Ferrari 296 GT3 Evo: nata dalla vittoria, costruita per il futuro
In questo weekend, siamo ospiti Ferrari per celebrare la magia tanto antica, quanto futuristica, della 24 Ore di Spa, e abbiamo avuto la possibilità di assistere all’esclusiva cerimonia di presentazione dell'ultima evoluzione ‘Rossa’, la Ferrari 296 GT3 Evo: un manifesto culturale, e un nuovo entusiasmante capitolo per il mondo Endurance di Maranello.
Osservi la verticalità ondivaga della Radillon de l’Eau Rouge, e assapori il fascino del mito che, modificato dal tempo, mantiene intatta la sua essenza originaria. Poi, entri nell’hospitality e boxe Ferrari, l’apice dei motori Endurance contemporanei (chiedere al pubblico di Le Mans le conferme più recenti in merito), e quel sapore si ripete. In forma diversa. Ma con uguale sostanza e significato.
Fa pensare a questo la neonata Ferrari 296 GT3 Evo. Perché dietro aerodinamica, guidabilità e tecnicismi atti ad assottigliare, sempre più, il confine tra l’universo racing e quello aerospaziale, si palesa qualcosa di più: la consapevolezza del mito ferrarista, in tutta la sua importanza paradigmatica, e la necessità, innata dalle parti di Maranello, di evolversi nel tempo. Nonostante i successi. Nonostante le certezze.


“È una filosofia insita in Ferrari”, sottolinea Antonello Coletta, Global Head of Ferrari Endurance and Corse Clienti, introducendo la nostra chiacchierata con Andrea Bertolini, pilota che ai volanti Ferrari ha dedicato lunghi, lunghissimi tratti della propria vita, divenendo prima il più giovane collaudatore del mondo, a soli 19 anni, e oggi, con 10 titoli mondiali motorsport alle spalle, continuando a proseguire un puro, e oltremodo competente, rapporto d’amore con il lascito di Enzo Ferrari.
Non poteva esserci luogo migliore di questo palcoscenico motoristico, circondato dalle selve boschive delle Ardenne, per mostrare l’ennesima unione tra ambizione e progresso Ferrari, suggerisce la testimonianza dell’Ambassador Driver del ‘Cavallino Rampante’. E non può esistere successo senza passione condivisa, senso d’appartenenza e profonda cultura, sottolinea il nativo di Sassuolo in questa rilevante conversazione, ispirata dalla 296 GT3 Evo.


Andrea Bertolini – Ferrari Development Driver
“Ho la fortuna di essere stato il più giovane collaudatore della storia Ferrari, quindi ho seguito lo sviluppo di tutti i suoi modelli da corsa. È stato e continua ad essere un percorso bellissimo. Nel caso specifico della macchina, arrivavamo già da una macchina vincente, la 296 GT3 ‘standard’, ma negli ultimi due anni e mezzo di gare, in giro per il mondo, abbiamo raccolto una serie di dettagli che potevamo migliorare. È la filosofia Ferrari, pensare sempre a come spingersi oltre. Così, abbiamo unito questi punti e iniziato il programma di sviluppo. Osservarla oggi, presentata qui, nonostante siano 30 anni che faccio questo lavoro, è comunque un’emozione. Lo è sempre, a dire il vero. </strong


All’interno della famiglia Ferrari, oltre a sviluppare progetti fantastici come questo, ricopro un po’ il ruolo del fratello maggiore. Vengo visto come tale da molti, e mi fa piacere. Mi confronto continuamente con Antonello Coletta (Global Head of Endurance Ferrari) e i nostri piloti. Amo, in particolare, ascoltare e parlare con loro, con chi siede al volante, come me, e far capire quanto sia un privilegio, e una responsabilità, essere pilota Ferrari. L’ho sempre vissuta come una condizione unica nel suo genere, che comporta, ovviamente, una certa immagine e un certo comportamento. Ma sono tutti ragazzi incredibili. Come dicevo in precedenza, fungo da fratello maggiore: a volte ci basta un semplice scambio di sguardi per avere già chiara l’intera situazione e risolverla. È una parte molto bella del mio lavoro.
La cifra e il feedback umano è ancora importante, nel migliorare una macchina. Certo, è innegabile che viviamo un’epoca storica in cui tecnologia e simulazioni hanno portato alla ricerca, al riconoscimento e all’evoluzione del dettaglio nel dettaglio. Il livello è talmente alto, e la competizione talmente serrata, che ogni piccolo progresso, oggi, fa la differenza. Un tempo, ci si concentrava su grandi cose. Nella contemporaneità, il rapporto tra piloti ed ingegneri sta nell’interpretazione e nella giusta esposizione del problema: il modo in cui far capire di cosa si ha bisogno, l’effettiva gravità del problema stesso… Qui risiede la differenza tra pilota e pilota: nel rapporto con le persone del team. Tutti lavorano al meglio, se vengono motivati nel giusto modo e se ricevono delle indicazioni chiare. Il pilota speciale riesce a trasmettere e incidere comunque, anche in un’epoca a trazione tecnologica.


In tanti mi chiedono come faccia ad emozionarmi ancora per una macchina. Sanno che guido tutti i giorni, tutte le macchine da corsa: di tutto, proprio… La mia risposta è sempre la stessa. L’emozione di arrivare la mattina e salire su certe vetture è impagabile. Anche se sono passati 30 anni da quando ho iniziato. Anche se lo faccio ogni giorno. Anche se ho guidato tutte le formule del mondo. E tutto ciò che si chiama Ferrari. Quest’ultimo, in particolare, è stato ed è il più grosso privilegio a livello professionale. Sicuramente per quello che posso vivere sulla macchina, ma soprattutto per le persone con cui condivido il lavoro, e le emozioni, in Ferrari. Per me significa affrontare ogni giorno come un giorno nuovo. È ciò che mi mantiene vivo, appassionato: un’emozione nuova ogni giorno, perché i motori e, in particolare, Ferrari insegnano che c’è sempre qualcosa di nuovo da dare. E da imparare.”

Game Changers - SSFF - From Dust to Dream
Come Media Partner dello Skate and Surf Film Festival, esploriamo le prospettive e gli approcci multidimensionali a queste culture senza tempo, e ai loro immaginari contemporanei, di alcuni protagonisti della kermesse. E tocchiamo anche il tema della sostenibilità, grazie alle riflessioni condivise dalla pellicola ‘From Dust to Dream’, e alle parole dei suoi protagonisti: lo shaper Nico, di Wavegliders, e il filmmaker Pedro Scansetti.
Una tavola fatta di agave. Un laboratorio e una forma d’arte che diventano scena e messaggio. Un racconto che scorre come onde in uno spot significativo. ‘From Dust to Dream’ è una toccata e fuga nel mondo dello shaping sostenibile, una realtà lontana e, allo stesso tempo, vicina, che Nico, shaper di culto, nonché mastermind dietro l’azienda Wavegliders, e il filmmaker Pedro Scansetti hanno voluto raccontare in tutta la sua semplice, lirica importanza.
Creare qualcosa che nasce dalla terra, cavalca le onde, e poi vi fa ritorno, sotto forma di storie e ride. Entriamo in questo speciale capitolo Game Changers attraverso una pellicola che non ha voluto educare il pubblico SSFF, ma toccarlo con una leggerezza impegnata: quella in grado di mettere in moto il cervello, e l’anima. Come è solita fare la tavola.



Partiamo dall’inizio. Quali sono i vostri primi ricordi legati al surf? Cosa vi ha attratto, all’inizio, in questa cultura?
Nico (Wavegliders): “Ho iniziato a surfare nel 1986, quando in Portogallo il surf era ancora agli albori. Non era per nulla mainstream: niente scuole, nessuna gara internazionale, zero cultura social. All’epoca il surf era più uno stile di vita, quasi un rito quotidiano. Stavamo in spiaggia tutto il giorno, surfavamo e basta. Non c’era un’industria attorno, solo qualche surf shop e le prime tavole realizzate localmente. Direi che faccio parte della seconda o terza generazione di surfisti portoghesi. Era tutto molto grezzo, ribelle. L’idea di una “scuola di surf” ci sembrava assurda: non si insegnava a surfare, era qualcosa che assorbivi, che vivevi.”
Pedro Scansetti: “Per me è iniziato tutto con una foto. C’è una mia immagine da neonato—avevo meno di un mese—in cui tengo in mano una mini-tavola da surf fatta da un amico di mio padre. Sono cresciuto a pochi passi dalla spiaggia, in Brasile, e ho iniziato a surfare verso gli 8 o 9 anni. Da lì in poi, tutto nella mia vita ha ruotato attorno al surf: dove vivevo, cosa studiavo, persino il motivo per cui mi sono trasferito in Portogallo. Volevo costruirmi una vita che mi permettesse di surfare di più, di restare vicino al mare e di creare contenuti legati a questo mondo.”
Oggi vivete entrambi in Portogallo. Come descrivereste la surf culture portoghese? Cosa la rende unica?
Pedro: “La scena surfistica in Portogallo è estremamente ricca. Rispetto al Brasile—che è enorme ma più isolato—il Portogallo è un vero crocevia culturale. Qui incontri continuamente surfisti, artisti, creativi da tutto il mondo. Le onde sono incredibili, di livello mondiale. È uno dei motivi per cui mi sono trasferito a Peniche. C’è più accesso alla storia delle tavole, a nuove idee, a tecniche diverse. È un Paese piccolo, ma molto aperto e connesso.”
Nico: “Concordo pienamente. Il Portogallo è diventato un punto di incontro globale. C’è un festival, il Gliding Barnacles, che si tiene a fine estate, e riunisce shaper francesi, giovani americani, artisti... È come una tappa obbligata nel viaggio verso Biarritz. Tutte queste influenze stanno modellando la scena locale. Oggi il Portogallo fa parte di un dialogo internazionale sulla surf culture.”


Oltre a surfare, siete anche creatori di storie e oggetti: in senso letterale e metaforico. Cosa vi ha fatto arrivare alla costruzione e al racconto di una tavola di agave?
Nico: “La curiosità. Ho sempre amato costruire tavole da surf, soprattutto esplorare il rapporto tra forma e materiali. L’idea di From Dust to Dream è nata grazie a un tipo di nome Adrian, che mi portò un blank di agave dall’Africa. L’agave ha caratteristiche simili al balsa: leggero, flessibile, resistente. Mi ha subito ricordato le vecchie tavole “pig”, e ho pensato: perché non provare a costruirne una con questo materiale? Poi Adrian è sparito per due anni. Quando è tornato, si è presentato con un furgone pieno di blanks. Ho costruito la prima tavola e poi l’ho sfidato ad andare oltre. È lì che io e Pedro ci siamo detti: documentiamo tutto, dall’inizio alla fine.”
Pedro: “Esatto. In realtà non avevamo affatto in programma di girare un film. Stavamo lavorando a un altro progetto per Wavegliders, quando Nico mi dice: “Ho questo blank... e se raccontassimo questa storia?”. È nato tutto in modo molto organico. Non è un progetto pensato per “fare i verdi”—non vogliamo fare la morale a nessuno. L’idea è semplicemente raccontare il punto di vista di Nico: come costruire una tavola con cura, con durabilità, e con un senso.”
Se il film non vuole lanciare un messaggio “green”, allora qual è il suo vero scopo? Cosa sperate che il pubblico porti a casa?
Pedro: “Aprire un dialogo. La sostenibilità non è solo una questione di materiali—è anche una questione di mentalità. Puoi usare materiali “eco” e comunque produrre qualcosa di usa-e-getta. Oppure puoi costruire qualcosa che dura 12 anni e continua a dare gioia. Anche quello è sostenibile. Il film vuole porre una domanda: cosa significa davvero sostenibilità per te? E come possiamo fare scelte migliori—personali, locali, creative?”
Nico: “Esattamente. La missione Wavegliders è sempre stata quella di costruire tavole di altissima qualità. Questa è la nostra dichiarazione d’intenti. È vero, la produzione di tavole è un’industria abbastanza sporca. Non lo neghiamo. Ma cerchiamo di ridurre il nostro impatto usando materiali migliori e costruendo tavole che durano. La tavola in agave? È solo un esperimento in questa direzione. Non vogliamo dire che è il futuro del surf—non stiamo suggerendo che tutti debbano surfare su tavole di Agave. È solo un modo diverso di pensare. Lo stesso vale per una nostra tavola del 2012, che è ancora in acqua oggi—e viene ancora amata. Anche questa è sostenibilità.”



Negli ultimi 20 anni, secondo voi, è mancata una riflessione sulla sostenibilità all’interno della surf culture?
Nico: “Negli ultimi 25 anni il surf è cambiato tantissimo: nuove forme, nuove comunità, nuovi valori. Ci sono stati molti tentativi di rendere le tavole più ecologiche—alcuni riusciti, altri meno. Il punto è che, se una tavola non funziona, probabilmente le persone non la useranno, anche se è sostenibile. È ancora un processo in evoluzione.”
Pedro: “Per molto tempo il surf è stato dominato dalla logica della competizione: tavole più leggere, più economiche, più veloci. Non c’era spazio per riflessioni più profonde. Ma oggi, con tutto quello che sta succedendo a livello climatico, le cose stanno cambiando. Non si tratta di avere la risposta giusta, ma di provare, sperimentare e mettere in discussione lo status quo.”
Pedro, com’è stato ritrarre il processo creativo dello shaping? E Nico, come hai vissuto la condizione di protagonista della pellicola?,
Pedro: “A quel punto conoscevo bene Nico—lavoriamo insieme da più di tre anni. Conosco i dettagli che ama: le moto, la musica, il modo in cui tocca le tavole. Volevo che il film riflettesse la sua identità, non solo il prodotto. È per questo che il ritmo cambia quando lui inizia a shappare—diventa rock’n’roll. Perché quello è Nico. Dal punto di vista musicale, siamo stati fortunati a ricevere un soundtrack originale dal talentuoso Eric Borrelli.”
Nico: “E lavorare con Pedro è facilissimo. Io mi concentro sullo shaping, lui racconta. Mi fido totalmente. I suoi montaggi, le sue colonne sonore—mi sorprendono sempre. Non interferisco mai con la sua visione. Il risultato è sempre qualcosa di cui sono orgoglioso di far parte.”



