L’arte di cucire storie può rimare con fashion, sport e, soprattutto, sostenibilità, come spiega Carmen Luijt, Founder di Stitching Stories
Tutto ciò che c’è di vero dietro il principio di Lavoisier - nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma - trova la più piena e sensibile esecuzione nel processo creativo che si cela dietro ogni opera d’arte ed ogni significativa composizione di Stitching Stories. Da Haarlem, passando per Rotterdam, Amsterdam e i Paesi Bassi in senso allargato: porta d’Europa dal melting pot culturalmente vivissimo. La sesta artistica si allarga con l’intento di varcare i confini naturali e culturali, con la volontà di divulgare il proprio credo nella global fashion industry.
Ascoltando le parole di Carmen Luijt, sensibile creativa fondatrice di questa fashion label, insieme al partner Guillermo Ware, Stitching Stories pare delinearsi come una supernova dello sperimentalismo artistico: uno sperimentalismo che non si traduce in un mero esercizio estetico, ma persegue un fine più grande, un fine narrativo e pratico, votato alla sostenibilità.
Stitching Stories nobilita l’antica arte del taglia e cuci, attraverso una meticolosa e pura opera di upcycling, creando abiti che coincidono con istantanee di una vita già vissuta, pronta per nuove direzioni, ed emozioni. Tessuti e design nel cuore di Rotterdam diventano finestre su un mondo contemporaneamente passato e futuro: percezioni circolari di un processo artistico che resiste, o meglio, combatte e rivoluziona un’età dominata dal fast fashion e dalla caducità a breve termine di capi e tessuti.
Nella vision di Carmen Luijt e Guillermo Ware l’asserzione ‘siamo quello che indossiamo’ calza a pennello, assumendo notevoli sfumature sportive. Abbiamo avuto modo di conoscere Carmen e di essere introdotti a questo progetto avanguardistico.





Inizierei subito dai convenevoli, come e quando nasce Stitching Stories? E qual è l’idea di base che si cela dietro questa innovativa ed ambiziosa fashion label?
“Ho frequentato l'Accademia d'arte a Rotterdam, poi mi sono specializzata in moda e design. Al mio ultimo anno, nel 2020, ho realizzato un progetto su tutte le culture e le sottoculture di Rotterdam. Mi sono focalizzata sui tifosi di calcio, ma anche sugli hubber. Poi è arrivato il Covid e mi sono concentrata su Stitching Stories, ragionando su cosa volessi farlo diventare.
Un punto di svolta c’è stato quando sono stata ospite a Sneakerness insieme al mio ragazzo, indossando alcuni dei miei pezzi. Istantaneamente, ci hanno chiesto se volessimo avere uno stand in eventi analoghi ad Amsterdam. Quindi, ci abbiamo provato, ed è andata davvero bene. Siamo andati sold out in un solo giorno. Insomma, Stitching nasce in modo naturale e cresce grazie alla collaborazione con tanti freelance, che ancora oggi giocano un ruolo fondamentale nel nostro team.
L’idea è quella di unire persone parlando delle loro rispettive culture attraverso il riutilizzo e la rielaborazione di capi preesistenti e, tramite essi, raccontare qualcosa. Si tratta di creare storie insieme. Il concetto di ‘unione’ è un nostro punto focale. Vogliamo creare qualcosa che vada oltre i vestiti, qualcosa che parli di te, di noi, che unisca mondi e significati.
L’archivio artistico e la vicinanza a icone sportive del passato e del presente, inoltre, permette all’identità Stitching Stories di trarre linfa vitale da tutto ciò che concerne il mondo dello sport. Già da parecchio tempo l’immaginario sportivo e la street culture ad esso associata hanno invaso il terreno dello streetwear. Pensiamo che questo legame trovi in Stitching Stories sbocchi innovativi”
Alla luce del vostro evidente legame con la cultura sportiva, cosa significa per Stitching Stories la cultura sportiva?
“Beh, la cosa divertente è che, quando ero bambina, non voleva mai andare in palestra, ero davvero pigra, ma sono sempre stata ispirata dalle diversità culturale. Quindi, provavo a guardare oltre: volevo sempre provare vari tipi di cibo e ascoltare diversa musica. Questo che mi ha ispirato alle origini. Nel tempo, ho imparato che lo sport riesce in qualche modo ad unire tutte queste culture.
