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Per il secondo capitolo del nostro viaggio all’interno del Massimo Osti Archive, le parole del figlio Lorenzo ci guidano nell’intreccio tra sport e design del creatore di C.P. Company, e nella sua legacy contemporanea 

Nel primo focus editoriale dedicato al Massimo Osti Archive (che potete leggere qui https://athletamag.com/it/massimo-osti-archive-unoasi-del-progresso-fashion-per-una-biografia-rivoluzionaria/ ), avevamo parlato dei pilastri che hanno scandito e definito la produzione del creativo bolognese: un designer atipico, un outsider in grado di rivoluzionare lo sportswear, e di divenirne umile, ma visionario, padre putativo. Ora, grazie alla testimonianza diretta di Lorenzo Osti, attuale Presidente di C.P. Company, riusciamo a scoprire l’effettivo legame tra suo padre e l’immaginario sportivo. 

Osservati dalle Goggle Jacket che assiepano il perimetro dell’Archivio, è inevitabile pensare all’evoluzione C.P. Company, il brand-colonna vertebrale della multiforme parabole ostiana, e alla sua connessione con la cultura casual britannica. Con la galleria umana delle terraces, i verticali gradoni di calcestruzzo che hanno circondato e, in alcuni casi, continuano a circondare i teatri calcistici della culla del Beautiful Game. E con il controverso filone hooligan: critico cosmo sociale sfumato da Margaret Tatcher in quello che oggi rappresenta poco più che un reperto storico, ma un’eterna e intaccata scuola di stile. 

Eppure, le memorie di Lorenzo Osti descrivono una biografia paterna molto più complessa di questa tanto celebre, quanto involontaria associazione: plasmano, ironicamente, una retrospettiva sportiva non a trazione calcistica. Attraverso le sue riflessioni, corroborate da romantiche immagini d’archivio, basket, vela e motori diventano pilastri alternativi della vita del rivoluzionario designer bolognese, cresciuto tra i playground di ‘Basket City’, la sua Bologna, il sereno moto delle correnti marine e le rapide forme dell’iconica MilleMiglia. Questi capitoli passionali mettono ulteriormente a fuoco l’essenza di Massimo Osti. Un’essenza dalle forti sfumature sportive. 

Massimo Osti a rimbalzo in un playground cinese

MASSIMO OSTI E IL BASKET. Non esiste Bologna, o meglio, ‘Basket City’ senza pallacanestro, e non esiste bolognese privo di fede per la palla a spicchi. 

“Il basket ha sempre fatto parte della nostra famiglia. Sono cresciuto in mezzo agli amici cestisti di mio padre, come i leggendari giocatori della Virtus e della Nazionale Mario Martini e Piero Valenti. I miei parenti erano tutti virtussini, si andava sempre a Palazzo, a vedere le partite. Io invece mi sono affezionato alla Fortitudo. I tifosi Virtus venivano ritenuti la parte più ‘fighetta’ di Bologna, noi ci sentivamo un po’ più gli ‘underdog’ della città... 

Al di là di questo, ricordo che casa nostra era un polo catalizzatore per il fermento bolognese degli anni ‘70 e ‘80. Dal lunedì alla domenica, di sera c’era sempre qualcuno che suonava il campanello. Si mangiava tutti insieme. Il mix di personalità era incredibile: andava da giocatori della Virtus a Lucio Dalla, anch’esso virtussino, o Beppe Grillo, ma anche a persone dai lavori normalissimi. Mia mamma aveva vissuto in una comune a San Francisco, credo che quel tipo di ambiente e quel senso di comunità fossero un po’ frutto delle sue esperienze. 

I miei genitori fecero addirittura il viaggio di nozze in Cina, una meta tutt’altro che scontata per il 1975. Per capire meglio la passione cestistica di mio padre, basta vedere le sue foto di quell’esperienza. In una di queste, compare in mezzo a tantissimi ragazzini cinesi e cosa fa? Gioca a pallacanestro. La stessa situazione compare anche negli scatti di un altro viaggio familiare, in Costa Rica: in quel caso siamo io e lui in un playground... A Bologna, poi, ha anche ristrutturato un campetto, mettendoci i canestri. Il basket è stato importante nella sua vita” 

Massimo Osti condivide momenti cestistici con bambini cinesi

MASSIMO OSTI E LA VELA. Il mare come dimensione più serena nella caotica e stressante confusione degli ingranaggi fashion. 

“La vela ha dato moltissimo a mio padre. La sua vita era principalmente scandita dal lavoro e dallo stare in barca. Molti dei miei ricordi sono ambientati tra le onde… Comprò la prima barca in legno nel 1984. Era scomodissima, quasi scassata, ma estremamente affascinante. La conservo ancora, così come conservo le sue infinite storie. Gli aneddoti vanno dai viaggi con Andrea Pazienza, Monica Bellucci e altre celebrità, figure che la gente osservava incredula su quella piccola barca di legno, a un fulmine preso durante la navigazione… 

Mio padre non è stato un marinaio, almeno non nel senso stretto del termine. E non ha vissuto la vela come uno sport. Al timone passava poco tempo. Era una persona introspettiva, meditativa: stare in mezzo al mare lo liberava del caos, del ‘rumore’ della sua professione. Il suo rapporto con la vela ruotava attorno al desiderio d’isolarsi, gustandosi la natura e, allo stesso tempo, condividendo del tempo di qualità con persone di cui aveva stima. 