Cosa vi ha spinto a scegliere questo percorso? Perché diventare shaper o filmmaker specializzato sul surf?
Pedro: “Per me è stato un processo naturale. In Brasile non avevamo tavole classiche, così abbiamo iniziato a farcele da soli. E ho iniziato a filmare per documentare tutto questo. Da lì è nata la passione per il cinema. Mi sono reso conto che raccontare storie era quello che volevo fare. Oggi ho la fortuna di farlo a tempo pieno.”
Nico: “Ho iniziato a fare lo shaper a 15 anni. È stato semplice: volevo surfare per tutta la vita, e fare tavole era il modo per riuscirci. Non ho mai avuto un “lavoro normale”—costruisco tavole da sempre. E non c’è niente di più gratificante che surfare con i tuoi amici su tavole che hai costruito con le tue mani.”
Che emozioni provate condividendo ‘From Dust to Dream’ con pubblici come quello dello Skate and Surf Film Festival di Milano?
Pedro: “Sinceramente? Non mi interessano i premi. Mi interessa che la gente guardi il film. Quello è il vero premio: vedere le persone connettersi con qualcosa che hai creato con cura e passione.”
Nico: “Esatto. È questione di condivisione—creare qualcosa che viene dalla terra, cavalcarlo sulle onde e poi riportarlo alla terra. Questo è il ciclo completo. E se riusciamo a ispirare anche solo una persona a riflettere su cosa sta cavalcando e come lo sta facendo, per noi è abbastanza.”
Asphalt and Waves - Will Ocean Odiete
Come Media Partner dello Skate and Surf Film Festival, esploriamo le prospettive e gli approcci multidimensionali a queste culture senza tempo, e ai loro immaginari contemporanei, di alcuni protagonisti della kermesse. In questo caso, ascoltiamo lo skater Will Ocean Odiete
Preservare lo spirito. Questa è l’essenza dello SSFF, teorizzata dai founder Luca Merli e Davide Martinazzo, che abbiamo raccontato a pochi giorni dall’inizio della kermesse. Uno spirito collettivo, radicato ed evoluto nella storia, insieme alle sue piattaforme e ramificazioni. E uno spirito individuale. Quello rappresentato coscientemente da Will Ocean Odiete, skater 29enne e figura di spicco della scena skate italiano.
Tra frenetici contest in una bowl, proiezioni giunte da tutto il mondo e il sempre stimolante rapporto tra tavole e arte, abbiamo avuto modo di sederci al fianco di Will, provando a comprendere l’approccio all’asfalto di questo razionale skater, partito dalle periferiche architetture urbane di Reggio Emilia, e arrivato ad essere colonna portante del Team Vans Italia.




“Tutto è iniziato in modo molto semplice. Avevo undici anni, e mia madre mi ha regalato uno skate con l’immagine di Bart Simpson. All’epoca giocavo a rugby, quindi ero già abituato a muovermi. Poi, c’era questo negozio a Reggio Emilia, Tavola Calda: lì ho preso il mio primo setup semi-serio. All’inizio ho alternato rugby e skate, ma piano piano il secondo ha preso il sopravvento, in maniera naturale. Non c’è stato un vero ‘perché’, mi piaceva e basta.
A quell’età non mi facevo troppe domande, volevo solo muovermi. Ero abbastanza iperattivo… Ricordo che gli sport di squadra, al contrario dello skate, mi innervosivano. Se le cose andavano male per colpa degli altri, facevo fatica ad accettarlo. Nello skate, invece, se cadevo o riuscivo a chiudere un trick, era tutta roba mia. Lo skate dipende da te. Col tempo ho capito che quella componente ‘individuale’ mi piaceva molto.


A quell’epoca lo skate era divertimento spontaneo: uscire con gli amici dopo scuola, provare trick, cazzeggiare, stare in strada. La parte estetica, culturale, artistica—tutto ciò che vediamo qui allo SSFF—non era ancora entrata nella mia testa, nella mia comprensione della disciplina. Forse non è mai entrata del tutto. Il mio approccio è sempre stato più fisico, sportivo, diciamo così. Mi piaceva l’atto in sé. Mi interessava cadere, rialzarmi, e tornare sulla tavola, con la tipica incoscienza di quegli anni, quando non ti preoccupi di nulla… Nemmeno del tuo corpo. Scopri solo dopo che il conto, prima o poi, arriva.
A Reggio lo skate era poco considerato. È una città di rugby, per l’appunto, di calcio e basket… C’era uno skatepark, ma nessun tipo di supporto o sovvenzione pubblica. Era uno spazio senza scopo di lucro: il tipico luogo che, senza una community che lo tiene vivo, è destinato a morire. Quando la generazione precedente alla mia ha iniziato a lavorare, a mettere su famiglia e a non avere più tempo per stare lì, a spingere la scena, è stato difficile continuare.
Contemporaneamente, cominciavo ad avere i miei primi sponsor, a fare i primi viaggi, e mi sono detto che aveva senso continuare, perché avevo possibilità che ad altri non erano state concesse. Inoltre, lo skate mi faceva bene all’anima, era uno sfogo importante nella mia vita. Lo spostamento a Milano, però, non è stato per ‘scappare’ da Reggio, anzi, piuttosto è stato dovuto ad un’opportunità lavorativa. Milano e la sua scena mi hanno dato da subito nuovo ossigeno: nuovi stimoli, nuove persone da conoscere, un contesto molto più vivo...


Ho sempre pensato che lo skate, alla fine, sia una cosa profondamente individuale. Inizi perché ci sono gli amici, è ovvio. Perché ti piace fare cose insieme, che spesso non hanno senso, ma ti fanno stare bene. Ma se ti prende davvero, lo fai anche da solo e diventa una sorta di meditazione. Per questo ho continuato anche quando molti miei amici storici hanno cominciato a smettere. Ne avevo bisogno. In seguito sono arrivati gli sponsor, come Vans, e le conseguenti opportunità. Non credo sia stata una questione di talento innato, quanto più d’interesse vero, profondo, verso questa disciplina.
Per quanto riguarda il lato stilistico, quando sei più piccolo dai molto più peso all’estetica, all’essere vestito nel modo giusto. Poi cresci e capisci che i valori sono altri. L’estetica diventa una tua espressione personale, diretta e semplice, senza troppe menate. Almeno, così la vedo e vivo io. Oggi giro per Vans, ma da giovane, prima di essere sponsorizzato, ricordo di aver comprato una sneaker Vans x Metallica che in realtà non era da performance... Mi piaceva talmente tanto che l’ho usata lo stesso per skateare. Ecco, oggi non accadrebbe: ho trovato una mia bolla, dove lo stile ha un peso solo come semplice espressione personale, senza l’ossessione di essere ‘giusto’.
Lo skate mi ha fatto vedere un sacco di posti. Ho girato tanto, specie per l’Europa, e non nei soliti posti turistici. Questo mondo ti mostra i luoghi per quello che sono davvero. Non vedi i classici posti, visiti muretti, rail, quartieri che un turista non vede mai. Pin che guardi sulle mappe e ti dici “ma in che zona sto andando?”. Istanbul, Porto, Copenaghen, il sud Italia, il Marocco… Lo skate mi ha permesso di scoprire tanto, e sì, ti dà un altro modo di vedere il mondo. Quando sarò vecchio mi farò anche un po’ di turismo culturale, ma per il momento preferisco questo.
Poi c’è il lato umano. Lo skate è un passepartout. Vai in un posto, trovi una community o una singola persona e già lì nasce un’interazione. Non importa se sia giovane o vecchio. Certo, oggi è tutto un po’ più mainstream e influenzato dall’individualismo della nostra società in generale. Una volta venivano usati termini forti per parlare della comunità skate globale, come ‘tribù’. Adesso è un po’ diverso, ci sono molte più similarità con il mondo canonico sportivo: non è che se siamo in due nello stesso spot, per forza diventiamo amici. Però è innegabile che lo skate rimanga un linguaggio comune, un punto di contatto e di partenza anche per le connessioni umane.


Non ho mai studiato la disciplina in senso accademico, ma c’è sempre stato uno studio personale, definiamolo così. Guardi ore e ore di video, metti in loop il trick, zoommi sui piedi, cerchi di capire come si muovono gli altri... Poi il tuo corpo fa a modo suo, devi trovare il tuo equilibrio, i tuoi automatismi. Magari scomponi un trick complesso in step più semplici. È una forma di studio, ma per me è sempre stata sinonimo di leggerezza. Per intenderci, non posso neanche lontanamente paragonare il mio ‘studio’ dello skate allo studio scolastico. Era una cosa naturale, non razionale.
Per quanto riguarda le caratteristiche della scena, quando ero più piccolo c’era tutto il lato hardcore, istintivo, rappresentato in questo SSFF da pellicole come ‘Emilia Romania’. Uscivi per divertirti, senza pensare ai risultati e ai progressi dei tuoi trick, o a cose simili. ‘Ritardo’, ‘Disagio’... anche i nomi delle crew sottolineavano questa vocazione. Ti lanciavi dalle scale, senza troppe domande, e ovviamente ti facevi influenzare dal contesto. Poi cresci e capisci che se vuoi davvero continuare questo percorso, devi prenderti cura di te stesso e del tuo corpo. Per questo, con lo scorrere degli anni, ho iniziato ad andare in palestra e a dedicare molto tempo allo stretching. E ho messo da parte certe esagerazioni.
È fisiologico: oggi ho 29 anni, non ho più la spinta incosciente dei 18. Quello che cerco è un equilibrio. Ci sono momenti in cui vado sulla tavola in modo spontaneo, senza pressioni, e mi godo tutto. Altri in cui so bene che devo essere più professionale: capita di girare progetti con persone che arrivano a Milano da Torino o Belluno, apposta per filmare, e allora so che non mi posso presentare troppo alla leggera. Detto questo, cerco sempre di ritagliarmi il giusto tempo per quel lato meditativo di cui parlavo in precedenza, diciamo quella dimensione un po’ più personale che lo skate mi ha sempre dato… E provo a non prendermi troppo sul serio.


Non sento la necessità di trasmettere chissà cosa alle nuove generazioni. Mi conosco bene, non ho mai avuto tanta pazienza per insegnare. Poi, penso che una passione debba rimanere tale. Quando diventa eccessivamente un obbligo, aumentano le pressioni e inizia a pesarti, si svuota del suo valore. A volte mi è capitato di skateare anche quando non ne avevo voglia, per via di impegni presi… Così finisce che rovini il rapporto con qualcosa che ti fa stare veramente bene.
Ora che sto entrando nei trenta, vedo i ragazzi nuovi che spingono forte, che sono più presenti, più performanti. E va bene così. Dico: “lanciatevi voi dalle scale”. A me piace ancora skateare, fare viaggi, andare in tour. Voglio dire, se spendi ancora 3 ore al giorno a provare un trick, o hai qualche patologia, oppure è perché quella cosa, quelle sensazioni ti fanno stare bene. Nel complesso il rapporto con lo skate ovviamente è cambiato, si è evoluto. D’altronde, lo skate cambia, come cambiamo noi”
Trovare il Tempo - Ivan Zucco
Viaggio nella mente e nel percorso di un’eccellenza italiana della nobile arte della boxe, nonché ambassador Champion
“Se uno vuole, il tempo lo trova”, dice Ivan Zucco, 2 volte campione italiano e WBC dei pesi supermedi. Il tempo per i sacrifici. Il tempo per raggiungere obiettivi e cinture, sulla carta, impensabili per un pugile italiano contemporaneo. Il tempo per la costanza, la razionalità e la consapevolezza: matrici umane e sportive essenziali per approcciare la nobile arte. Infine, il tempo della resilienza.
“Se uno vuole, il tempo lo trova”, ribadisce Ivan Zucco. E capisci quanti minuti, ore, anni, abbia dedicato a forgiare la propria eccellenza. Entri nella storia di un pacato figlio d’arte che, dopo un’ascesa tanto brillante, quanto lineare (21 vittorie da pro su 22 incontri, con 18 ko all’attivo), ha recentemente visto svanire il sogno di un altro titolo internazionale: quello europeo EBU, in uno degli ambienti più bollenti mostrati, in epoca recente, dalla culla della boxe, l’Inghilterra.
Le sue parole, raccolte durante uno speciale evento Champion atto ad evidenziare la legacy, così come l’impatto contemporaneo di un brand iconico per l’intero immaginario sportivo, e da ring per natura, raccontano che esistono differenze e analogie tra il mondo all’interno e all’esterno delle corde: punti di contatto che, se ben processati, possono far collimare il campione e l’essere umano virtuoso, come poche altre discipline.



