Viaggio nell’anima creativa e nell’identità fotografica dell’eclettico fiorettista francese
Di Enzo Lefort potremmo dire tante cose. Molte sono già state raccontate. Altrettante sono state viste o salvate su IG. Il fiorettista francese classe ‘91 è sicuramente transitato sotto i vostri occhi. Vuoi per i risultati sportivi, 1 oro, 1 argento e 1 bronzo olimpici, sommati a 3 ori mondiali e 5 ori europei; vuoi per la sua personalità multidimensionale, un cosmo d’interessi evidenziato da una rara sensibilità estetica e da un raffinato approccio alla comunicazione.
Già ambassador Louis Vuitton e podcaster, ora isoliamo un’altra caratteristica distintiva del nativo della Guadalupa: l’occhio, la lente dietro la sua maschera. La connessione tra un allungo di fioretto e il frame di uno scatto.
Nei gradini verso la pedana di Los Angeles 2028, la macchina fotografica sta ritagliando un ruolo sempre più essenziale nella vita di Lefort. Scoprire le ragioni di una passione ancora distante dalla sua piena maturità e dai suoi ultimi stadi, ma già divenuta lavoro, è come avanzare lungo una pedana che diventa metafora di vita, e di arte. È come descrivere un duello di diverso tipo, ma ispirato da uguali matrici ed esperienze. Parry dopo parry. Lunge dopo lunge.







EN GARDE. La pedana raccoglie tutto. Nei secondi che precedono il duello, antico e nuovo diventano confluiscono in una singola dimensione. Anticipano l’esito di percorsi umani e sportivi iniziati chissà dove, chissà come. Anche in un arcipelago delle Antille Francesi, la Guadalupa, per poi seguire le traiettorie di un pensiero profondo.
“Ho trascorso la mia infanzia in Guadalupa. Mi sono trasferito a Parigi quando avevo 16 anni, i miei genitori vivono ancora lì. Da giovane ero ispirato dalla cultura USA, ascoltavo dance-hall, hip hop e rap, soprattutto 50 Cent, indossavo polo oversize e pantaloni baggy. Quando sono arrivato a Parigi, ho trovato una cultura opposta. Sono stato fortunato, perché i miei genitori, entrambi insegnanti, mi hanno cresciuto con dei valori radicati, e con una mente aperta. Non mi sono fatto cambiare. Vado molto fiero di questo. Ho deciso di nutrirmi delle differenti culture parigine, rimanendo fedele a me stesso e alle mie radici caraibiche.
Crescere come atleta di alto livello, all’INSEP, il centro d’alta specializzazione sportiva francese, mi ha segnato allo stesso modo. Ho sempre temuto la ‘precarietà’ della mia condizione: mi ha incoraggiato ad essere curioso e a sviluppare differenti interessi. Lungo la carriera ti insegnano a vivere nel momento, sei spinto ad entrare nella ‘zone’, ad abbracciare uno stato mentale che ti conduce fino al culmine della competizione e della performance… Poi, però, la competizione finisce. Il grande obiettivo, come Parigi la scorsa estate, viene superato. E il rischio è di non essere preparati per il dopo. Mi sono laureato in fisioterapia per sollevarmi da quest’ansia. Ora sto coltivando ciò che ho imparato ad amare nel tempo: la fotografia, la comunicazione visuale e il marketing. Sto transitando verso quest’area d’interessi. E sto provando a delineare la giusta progressione nella mia vita”