Indubbiamente, la fede calcistica si è evoluta in molto di più, finendo per rappresentare un vero e proprio fenomeno sociale, una sottocultura dai paradigmi antropologici e stilistici, che getta le sue radici nel casual clothing. Qui in Olanda abbiamo l’esempio lampante dei supporter del Feyenoord, che intrecciano la loro natura con marchi come C.P. Company e Stone Island (abbiamo recentemente raccontato il rapporto tra il creatore di questi brand, il leggendario Massimo Osti, e la musa sportiva https://athletamag.com/it/lo-sport-secondo-massimo-osti/).
Vivevo a Rotterdam quando il Feyenoord ha vinto il campionato e ho assistito alle feste in città, pensando quanto le vibes fossero incredibili. Lo sport piace così tanto perché unisce un vastissimo spettro di persone. Poi, il mio compagno proviene davvero da una famiglia di sportivi: suo zio è l’ex calciatore Jimmy Floyd Hasselbaink e proprio per lui abbiamo creato una maglietta speciale. È stato emozionante per tutti, quando gliel’abbiamo consegnata. Ho imparato ad amare e vivere la cultura sportiva soprattutto grazie a questi legami in casa”


Parlando della sottocultura terraces e del mondo del tifo, qual è la tua visione sul loro immaginario?
“Durante i miei anni accademici, ho avuto modo di fare numerosi studi e ricerche sulla natura degli hooligans. Ho guardato documentari, condotto interviste con tifosi, ecc… All’inizio, per me un hooligan era soltanto un supporter, ma rapidamente ho imparato a riconoscere la loro attitudine, che definirei differente. Ho anche compreso che, la maggior parte delle volte, un hooligan eredita questo tipo di fede dal suo nucleo familiare”
Inoltriamoci nel processo creativo che dà corpo alle opere Stitching Stories. Inizi con l'idea del prodotto e poi cerchi il materiale, oppure parti dai materiali disponibili e poi scegli la direzione da intraprendere?
“In realtà faccio entrambe le cose. A volte vedo dei materiali che mi ispirano, li acquisto, e in un secondo momento vedo cosa posso farci. Tutti i materiali che uso sono sostenibili o di seconda mano. Mi capita anche di lavorare con designer di mobili, loro hanno sempre materiali di scarto utili per nuove creazioni.
Per fare un esempio pratico, in questo momento sono davvero attratta dal mondo del basket. Ho appena creato un corsetto e una giacca con dei palloni rotti, che non potevano essere più utilizzati. Li abbiamo fatti a pezzi e riassemblati, come un collage. Questo per me significa dare un significato alle cose. Anche il progetto con un altro ex calciatore come Eljero Elia è stato particolarmente significativo. Ci ha dato delle maglie vecchie, le abbiamo combinate, realizzando un progetto dedicato all’esplorazione della sua vita calcistica”
Approfondiamo proprio la speciale collaborazione con l’ex Juventus Eljero Elia. Com’è nata questa idea e quali sono state le fasi del processo creativo?
“Lui si è imbattuto nel nostro profilo tramite un amico comune e ne è rimasto affascinato. Ci ha chiesto di realizzare qualcosa che parlasse di lui. Data l’opportunità, abbiamo optato per creare una campagna attorno alla sua figura, girando anche dei video social, che potessero elevare la storia dietro questa collab e il nostro approccio al design. Abbiamo anche fatto una piccola clip nello stadio Kyocera Stadion di Den Haag, dove ha iniziato la carriera.
Questa sinergia ci ha consentito un’esposizione importante. Ci tengo a sottolineare, in particolar modo, la connessione umana che abbiamo costruito con Elia, che ora partecipa a molti dei nostri eventi. Per noi era una prima volta, non avevamo mai fatto un progetto per una personalità così grande. È stato un bellissimo e importantissimo step. Poi, Eljero è davvero umile e gentile, è entrato nel nostro mondo e ha ragionato con noi”


A proposito di jersey calcistiche. La loro sovrapproduzione cozza con il tema della sostenibilità. Quali sono le tue riflessioni riguardo il collegamento tra prodotto sportivo di alto livello e salvaguardia ambientale?