Cosa ti ha spinto ad inseguire la strada della boxe e cosa ti ha insegnato lungo il percorso?
“Ho iniziato a fare boxe grazie a mio padre, ex pugile, e per passare più tempo con lui. I miei si sono separati quando avevo 6 anni, quindi cercavo un modo per stargli vicino. La boxe, inizialmente, è stata anche questo: un pretesto per ritrovarci. Da quel momento, ci sono rimasto dentro. Ogni giorno ero in palestra con lui. Ancora oggi lavoriamo insieme.
L’idea iniziale era di imparare a difendermi, papà ci teneva. Presto è diventata una vera passione. Ho fatto il primo match a 14 anni, e da lì non mi sono più fermato. Il pugilato mi ha subito insegnato una regola fondamentale: i pugni si danno solo sul ring. Mai fuori. La boxe è disciplina, prima di tutto. Non tollera chi porta la violenza fuori dalla palestra. Anzi, chi sbaglia, nella mia palestra, non entra più.
C’è anche un altro principio che abbiamo sempre seguito: prima si va bene a scuola, poi si può entrare in palestra. Se uno non studia, la palestra resta chiusa. Perché l’impegno nello sport deve andare di pari passo con quello nella vita. Io ne sono un esempio: non è sempre stato facile conciliare lezioni, allenamenti, amicizie, relazioni… Ma ce l’ho fatta. Anche quando andavo in nazionale per mesi interi, mi portavo dietro le audio-lezioni e continuavo a studiare.
Dopo la scuola ho iniziato a lavorare: facevo il magazziniere di giorno, la sera il buttafuori. Nel mezzo, mi allenavo. Se uno vuole, il tempo lo trova. La boxe mi ha insegnato proprio questo: la dedizione, il sacrificio, il rispetto. Valori che mi porto dietro ogni giorno.
La boxe è davvero una delle discipline più dure. Non lo dico per sminuire gli altri sport – li seguo, li ho anche provati – ma qui è tutto più estremo. Io mi alleno sei giorni su sette, due volte al giorno: due ore al mattino e due ore al pomeriggio. Si corre, si fanno i pesi, si tirano cazzotti. E poi c’è la dieta: devi raggiungere la tua categoria di peso, magari perdi anche sei-otto chili quando sei già in piena forma...
Dopo tutto ciò, arrivi al giorno del match. Ti pesi, sei pronto. E ti tocca combattere davvero. Ma è anche il momento in cui ti rendi conto che il grosso del lavoro è già stato fatto. Se hai dato tutto in palestra, sali sul ring con una consapevolezza diversa. Quella è la tua forza”


Spesso viene dimenticato il lato culturale della boxe, il suo valore storico, i suoi eroi generazionali, il suo impatto sulla letteratura e sul cinema… Tu approcci la boxe come una forma d’arte o, nella tua visione, rappresenta piuttosto una sfida con i tuoi limiti, e una ricerca della massima performance?
“A livello storico, la boxe è forse uno dei primi sport mai esistiti. Ha un valore culturale enorme, ed è sempre stata importante anche da un punto di vista sociale.
Quando ho iniziato, per me era semplicemente uno sport: lo facevo per imparare una disciplina, per tenermi in forma, per curiosità. Poi il ring è cresciuto dentro di me. È diventato passione, poi un obiettivo, infine un lavoro. E con ogni fase è cambiato anche il mio modo di vederlo.
Devo essere onesto: non ho mai vissuto la boxe come una forma d’arte in senso stretto, anche se mi piace mettere in mostra la bellezza del movimento, dell’eleganza… Far vedere che non si tratta solo di forza bruta. Per me è sempre stata, soprattutto, una sfida costante con me stesso, con i miei limiti, fisici e mentali.
Se oggi corro a 4:20 al chilometro, domani voglio farlo a 4:15. Se oggi tiro 100 colpi al sacco, domani ne voglio tirare 103. È il mio modo di pensare: migliorare sempre, passo dopo passo.
Oltre al fisico, sto lavorando anche tanto sulla testa. La mente, nella boxe, conta più del corpo. Per questo lavoro con una mental coach, per superare quei blocchi che a volte non sono visibili, ma ti limitano. Perché nella boxe non si tratta solo di resistenza o tecnica. C’è la paura, la pressione, il confronto con l’altro. E se non sei solido mentalmente, rischi di crollare prima ancora di salire sul ring.
Per esempio, quando ho combattuto in Inghilterra per l’Europeo, abbiamo fatto tre giorni di face-to-face prima del match. Interviste, sguardi, tensione. Io sono uno tranquillo, non faccio trash talking, non cerco lo scontro verbale. In quei momenti, già dal primo sguardo, capisci tante cose dell’altro: se ha paura, se è sicuro di sé, se finge...
A me non serve spingere o insultare: basta incrociare lo sguardo. Lo capisci subito se un pugile è davvero pronto o se sta solo facendo scena. Spesso chi fa troppo rumore, chi provoca, è quello che sta cercando di celare la paura. Per me il detto ‘chi abbaia non morde’ è verissimo. La vera forza non ha bisogno di essere urlata”


Parlando di cultura della boxe, non possiamo che menzionare Champion, e la capacità di un brand di segnare, per sempre, l’immaginario di un’intera disciplina. Cosa significa, per te, rappresentare questo brand nella contemporaneità?
“Per me rappresentare Champion è davvero un grande onore. È nato tutto in modo abbastanza inaspettato: appena dopo il match per l’Europeo in Inghilterra, mi è stato chiesto di collaborare con il brand, e ho accettato subito. Da lì è iniziato tutto, e ora sembra che ci sia la volontà, da parte di tutti, di continuare e costruire qualcosa di più solido insieme.
Champion è un marchio che conosco da sempre, con una storia importante alle spalle. Fa parte della cultura della boxe, certo, ma anche di quella sportiva in generale. Essere legato a Champion oggi, in un momento in cui il brand continua a evolversi ma resta fedele alle sue radici, mi rende orgoglioso”
Hai raggiunto apici incredibili, come 2 titoli nazionali e 2 cinture internazionali. Un’impresa rara, quest’ultima, nel panorama italiano. Cos’ha rappresentato, per il tuo percorso personale e sportivo, la cintura WBC?
“La cintura WBC è un qualcosa di enorme. Parliamo della sigla più importante a livello mondiale nel pugilato. Io ho conquistato l’International Title, che è una delle prime cinture internazionali, necessaria a rientrare nel ranking ufficiale WBC. L’ho vinta combattendo a Verbania, a casa mia, contro un avversario serbo con 28 vittorie e solo una sconfitta. Ricordo che alla fine del primo round mi ha colpito con un destro potente: mi ha scosso, mi ha svegliato. Nel secondo round l’ho mandato KO.
Poi ho difeso quella cintura a Milano, all’Allianz Cloud, davanti a più di 4.000 persone, contro un inglese molto tosto. Ho vinto ai punti. Quella cintura è stata importantissima per me, ha segnato un passaggio: mi ha permesso di entrare nella top 15 mondiale WBC, di far conoscere il mio nome a livello internazionale, e di affrontare palcoscenici nuovi, come il mio ultimo match in Inghilterra, a Barnsley.
Lì è stata un’esperienza completamente diversa. Ero abituato a combattere in Italia davanti a qualche migliaio di tifosi e mi sono ritrovato in mezzo a 25.000 persone che mi urlavano contro. Un tifo assurdo, quasi assordante…”
E come si rialza, dopo aver perso una cintura, o un’opportunità titolata, Ivan Zucco? Come si riallineano mente e corpo dopo una delusione sul ring?
“Fa parte del gioco, fa parte dello sport. E perdere, anche se fa male, è parte del percorso. Quando si vince è facile restare motivati. Ma è quando perdi che si misura davvero un campione. Come diceva Rocky: “Non conta quanto colpisci forte. Conta quanto sai incassare e se riesci a rialzarti.”
Ecco, per me questa è una verità profonda. Ora che ho perso, devo dimostrare se sono davvero un campione. E ti dico la verità: io stesso ancora non lo so. Ma so che la mia mente è solida, che ho imparato molto da questa sconfitta, e che tornerò più forte. Non vedo l’ora di rientrare in palestra, perché questa esperienza mi ha dato fame, voglia di crescere.
Onore al mio avversario, è stato bravo, ma sono convinto che pochi possano davvero battermi: fisicamente sono sempre pronto, sempre allenato. E questa caduta, a livello mentale, mi darà ancora più forza. La boxe è così. Come nella vita: tutti prima o poi cadiamo, viviamo momenti bui, difficili. L’importante è rialzarsi.
Anche nel match, al decimo round, ho preso un montante che mi ha un po’ piegato le gambe. Mi sono rialzato subito, ma avevo perso lucidità. E lì, mio padre — che è anche nel mio angolo — ha deciso di fermare il match. Ha fatto benissimo. Perché prima di tutto viene l’integrità di un pugile, e sapere che c’è mio padre lì a proteggermi è una sicurezza enorme. Purtroppo, ci sono stati casi in cui l’angolo non ha fermato quando avrebbe dovuto. Io invece so di poter contare su chi davvero ha a cuore la mia salute”


Musica e boxe nella tua vita paiono procedere di pari passo. Verbania con che tipo di musica ha cresciuto la boxe di Ivan Zucco? E oggi come influisce la scena musicale con cui sei in contatto sulla tua vita e sulla tua boxe?
“Fin da piccolo ho sempre amato la musica. Ne ho ascoltata tanta e di tutti i generi, ma l’hip hop e il rap sono sempre stati quelli che mi hanno accompagnato di più, anche nei momenti di allenamento o prima di salire sul ring. Crescendo, proprio grazie alla boxe, sono arrivato a conoscere alcuni dei miei idoli musicali — artisti che ascoltavo da ragazzino, tipo i Club Dogo, Guè Pequeno, Marracash…
Oggi è quasi surreale poter dire che ho costruito un rapporto vero con alcuni di loro. Ad esempio, Massimo Pericolo mi ha dedicato una canzone intitolata proprio Zucco. Jake La Furia mi ha citato in un brano, lo stesso ha fatto Nerone. Con Massimo ho anche fatto più di una ring walk e siamo diventati amici. Ci sentiamo spesso, andiamo a mangiare fuori insieme, ci scriviamo prima e dopo i match. Dopo l’Europeo mi ha scritto anche Guè, mi ha fatto i complimenti per il combattimento. Dovevamo fare insieme la ring walk per quel match, poi per impegni di lavoro non è riuscito a esserci. Ma recupereremo a Milano.
Insomma, grazie alla boxe sto entrando in contatto con una scena musicale che mi ha formato — e oggi mi sostiene. La cosa bella è che, conoscendoli di persona, ti rendi conto che sono persone vere. Anche io all’inizio li vedevo un po’ come figure quasi distanti, poi invece scopri un’umanità che ti sorprende. E mi piace questo aspetto: sapere che c’è un rispetto reciproco, che c’è sincerità. Mi rendo conto che non sia facile, per loro, vivere il rapporto con la fama. E che spesso vengano valutati erroneamente.
Nel mio caso è completamente diverso: certo, dopo i match mi arrivano migliaia di messaggi sui social... E rispondo a tutti personalmente, magari la notte, quando non riesco a dormire per l’adrenalina che rimane addosso per giorni. Lo faccio perché sento di volerlo fare: finché riesco, voglio mantenere questo rapporto diretto con chi mi segue. Poi, ad essere sincero, praticamente non ho haters. Forse è perché la gente apprezza il mio modo di essere: diretto, umano, umile. Cerco di restare sempre me stesso”
La boxe ha permesso a tantissime icone di incidere messaggi nella memoria. Tu che tipo di messaggio vuoi trasmettere, specie al movimento boxe italiano? E che tipo di legacy stai cercando di costruire?
“Il messaggio che voglio trasmettere, prima di tutto, è che la boxe è uno sport accessibile a tutti. Spesso viene fraintesa come uno sport violento, ma in realtà è tutto l’opposto: è uno sport di contatto, sì, ma basato su regole, rispetto e disciplina. Non sono una persona violenta, tutt’altro. Sul ring mi trasformo, perché lì diventa una sfida tra me e l’altro, e voglio vincere. Fuori, però, resto sempre io, con i miei valori.
Quello che mi interessa davvero comunicare, specialmente ai più giovani, è ciò che la boxe può insegnare nella vita: rispetto, educazione, sacrificio, dedizione… Soprattutto la capacità di superare i propri limiti, sia fisici che mentali. Vedo sempre più spesso persone che crollano mentalmente, che fanno fatica a reggere la pressione, sia nello sport che nella vita quotidiana. Credo che la boxe, con il suo rigore e la sua intensità, possa essere una grande scuola di resilienza.
Per questo, anche sui social cerco di condividere contenuti reali, motivazionali, veri. Non voglio vendere un’immagine falsa di me. Oggi, purtroppo, sui social si punta molto a far vedere solo il lato perfetto delle cose: soldi, felicità apparente, successo facile. Ma la realtà è un’altra. E io lo vedo parlando con tanti ragazzi, anche in palestra: a 15 o 16 anni già vogliono diventare influencer, fare soldi facili… Non funziona così.
La boxe, in questo senso, è una grande metafora della vita: se sali sul ring e non ti sei allenato davvero, anche se sei il più forte, puoi perdere contro qualcuno meno dotato ma più preparato. È lo stesso principio del lavoro, dell’impegno quotidiano. Può sembrare dura — e lo è — ma è anche ciò che ti fa crescere davvero.
La legacy che sto cercando di costruire è questa: lasciare qualcosa di positivo, non solo nei risultati sportivi, ma nell’esempio che posso dare. Non mi interessa solo vincere. Mi interessa far capire che si può costruire qualcosa di grande rimanendo veri, lavorando sodo, senza scorciatoie. Questo è il mio messaggio”

