. Questa passione mi riempie di felicità — e quella felicità è qualcosa che voglio condividere con il mondo. Lo sport mi ha insegnato disciplina, perseveranza e la gioia dei piccoli passi. Quando faccio snowboard mi sento totalmente libero. Nessuno ti dice cosa fare — scegli tu la tua strada. Quello che spero è di poter fare snowboard in salute e con gioia fino a tarda età, idealmente insieme ai miei figli. Conoscere i propri limiti è fondamentale per restare in salute stagione dopo stagione. Viaggiare continuamente e non avere quasi mai una vera casa non è facile. E la pressione costante della performance è reale — saperla gestire è una parte essenziale del lavoro.”


UN’ARTE FRAGILE E SOCIALE, COME IL CICLISMO - LUCA DI MAGGIO
Tra street art, artigianalità e due ruote: una ride al fianco della consapevole filosofia artistica di Luca Di Maggio
“Il ciclismo non è solo sofferenza, ma anche piacere. Stai nella natura, nel paesaggio, nel mondo. Stai con la gente e nella gente. Vivi un'eterna giovinezza”, diceva Alfredo Martini, un eroe delle due ruote e, allo stesso tempo, uno dei più preziosi divulgatori di questa forma d’arte socio-sportiva. Il suo impianto teorico riecheggia nella visione, o meglio, nell’identità di Luca Di Maggio. E delle sue opere.
I lavori di questo artista italiano, contaminato da varie zone del mondo, oltre che da differenti epoche storiche, trovano un’affinità e un dialogo naturali con la cultura ciclistica. Se ne alimentano. Nel senso più lirico, così come più materiale del termine. Nelle opere di Di Maggio, in costante equilibrio tra street art monumentale e produzione artigianale, confluisce l’essenza di una disciplina in grado di raccogliere, condividere ed elevare i più svariati temi.
La semplice, complessa geometria di corpi e telai. Il contatto vero, vivo, con gli esseri umani e il mondo che ci circonda. La comprensione delle loro, nostre fragilità e paure. E ancora, la bellezza del movimento individuale e collettivo, atto ad esplorare il presente o, più semplicemente, la morfologia urbana, facendola propria…
Ogni filone narrativo, nel flusso creativo di Di Maggio, rima con le forme e i messaggi studiati in prima persona sui ‘nobili cavalli’, come usava definire le biciclette Dino Buzzati: altro narratore multidimensionale ispirato dalla musa ciclistica. ‘Correre è meraviglioso’, titolava uno dei suoi articoli relativi al Giro d’Italia. Lo stesso lascia trasparire la profonda testimonianza di Di Maggio.
La galleria visuale che accompagna questo approfondimento editoriale è firmata dalla lente di Alessandro ‘Zuek’ Simonetti, ed è frutto di una produzione per Roy Roger’s Workwear, che ringraziamo.



LE ORIGINI DI UNA DUPLICE, MA COMUNE FILOSOFIA
“L’arte è arrivata nella mia vita in modo quasi naturale, ma prima di tutto come una necessità, come una forma di terapia. Dopo la morte di mio padre ho dovuto trovare una via per sfogarmi, per non impazzire. All’epoca stavo studiando giurisprudenza, ma sentivo che quella strada non era la mia. Così, ho lasciato tutto, mi sono iscritto a un corso serale di grafica pubblicitaria e ho iniziato il mio percorso artistico. In quel periodo, l’arte ha assunto una funzione precisa: è diventata un modo per conoscermi meglio, per curare quel dolore che sentivo dentro. Non mi è mai importato dire ‘sono un artista’. Per me l’arte rappresenta qualcosa di più intimo, personale… È sempre stata un mezzo per esprimere ciò che non riesco a dire con le parole.
La bici segue l’arte parallelamente nella mia vita. Non sono mai stato un grande fan da bambino, ma pedalavo sempre, semplicemente per il gusto di muovermi. Ricordo ancora la mia prima bici... Me la rubarono e piansi per giorni. Mio padre me ne comprò un’altra: diversa, ma per me era abbastanza. Quella bici è diventata la mia compagna di avventure. Poi, le due passioni si sono incrociate. Ricordo ancora il giorno in cui Cinelli mi ha dato un telaio ‘in cambio’ del mio lavoro. Con quel telaio ho iniziato a pedalare seriamente, da solo, ma con una inspiegabile voglia di migliorare. Da lì in avanti, è stata una scoperta continua. Il ciclismo si è trasformato in un modo di vivere, in uno strumento per stare nel mondo”



