Grazie a Lorenzo Osti, siamo entrati nella dimensione creativa e nella sfera personale di una leggenda del design, suo padre, esplorandone i pilastri e scoprendo l’iconica essenza dei suoi brand
“A modo mio quel che sono l’ho voluto io”, cantava Lucio Dalla. Esplorando il Massimo Osti Archive, queste parole non fanno che riecheggiare, contestualizzate e sostanziate da una comune anima bolognese, così come da un’amicizia reale, costruita e solidificata su personalità parimenti rivoluzionarie.
Ogni capo, in questo spazio carico di storia, pare una nota musicale di una discografia composita: ha un preciso valore, una precisa identità, una precisa funzione. Una giacca futuristica. Una grafica camuffata. Un prototipo mai replicato. Tutto, nel dinamico monumento dedicato alla memoria e all’eccellenza di Massimo Osti, rima con il senso della ricerca, o meglio, con un mai pienamente appagato desiderio di riscoprire il già conosciuto. Di cambiare paradigmi eterni solo all’apparenza. Di carpire il battito universale di tempi e contesti, per poi trasformarlo in un testamento personale, sotto forma di materia.
Qui, dove il genio è percepibile al tocco di tessuti e dettagli, Lorenzo Osti, attuale Presidente di C.P. Company e co-ideatore del progetto Massimo Osti Studio, così come dell’Archivio, insieme alla sorella Agata, ci guida tra le memorie di suo padre. Lo fa con una naturale capacità comunicativa, seguendo un flusso di coscienza e d’affetto che sgorga dal desiderio di rendere giustizia ad una mente rara, in grado di mutare, indelebilmente, pensieri e processi creativi lungo tutta la seconda metà del Novecento.
Lorenzo dà vita ad ogni oggetto, saltando tra sconosciuti e famosi tesori fashion, trasformando ogni scaffale in un capitolo egualmente significativo della parabola creativa del padre. È una storia che viaggia per capi e suggestioni, la storia di un outsider che nella moda ha sempre trovato il proprio output, ma mai la propria definizione. La storia di un umile avanguardista. La storia di Massimo Osti.
In questo primo capitolo, ne scopriamo i capisaldi umani e professionali. Seguirà poi un secondo, altrettanto speciale focus, interamente concentrato sul rapporto tra l’eclettico bolognese e l’immaginario sportivo.



DA BOLOGNA AL FASHION. Le origini di Massimo Osti, un inizio obbligato per un’ascesa visionaria.
“Molto di quello che mio padre ha portato deriva dal suo tipo di background, ha fatto un percorso decisamente diverso rispetto alla maggior parte dei designer/stilisti. Innanzitutto c’è Bologna (parleremo meglio del rapporto tra la famiglia Osti e la propria città nel secondo focus ndr). Lui cresce qui durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Uno degli ultimi bombardamenti, purtroppo, gli porta via suo padre, quindi deve andare a lavorare presto, lo stesso vale per i suoi due fratelli. Non ha una formazione accademica e inizia facendo il rappresentante della Pirelli, accedendo ad un corso serale di grafica pubblicitaria. Quel corso lo porta a pensare e creare pubblicità per vari negozi.
Poi, fonda una studio grafico con l’amico Lucio Festi e comincia a collaborare con l’azienda Anna Gobbo, che all’epoca si chiamava Anna Sport. Fa un rebranding del logo, del naming e lo fanno lavorare sulle grafiche di alcune t-shirt. È la fine degli anni ‘60 e in questi oggetti si può già notare un approccio creativo inconsueto…”