Preservare lo Spirito - Skate & Surf Film Festival
Luca Merli e Davide Martinazzo, co-founder dello Skate & Surf Film Festival, spiegano l’identità di questo evento multidimensionale a pochi giorni dalla sua 9ª edizione. Athleta sarà Media Partner dell’SSFF nel weekend del 21 e 22 giugno.
Ci sono spazi che diventano vibrazioni. E ci sono eventi che non sono solo eventi, ma riti collettivi, detonatori di immaginari: acceleratori e custodi di culture vive, ancora fedeli alle proprie essenze nonostante lo scorrere del tempo, e delle rispettive evoluzioni.
Lo Skate & Surf Film Festival è esattamente questo: un momento tanto transitorio, quanto significativo, un weekend caotico e glorioso, come lo definiscono i suoi stessi fondatori, in grado di fondere stili, linguaggi e generazioni attratte dal fascino senza tempo della tavola, in ogni sua forma. E della sua trasposizione artistica: attraverso i più disparati medium, da quello cinematografico, ovviamente privilegiato e centrale, a quello musicale, fotografico e, inevitabilmente, fisico-estetico.
Il 21 e 22 giugno, dopo aver richiamato oltre 30.000 persone lo scorso anno, gli East End Studios di Milano ospiteranno la 9ª edizione dello SSFF, rimettendo ancora una volta al centro di tutto i pilastri fondativi di due culture mai, come oggi, affini al regno sportivo alle logiche commerciali, eppure ancora incessantemente fedeli a delle radici che rimano con stile di vita, sperimentalismo poliedrico, compartecipazione narrativa ed eclettismo condiviso.
A guidare l’organizzazione del Festival, di cui Athleta sarà Media Partner per la prima volta, così come la selezione di registi, musicisti e rider, due figure che, in questo binomio culturale, hanno inciso i propri nomi a caratteri cubitali, specie sul suolo italiano: Luca Merli e Davide Martinazzo. Surfista e regista noto a tutta la scena surf nostrana il primo, skater (anche campione d’Italia nella categoria non sponsorizzati), promotore all-arounder e attuale Team Manager Vans il secondo.
Li abbiamo incontrati, a poche ore dall’inizio di questa ride multidimensionale, per parlare dello spirito intrinseco alla loro visione e allo Skate & Surf Film Festival. Le loro testimonianze, ci permettono anche di comprendere quanto e come queste forme d’arte declinate nell’atto atletico siano entrati a far parte, e stiano ancora determinando, le loro vite.




Partiamo dalla vostra esperienza personale. Potete raccontarci qualcosa del vostro background e dell’impatto che surf e skate hanno avuto sui vostri percorsi, umani e professionali?
Luca Merli: "Nella mia visione, surf e skate non sono mai stati sport competitivi. Sono stati piuttosto spazi di libertà, socialità, gioco. Prima che diventassero discipline olimpiche, venivano considerati 'sport da disadattati' – e uso questa espressione volutamente – perché appartenevano e coinvolgevano persone fuori dagli schemi. Esattamente il mio mondo. Ho iniziato a surfare tanti anni fa, con questa consapevolezza addosso. Il surf non era solo un'attività, ma un modo di vivere, di stare al mondo.
Vengo dal mondo della regia pubblicitaria, ma nel 2010, durante un momento di pausa creativa, ho deciso – quasi per gioco – di girare un film sul surf insieme a un amico fotografo. Il progetto si chiamava Onde Nostre. Era un modo per raccontare una passione personale, qualcosa che già vivevo intensamente. Grazie a qualche contatto, siamo riusciti a produrlo: il film è stato girato in pellicola, con surfisti liguri e toscani. La premiere a Milano fu un successo clamoroso: sala piena, pubblico entusiasta. Da lì il film ha viaggiato in festival internazionali, dagli Stati Uniti alla Germania. Quel momento mi ha fatto capire che c’era un bisogno reale di raccontare certe storie.
Ora il surf è, ovviamente, ancora una parte fondamentale della mia vita. È qualcosa che amo visceralmente. Ma oggi è tutto più esposto. È diventato una moda, troppo visibile, troppo affollato. Il surf, per me, è un’esperienza intima e seria. E poi c’è una questione di rispetto. Rispetto per i local, per i luoghi, per chi c’era prima. Quando ho iniziato, alcune onde erano sacre. Ci andavano solo i local, e tu imparavi a stare al tuo posto. Era un’educazione non scritta, ma molto reale. Quella cultura mi è rimasta dentro. Ed è anche per questo che porto avanti il SSFF: perché credo ancora nello spirito originario del surf. Uno spirito che, anche se trasformato, non è scomparso"
Davide Martinazzo: "Io sono cresciuto dentro lo skate fin dagli anni ’90. A quei tempi non era uno sport, era un movimento punk. C’erano poche risorse, premi simbolici – se vincevi ti davano una scarpa, un panino... Serviva tanta passione. Negli anni ho avuto la fortuna di diventare team manager per Vans, un brand che ha lo skate nel DNA. Questo ruolo mi ha permesso di restare immerso nella scena e di avere un punto di vista privilegiato, perché seguo atleti dai 14 ai 36 anni: è un aggiornamento continuo.
Lo skate per me non è mai stato solo tecnica o performance. È cultura, identità, famiglia. È sempre stato così. Quando ho iniziato, era una cultura underground, viveva nei centri sociali, nella musica, nell'autogestione. Era una scena viva, fatta di persone che si sbattevano anche senza soldi, sponsor o premi. Io ero uno di quei ragazzi. Sono stato campione italiano delle nuove leve nel ’97, ma in un contesto povero, senza riflettori.
Quello spirito, però, non l’ho mai perso. Oggi presento eventi e lavoro nel mondo dello skate a livello professionale, ma dentro ho ancora quelle radici. Perché lo skate crea legami profondi, ti fa sentire parte di qualcosa. È anche per questo che portiamo avanti lo Skate & Surf Film Festival: lo vediamo come un progetto culturale atto a mantenere intatto ed evolvere quello spirito che ha plasmato l'identità mia e di Luca. Vedere persone tornare ogni anno – anche dopo aver cambiato città, lavoro, vita – è la prova che qualcosa di autentico lo abbiamo costruito. Non è solo un brand: è qualcosa che resiste, che evolve senza perdere, appunto, le radici.
Lo skate, per me, continua a rappresentare prima di tutto questo: un’identità culturale. E anche se il mondo dello skate è ormai più strutturato (e lo stesso vale per il mondo del surf), io e Luca cerchiamo di mantenere viva, nonostante tutto, quella connessione essenziale tra spirito e cultura. Lo faccio nel mio lavoro quotidiano, e lo facciamo, insieme, con il Festival"




In che modo il racconto filmico ha influenzato la vostra visione di queste culture?
Luca Merli: "Il lato artistico del surf e dello skate mi ha formato in profondità. Film, documentari, musica… Sono sempre stati parte del mio vissuto. Alcune colonne sonore mi hanno segnato a tal punto da diventare fondamenta della mia identità artistica. Negli anni ho prodotto cinque lungometraggi e una trentina di corti, tutti legati al surf italiano. Oggi non sento più l’urgenza di girare a ogni costo, ma ho capito che creare uno spazio dove altri possano raccontare è forse diventato il mio nuovo ruolo.
Il racconto filmico è stato determinante per diffondere la cultura del surf in Italia. A volte mi viene da pensare che, in parte, i miei film abbiano contribuito a renderla 'di moda'. E non nego che ci siano effetti collaterali: come dicevo in precedenza, in acqua oggi trovi tante persone che non sembrano avere reale consapevolezza o rispetto per ciò che una tavola da surf rappresenta davvero. Detto questo, il cinema resta un mezzo potentissimo. È attraverso i film che si può tramandare lo spirito autentico di queste culture, mantenerle vive e farle evolvere senza snaturarle. Per questo credo che il valore del racconto filmico sia, oggi più che mai, fondamentale. Sta a noi capire quali siano i giusti film da portare al pubblico del SSFF"
Davide Martinazzo: "Anche per lo skate, il racconto filmico è storicamente essenziale. Non serve solo a documentare trick e tecnica, ma a trasmettere lo spirito profondo di questa cultura. Quando organizzo eventi – soprattutto con lo Skate & Surf Film Festival – il mio obiettivo è portare contenuti autentici, nati dalla passione, dalla cura, dalla verità. Oggi le grandi produzioni tendono spesso verso la spettacolarizzazione, ed è facile perdere di vista ciò che conta davvero.
Per me ha senso dare spazio anche a un gruppo di giovanissimi che skateano nel loro parcheggio, senza sponsor, senza pose. Se quello che fanno è autentico, allora è importante. È una questione di approccio culturale, prima che estetico. E il Festival, in questo senso, è uno spazio necessario, in grado di dare voce anche a messaggi fondamentali: per esempio, quest'anno una pellicola avrà come tema centrale la sostenibilità"




Qual è la vera genesi dello Skate & Surf Film Festival e cosa provate oggi, in prossimità della sua 9ª edizione?
Luca Merli: "Nel 2016 ho incontrato Davide e ci siamo detti: “Facciamo un festival di cinema che racconti davvero le culture surf e skate.” Milano, all’apparenza, poteva sembrare un controsenso: non ha il mare, ma proprio per questo aveva senso unire queste due anime. Lo skate ha una scena urbana forte e ben radicata, il surf portava con sé un immaginario nuovo, quasi mitico, in una città che per natura guarda al mondo. L’unione di questi mondi ha dato vita a qualcosa di unico, che ancora oggi, dopo quasi dieci anni, continua ad avere un’identità forte e coerente.
Avevamo entrambi un network solido alle spalle, e quello ci ha ovviamente aiutato a partire. Da lì in poi, però, il Festival è cresciuto organicamente, passo dopo passo, edizione dopo edizione. Il coinvolgimento di Vans è arrivato nel momento giusto, e ha rafforzato ulteriormente la struttura. Ma la base era già solida.
Oggi provo un senso profondo di orgoglio. Vedere che il Festival continua a suscitare interesse, ad accogliere persone, a dare spazio a filmmaker e creativi di vario genere ed età, è per me un risultato enorme. Il surf, per come lo vivo io, è sempre stato uno stile di vita, non una competizione. Appena qualcosa diventava troppo serio, io mi tiravo indietro. Volevo divertirmi, stare con gli amici, condividere momenti. E questa dimensione ludica, spontanea, la ritrovo ogni anno nel Festival. È questo lo spirito che cerchiamo di custodire"
Davide Martinazzo: "Il Festival è nato da un bisogno concreto: offrire uno spazio reale, tangibile, in un mondo sempre più digitale. Un luogo fisico, fatto di volti, di corpi, di amici veri e contenuti veri. Un’alternativa culturale alla superficialità social. Il nostro obiettivo è sempre stato questo: preservare e diffondere l’autenticità. Dare voce a chi ha qualcosa da raccontare. E costruire un’eredità per chi verrà dopo.
La nostra forza sta nella flessibilità. Io e Luca ci siamo sempre mossi con leggerezza, senza ingabbiarci in strutture rigide. Ogni anno costruiamo un team diverso, a seconda di quello che serve. Alcune edizioni sono state grandi, con più producer e supporti. Altre, più intime. Durante il Covid, per esempio, abbiamo deciso di fare il Festival online. Io ero in Veneto, andavo a Milano per girare di notte, con la mascherina, in solitaria. Lo facevamo perché ci credevamo, e volevamo regalare un frammento di luce a una comunità che, per un anno intero, non avrebbe potuto incontrarsi, surfare, skateare e filmare.
Ogni edizione del Festival è diversa: cambia il format, la durata, i contenuti, gli ospiti. A volte aggiungiamo un giorno, a volte tagliamo qualcosa. Alcune edizioni sono state più punk, altre più curate. Ma il punto non è mai stato la forma: è esserci. Anche con poco budget. Anche autofinanziandoci, se serve. Perché alla fine, se domani nessuno ci sostenesse, noi affitteremmo una sala e lo faremmo lo stesso. Perché ci crediamo. Perché vogliamo farlo"