Ricordo una sola regata. Eravamo in Sardegna per una vacanza estiva. Nessuno tra noi era in grado di partecipare ad una gara, ma alcuni insistettero e decidemmo d’iscriverci. Un nostro amico, ospite a casa, disse che avrebbe contattato un suo stretto conoscente, che casualmente si trovava in Sardegna per le vacanze. Si presentò poco dopo Francesco De Angelis, leggendario timoniere napoletano e primo non anglosassone a vincere la Louis Vuitton Cup, con Luna Rossa. Il resto dell’equipaggio era composto da me, alcuni amici e persone che sapevano veramente poco di vela sportiva… De Angelis cominciò a darci indicazioni sottovoce, con estrema gentilezza. Il suo approccio mi sorprese. Arrivammo primi con una mezzoretta di vantaggio sui secondi… Fu un’esperienza assurda, che mi fece comprendere il talento di un atleta velico di altissimo livello. 

Nel tempo abbiamo avuto diverse barche. La ‘Coast to Coast’, per esempio, venne chiamata così in omaggio ad una linea che aveva prodotto. Fu vittima dell’uragano Hugo, nel ‘91: finì completamente distrutta su una collina. Poi arrivò uno Swan 65, due alberi, che mio padre chiamò allo stesso modo. Io ho proseguito la tradizione familiare. Dopo la morte di mio padre, ho ristrutturato la nostra vecchia barca in legno. Non l’ha mai voluta vendere, ci era affezionato. Ora provo a vivere la barca come faceva lui: mi interessano le sensazioni che provo. Sento, fisicamente, qualcosa che mi svuota e riempie allo stesso tempo”

Ritratti velici di Massimo Osti
L’equipaggio vincitore della regata descritta da Lorenzo Osti
Una barca sponsorizzata da Massimo Osti per una traversata atlantica
Ritratti velici di Massimo Osti

MASSIMO OSTI E I MOTORI. Tra design automobilistico e fashion prevalgono le affinità, e risiede la filosofia estetica di un visionario innamorato della MilleMiglia. 

 “Le macchine sono un’altra enorme passione di mio padre. All’apice di questa fascinazione, ha avuto una Jaguar Daimler Double Six: una macchina enorme, seguita, curiosamente, da una Micra. Gli piacevano i motori in generale, per la bellezza del loro design, delle loro forme... Per tantissimi anni ha anche avuto un Porsche 356 gialla banana. 

La MilleMiglia era uno dei suoi appuntamenti preferiti. Erano sempre giornata felici, quando passava per Bologna. Per qualche tempo pensò anche di correrla… Purtroppo i ritmi professionali non glielo permisero. Strinse, però, un accordo di sponsorizzazione con C.P. Company: a suo avviso, il brand all’epoca aveva molte affinità con quest’evento. Da questa sinergia nacque l’iconica giacca MilleMiglia, sinonimo di Goggle Jacket, ed un libro fotografico, dove è protagonista la lente di mia madre. Tornando ai processi creativi di mio padre (che avevamo descritto all’interno del primo focus legato al Massimo Osti Archive ndr), anche in questo caso le foto vennero prima fotocopiate e poi inserite nella pubblicazione: questo processo dava una patina ‘vecchia’, di ‘usato’, che lo ha sempre stuzzicato. 

L’introduzione del libro è firmata proprio da Massimo Osti. Nelle sue parole associa l’automobile all’abito, la definisce come un oggetto che stabilisce l’identità del proprietario. Per lui la macchina era un ritratto dei gusti e degli stili di vita di ogni persona. Apprezzava la capacità dei designer dell’epoca di coniugare funzionalità ed estetica con disinvoltura e fantasia. In questo dualismo tra motori e moda ha sempre trovato una connessione reale, tangibile…”

La celebre giacca MilleMiglia

MASSIMO OSTI E IL CALCIO. La lunga storia di un involontario, ma naturale padrino per la cultura casual e per l’intero mondo terraces. 

“Ogni volta che Massimo Osti e i suoi brand vengono associati al calcio mi fa un po’ sorridere, perché in famiglia siamo tutt’altro che calciofili. Mi hanno perfino raccontato che mio padre non vide la finale dei Mondiali ‘82, perché stava lavorando su una collezione nella stanza accanto. Quando gli comunicarono la vittoria dell’Italia, non si alzo neanche e commentò solo con una battuta che possiamo parafrasare con “solo fortuna!”