IL PRIMO CAPITOLO, CHESTER PERRY. Tra pilastri estetici e un archivio in divenire, la matrice dell’opera magna ‘ostiana’.
“Nasce in modo naturale l’idea di fare un marchio con i suoi prodotti, lo chiama Chester Perry: il nome della fabbrica dove lavorava Bristow, un personaggio fantozziano di un popolare fumetto pubblicato su Linus. Nel 1971, fonda il brand sulla grafica, il primo dei quattro pilastri che segneranno, almeno a mio avviso, la sua estetica e la sua poetica. Già a questo punto, utilizza processi peculiari, atipici, coinvolgendo i materiali. Una fotografia di una maglia stampata su una maglia, per esempio. Mio padre è sempre stato stuzzicato dall’idea di ‘falsificazione’ dei materiali, questa caratteristica ricorre lungo tutta la sua carriera...
Arriva poi l’esigenza di fare qualcosa di più strutturato, come un capospalla. Pensa subito ad un oggetto funzionale, pratico, proprio perché per lui l’abbigliamento non è ‘moda’ nel senso stretto del termine. Per lui vale il mantra “mi devo vestire, voglio stare comodo, devo stare bene”. Per questo, guarda subito all’abbigliamento militare, il suo secondo pilastro. Ha sempre sottolineato come nei capi militari ogni dettaglio esistesse per una precisa ragione e funzione. Mai un orpello, né un decoro casuale… E una qualità elevata, garantita dall’assenza di logiche di mercato e dalla necessità di ottenere i migliori prodotti possibili. Inizia a comprare vintage militare in questo momento storico, dando il là al suo archivio, di cui potete osservare solo una piccola parte in queste stanze. Ad un certo punto arriva ad avere quasi 30mila capi, li tiene tutti nel suo ufficio, e li stende a terra di volta in volta, per osservarli da un soppalco, traendone ispirazione… Ne abbiamo conservati 2mila esemplari”



C.P. COMPANY, UN BRAND PER UNA GENERAZIONE CULTURALE. Il superamento della rigidità attraverso il coraggio della diversità e dell’innovazione.
“Nel 1978 deve cambiare nome all’azienda per vari motivi e lo riduce alle iniziali. Arriva C.P. Company. A questo punto, è sempre più consapevole di non essere uno stilista. Non si sente tale. Non sa disegnare, ma usa un sistema molto efficace, che ancora oggi attira professori e designer qui in visita: fotocopia pezzi e dettagli di capi preesistenti, crea dei collage, trova la sua ‘formula’ e la consegna ad un tecnico per finalizzare il disegno. Mixa zip, tasche, tutto quello che lo ispira…
Ha un approccio da inventore, propone una rivoluzione di prospettive e processi che è un po’ figlia dei cambiamenti culturali di quegli anni. Durante la sua maturazione, l’abbigliamento è rigido. Ogni capo ha una precisa, rigida funzione: il vestito della messa, del lavoro, dello svago… E c’è anche una rigidità dal punto di vista dei tessuti: sono pochi, sono sempre gli stessi… La contestazione generazionale, riassunta dalle manifestazioni contro la Guerra in Vietnam, porta uno shift importante sotto questo punto di vista. Il periodo storico ribalta tutto e mio padre traduce nei suoi marchi questa nuova direzione sociale, ideologica. Dà vita a prodotti ibridi, che non hanno una collocazione chiara: come un piumino, fino a quel momento usato solo in montagna, unito alla stampa di un Montgomery e venduto per la città. È un tipo di diversità, di novità in cui molti giovani possono rispecchiarsi e identificarsi. Lo stesso vale per i materiali e il loro trattamento. Sviluppa il processo di ‘tinto in capo’, il terzo pilastro della sua vision, evolvendo una tecnica preesistente. Questo gli permette di vendere capi che sembrano vecchi, usati, smantellando il paradigma ormai obsoleto del vestito perfetto, sempre e comunque.
La sua ‘vocazione’ inventiva è testimoniata anche da molti altri progetti esterni alla moda. Penso, per esempio, alla creazione di un magazine C.P., che viene venduto in edicola e raggiunge una tiratura di 50mila copie, all’idea di un primo cellulare tutto schermo, alla sponsorizzazione di un auto elettrica nel lontano 1990, a disegni di audiolibri e navigatori satellitari fatti decenni prima che venissero messi sul mercato… Conserviamo lettere piene di queste idee, rivolte a noti imprenditori italiani. L’idea di ‘tinto in capo’, poi, la trasferisce anche nella comunicazione, l’altro filone che più lo stimola e in cui si rispecchia appieno per tutta la vita. È solito fotocopiare anche per tre volte le foto in alta definizione delle collezioni, usando una delle prime fotocopiatrici a colori, per far loro perdere la grana e renderle ‘invecchiate’. A mio avviso, questi sono tutti tasselli della sua unicità”