Cosa intendete con la definizione ‘caos glorioso’ e come si manifesta, questo effetto, durante il Festival? Che tipo di eredità culturale volete lasciare, alla luce del claim ‘Dedicated to Preserve the Spirit’, che accompagna il Festival durante questa edizione?
Luca Merli: "Il 'caos glorioso' è quel momento raro e potentissimo in cui tutto si allinea. Succede magari durante una première di skate, o mentre un contest prende vita in modo spontaneo, o semplicemente quando la gente è lì, tutta insieme, e senti un’energia condivisa che attraversa tutto. Non è per un singolo trick, non è per un nome famoso. È una vibrazione collettiva. È come una festa tra amici riuscita benissimo, solo che siamo in 1500. E dopo settimane di fatica, di notti insonni, dopo aver detto a te stesso “basta, non lo faccio più”, è lì che ti torna la voglia. Perché quei momenti valgono tutto.
Ma c’è anche un senso di responsabilità. Dopo tutti questi anni, sento forte il dovere di proteggere lo spirito di una cultura che mi ha cresciuto. Il surf e lo skate hanno radici profonde. Io sono un figlio degli anni ’80, e quegli anni mi hanno formato: la musica, le fanzine, i video underground. Voglio mantenere viva quella scintilla. Quella forma di giovinezza che non ha a che fare con l’età, ma con l’energia vitale di un modo di vivere. Non vogliamo educare nessuno, non è questo il punto. Vogliamo offrire uno spazio aperto, di libertà, di scoperta, dove ci si possa avvicinare con curiosità. E lo facciamo mettendo insieme mondi che, sulla carta, non dovrebbero stare nello stesso posto: surfisti e skater, pubblici molto diversi. A volte si scontrano, ma è proprio lì che nasce la magia. Nel caos, nel mescolarsi. E realizzi il motivo per cui tutto questo ha senso"
Davide Martinazzo: "Per me, il 'caos glorioso' è quando tutto funziona nonostante tutto. Quando pensi che non ce la farai – il budget è minimo, i tempi stretti, le incognite infinite – e poi succede la magia: la sala è piena, i film arrivano, i rider raccontano storie vere, la gente applaude. È in quei momenti che ti rendi conto che ne vale la pena. Che serve ancora. Che c’è ancora qualcuno a cui importa. Il senso di responsabilità è altissimo. Lo skate è cambiato: è più visibile, più istituzionalizzato, più 'sportivo'. Ma è ancora una cultura. E va protetta in quanto tale. Perché i brand arrivano, usano tutto, e poi se ne vanno. Ma noi restiamo. Creiamo uno spazio dove chi ancora ci crede può incontrarsi, riconoscersi, rigenerarsi.
Le nuove generazioni sono complesse, sì. Vengono per il video dell’amico o per il DJ... Ma va bene così. Perché se anche solo uno si ferma, guarda un film e ascolta una storia vera: allora abbiamo colpito nel segno. Non stiamo facendo scuola, non vogliamo salire in cattedra. Vogliamo creare una piattaforma dove ognuno possa scegliere cosa e come scoprire. Oggi vedo persone al Festival che non so chi siano. Non mi riconoscono, non conoscono la mia storia. Invece di pensare “che peccato”, resto fermamente convinto che sia giusto così. Significa che il Festival è diventato qualcosa di più grande di noi. È vivo. Va avanti da solo. E quando qualcuno ci dice “grazie”, non è una formalità. È sincero. E mi fa capire il valore di quello che stiamo continuando a portare avanti"
Per partecipare allo Skate & Surf Film Festival visita i canali social dell’evento (https://www.instagram.com/ssff_ondenostre/ ) o il sito web (https://www.ssff.it ). Nei prossimi giorni proseguiremo il nostro viaggio editoriale legato a questo appuntamento con nuovi focus, dedicati ad alcuni dei suoi protagonisti.



The Scenic Route
It’s a wild chase with few rules—a physical and psychological dance with running that begins on a rural corner at the edge of the U.S.-Canada border. Here, the 400-mile stage relay Southbound 400 invites runners to deconstruct their perception of racing.
By Sarah Gearhart
Il sudore freddo scivola sulla schiena di Vince Georgescu, che si scalda muovendo i fianchi sul ciglio di una strada deserta. Indossa shorts tecnici neri, un gilet ad alta visibilità color verde fluo e un paio di Merrell Pro Morph ancora non in commercio. Ha 33 anni, viene da Salt Lake City, nello Utah, ed è pronto a sparare un miglio al massimo. Aspetta solo il segnale: una luce bianca intermittente che fenda la bassa nebbia del primo mattino.
Georgescu non sa con precisione dove si trovi, ma sa che è ancora lontano da dove è iniziato il suo viaggio, appena oltre il confine canadese. Esattamente 42 minuti prima, all’alba, aveva preso il via da Rouses Point, un piccolo villaggio rurale nello Stato di New York, scattando in una corsa febbrile con un piccolo dispositivo GPS stretto in mano. Dopo meno di sei minuti si era fermato, i muscoli irrigiditi dall’aria fresca (15°C), e si era infilato in una Chrysler Pacifica grigia che lo seguiva da vicino.
È solo l’alba di un venerdì di metà maggio, e Georgescu è nel pieno della Southbound 400 (SB400), una staffetta a tappe non ufficiale di 400 miglia che segue il tracciato dell’Empire State Trail—il percorso multiuso più lungo degli Stati Uniti. Si snoda lungo tutto lo Stato di New York, fino alla punta sud di Manhattan. Nessun permesso, nessuna federazione a regolare l’evento: chi partecipa firma una liberatoria e sa che lo fa a proprio rischio e pericolo. È una delle competizioni di ultra-endurance più underground e di nicchia degli USA.
“Mi piace esplorare territori non battuti,” dice Chloe Towns, 26 anni. “Questo non mi spaventa.” È alla sua terza partecipazione alla SB400, questa volta anche come capitana del team Loose Footage, un gruppo di otto amici (compreso Georgescu), quasi tutti amatori della lunga distanza provenienti da Los Angeles.
La prima edizione della SB400 si è svolta nel 2023, ideata da Aingeru Zorita, fotografo di moda e mental coach con base a New York. L’idea gli è nata dopo un’esperienza “trascendentale” nel deserto del Sahara, dove ha corso sei maratone consecutive nella famigerata Marathon des Sables. Dopo aver resistito a una tempesta di sabbia e a due giorni in corsa nel nulla, ha concepito la SB400: una staffetta auto-gestita su 400 miglia, con 10 team invitati di 8 persone ciascuno, per una gara da completare in tre giorni.
“Credo ci sia bisogno di esperienze diverse nel mondo del running,” dice Zorita. “Le persone sono affamate di modi nuovi di correre, affamate di vulnerabilità.”
Normalmente tranquillo e pittoresco, l’Empire State Trail può diventare, durante la SB400, un viaggio che mette alla prova corpo e mente. Zorita l’ha definita una “gara insensata”, pensata per far crollare il concetto tradizionale di competizione e dare spazio a una logica di team e connessione collettiva. Un partecipante l’ha descritta come un “campeggio mentale”, in cui bisogna staccare dal mondo esterno e sintonizzarsi completamente sul momento presente.
Oltre che una prova fisica e mentale, la SB400 richiede una pianificazione logistica meticolosa: ogni team deve organizzare trasporti, cibo, acqua e kit di primo soccorso in autonomia. Gli organizzatori forniscono tende montate in due dei tre punti tappa, e una mappa, ma nessuna segnalazione sul percorso: perdersi è un rischio reale, e rientrare in rotta è responsabilità dei runner.
Durante il tragitto, non è raro imbattersi in camion in senso contrario o cani randagi. Ma ci sono anche panorami mozzafiato: il percorso attraversa numerosi borghi e si apre sulla Hudson Valley, con le sue colline ondulate e i campi verdi che costeggiano il fiume Hudson, lungo 500 km. I membri dei team si alternano, correndo con in mano un GPS, affrontando asfalto e sterrato, accumulando circa 135 miglia al giorno. A fine gara, ogni atleta avrà corso una cinquantina di miglia.
Fin dalla sua nascita, il carattere anticonvenzionale della SB400 ha attratto un certo tipo di runner, che Chloe Towns descrive come “persone che amano lo spirito dell’avventura.” È una corsa che esplora i limiti umani, aggiunge: “una ricerca di quanto possiamo davvero spingerci oltre.”
E il team Loose Footage è qui per dimostrare che può andare lontano—e farlo anche in fretta.





STAGE ONE: GRIT AND SPEED
Rosa Kwak, 29 anni, è senza fiato ma raggiante mentre si accomoda nel Chrysler Pacifica del team Loose Footage, momentaneamente invaso da gel energetici al gusto yuzu, un sacchetto formato famiglia di Sour Patch Kids e patatine. Ha appena corso un miglio in 6 minuti e 9 secondi, un ritmo che normalmente gestisce con facilità. Ma adesso il suo battito è troppo alto e il telefono la avvisa.
“Sembra un allenamento in pista”, dice mentre si stringe i lacci. Le restano solo pochi minuti prima di tornare di nuovo sul percorso.
Appena 24 ore prima, Kwak e i suoi compagni erano saliti su un volo notturno dalla West Coast a New York. Da lì, subito sei ore di auto fino al punto di partenza della SB400. Nonostante il jet lag che pesa su tutti, si sono rassicurati a vicenda: preparandosi ad affrontare l’ignoto.
Ora sono passati poco più di 60 minuti dall’inizio della prima tappa, una tratta punto-a-punto cominciata alle 5 del mattino in un angolo rurale a 400 metri dal confine canadese e destinata a concludersi al Granite Hill Lodge di Fort Ann, New York, dove i team monteranno il campo per la notte.
Loose Footage è equipaggiato con le Merrell Pro Morph, una scarpa leggera adatta sia all’asfalto che allo sterrato, in uscita quest’estate. Merrell, noto per gli scarponi da trekking, ha innovato anche nel running, e la SB400 è l’occasione perfetta per mettere alla prova le Pro Morph su terreni misti e su lunghe distanze.
Come tutti, l’obiettivo è completare la tappa entro il limite massimo di 18 ore. Ma non ci sono punti fissi di cambio: ogni team decide quando e dove alternarsi, chi corre quanto, e come suddividere i 135 km di giornata. Ogni gruppo può avere fino a tre membri di supporto per seguire il runner e garantire i cambi.
È un continuo stop-and-go: alcuni team corrono appena 400 metri per volta, altri anche più di un miglio.
“È tutta una questione di strategia”, afferma Alejandra Santiago, 32 anni, maratoneta sotto le tre ore, in rappresentanza di Loose Footage. “Devi saper giocare le tue carte.”
Poco dopo, i team si disperdono e Loose Footage perde contatto visivo con gli altri. Non sapere dove siano gli avversari rende la gara ancora più intensa—una sorta di scacchiera cieca. Chloe Towns, madida di sudore, rientra in auto e richiama l’attenzione del team: è il momento di concentrarsi. “Correre forte. Mangiare. Correre forte”, dice con decisione.
Dopo aver totalizzato 43 miglia, entra in azione l’altra metà della squadra, che aveva riposato in un camper soprannominato The Whale. Funziona come base logistica e zona ristoro: riso al gelsomino, frutta secca, avocado, carne secca, Coca-Cola.
“Corro bene”, dice Georgescu a proposito delle sue scarpe. “Funzionano. E alla grande.”
Kwak aggiunge che le scarpe la stanno aiutando in quella che definisce una sessione di velocità lunga un giorno intero, mantenendo il ritmo di soglia costante. “Fisicamente non è durissima, ma richiede molta più concentrazione mentale rispetto a una normale gara su strada.”
“Questa è una gara tattica”, aggiunge Georgescu. “Se spingi troppo oggi, lo paghi domani.”
Forse non più sospinti dall’adrenalina, i ritmi si abbassano: alcuni runner segnano miglia da 5:40. Decidono allora di dimezzare le distanze tra i cambi, a 800 metri. Alle 16:13, dopo 13 ore e 46 minuti, completano la prima tappa. Nonostante un ritmo medio di 6:09 al miglio, chiudono settimi, a oltre un’ora dai leader di Honest Work.
“Non ho superato i miei limiti”, dice Georgescu. “Ma ci sono andato vicino.”






STAGE TWO: SUFFERING AND STAMINA
Non è ancora mezzogiorno quando Towns beve una lattina di Red Bull. “Meglio che mi dia la carica!”, scherza, infilandosi gli occhiali da sole e preparandosi a correre quasi un miglio.
La giornata è iniziata con l’aria frizzante al campo di Fort Ann, dove ogni tenda ospitava due o tre persone. A colazione: cinnamon roll, focacce, porridge notturno e il supplemento di verdure AG1, sponsor ufficiale della gara.
A differenza del giorno prima, dove si alternavano anche dopo 400 metri, oggi il percorso obbliga a strategia diversa: molte zone sono inaccessibili alle auto, come canali, boschi e sentieri stretti. L’endurance è fondamentale. Il team Loose Footage, composto da cinque donne, incarica i tre uomini di coprire i segmenti più lunghi.
Dan McMahon, uno dei più veloci, apre con una frazione da 2,3 miglia. Va liscio: ritmo 5:40. Poi tocca a Towns, che vola a 6:26 di media. Il tracciato alterna asfalto e ghiaia, che gestiscono con intelligenza. Raggiungono e superano alcuni team rivali, risparmiando energie per la giornata finale.
“Sto imparando molto su come dosarmi”, dice Josh Pritz, debuttante alla sua prima ultra di squadra. “Ieri ho sprecato troppo all’inizio”, racconta. Ha le cosce a pezzi dopo le discese su asfalto. Pritz, sei maratone alle spalle, ammette che non sapeva bene in cosa si stava cacciando. “La seconda tappa è come un meeting in pista… immerso nella natura.”
«È una gara folle», aggiunge. Alterna sprint brevi a tratte di due miglia. Towns lo avvisa: “Attento ai cani randagi”, mentre scende dall’auto per il cambio.
Nel pomeriggio il cielo si rannuvola, il vento si alza. Le salite aumentano la fatica già pesante. Ma la strategia funziona: alle 16:36, Loose Footage arriva al campo di Kingston, New York, risalendo al quinto posto. Ognuno ha corso circa 30 miglia. Totale finora: 27 ore e 23 minuti. Ma la sfida più difficile è ancora da affrontare: l’ultimo tratto verso New York City.




