Le piste olimpiche, gli outfit messicani, lo sport vissuto come ramo di un’instancabile e poliedrica vena artistica: storia e parole di un eclettico che ha saputo essere atleta
Leggi Hubertus von Hohenlohe e assapori un certo senso di nobiltà, un lignaggio colorato di sangue blu e multiculturalismo, garantito da natali messicani e radici sparse nell’aristocrazia del Vecchio Continente. Osservi Hubertus von Hohenlohe e pensi ad una personalità con un chiaro inizio, ma con varie destinazioni. Un’inesauribile cornucopia di eclettismo istintivo, istrionicità ragionata e coraggio sportivo. Poi, parli con Hubertus von Hohenlohe e scopri un uomo che, lungo 66 anni di vulcanica esistenza, è riuscito ad essere tutto, lasciando, in modo personalissimo, un segno nella musica, nella fotografia e, soprattutto, nello sci.
In alcuni articoli lo accostano alla forma di un prisma. Per ogni faccia, una storia. Per ogni pseudonimo, una carriera. Per ogni pagina del suo ancora inconcluso romanzo, un desiderio, o meglio, una visione tradotta, spesso incredibilmente, in realtà. Come i design della Federazione Messicana di Sci, istituzione da lui fondata e rappresentata attivamente, per quasi mezzo secolo, in 6 edizioni olimpiche e 19 mondiali. Come il desiderio di competere con i migliori sciatori del mondo, creando quelle che lui stesso definisce performance artistiche, e non sportive, dopo ogni cancelletto.
Grazie a Kappa, brand che in von Hohenlohe ha trovato un creativo, oltre che un amico e un originale ambassador, abbiamo avuto modo di scoperchiare un vaso di pandora colmo, però, di vibrazioni positive: una stratificata serie di fortunati eventi che racchiudono una parabola a volte curiosa, altre illogica, a tratti, perfino, inimmaginabile. La parabola di un essere umano che ha avuto la possibilità di aprirsi agli input di una vita privilegiata, selezionando quelli che più ispiravano la personale musa, per poi trasformali in opportunità e in un’atipica, consapevole identità.


Dove lo sport è arte e cultura. Il claim di Athleta come la filosofia di Hubertus von Hohenlohe. Una stratificata visione a tutto tondo che, da oltre 40 anni, insegue l’idea di usare le più brillanti e impegnative piste sciistiche del mondo come tele, come gallerie artistiche in cui eseguire installazioni fisiche ed estetiche. Un artista per lo sci. Uno sciatore per l’arte. E molto altro.
“Penso che la mia carriera sciistica sia più un’installazione artistica, che un effort sportivo. L’effort sportivo mi ha portato a sciare in tutto il mondo, però le mie perfomance sono sempre state fatte con uno spirito artistico, uno spirito libero, lo stesso spirito rappresentato dai gentleman dello sport britannico, ma declinato ad alto livello. Mi riferisco al competere con eleganza, fraternità, bellezza. Tornando indietro nel tempo, penso che in alcuni momenti sarei potuto arrivare molto più vicino al vertice. Alle Olimpiadi di Sarajevo del 1984 ho finito la discesa libera a 5 secondi dal primo. Mi ero allenato solo un paio d’anni, senza un grande staff. Per aumentare il mio livello avrei dovuto concentrarmi solo sullo sci per lunghi periodi, ma non me la sentivo. La mia idea di sci era attaccare: se stavo sulla difensiva, mi sentivo incerto, subentrava la paura di cadere… Più attaccavo, più mi sentivo bene e, in caso di caduta, ero anche più preparato.
In generale, mi sento un artista della vita, un artista del combinare la vita, del riempirla con dei talenti, con del senso, con ciò che si adatta meglio alla mia personalità. Per il mio tipo di background, non potevo pensare di diventare solo un atleta professionista, o solo un artista, o solo un cantante… Mi è sempre piaciuto sviluppare talenti in parallelo: credo di essere un campione del mondo nel mescolare differenti vite, differenti passioni. E credo che, di questa commistione, ne abbiano giovato un po’ tutte queste sfere. È il bello della mia situazione, della fortuna di non aver dovuto guadagnare soldi, per sopravvivere, con una cosa specifica. Poi, credo che stia all’intelligenza personale il comprendere ogni situazione, così come l’adattarsi di conseguenza”