SPINGERSI ANCORA OLTRE. La sperimentazione di tessuti raggiunge l’avanguardia, con una Rosa dei Venti.
“Il ‘tinto in capo’ C.P. cambia completamente l’estetica. I capi bianchi vengono messi a bagno ed escono con colori che sfumano in base alle zone del capo stesso. Sono variazioni cromatiche che nessun altro riesce ad avere. Il passo seguente è la doppia tintura: attraverso svariate prove, mio padre e i suoi collaboratori scoprono che, mischiando marrone e verde nello stesso bagno, il primo ha effetto sul cotone, il secondo sul nylon. Da qui si spalancano le porte verso opzioni miste, tanto imprevedibili nel loro esito finale, quanto uniche.
Queste scoperte, però, non gli bastano. Comincia a sperimentare con i tessuti, pescandoli all’esterno dell’industria dell’abbigliamento e trasformandoli. Un collaboratore, Adriano Caccia, gli racconta della sua fascinazione nei riguardi dei teloni dei camion, scoloriti dal sole. Compra questo tipo di tessuto e crea il marchio Stone Island nel 1982, che nasce esclusivamente per seguire questa suggestione. Il nome è influenzato da mia madre, lettrice dei romanzi di Joseph Conrad, dove compaiono spesso queste parole, e dalla passione per il mare della mia famiglia (anche di questo tema parleremo più approfonditamente nel secondo focus ndr) e soprattutto per Baia Sardinia, dove i miei trascorrono i periodi estivi vendendo in stock i capi di fine stagione. Il logo, la Rosa dei Venti, è un altro, evidente, segno della fascinazione per l’elemento marino…
C.P. Company e Stone Island si differenziano da subito. Il primo è concentrato sul ‘tinto in capo’ e su toni terra, naturali. È rivolto a persone più mature, sofisticate, per certi versi ad un pubblico borghese. Il secondo è destinato ai più giovani, ha colori forti, tessuti catarifrangenti, gridati…”



PROSPETTIVE DI UN OUTSIDER. Sfumature, influenze ed effetti di un designer atipico, che non si è mai ritenuto tale.
“Anche il cyberspazio e la lettura fantascientifica sono parte del suo immaginario e incidono, in qualche modo, sulle sue creazioni: una passione, questa, che accompagna anche me da molto tempo… Con il leggendario William Gibson, autore tra gli altri de il ‘Neuromante’, è anche capitato un curioso aneddoto. Nel 2012 abbiamo fatto un libro commemorativo, ‘Ideas from Massimo Osti’, e riceviamo un ordine da quello che ritenevamo un omonimo di William Gibson. Nel dubbio, gli lasciamo una nota scritta. Dopo poco tempo, Gibson ci risponde, di essere un fan di lunga data di mio padre… Gli abbiamo immediatamente chiesto di scrivere una prefazione per la ristampa al fianco di Errolson Hugh, fondatore di ACRONYM e per diversi mesi stagista di mio padre. Anche lui ha condiviso un simpatico aneddoto: quando lavorava al suo fianco, a Bologna, capitava spesso che si presentasse nel suo ufficio a fine giornata, mostrando orgogliosamente nuovi design e sentendosi rispondere “ah, hai fatto una cosa uguale a questa, che avevo già fatto…”.
Allargando la lente sul filone creativo di Massimo Osti in senso generale, molti tra i creativi che ha incontrato sottolineano come lui abbia cambiato il concetto di ‘top down’, il flow tipico di un designer: partire da un’idea, creare un moodboard, poi dei figurini, a seguire dei prototipi e, infine, una sfilata che funga da racconto tangibile per l’idea originale. Mio padre fa il contrario, segue un processo ‘bottom up’, migliorando cose preesistenti, partendo dal basso. Per procedere in questo senso è necessario avere un archivio composito e sterminato. Nessuna scuola insegna questo metodo, l’unico a farlo è Andrew Groves, professore della Westminster di Londra, che viene spesso a trovarci.
Anche questo è un segno del fatto che mio padre sia ancora oggi considerato un outsider. Lui si sente tale per tutta la sua vita. Decide di stare a Bologna, e non a Milano, proprio per sottolineare questa condizione. Non frequenta salotti, non partecipa a sfilate… E non incensa il suo lavoro, tanto meno il suo apporto al mondo fashion. È un designer diverso, per un momento in cui molte persone vogliono sentirsi diverse grazie all’abbigliamento”