STAGE THREE: CONTROLLED CHAOS
In un parcheggio vuoto del Bronx, sei bici elettriche attendono. Mancano 15 miglia al traguardo. Ma arrivare fin lì è stato un inferno: cambi mancati, scelte sbagliate, energie sprecate.
Towns lo aveva previsto: questa tappa sarebbe stata la più complessa dal punto di vista logistico. Le sue gambe tremano mentre è seduta in auto: stanchezza accumulata. Tutti sono dolenti. Ma nessuno molla.
“Cerco di non farmi travolgere dalle emozioni”, dice Santiago. Le caviglie le bruciano: pensa di aver toccato dell’edera velenosa in mezzo alla vegetazione. Vuole grattarsi, ma resiste. Serve pazienza.
“Siamo tutti stanchi”, analizza Towns. “Ma adoro il flusso che abbiamo creato.”
Pritz, maniaco dei dettagli, riflette: la gara gli sta insegnando pazienza e empatia, per sé e per gli altri. La sinergia, dice Georgescu, è “l’ingrediente segreto”.
Nel Bronx, metà del team aspetta sotto il sole. L’idea è concludere insieme, alternando bici e corsa lungo la West Side Highway, accanto al fiume Hudson. Ogni 800 metri, un runner prende il GPS e uno lascia la bici.
Non ci sono più campi o paesaggi: ora ci sono clacson, motori, pedoni. Un semaforo e una svolta sbagliata rallentano il gruppo. Gli occhi sono stanchi. Il silenzio è palpabile. Poi, quando raggiungono la pista pedonale, ritrovano l’armonia, come se avessero provato quel momento.
Il cielo si tinge d’oro. Il team scivola via tra Harlem, l’Upper West Side, Hell’s Kitchen, Chelsea e Greenwich Village. Più si avvicinano a Battery Park, più aumentano gli applausi dei team già arrivati. McMahon scuote vigorosamente una bottiglia di prosecco. Quando Loose Footage taglia il traguardo, sono terzi assoluti. Il tappo vola, il vino frizzante bagna la folla. C’è tanto da celebrare.





Gravity, Movement & Meaning: 9.81 m/s2
Una celebrazione del movimento umano e dei suoi significati contemporanei, attraverso la vision dalla regista Valentina Khodnevich e DFP (Dance.Film.Performance).
Valentina Khodnevich sfuma i confini tra danza, sport, moda e scienza, e con il suo lavoro ridefinisce il modo in cui percepiamo il movimento sullo schermo. Il suo short creativo 9.81 m/s² — una collaborazione ipnotica con la compagnia londinese Dance.Film.Performance., realtà impegnata nel declinare la danza in nuovi media, arti visuali, esperienze originali e regni ibridi, come quello fashion, anche nei panni di agenzia — è un'immersione visiva nel corpo in movimento: un’esperienza sensoriale tanto cerebrale quanto lirica. Ogni inquadratura, ogni composizione si palesano come una meditazione atmosferica sulla gravità, sullo scorrere del gesto, sulla bellezza cruda e potente della performance.
L’abbiamo incontrata per esplorare il suo percorso creativo — da Mosca alla scena performativa di Londra — e per capire come la coreografia, la fisica e l’estetica dello sportswear siano diventati elementi chiave del suo linguaggio cinematografico. Inoltre, abbiamo anche raccolto delle riflessioni di Angelina Gorgaeva, Direttrice Artistica DFP e coreografa di questo corto.
Innanzitutto Valentina, come si è sviluppato il tuo percorso verso racconto visuale e, più nello specifico, verso l’arte ispirata dal movimento?
“Ho un background in arte e design, ma quando mi sono trasferita da Mosca a Londra, sette anni fa, qualcosa è cambiato. Ho iniziato a lavorare con ballerini quasi per caso: è stato il risultato naturale della comunità artistica che ho trovato qui. All’inizio si trattava di lavori coreografici più strutturati, poi si è tutto ampliato. Negli ultimi tempi mi sto interessando al movimento sportivo: arti circensi, ginnastica, giocoleria… sono forme bellissime, ma spesso non vengono percepite come ‘arte’. Per me, invece, sono affascinanti quanto — se non più — della danza stessa.”
Hai origini russe, e la Russia ha una fortissima tradizione nella danza classica. Questo dato culturale ha influenzato il tuo percorso?
“Assolutamente, ma forse in un modo inaspettato. A Mosca mi sono appassionata al teatro contemporaneo, soprattutto a quello che vede usare il corpo al posto della parola. Ho seguito un corso di ‘teatro plastico’, dove il movimento sostituisce il monologo. Quando poi sono arrivata a Londra, ho cercato quella stessa tipologia di teatro, ma non l’ho trovata. La scena qui mi è sembrata più commerciale. Poi, una sera, ho visto uno spettacolo al Theater al Sadler’s Wells e lì si è accesa una scintilla: ho capito che forse la mia vera passione era la danza, non il teatro. Da lì, la danza ha iniziato a entrare nei miei lavori, quasi senza che me ne accorgessi.”
Quando hai capito che il linguaggio del movimento poteva sostituire la narrazione tradizionale?
“È un’intuizione naturale. A volte le parole sono troppo dirette, spiegano tutto. Il movimento invece lascia spazio all’interpretazione. È più aperto, stratificato. Lo spettatore diventa parte attiva, quasi come se stesse risolvendo un enigma. È per questo che integro sempre anche la musica in modo preciso. In 9.81 m/s², ad esempio, abbiamo usato una tecnica sonora in cui i loop si generano casualmente, fuori dal nostro controllo. Ha aggiunto una specie di imprevedibilità scientifica alla struttura, e questa cosa mi affascina.”



Il titolo 9.81 m/s² è molto evocativo. Da dove viene?
“Fa riferimento all’accelerazione gravitazionale, quella che tutti abbiamo studiato a scuola: 9,81 metri al secondo quadrato. È un dato scientifico basico, familiare ma dimenticato. E si lega perfettamente ai temi del film: caduta, resistenza, movimento nello spazio. Di solito scelgo i titoli in post-produzione, quando il montaggio rivela la vera anima del progetto. Per esempio, un mio lavoro precedente si intitola N25 perché l’ho chiuso il 25 novembre. (ride ndr) Mi piacciono i titoli che creano domande, anche se non spiegano tutto.”
Com’è stato lavorare con i performer in 9.81 m/s²?
“È stato un privilegio. I ballerini sono come attori silenziosi: raccontano storie con il respiro, con un gesto, con la presenza. In questo caso abbiamo collaborato con Dance Film Performance, e la produzione è stata interamente condivisa. Ho lavorato con la loro movement director, gestendo in sinergia riferimenti visivi, moodboard e indicazioni emotive. Non sono una regista che impone un movimento specifico. Preferisco suggerire una sensazione — come la tensione o la leggerezza — e lasciare che siano i protagonisti a tradurla con il corpo. È lì che accade la magia vera. Non stai più solo coreografando: stai canalizzando un’emozione. Per me, danza e sport sono linguaggi narrativi. Ogni caduta, ogni passo, ogni respiro raccontano qualcosa.”


Anche lo sportswear ha un ruolo centrale nel film. Consideri il fashion e, più nello specifico, i capi a vocazione sportiva uno strumento narrativo?
“Senza dubbio. Quello che indossi dice molto di te. Lo sportswear oggi vive a metà tra funzione ed espressione: è pratico ma anche elegante, adatto a una prova in sala o ad un evento d’arte. Mentre giravo 9.81 m/s², mi affascinava il modo in cui i capi oversize seguissero il movimento dei corpi. Non coprivano i ballerini: diventavano parte della coreografia. Aggiungevano fluidità, morbidezza, grazia. E poi c’è qualcosa di visceralmente potente nello sport. Entrare in una palestra, in uno spazio di movimento, genera un’energia irrazionale. E i vestiti trasmettono quel tipo di energia. Non è solo comfort: è presenza.”
Il tuo lavoro sembra porsi all’incrocio tra arte, sport, scienza e fashion. Cosa ti attrae della fusione di questi mondi?
“Mi affascinano i collegamenti nascosti. Che si tratti di logica scientifica, istinto corporeo o tessuti in movimento, c’è sempre un dialogo sottile. Soprattutto nella performance. La danza, ma anche forme artistico-sportive meno convenzionali, come il circo o la giocoleria, ci spingono a riconsiderare cosa sia il corpo. Ci obbligano a ripensare cosa intendiamo per grazia, potenza, umanità.”


Quando hai realizzato 9.81 m/s², avevi in mente un messaggio preciso o si trattava più di un'esplorazione emotiva e visiva?
“È stato un lavoro molto istintivo. Ho realizzato altri progetti dove c’era una lunga fase di ricerca e preparazione ma, alla fine, l’idea non passava. Stavolta volevo partire dal materiale — il girato, la musica, la color grading — e costruire una sorta di collage emotivo. Mi interessa quel momento in cui tutto si incastra, non perché riesca a spiegare qualcosa, ma perché ha una potenza evocativa. Come quando ami una canzone non per il testo, ma per la sensazione che ti lascia addosso.”
Stai evolvendo questi temi in nuovi progetti?
“Sì, ne ho diversi in lavorazione. Alcuni sono più fashion, altri ruotano attorno alla musica. Uno in particolare mi entusiasma molto: un ritratto di un giocoliere che lavora più come performer artistico che come circense. I suoi gesti sono minimali, meditativi. Mi affascina questo: nello sport o nell’arte del movimento, la tecnica è immediatamente visibile. Sai subito che tu non potresti fare quella stessa cosa. C’è una linea sottile tra meraviglia e umiltà che mi colpisce sempre. Sto anche collaborando con Joanna Park, una designer londinese che lavora sul concetto di ‘smart fashion’ — abiti funzionali ma concettuali. Insieme stiamo sviluppando una nuova opera visiva che continua questo dialogo tra moda, movimento ed emozione.”
E riguardo il processo da coreografa, invece, Angelina? Puoi raccontarci cosa significa per te e DFP la danza e com'è stato collaborare con Valentina?
Angelina (D.F.P) "Il mio approccio al lavoro cinematografico è collaborativo e si adatta alle persone con cui lavoro, in particolare ai ballerini. Inizio spesso dal linguaggio corporeo individuale dei danzatori, utilizzandolo come base per esplorare e definire il vocabolario del movimento. Da lì, integro i principi coreografici e i temi che desidero approfondire nell’opera.
In '9.81', ad esempio, gran parte di ciò che ha preso forma è nato dall’improvvisazione. Abbiamo modellato la struttura del pezzo direttamente sul set—si è sviluppata nel momento stesso, il che ci ha permesso di rimanere pienamente presenti e reattivi. Ho collaborato strettamente con Valentina; abbiamo parlato molto del tipo di atmosfera e della corrente emotiva che volevamo evocare.

Credits
Director Valentina Khodnevich
Production DFP.Productions, Dance.Film.Performance
Producer Angelina Gorgaeva, Kate Gordeeva
Cinematographer Edward Hamilton-Stubber
Choreographer Angelina Gorgaeva
Performers: Angelina Gorgaeva, Zakarius Harry
Gaffer James Hawkins
Stylist Anastasia Glazova
Editor Valentina Khodnevich
Graphic Designer Aleksandra Orekhova
Colourist Anton Zimmermann
Composer ANDYS
Nodi di Sport, Società e Umanità - L’Arte di Luke George e Daniel Kok
Entriamo nel mondo tanto sospeso nel tempo e nello spazio, quanto profondo per messaggi e significati di questo duo artistico connesso all’immaginario sportivo
Quando l’arte contemporanea incontra la sua musa sportiva, nascono prospettive e interpretazioni tra le più varie. Nel caso di Luke George e Daniel Kok, l’immaginario sportivo diventa un linguaggio: un’estensione naturale di una visione artistica plasmata da un movimento fisico e sociale, ispirata alla danza e al corpo, e trasformata – nella serie ‘Still Lives’ – in una sorta di estasi visiva attraverso la pratica del bondage.
Tensione e calma. Caos e controllo. Un rischio condiviso, calcolato, che si fa messaggio e significato. In questa conversazione, esploriamo l’atipica ed affascinante filosofia creativa di questo duo artistico, grazie alle loro parole e riflessioni dirette.
Partiamo dalle vostre origini. Provenite da luoghi molto diversi, sia geograficamente che culturalmente. Ci raccontate dove siete cresciuti, come vi siete avvicinati al mondo dell’arte, e se lo sport ha avuto un ruolo nella vostra infanzia o adolescenza?
Luke George: “Sono cresciuto in Tasmania, in luoghi remoti circondati da montagne e foreste, e poi in piccoli paesi. La Tasmania è un’isola con una popolazione ridotta, e non è stato semplice crescere lì come giovane persona queer. L’arte per me è diventata un rifugio: un modo per conoscermi, per sentirmi al sicuro, e per entrare in contatto con qualcosa di più grande. Era uno stimolo, una curiosità, ma anche un ponte verso il mondo fuori dall’isola.
In famiglia tutti erano super sportivi. Mio padre giocava a rugby, poi è diventato allenatore di rugby e calcio. I miei fratelli giocavano a football australiano, cricket... Un po’ di tutto. E ci sapevano fare. Io no. L’ambiente sportivo mi spaventava, era iper-maschile, non mi ci riconoscevo. Però lo sport mi affascinava. Ci ho provato tante volte. Una volta mio padre ha allenato la mia squadra di calcio… Fu un disastro! (ride ndr) Anche mia madre era molto atletica—insegnava aerobica e lavorava in palestra. Insomma, in casa nostra si respirava sport: giornali, riviste, fotografie ovunque.”
Daniel Kok: “È curioso, perché nel mio caso è quasi l’opposto. In famiglia, a Singapore, nessuno era interessato allo sport. Né i miei genitori, né i miei fratelli, né i cugini. Ma io non ho mai vissuto l’ambiente sportivo come qualcosa di ostile, nemmeno come uomo gay. Mi piaceva correre, giocare, amavo il movimento. Ho imparato da solo a nuotare, ad andare in bici, a giocare a badminton. Da adolescente mi sono persino iscritto a una squadra di rugby. Per me non era questione di competizione, di puro piacere.
Come Luke, ero molto attratto dalla fotografia sportiva. Quando ho iniziato a studiare arte seriamente, mi affascinava disegnare corpi in movimento. Quelle immagini erano piene di energia. Mi interessava anche la scultura classica, soprattutto le statue rinascimentali. Trovavo delle somiglianze tra le pose contrapposte delle sculture antiche e dei corpi ritratti nelle foto sportive. Anni dopo, da insegnante, ho usato quelle stesse immagini per far disegnare i miei studenti: sono riferimenti incredibilmente preziosi.”