PRÊTS. Nella stasi che precede l’incrocio di due lame, la preparazione è l’unica cosa a contare più del metaforico spirito di sopravvivenza. Metodi d’allenamento, stile personale, spessore intuitivo... Ogni fattore pregresso pone le basi per ciò che è e ciò che sarà. Affetti personali e tappe biografiche incluse. Lo stesso vale per la fotografia.
“Come atleta sono stato abbastanza davanti alla camera. Ho provato a conoscere veramente le persone che mi fotografavano. Una di queste, Julien Soulier, che oggi è un caro amico, mi fotografò con un Hasselblad 500. Quando vidi l’esito dei suoi scatti, mi chiesi come potesse venire fuori un’immagine così nitida, così bella, da quell’oggetto. Ero in shock. Ho cominciato ad informarmi e leggere. Martin Parr ha assunto un ruolo determinante nella mia educazione fotografica. In questo periodo ammiro molto il lavoro di Ren Hang, tristemente deceduto pochi anni fa, e sono alla costante ricerca di libri fotografici: prima mi faccio attirare dalla texture, dai font e dalle cover, poi li scopro. Un paio di settimane fa ho trovato un libro stupendo a Copenaghen, è una raccolta di foto segnaletiche femminili. Continuo a sfogliarlo.
Mia moglie è fondatrice e designer di un brand di gioielli ed ha iniziato la carriera come fashion designer. Ha collaborato con Louis Vuitton, Balenciaga, Lacoste e molti altri brand, quindi le riconosco, da sempre, un’appropriata conoscenza dell’immagine e del giusto modo di comunicare. Credo che lei abbia giocato un ruolo essenziale nell’educare il mio occhio, anche ora mi condivide continuamente reference fantastiche. È fondamentale avere qualcuno che ti consigli correttamente, le sole skill non bastano. Sono dell’idea che bisogna avere una visione generale e dei costanti riferimenti, altrimenti il rischio è quello di creare qualcosa di non rilevante o contemporaneo.
Quando ho iniziato a fotografare, l’ho fatto con una camera digitale, ma ero pigro. Anche il processo di ritocco non era per me. Nel 2018, sono andato in vacanza a Lanzarote con mia moglie. Mi ha mostrato una Olympus mju II, dicendomi che era la macchina fotografica della sua infanzia. Così, ho preso due Portra 400 e ho cominciato a scattare. La pellicola ti forza a un numero limitato di foto e ad una maggiore attenzione verso ogni composizione. La luce, il soggetto, l’angolo… Quando ho ricevuto le prove di stampa, ero estasiato. Pensavo che non fossero mie. In più, c’era la forza estetica della pellicola. L’effetto impresso dalla pioggia su di essa... In quel momento mi sono innamorato della fotografia”






ALLEZ. Nello slancio della ricerca è racchiusa ogni cosa. L’obiettivo finale può essere la figura di un avversario, come l’intima composizione di un palazzo parigino, o di uno stato umano. Scherma e fotografia trasformano dei passi verso l’ignoto in forme tangibili. Sono processi complementari, eppure differenti, ispirati dall’estasi della domanda, dalla frenetica pausa della ricerca e dalla conseguente risposta.
“Mi è già capitato di parlare del rapporto tra fotografia e scherma. La scherma mi ha insegnato ad attaccare al posto giusto, all’istante giusto, a sorprendere il tuo avversario. La fotografia è simile. Catturi un istante che non accadrà un’altra volta. Questo è il parallelismo principale tra le due discipline.
La scherma mi ha anche insegnato a gestire il nervosismo, a non essere stressato. Circa un anno fa, Nike mi ha chiesto di fotografare alcuni calciatori della Nazionale francese, tra cui Mbappe e Thuram. Ho avuto cinque minuti per giocatore. Come spesso accade in questi contesti, non puoi sprecare il loro tempo. Erano sorpresi che avessi solo l’analogica con me. Ho comunque spiegato loro il nostro comune terreno sportivo, aggiungendo che mi aspettavo delle pose naturali. Poi, due scatti e via. Non ero nervoso, non lo sono stato un secondo. La scherma, specie in eventi come le Olimpiadi, diventa una questione di vita o di morte. Pensi ai milioni di persone che ti stanno guardando e tifando... È difficile stressarsi per uno shooting fotografico.
La fotografia, invece, mi ha aiutato a riattivarmi dopo il fallimento sportivo. Quando fallisco, faccio cose differenti. Questo processo mi aiuta a pensare che, alla fine, è solo sport, anche se continua ad essere un pilastro essenziale della mia vita. Mi piace ritagliarmi dei momenti per camminare in giro e trovare qualcosa che mi ispiri. La fotografia, al contrario della scherma, ti concede il tempo. Nella scherma hai di fronte una persona che brama di toccarti. La fotografia ti lascia tempo per pensare. Fa come la scherma, ma in modo differente: è più distanziante.
Il mio cervello vede qualcosa e reagisce. In fondo, credo sia l’espressione di ciò che faccio nella vita. È un processo. Come quello legato alla fotografia analogica. Solitamente non ritocco, ma stare nel laboratorio, equilibrare il bianco o assistere alla stampa manuale è ciò che più amo nella fotografia. Sento di avere la piena libertà d’espressione”