UN TOUR CICLISTICO E ARTISTICO
“Negli anni 2000 ho vissuto cinque anni nella Germania dell’Est, un posto dove la bici è molto più di un mezzo di trasporto: è vita quotidiana, cultura. Con la bici ci facevo di tutto: la spesa, il lavoro, il trasporto di materiali... Lì ho imparato l’importanza dell’equilibrio, delle borse davanti per non sbandare in discesa. Non è solo tecnica, è un modo di pensare e muoversi nel mondo. La Germania è stata una scuola di vita per questo e molto altro. Per esempio, nei miei anni tedeschi ho collaborato con artisti di tutti i tipi: anche con chi disegnava locandine punk durante la DDR. Vivevo in un palazzo pieno di artisti. Facevamo colazione insieme e condividevamo la produzione stessa: si parlava di arte senza teorie complicate, senza intellettualismi. In Germania ho vissuto un’esperienza concreta, vera, fatta di scambi umani semplici e profondi.
Nel periodo tedesco ho affinato l’utilizzo di strumenti di grandi dimensioni: rulli, secchi, teli… Tutto è partito da stencil e grafiche fatte in casa la sera, dopo il lavoro. Poi, sono passato ai muri, sempre più grandi, sempre più sfidanti. Non ho mai smesso di studiare, di cercare ispirazioni ovunque: mostre, gallerie, cataloghi, libri d’arte. Credo che a definire il mio processo artistico sia, soprattutto, la mia curiosità, la mia sete di conoscenza. Mi piace scoprire cose, approfondirle, trasformarle in opere… Quando devo creare qualcosa, tutto parte da un’idea semplice: dentro ognuno di noi c’è dell’arte, ma bisogna conoscersi profondamente per scoprirla. Più ti conosci, meno hai paura. È come nello sport: sapere precisamente dove sei, nello spazio e nel tempo, ti dà sicurezza. Non è estetica, è consapevolezza.
Prima della Germania, ho vissuto a Vienna, durante gli anni ’90. Lì, ho scoperto lo snowboard, le riviste underground, le piccole botteghe creative. Ho iniziato a prendere i cataloghi Burton e a sfogliarli come fossero libri d’arte… Andavo in bici ogni volta che il clima lo permetteva. Anche in quella città c’era, e continua ad esserci, una vera cultura della strada e del movimento. Già all’epoca, la rete ciclabile era anni luce avanti rispetto all’Italia. Ricordo che a scuola guida insegnavano prima a guardare le biciclette, poi i pedoni... Una mentalità completamente diversa. Dopo essere tornato in Italia, la mia base attuale, ho compreso che in molte cose ci manca quel passo in più, quel coraggio di aprirci completamente. Ma ogni giorno si impara. E io continuo a imparare”


LA STREET ART NELLE DUE RUOTE. LE DUE RUOTE NELLA STREET ART
“Trovo che il ciclismo e lo sport, in generale, siano delle forme di linguaggio enormi. Danno la possibilità di raccontare infinite storie. Credo molto in questo. E credo che creare un’opera d’arte sia, un po’, come approcciare una salita con la bici: all’inizio è dura, ma poi si raggiunge la cima e, ogni volta, puoi osservare il mondo da un’altra prospettiva. È una fatica che vale la pena fare. Il ciclismo, poi, è uno sport che nasce per strada, tra la gente. Ti fa muovere lentamente, ma ti fa vivere i luoghi, incontrare persone... Ogni tappa può essere trasposta tanto in racconto, quanto in pura estetica. Ad esempio, il Giro d’Italia non è solo sport: ai miei occhi si mostra come una poesia che attraversa il paese. È come della street art: colore che cammina su ruote, colore che popola i marciapiedi.
Non ho mai amato il mondo istituzionale dell’arte. Preferisco la strada, per l’appunto, il contatto con la gente. Ho sempre avuto l’impressione che in strada succedano cose vere. La gente si ferma, ti guarda, ti parla, ti racconta la sua storia, anche solo per qualche minuto. Lavorare in luoghi pubblici, per me, è una responsabilità enorme. Mi esprimo principalmente in quartieri che frequento: su muri vecchi, degradati, recupero cartelloni arrugginiti e provo a trasformarli in qualcosa di nuovo... Una volta un passante mi ha detto: “Non potevamo più vedere quel muro ridotto in quelle condizioni”. In quelle parole risiede il senso del mio lavoro: non voglio solo fare l’arte per l’arte, ma per dare voce ai luoghi, alle persone... Oggi ritengo il mio lavoro un mestiere: sento ancora il bisogno profondo di fare, di creare come un artigiano, più che come un artista. Per me il lavoro vero si fa con la fatica, l’incontro, la relazione con le persone... Da questo nasce il racconto autentico, vero. Spontaneo.
Quando parlo di spontaneità, faccio riferimento al fatto che più stai in mezzo alla gente, più riesci a comprendere, comunicare e trasporre la realtà in arte. Ripeto, io non mi sento un artista, ma sento dentro una necessità innata di disegnare, di esprimermi con il corpo e il gesto... Come se fosse un istinto sportivo, in un certo senso. Dipingere opere di larga scala un po’ equivale a compiere un atto sportivo: muovi tutto il corpo, è adrenalina. Quando produco questo tipo di opere, mi capita anche di stare in piedi dieci ore al giorno, e questa cosa mi fa sentire vivo. Proseguendo su questo parallelismo, uno dei miei sogni più grandi fu quello di girare costantemente con una bici cargo piena di colori, pennelli, secchi… E dipingere. L’ho fatto solo, arrivando da Milano fino a Lecco. È dura, ma il fine ultimo è estremamente significativo: muoversi e lasciare una traccia”