Quando avete capito che l’arte poteva essere più di una passione? Qual è stato il momento in cui avete realizzato che questo mondo potesse diventare il vostro lavoro o, comunque, potesse essere centrale nella vostra vita?
Daniel Kok: “In realtà è stato un processo graduale. Vengo da una famiglia della working class, dove non c’era un vero accesso al mondo dell’arte, né una comprensione di cosa fosse. Nessuno mi ha mai scoraggiato, ma nemmeno sapevano come potesse funzionare una carriera in quel campo.
Il mio primo contatto è stato la pop culture: i video musicali mi mandavano fuori di testa. Poi a scuola ho scelto arte come materia opzionale. Andavo bene, quindi mi sono detto: “magari potrei diventare insegnante d’arte”. Da lì, passo dopo passo, ho capito che la mia vera passione era la danza. E così, ho iniziato a costruirmi un percorso nella coreografia.”
Luke George: “Anche per me è sempre stata la danza. Mi interessavano tante forme artistiche, ma la danza aveva qualcosa in più: qualcosa di fisico, viscerale. Mi intrigava l’astrazione del movimento, il modo in cui le persone si connettono attraverso i corpi. Il teatro non mi appassionava molto, e non ero un grande artista visivo. Ballare insieme agli altri, però… Mi catturava.
In Tasmania ero in un gruppo giovanile che creava spettacoli di danza e li metteva in scena in vecchie fabbriche, magazzini, perfino nei boschi. Sono i ricordi più vivi che ho—danzare in spazi selvaggi, naturali o industriali. Dopo qualche anno sono diventato performer professionista e ho girato il mondo con varie compagnie. Poi ho iniziato a dedicarmi alla coreografia—ed è stato più o meno in quel periodo che ho conosciuto Daniel.”
Quando ho visto alcune delle vostre composizioni per la serie ‘Still Lives’ — popolate di climber, giocatori di football australiani, ciclisti… — sono rimasto colpito da quanto fortemente questi corpi e gesti atletici vengano completamente ricontestualizzati. Che significato hanno oggi per voi queste discipline sportive, e perché le avete inserite nella vostra arte?
Daniel Kok: “La prima cosa che mi viene in mente è che lo sport possiede una risonanza culturale enorme, quasi universale. Parla all’immaginario collettivo in un modo che l’arte, spesso, non riesce a fare—almeno non con la stessa portata ed efficacia. È una delle poche forme culturali che riesce davvero a unire le persone: oltre i confini, le classi sociali, le differenze.
Fin dall’inizio della serie ‘Still Lives’, ci è sembrato naturale creare un ponte tra sport e arte. Ma non siamo partiti dallo sport. I nostri primi pensieri riguardavano il tempo, lo spazio, e il potenziale dell’immagine stessa. Poi, quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto a Melbourne, ci siamo resi conto che stavamo toccando qualcosa di molto più ampio del solo mondo artistico.
Lo spazio performativo è diventato un luogo d’incontro tra mondi diversi. In platea trovavi tifosi di football australiano seduti accanto ad appassionati d’arte, o persone interessate alla performance o al bondage. All’inizio magari si guardavano con sospetto. Ma alla fine avevano vissuto tutti la stessa esperienza. Quella riconoscibilità condivisa è stata potentissima. Ed è proprio quella sensazione che continuiamo a cercare”
Luke George: “Non avevamo deciso di ‘fare una serie sullo sport’. Ma ricordo che Daniel, all’inizio, lanciò quasi per gioco quest’idea: lavorare con il gesto atletico, con la fisicità e l’estetica dello sport. La reazione è stata sorprendente. Tanti artisti hanno provato a colmare il divario tra arte e sport, ma stavolta anche i media mainstream si sono interessati al progetto. Hanno rilanciato le nostre immagini e ci hanno fatto arrivare a un pubblico ben oltre i confini consueti del mondo dell’arte.
Credo che questo non sia solo merito dell’elemento sportivo, ma anche del modo in cui usiamo il bondage—sia come materiale, sia come metafora. Non lo trattiamo in modo ironico o puramente erotico, ma come un mezzo per esplorare la relazione, la tensione, la vulnerabilità. Il gesto fisico del legare, del bloccare un movimento, si collega alla nostra pratica come artisti del corpo e dell’immagine. Ci permette di far convergere tutte le nostre sensibilità in qualcosa che è insieme estetico e culturale”



A proposito di bondage—le corde, la carica erotica, la materia, l’equilibrio, la paura—com’è diventato un elemento così centrale del vostro linguaggio visivo?
Daniel Kok: “In realtà è qualcosa su cui stiamo ancora riflettendo. ‘Still Lives’ è nata quasi come un esperimento immaginario. Ci avevano invitato a proporre un progetto, e io, un po’ per scherzo, lanciai l’idea: “E se trattassimo il bondage con la corda come un feticcio visivo?” Non solo in senso sessuale, ma ben più ampio. In fondo, tutto può essere feticizzato: una borsa, una scarpa, un’auto…
Così abbiamo iniziato a legare oggetti del desiderio—mobili di design, elettrodomestici, oggetti quotidiani. Poi sono arrivati i corpi. Corpi atletici. E lì tutto ha preso una piega naturale. Ricordo di aver proposto: “Perché non sospendere due atleti—magari giocatori di football australiano—nel momento di uno scontro?” Come se potessimo catturare l’istante dell’impatto, ma non in una fotografia: costruendolo lentamente, per ore, sospendendo i corpi nello spazio. Rallentando il tempo. Dilatandolo.
Ed è proprio in quella dilatazione che le cose si sono fatte interessanti. L’opera non parlava più solo dei due corpi legati, ma di ciò che quei corpi rappresentano: come li interpretiamo, come li proiettiamo, come costruiscono fantasie collettive.”
Luke George: “Non si tratta solo di feticismo sessuale. Parliamo anche di desiderio culturale. Gli atleti diventano spesso depositari delle passioni e delle speranze di intere comunità. È su quel desiderio condiviso che volevamo lavorare.
Quando abbiamo cominciato a presentare ‘Still Lives’—una performance dal vivo di due ore e mezza con pratiche di bondage—non eravamo sicuri di come il pubblico avrebbe reagito. È un processo lento, meditativo. Eppure le persone rimanevano, partecipavano emotivamente, si lasciavano coinvolgere.
E poi, nel momento finale—quando la composizione ricostruiva con precisione, quasi surreale, un’immagine sportiva congelata nel tempo—la platea esplodeva. La gente si alzava in piedi ed esultava, come allo stadio. Una sorta di estasi collettiva che raramente si vede nel mondo dell’arte. Ma lì… era reale”
Daniel Kok: “Esatto. Quello che all’inizio sembrava uno scherzo un po’ infantile—“e se legassimo degli atleti?”—si è trasformato in qualcosa di molto più profondo. Abbiamo capito che quei corpi sospesi non erano solo corpi, ma simboli: del desiderio, della sua proiezione, del mito culturale. Da quel momento in poi, lo sport è diventato un elemento chiave della serie ‘Still Lives’. Era inevitabile.
Come selezionate quale sport rappresentare in ciascun contesto? Prendiamo, ad esempio, il football australiano: è molto specifico, locale. Eppure il vostro lavoro punta chiaramente a un pubblico internazionale. Come decidete quale disciplina inserire in ogni nuova tappa del vostro progetto?
Luke George: “La cosa più importante da ricordare è che, per noi, ‘Still Lives’ non è solo sport. Prima ancora della fisicità o del corpo, parla del luogo. Quando lavoriamo con le corde, ci piace pensare che non stiamo legando solo una persona, ma anche un momento, una comunità, o perfino un paesaggio emotivo. Ci chiediamo sempre: cosa possiamo legare che rappresenti questo posto?
A Melbourne, la risposta era chiara: il football australiano. È parte integrante del tessuto culturale della città. Oggi è un fenomeno nazionale, certo, ma le sue origini, i club storici, i rituali ad esso annessi… Sono profondamente locali. Se vivi lì, non puoi ignorarlo. Anche se non segui lo sport, ti chiederanno comunque per che squadra tifi. È ovunque. Quindi sì, era naturale partire da lì. E lo stesso vale per ogni città dove andiamo: osserviamo, ascoltiamo, ci chiediamo quale sia il gesto, il simbolo o l’esperienza condivisa che, in un certo senso, tiene insieme quella comunità. A volte è uno sport. Ma non sempre”
Daniel Kok: “È vero, fuori dall’Australia pochissimi conoscono le regole del football australiano. Ma quando lo abbiamo presentato a Melbourne, la gente ha colto subito il significato profondo. Non era solo una partita. Era identità, comunità, appartenenza. Per questo ha funzionato così bene.
A Gent, in Belgio, abbiamo scelto il ciclismo—uno sport con un enorme peso simbolico, soprattutto nelle Fiandre. I locali hanno subito riconosciuto il riferimento, anche se per un pubblico internazionale poteva sembrare una scelta insolita. Parliamo sempre della stessa logica: in ogni luogo, cerchiamo ciò che incarna un desiderio collettivo”
Luke George: “A Auckland, in Nuova Zelanda, era chiaro: doveva essere il rugby. Ma abbiamo deciso di focalizzarci sul rugby femminile. E questa scelta ha aperto tantissime conversazioni importanti—visibilità, riconoscimento, parità nello sport.
Abbiamo collaborato con ex giocatrici della nazionale, anche ex capitane. Non era solo un omaggio allo sport, ma un’occasione per mettere in luce le tensioni e le storie spesso invisibili dentro la comunità. ‘Still Lives’ vuole fare anche questo: mostrare ciò che c’è già, ma che raramente viene messo a fuoco”
Guardando le vostre opere—non solo la serie ‘Still Lives’—emerge costantemente un gioco di dualismi: immobilità e movimento, equilibrio e tensione. Si percepisce anche una corrente sotterranea, a tratti sottile ma persistente, di riflessione politica e sociale. Al di là dei temi specifici o della pura estetica, dove si colloca la vostra filosofia artistica, individuale e condivisa? Cosa volete trasmettere con la vostra arte?
Luke George: “Mi piace che tu abbia notato i dualismi, perché sono alla base del nostro modo di pensare. Ogni volta che viaggiamo o collaboriamo con persone diverse, incontriamo strati su strati di dinamiche sociali—rappresentazione, identità, discriminazione, inclusione.
Quando una persona viene legata in una delle nostre performance, non è mai un soggetto passivo. Siamo molto consapevoli delle immagini che creiamo e di come possano essere percepite—soprattutto da chi vede il bondage per la prima volta. Per questo lavoriamo con attenzione, rendendo il gesto qualcosa di collaborativo, persino tenero. Non è mai una questione di controllo. È una pratica di ascolto, visibilità, cura reciproca.
Cerchiamo sempre di mettere in primo piano le storie personali dei nostri collaboratori—attraverso video, installazioni, interviste. Il nostro obiettivo non è fare arte ‘politica’ nel senso didascalico del termine, ma creare uno spazio dove le tensioni sociali possano emergere in modo sensibile, attraverso il corpo, la forma e la relazione”
Daniel Kok: “Ci sono tanti dualismi in gioco. Prima di tutto, quello tra noi due. Siamo co-autori, sempre in dialogo. Questo si riflette in ogni progetto. Poi c’è il dualismo nel bondage tra chi lega e chi viene legato—chi ha il potere? Giochiamo spesso con questi ruoli, li ribaltiamo, li condividiamo.
E c’è anche il dualismo tra pubblico e privato. Molte delle vulnerabilità che normalmente teniamo nel privato, noi le portiamo in scena. È simile a ciò che vivono gli atleti: portano in campo i propri conflitti interiori, ma devono esibirsi come simboli di forza, identità, coerenza. Un altro dualismo è quello dello spettatore: guardare da soli o guardare insieme. Pensa agli stadi, alle chiese, alle piste da ballo—c’è un’enorme potenza nelle esperienze collettive. Modellano ciò che sentiamo, ciò in cui crediamo, persino il modo in cui ci muoviamo. Possiamo creare spazi che siano sicuri non come rifugio, ma come condizione per rischiare insieme. Questo è centrale nella nostra etica. Incontrarsi non è solo conforto—è possibilità di coraggio condiviso.
Io credo nella performance come atto politico. Non per ‘illustrare’ temi politici, ma come azione politica in sé. Una prova di convivenza. In un mondo sempre più frammentato, ci chiediamo: possiamo abitare uno spazio condiviso rispettando le differenze? Non per forza in accordo, ma in co-presenza? Ecco il tipo di politica che ci interessa: relazionale, viva”