Siamo stati a lungo all’oscuro dell’impatto che la sua figura aveva avuto sulla ‘terraces e casual culture’ e sull’estetica del tifo d’oltremanica. Lui non viaggiava e non parlava inglese, quindi ci arrivavano solo informazioni saltuarie, nulla di preciso… Il lavoro sul suo Archivio e l’apertura di canali social ha cambiato tutto. Abbiamo iniziato a trovare gruppi dedicati a mio padre e ai suoi brand. I suoi design erano entrati, a tutti gli effetti, nel mondo a trazione hooligan: una sorta di culto. La gente pubblicava addirittura foto di cover e spille con la sua faccia. Ho iniziato a parlare con alcune di queste persone, ad invitarle a Bologna, e da quel momento il ‘pellegrinaggio’ nel Massimo Osti Archive è continuato. Arrivano persone stupende, ragazzi degli anni ‘80 che oggi si vedono regalare il viaggio e l’esperienza dalle mogli: condividendo del tempo con loro, ho potuto apprezzare la loro passione e sentire la reverenza che hanno nei confronti dell’immaginario creato da Massimo Osti. 

Ovviamente questo tema mi ha incuriosito e l’ho approfondito. Ho scoperto che il legame tra la sottocultura del tifo british e brand come C.P. Company nasce negli anni ‘80, grazie alle trasferte europee di grandi club inglesi, soprattutto del nord del Paese, come Liverpool e Manchester United. Immagino la scena di questi tifosi che partivano da un noto distretto tessile in piena recessione, una zona grigia e piovosa, per raggiungere città come Milano, dove trovavano figure come i ‘paninari’... C’è una dicotomia forte in questa scena. È un incontro distopico. Alcuni libri sostengono che i tifosi abbiano iniziato a notare la lassità della sicurezza nei negozi italiani, e abbiano iniziato a rubare i capi che vedevano indossare ai loro coetanei. Da quel momento, nacque una vera e propria tratta sotterranea, un commercio di capi rubati, distribuiti o rivenduti al ritorno. Chiaramente non sono solo i marchi di mio padre ad attirare i tifosi: questo processo porta prima alla creazione di un vero e proprio ‘sistema’ organizzato, poi allo sdoganamento commerciale dei brand maggiormente usati sugli spalti. 

Ad un certo punto, mi sono anche domandato perché le creazioni di mio padre abbiano avuto così tanta rilevanza in questa dinamica. Credo ci siano due aspetti, che si evidenziano soprattutto in C.P. Company: il primo è quello funzionale, i suoi design erano perfetti per coprire il volto, quindi c’era una funzione pratica, d’uso; il secondo è la prossimità dell’estetica ostiana con quella della working class. Mio padre lavorava con gli archetipi degli abiti da lavoro. Questo fatto finiva inevitabilmente per risaltare agli occhi di un tifoso inglese che, per esempio, poteva indossare versioni nobilitate di giacche da carpentiere... I capi di mio padre risultavano familiari ai protagonisti di questa sottocultura”

Manchester City x C.P. Company
Bologna FC x C.P. Company

C.P. COMPANY E IL BEAUTIFUL GAME. La legacy calcistica di Massimo Osti prosegue nel corso contemporaneo del suo brand-cardine e nella visione del figlio Lorenzo. 

“Alla luce di quanto detto, il recente riavvicinamento di C.P. Company al calcio è stato naturale. Il collegamento è così autentico… Devo aggiungere che la comunità terraces e casual, preso atto di tutte le sue sfumature, anche quelle più negative, va ringraziata per aver tenuto in vita il brand in anni particolarmente duri. Ci sembrava corretto celebrare questo rapporto e stiamo provando a farlo associandoci con realtà calcistiche dalla profonda sostanza. 

Mi piace fare l’esempio del Manchester City, un match perfetto per la sua autenticità. È una squadra di Premier League dalla storia secolare che, al netto delle sue evoluzioni moderne, ha alle spalle un percorso tutt’altro che vincente, plasmata e sostenuto da persone veramente legate alla città di Manchester e a questa fede calcistica. Inoltre, c’è una similitudine forte tra Manchester e Bologna: sono due poli industriali, con note università e notevoli scene musicali… Ci sono connessioni veramente interessanti. 

Sinergie con squadre come il City, o lo stesso Bologna, evidenziano la volontà di aumentare il nostro brand awareness contemporaneo, toccando una colonna portante del percorso C.P. Company, che abbiamo recentemente scoperto aver contaminato perfino l’Indonesia: in uno degli ultimi numeri del nostro mag, Arcipelago, è ritratta la comunità casual-calcistica del Paese asiatico, un quadro sociale popolato da Goggle Jacket nella stragrande maggioranza contraffatte.

Oggi, posso dire che nella vision C.P. il calcio non rappresenta i soli 90 minuti, ma un’esperienza d’intrattenimento molto più ampia: vogliamo continuare a seguire questa prospettiva e questa direzione…”

C.P. Company x Manchester City SS25

Credits

Thanks to Lorenzo Osti – Massimo Osti Archive and C.P. Company President

Massimo Osti Studio