DI FRAGILITÀ E FORME
“Un altro tema-caposaldo della mia produzione, che ha sicuramente attinenza con il mondo ciclistico, è quello della fragilità. È un tema importante per me. Uso spesso la carta proprio perché si stropiccia, si piega, resta segnata… Un po’ come ogni essere umano. Mentre la carta mostra le sue pieghe, però, le persone tendono a nasconderle. Viviamo in un’epoca di filtri, di maschere. E questo ci fa male. Penso ai social, per esempio, che danno tante possibilità, è innegabile, ma tendono anche a far emergere gli ego, non la vera sostanza delle persone. La carta, al contrario, è un qualcosa di veramente esposto, di veramente autentico.
Quando penso alla fragilità, non posso che riflettere su Pantani: un uomo tanto fragile, quanto potente. Aveva quella forza di spingere sul gas quando voleva, senza pensare a tattiche o numeri... Ed è stato distrutto dalla fragilità che aveva dentro. Eppure, ha lasciato un’eredità vera, per l’appunto, che ancora oggi si celebra in ogni corsa. Al contrario di molti altri non ha avuto uno staff a proteggerlo. Si è isolato, chiuso, perso… Ecco, nella mia visione, ammettere la propria fragilità non è un segno di debolezza, ma di forza. Ti rende umano. Lo stesso vale con la carta: se la colori, se ci costruisci una storia sopra, diventa forte, viva. Nella mia vita ho provato tanti tipi di paure differenti, spesso confluiti in attacchi di panico. Quando sono in strada a dipingere, svanisce tutto. Perché lì, ripeto, sento di essere vero e la fragilità, o la paura, vengono meno.
Parlando di forme, poi, ogni volta che guardo i ciclisti vedo geometrie: due triangoli rovesciati, pieni e vuoti, delle linee spezzate... Il corpo che diventa bici e la bici che diventa corpo. È una sfida enorme ritrarre questo tipo di fusione, ma è bellissimo. Il tandem è un altro mezzo che compare spesso nella mia produzione. A mio avviso, è un simbolo fortissimo: è l’immagine della fiducia, della complicità. Uno guida, l’altro sostiene. È come la vita, dove tutti abbiamo bisogno di chi ci circonda”
IL TRAGUARDO
“Nella mia vita e nella mia arte cercherò sempre di seguire una regola non scritta: bisogna saper giocare. Bisogna prendersi sul serio, certo, ma senza perdere la propria leggerezza. Ho un nipote di cinque anni e passo tanto tempo con lui. Mi ricorda che è fondamentale restare in contatto con quella parte di noi che continua ad essere libera, senza paure. Nei bambini c’è verità. In noi adulti latita, ci stiamo perdendo... Ci mostriamo ma non ci conosciamo davvero. Pensiamo, parliamo, ma facciamo poco. Ci esponiamo ma senza esserci dentro davvero. L’apparenza ha preso il posto della presenza. E mi spaventa. Dico ad alta voce un altro monito che mi ripeto spesso: non avere paura di vivere. Non sprecare il tempo che hai. Non limitarti a essere vivo. Vivi davvero. Con spontaneità, coraggio, e la voglia di lasciare qualcosa di vero. Nell’arte. Nel ciclismo. Ovunque”