Parlando di sinergia creativa—condividere spazio, tempo e pensiero con un’altra persona in un processo artistico… Com’è per voi quel flusso? Che tipo di emozioni attraversate quando create insieme?
Daniel Kok: “Ultimamente mi chiedo se non siamo diventati fin troppo armonici! Dopo undici anni di lavoro insieme, conosciamo a memoria i nostri ritmi. È un dono, certo, ma anche qualcosa da tenere sotto controllo.
Il lato bello? Non mi sento mai solo. Alcuni progetti recenti—come quello di Melbourne—non avrei potuto portarli avanti autonomamente. Mi avrebbero schiacciato. Ma con Luke è come passarsi la palla in campo. Sosteniamo insieme il peso, ci compensiamo. Non solo a livello pratico, ma anche emotivo. E questo rende tutto più umano”
Luke George: “Sì, è più di una semplice divisione del lavoro. È qualcosa che non si può quantificare. Abbiamo costruito un linguaggio creativo che esiste solo perché abbiamo pensato insieme per anni.
Daniel mi spinge a immaginare in modi che da solo non saprei approcciare. Anche quando non è fisicamente presente, sento la sua voce. Penso: “qui è dove mi punzecchierebbe” o “qui porrebbe di sicuro una domanda scomoda.” E questa è una forza. Siamo diventati l’uno il contrappunto necessario dell’altro.
E sì, i disaccordi esistono ancora, ma sono diventati più strategici. Abbiamo imparato a scegliere le nostre battaglie. Anche questo fa parte della crescita”
Daniel Kok: “Forse è proprio questo che la gente percepisce nei nostri lavori: la prova che la cooperazione è ancora possibile. In un mondo così polarizzato e polarizzante, è raro vedere persone che si ascoltano davvero, che costruiscono qualcosa insieme, senza farsi dominare dall’ego.
Anche in scena lo sento. Non porto più da solo il peso del significato. So che l’opera è sostenuta collettivamente—da Luke, dai nostri collaboratori, dal pubblico. È una forma di autorialità condivisa, in tempo reale.
Dieci anni fa inseguivo la perfezione, il controllo. Oggi do valore a un’attenzione diffusa. A volte, mentre lego un nodo sul palco, capisco che basta quello. Non devo ‘performare’ in tutto. Essere presente è sufficiente”
Luke George: “C’è una specie di rilassamento consapevole nel sapere che non devi portare tutto sulle spalle. Che anche il pubblico fa parte della performance. Che chi crea con te sta sostenendo lo spazio insieme a te.
Ultimamente riflettiamo molto sull’invecchiamento—cosa significa continuare a esibirsi mentre il corpo cambia. È faticoso. La vita da artista non diventa più semplice, anzi... Sì, ora stiamo vivendo un buon momento, ma la domanda resta: “Riuscirò a farlo ancora a lungo?”.
Onestamente, credo che questa partnership sia uno dei motivi per cui possiamo proseguire. Non so se oggi sarei ancora un performer, se fossi da solo”
Daniel Kok: “E qui torniamo al corpo—e di nuovo allo sport. Non posso più allenarmi come prima. Devo pensare al riposo, all’alimentazione, ai movimenti. Il corpo, anche per l’arte, diventa qualcosa da curare in modo più consapevole.
Quando abbiamo incontrato due ciclisti campioni del mondo in Belgio, ci siamo resi conto che si ponevano domande simili: “come continuo?”, “come resto connesso a un corpo che non si muove più come una volta, ma che porta dentro di sé tanta conoscenza?”. È anche il nostro punto di vista. Artisti, atleti—viviamo domande simili, con linguaggi diversi”
Luke George: “È un continuo rinegoziare l’identità corporea. Come restare presenti, come restare in dialogo—non solo con gli altri, ma anche con se stessi”
L’arte contemporanea sta dialogando sempre di più con l’universo sportivo, portando avanti messaggi sociali, politici e ambientali. Eppure certi stereotipi o meccanismi culturali restano radicati negli spogliatoi, negli ambienti sportivi in generale. Cosa ne pensate?
Luke George: “Penso subito alle persone con cui abbiamo lavorato. Quando abbiamo iniziato il progetto sul football australiano, mi sono attivato tramite contatti nei club. Ho incontrato i presidenti, sono entrato negli spogliatoi, ho stretto un sacco di mani. Internamente, ho dovuto affrontare molte resistenze: quegli spazi maschili, ipercompetitivi, possono intimidire. Poi ho scoperto una cosa fondamentale: le persone erano curiose, gentili, davvero interessate a ciò che stavamo proponendo. Erano semplicemente… Esseri umani. C’era molto più terreno comune di quanto immaginassi.
Quando abbiamo iniziato a lavorare direttamente con gli atleti, è parso evidente che gli stereotipi fossero ancora presenti. Ma era altrettanto evidente che ogni atleta, nel quotidiano, si muove tra più identità: quella del club, quella del campo, quella pubblica. I giocatori di football con cui abbiamo collaborato erano spesso molto aperti, e questo ha reso il confronto più semplice”
Daniel Kok: “Aggiungo che è importante riconoscere una cosa: nell’AFL o nel ciclismo è rarissimo che qualcuno si dichiari LGBTQ+. La maggior parte delle persone nasconde la propria identità perché la cultura è ancora molto conservatrice. L’ho vissuto anch’io, nell’esercito a Singapore—le docce comuni, le battute volgari come forma di ‘appartenenza’… Tutto questo è un modo infantile di proteggersi.
Detto ciò, quando parliamo di queerness, cerchiamo di andare oltre gli stereotipi—sia quelli mediatici, sia quelli interni alla comunità queer, sia quelli del bondage estetico. Il queer non è un’estetica fissa. Non vogliamo semplicemente replicare o parodiare le rappresentazioni dell’uomo etero, del gay muscoloso o del corpo trans. Vogliamo mescolare i linguaggi, cercare nuove forme di rappresentazione, più ibride, più autentiche”

Credits
Luke George
Daniel Kok
Gianmarco Pacione
Photo Credits
Michiel Devijver & VIERNULVIER
Jo Caird
Special thanks to
for the tip.
STARTING GUN - ROAD TO BERLIN WITH CISALFA SPORT & ADIDAS
Introduciamo l’esperienza verso la Maratona di Berlino di Clara Abbona, Sofia Montagna e Lorenzo Lotti: membri della Cisalfa Run Crew che affronteranno, insieme, la lunga strada verso la sfida ai 42 chilometri della capitale tedesca
La strada verso una maratona può assumere infiniti significati e forme, tendendo verso altrettanto disparati obiettivi. Può essere un viaggio verso la comprensione di sé stessi. Un itinerario dedicato all’accettazione, all’evoluzione, perfino alla piena fusione con il proprio corpo. Un’esperienza collettiva, in cui ascoltare e farsi ascoltare. Sostenere e farsi sostenere. In ogni caso, i 42 chilometri sono una rivoluzione: per alcuni, coincidono con un eccitante sfida, dove far confluire habits e conoscenze consolidate, per altri, con un consapevole salto nel vuoto, che spesso rima con il cambiamento personale, con l’abbandono della zona di comfort, o della negatività.
Le storie di Clara Abbona, Sofia Montagna e Lorenzo Lotti, i membri della Cisalfa Run Crew che affronteranno la prossima Maratona di Berlino, grazie ad una speciale sinergia tra Cisalfa Sport e adidas, racchiudono alla perfezione la multidimensionalità della gara-regina della running culture, e dell’atletica in generale. La loro strada verso la capitale tedesca inizia da qui: da tre storie personali completamente diverse, eppure divenute affini nella ricerca della soddisfazione dei 42 chilometri.





“La maratona per me è un simbolo”, confida Clara Abbona, runner novizia e divulgatrice social, attirata dalla più democratica delle discipline sportive come mezzo di affermazione e sviluppo di sé stessa, “Quando ho deciso di provare a correrla, non avevo ancora realizzato nulla che sentissi davvero mio. Quei 42 km li voglio per me, come un qualcosa che nessuno potrà portarmi via. Quando ho visto una ragazza che correva la maratona di Berlino, ho pensato: “A settembre ci sarò io”. E spero davvero di farcela. So che sarà un’emozione unica. Per questo non ho saltato un allenamento da agosto. Mi dico: “Io devo farlo, punto. Magari non ce la farò, ma voglio sapere di aver dato tutto”.
Al suo fianco, nei prossimi mesi di preparazione condivisa, Sofia Montagna, anche lei comunicatrice social, al contrario di Clara con un denso passato sportivo alle spalle, fatto di eptathlon ai massimi livelli. Poi gli infortuni. Poi la corsa come terapia, e come riscoperta della bellezza della pratica sportiva. Infine, la magica esperienza delle prime maratone e del loro effetto, “Preparando e correndo i miei primi 42 km ho capito che la maratona è, prima di tutto, un’esperienza mentale profonda. Ti mette a confronto con te stessa per ore. Ti insegna a gestire la fatica, a leggere il tuo corpo. Mi ha reso più consapevole. Più matura. A Berlino voglio fare bene, ma con leggerezza. Non voglio che diventi un’ossessione, come accadeva in precedenza con lo sport… Corro con un obiettivo chiaro e, per la prima volta, avrò mesi per prepararmi in modo mirato ad un evento del genere”.





Ad indirizzare i paralleli, ma coincidenti, approcci alle strade di Berlino di Clara e Sofia, è l’ultrarunner e plurirecordman su lunghe distanze Lorenzo Lotti, nella funzione duale di allenatore e atleta. Un uomo che ha scoperto tardi il running, ma che l’ha abbracciato appieno dal primo secondo, rispettandolo con studio e dedizione. “La maratona non ti cambia solo per quello che accade nel giorno della gara. È tutto il percorso ad avere valore: gli allenamenti, la costanza, la testa che deve tenere duro... Quando tagli il traguardo, sei un altro. A Berlino sarò atleta e coach. Un doppio ruolo che vivo come una spinta, non come un peso. È una responsabilità che mi piace. Clara e Sofia saranno con me e mi regaleranno emozioni che, solo come atleta, non proverei. Sarà un percorso speciale, fatto di mesi di allenamenti, dubbi, esaltazione e bisogni. Per me è importante il percorso che le persone scelgono di fare al mio fianco: il fatto che possa trasmettere a figure come Clara e Sofia una passione che mi ha migliorato, dentro e fuori”
Spara la starting gun, e inizia la Road to Berlin della Cisalfa Run Crew, che seguiremo nei prossimi mesi con nuovi focus editoriali, che ci permetteranno di scavare in profondità nell’essenza di questo cammino individuale e collettivo, dove chilometri e tempi si fonderanno con la condivisione umana, e dove ognuno di questi protagonisti ci permetterà di comprendere il valore tanto materiale, quanto trascendentale, della gara che Eugenio Montale diceva di sognare. Una poesia a 6 mani, o meglio, a 6 gambe che vivremo al fianco di Cisalfa Sport e adidas.






Avere o Non Avere - L’anima del Roland Garros
La lente di Chris Caporaso esalta l’essenza estetica e letteraria dell’iconico Slam parigino
“Restavo a guardare fuori sui tetti di Parigi e a pensare: Non preoccuparti. Hai sempre scritto prima e scriverai adesso. Non devi far altro che scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci”. Parigi richiede verità. Lo sosteneva Ernest Hemingway. Lo evidenzia, in parallelo, la storia secolare del Roland Garros, ritratta nelle composizioni contemporanee di Chris Caporaso.
In questo sacro tempio francese, plasmato dall’arte dei ‘Les Quatre Mousquetaires’ (i rivoluzionari Jean Borotra, Jacques Brugnon, Henri Cochet e René Lacoste), ogni colpo, da sempre, è obbligato ad essere il più vero possibile. D’altronde, non può esserci margine di finzione, tantomeno di falsità, sui più eleganti palcoscenici di terra rossa della Ville Lumière, e del mondo. Pena un errore non forzato, un set lasciato scivolare, una partita mai, pienamente, vissuta. Una crepa impossibile da ricomporre.
Hai sempre servito prima, servirai adesso? Sei sempre sceso a rete prima, scenderai adesso? Hai sempre guidato gli scambi prima, li guiderai adesso?
Parigi infonde insicurezze tanto letterarie, quanto tennistiche. Le circonda di bellezza, chiedendo a tennisti, creativi e scrittori di resistere tanto alle pressioni esterne, quanto a quelle interne. Di trovare il modo di gestirle, guardandole dall’alto. Nella patria della haute couture pare inevitabile: ogni forma culturale, ed ogni suo protagonista, finiscono per essere filtrati dalla lente dell’eccellenza. All’atleta, come all’artista o al designer, come al narratore, non rimane che restare fedeli a un mantra, o meglio, a un monito: Non preoccuparti.
‘Hai sempre giocato e giocherai anche adesso’. Questo deve continuare a rivelarsi chi vuole giungere all’ultima domenica di torneo. Deve ripeterselo immerso nelle sublimi architetture dello Stade Roland-Garros. Scavato da ore di scambi a ritmi variati. Impietrito da migliaia di occhiali da sole che seguono traiettorie a volte cristalline, altre feroci, trovando la giusta, già conosciuta, verità nel mezzo. Una verità fatta di costanza ed equilibrio.
Solo lei può farti avere o non avere, citando un altro capolavoro del romanziere soprannominato ‘Papa’. Solo lei può portarti alla gloria dell’Open di Francia.





