ATTACK. Danzando sulla pedana, lo schermidore curiosa tra l’onnipotenza e il fallimento. Non è spontaneo, come l’artista ideale, ma consapevole, come un dotato esploratore. Ogni attacco nasce da una certezza e da un desiderio. La certezza del proprio stato dell’arte. Sportivo e umano. E il desiderio di un destino compiuto. Di un risultato finale, un negativo esibito con fierezza.
“Capita che le persone mi chiamino artista. Non mi vedo come un artista in piena regola. Ne conosco alcuni, sono persone complicate. Pensano al senso dell’esistenza. Molti non mostrano i loro lavori fino all’ultimo momento. O non li mostrano proprio. Mi succede di comprare libri fotografici strabilianti, poi cerco i fotografi su Instagram e hanno qualche manciata di foto sfocate, o siti vuoti. Io non sono così. Mostro quello che faccio. Credo che la mia curiosità abbia sfumature artistiche. Sono sempre stato curioso e ho sempre letto molto. Da piccolo, leggere mi faceva fuggire dalla mia piccola isola.
Tendo a non parlare della mia fotografia, perché la vedo come un’espressione spontanea. Sicuramente la Guadalupe ha cresciuto, con tutti i suoi colori, i miei occhi. Mi ha circondato quotidianamente del suo verde brillante e dei suoi tetti di differenti colori. Sembrava l’esposizione di una galleria d’arte contemporanea, ma nella vita reale. Tutto era caotico e ordinato, monumentale e minuscolo… Completo. Un complicato mix di cose. Parigi, invece, mi ha stimolato. La bellezza è ovunque, qui. Non è difficile lasciarsi educare da essa.
Lo sport mi ha permesso di visitare il mondo e di migliorare sia la mia comprensione degli esseri umani, che la mia intelligenza sociale. Come atleta, ho capito che l’approccio fotografico nei nostri confronti è spesso caricaturale. Siamo robot disegnati per raggiungere medaglie. Io cerco altro. Anche se suona cliché, cerco una connessione. Ho imparato che gli atleti, per mille comprensibili motivi, tendono a costruire degli scudi protettivi. É difficile entrare nelle loro personalità, tantomeno catturarle, ma credo sia la cosa più giusta da fare.
Poco dopo Tokyo, ho avuto la mia prima mostra fotografica. C’è stata molta esposizione nella stampa, perché avevo appena vinto l’oro a squadre nel fioretto. Un giornalista mi ha chiesto se fossi nervoso nel mostrare le mie fotografie al mondo. Non lo ero. Gli ho risposto che ero felice di averle scattate. Così come sono stato felice di pubblicare il mio primo libro, dove ho fatto tutto da solo, dalla A alla Z. La scherma è una cosa oggettiva. Ogni mattina controlli il ranking e sai qual è il tuo posto. All’opposto, l’arte è più soggettiva. Non hai la pressione di essere il migliore al mondo. Voglio raggiungere la migliore versione della mia ricerca fotografica. Finché sono fiero di quello che faccio, va bene”




TOUCHE. Nel tocco si concretizza tutto. Arriva la risposta ad ogni domanda. Il ritratto definitivo, lo scatto selezionato. Il punteggio. Poi, ricomincia il ciclo della vita, artistica e sportiva. Un ciclo che può continuare a rigenerarsi solo se messo nelle giuste condizioni. Per poi, chissà quando, evolversi. In un’ennesima medaglia, o in un award fotografico.
“Continuo ad essere me stesso grazie al mio entourage. Sono circondato da persone estremamente creative e fedeli a sé stesse. A Parigi ognuno vuole brillare, vuole essere ‘l’uomo’... A volte ti senti sopraffatto. Io non mi sono mai ‘travestito’, mi sono adattato e ho stretto connessioni vere con persone che ritengo genuinamente intelligenti. Creativi che fanno e non mostrano. Grazie a loro, mi sono sentito a posto con me stesso e con il mio lato umano. Ho anche avuto la fortuna di lavorare con tanti di questi amici. È stato fantastico.
Alla fine della mia carriera voglio viaggiare e fotografare altre grandi città metropolitane. Ora, la fotografia e i progetti artistici stanno guadagnando più posto nella mia vita. Lo faranno specialmente in questi mesi di riabilitazione e recupero da un’operazione. Avrò il tempo per sviluppare diversi progetti, mantenendo sempre le Olimpiadi di Los Angeles 2028 come obiettivo principale. Prima dei Giochi parigini, ho avuto molte opportunità e non ho potuto rifiutarle. Nel prossimo futuro voglio rallentare un po’ il passo per concentrarmi su specifici progetti personali. Voglio prendermi del tempo per pensare più consistentemente alle cose che faccio e alle giuste mosse future. E voglio scoprire molto altro”


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