“Penso che la direzione intrapresa sia errata. Ovvio, anch’io sono affascinata dal mondo delle jersey. Ad esempio, l'anno scorso con gli Europei ho voluto creare una piccola collezione per tutti i Paesi partecipanti. E continuo a fare ricerca su magliette vintage: preferisco avere magliette degli anni '80 o '90 da utilizzare per poter creare qualcosa. Collaboro anche con distributori di jersey, mi danno magliette fallate, che hanno un piccolo buco o problemi del genere e, per questo, risultano invendibili. Allo stesso tempo, mi consegna magliette ormai vecchie per il mercato. Ogni volta che ne tocco una, non posso fare a meno di notare che la qualità dei tessuti, sia in termini di sostenibilità, che di vestibilità, è davvero pessima… Ho condiviso questi pensieri con alcuni calciatori e anche loro concordano. È cambiato tanto rispetto al passato. Le magliette oversize che dominavano la scena negli anni '90 non erano sicuramente comode per giocare, ma erano estremamente accattivanti da un punto di vista estetico, oltre a palesare tessuti differenti da quelli attuali. Le aziende più grandi ora creano davvero tante, troppe magliette”
Concentriamoci sul legame ormai evidente tra il mondo dello sport e quello dello styling. Pensi che sia destinato a durare ed irrobustirsi in futuro?
“Sì, sicuramente. Tanti sportivi hanno alle loro spalle stilisti ed esperti della materia, credo che fino a pochi anni fa non fosse così. Amo che gli sportivi, nel corso della loro carriera, sviluppino anche una visual identity differente, unica. Quando guardo una partita di calcio e lo sport in generale, quello che mi attira è che gli atleti, oggi, tendono a mostrare le proprie unicità, ad evidenziare i propri gusti”
Stitching Stories denota la propria sensibilità anche nella selezione dei partner. Puoi raccontarci gli esempi di A Small Gang Education e Impact Ateliers?
“Quando ho iniziato a creare storie come quelle ispirate alle culture e alle sottoculture popolari, non volevo ‘prendere’ senza ‘restituire’. Tante aziende si ispirano alla street culture, ma ad essa non restituiscono niente. Io ho sempre avuto una precisa idea, una consapevole mentalità.
Small Gang Education è un'istituzione che lavora con i giovani che abbandonano la scuola superiore perché non riescono ad adattarsi al normale sistema scolastico. SGE crea per loro un sistema di supporto a vocazione creativa. Ci aiutano con la produzione di campagne, ma anche con la creazione di video e contenuti multimediali. A volte ci aiutano anche a creare capi. Allo stesso tempo, i ragazzi SGE possono imparare, scoprendo il nostro mondo.
Impact Atelier, invece, è un’associazione che lavora, principalmente, con i rifugiati. È un progetto sociale ed educativo, atto ad introdurli nella nostra società e ad aiutarli nel periodo di adattamento. Anche loro ci aiutano nello sviluppo delle collezioni”


Riciclare e rinnovare: state provando a tramandare questi concetti essenziali nella filosofia Stitching Stories, anche attraverso il workshop. Ce ne parleresti?
“L’idea è nata con il mio ragazzo che, oltre ad aiutarmi con Stitching Stories, è insegnante. Ho notato che molte persone vogliono imparare a creare abiti da sole, attraverso l'upcycling, ed è davvero facile creare qualcosa di bello in poche ore. Hai solo bisogno della disciplina e delle conoscenze adatte.
Credo che molte persone vogliano contribuire per cambiare la direzione non sostenibile del fashion. Hai una giacca nell’armadio e pensi che non la indosserai mai più, perché non ti piacciono le maniche? Bene, puoi semplicemente metterti in proprio, lavorarci e creare qualcosa di diverso… Abbiamo iniziato i workshop per divulgare questo approccio”
Ora che step aspettano Stitching Stories?
“La community Stitching Stories sta crescendo. In futuro, ci impegneremo per aprire uno showroom tra a Milano e/o Parigi. E continueremo con progetti a tema sportivo, come dimostra anche un recente show fatto durante le Finals della Dutch Basketball League. In generale, vogliamo condividere la nostra filosofia con più persone possibili, attraverso progetti che abbiano un vero significato, come tutti quelli che abbiamo affrontato fino ad ora”