NUOVI, DIFFICILI, VISIONARI MONDI. Una nuova fase, segnata tanto dalla costante sete di progresso, quanto da imprevedibili incidenti di percorso.
“Un nuovo capitolo di mio padre giunge quando, per una serie di vicessitudine, esce definitivamente dalle aziende che hanno segnato la sua ascesa. Ricomincia da Left Hand, un marchio che si lega, per la prima volta, alla donna, dove comincia ad abbandonare alcuni dei suoi capisaldi: come la grafica, che di fatto sparisce, e il ‘tinto in capo’. Rimane, però, la volontà d’innovazione, che si tramuta nell’associazione di ogni collezione ad uno specifico materiale: come il finto daino, o il PVC, che oggi sarebbe illegale, ma allora non è ritenuto tale.
Mentre si avvicina al nuovo secolo, all’apice del suo successo, decide di lanciare Massimo Osti Production. Prima di questo momento, non ha mai dato risalto al suo nome, è sempre stato molto riservato. Purtroppo il progetto va malissimo, a causa di una serie di problemi finanziari che non dipendono, direttamente, da lui. Sostanzialmente viene truffato. Il rilancio avviene tramite Levi’s, con cui collabora per qualche tempo. Arriva anche ad unire il brand americano a Philipps, creando un gilet d’avanguardia, che prevede spazi funzionali ad hoc per cellulari e MP3… Non si è mai visto nulla di simile”


UNA LEGACY FAMILIARE. L’archivio assume nuova forma attraverso l’opera filologica della famiglia e il ritorno di Lorenzo Osti in C.P. Company.
“Ad appena 60 anni, con ancora molte idee in testa, mio padre muore. Purtroppo il fumo è sempre stato il suo grande problema. Io e mia sorella, lungo le nostre strade, avevamo toccato solo marginalmente il suo lavoro. A 20 anni avevo collaborato per poco più di un anno con lui, sviluppando quello che si è rivelato essere il primo sito di moda d’Italia. D’altronde, il mio expertise è legato al mondo grafico-pubblicitario e a quello informatico… Dopo quell’esperienza apro un’agenzia, ma il lutto porta me e mia sorella a decidere di concentrare parte delle nostre vite sull’archivio di nostro padre. Così, iniziamo a raccogliere tutto quello che possiamo raccogliere, e nel 2012 pubblichiamo il libro ‘Ideas from Massimo Osti’, senza seguire logiche commerciali.
Il mio avvicinamento a C.P. Company arriva dopo questo periodo, a fine 2015. Nel mentre, avevo sviluppato la mia agenzia ed ero anche entrato in contatto con un cliente cinese, con cui avevo stretto un bel rapporto. Quando sento che C.P. era in vendita, lo contatto. Lui si dice disponibile ad investire, ma mi chiede di partecipare attivamente a questo nuovo capitolo del brand. Da subito, gli specifico che non è mia intenzione tornare come ‘figlio del proprietario’: non sono uno stilista, non volevo e non voglio disegnare collezioni… Chiedo di fare quello che so fare, ovvero dare il mio contributo lato marketing. Dopo aver superato quella che potremmo definire come una tipica ‘sindrome dell’impostore’, oggi sto continuando a sviluppare strategie di marketing e branding, ad esempio ho deciso di riportare in vita il mag C.P. - Arcipelago -, e a gestire sul versante imprenditoriale.
Non metto becco sul prodotto, perché mi fido di chi lo segue, ho la fortuna di collaborare con professionisti brillanti, e continuo insieme alla mia famiglia il lavoro sull’Archivio Massimo Osti, ospitando e dando ascolto a chiunque sia interessato alle pietre miliari e alla visione di mio padre”
Nelle prossime settimane potrete gustare il secondo capitolo di questo viaggio nell’identità di Massimo Osti, concentrato sul suo rapporto con la musa sportiva.