‘El Tricolor’, l’essenza di un Paese unico per colori, tradizioni e identità. Per Hubertus von Hohenlohe, una significativa porzione di un tutto magmatico e cosmopolita. Olimpiadi, design, passata indifferenza e contemporanea iconicità rappresentano, in questo caso, capitoli di un lungo e folklorico rapporto celebrativo, maturato con rispetto e sentita consapevolezza del DNA del Paese.
“Le origini di questo rapporto sono state un po’ frustranti. In Messico, ho provato a creare un nuovo tipo di spazio personale, ma nel primo periodo non sono stato molto considerato. Di fatto, mi lasciavano semplicemente andare a fare le Olimpiadi. Poi, hanno cominciato a rendersi conto che non ero così male e che la piattaforma dei Giochi Invernali poteva dare un’esposizione globale al Paese. Nonostante questo, il supporto mediatico e quello federale/finanziario hanno latitato a lungo. Ho capito che avrei fatto dei passi in avanti incorporando e dando maggiore attenzione alla cultura messicana. Così, ho iniziato ad inserire nei miei outfit degli elementi ispirati alla tradizione nazionale: il pistolero, i mariachi, il Dia de los Muertos…
Improvvisamente, la nazione ha capito che stavo difendendo una cultura che sentivo, e sento, veramente mia. D’altronde, ho un cognome germanofono, ma mia nonna è messicana e sono nato a Città del Messico. Più mi hanno dato la possibilità di raccontare la mia storia, più i messicani si sono innamorati delle mie performance. Ora siamo arrivati a un punto in cui mi chiamano la ‘Leyenda del Esquí’, perché riconoscono quello che ho fatto per loro. Al termine di un processo più trentennale, hanno capito che ho difeso i loro colori nei maggiori eventi internazionali, e che l’ho fatto con uno stile distintivo, unico, grazie alla collaborazione con Kappa. Il brand mi ha permesso di fare sempre quello che volevo per celebrare il Paese attraverso il design sportivo”

Gli ‘Omini’ come fucina di amicizie, aneddoti, creatività e rivoluzioni estetiche condivise. Da Marco Boglione alla Juventus, passando per un ramo sciistico che, senza l’istinto del principe nato a Città del Messico, probabilmente oggi non sarebbe così evoluto e introdotto nell’iperspazio pro, come dimostra la partnership con la Federazione americana (che avevamo raccontato qui).
“Il mio legame con Kappa nasce grazie alla città di Torino. Ero amico di Marco Boglione già quando distribuiva una serie di brand americani nel mercato italiano. Eravamo in contatto anche nel momento in cui Maurizio Vitale è venuto a mancare: fatto che ha portato Boglione a rilevare Kappa. Avevamo e abbiamo molte amicizie in comune, come quelle della famiglia Agnelli, con cui condividevamo una grande passione per il calcio. Ricordo ancora le tute Kappa della Juventus… Prima d’indossare e collaborare con il logo degli ‘Omini’, usavo tute di brand diversi, come Bogner e AnziBesson. Parliamo del 1994, del periodo dei Giochi di Lillehammer. FILA era un’opzione alternativa, ma era una realtà molto, troppo grossa e sviluppata a livello sciistico. Con Kappa il rapporto è nato in modo naturale, mi hanno subito proposto di fare una tuta. Non avevamo niente, solo un capo basico da cui partire.
Spesso scherzo dicendo che dovrebbero dedicarmi un monumento all’interno del BasicVillage, perché prima di me Kappa non aveva fatto molto a livello di sport invernali… Marco Boglione ha capito le potenzialità di questo ramo: lui è una persona incredibile, molto colta, cool, stilosa. Sono fan di come vive, è una di quelle (pochissime) persone con cui staresti per ore e ore, semplicemente ascoltando cosa dice, cosa pensa, comprendendo la sua visione. È un imprenditore accessibile, moderno. Siamo sempre rimasti amici. Io mi sono inserito in Kappa, almeno nel suo filone sciistico, come una sorta di precursore. Ancora oggi penso che la gente prenda spunto dal mio modo di unire look e performance.
La tuta che ho dedicato alla Juventus è sicuramente diventata iconica. Dovevo competere al Sestriere, e mi sono chiesto come potessi far tifare la gente per me. Era il 1997 e ho richiesto la stampa della Juve sulla tuta, la stessa che indossava Lippi in panchina. Kappa era sponsor della squadra. Quando cadevo, praticamente arrivavo nel bosco, perché non era fatta di tessuti tecnici. Alla partenza, però, il tifo è stato eccezionale. Avevo anche cambiato le lettere dello sponsor juventino dell’epoca, SONY, in ‘SONO IO’. Era tutto un gioco. Una delle mie tute preferite resta quella del ‘pistolero’ a Vancouver, nel 2010, durante il Gigante. Nelle due manche dello Slalom, invece, ho usato due tute a tema riciclo. Sono stato un ecologista della prima ora. Volevo far riflettere la gente sull’ambiente. Il design del ‘Dia de los Muertos’ è diventato altrettanto celebre. A Pyeongchang, nel 2018, ho toccato un altro tema particolarmente sentito in Messico, quello delle maschere della lucha libre. Sono arrivato ad un punto in cui la gente aspettava di vedere i miei outfit. L’NBC li ha premiati per due volte come i migliori dei Giochi”


L’arte del Beautiful Game e la fascinazione per l’ideale del ‘Joga Bonito’: un fil-rouge che tocca varie sfere della galassia vonHohenloheniana, così come le sue riflessioni, attraverso echi di ‘Zizou’, di shooting fotografici ai ‘Galácticos’, di un business sempre meno emotivo e, per questo, sempre meno affascinante.
“Il calcio mi è sempre piaciuto. Quando vivevo in Spagna, ero tifoso del Malaga e del Real Madrid. Poi, data la vicinanza tra la mia famiglia e la famiglia Agnelli, sono diventato ‘amico’ della Juventus. Ho fatto tante cose a contatto con i calciatori, soprattutto legate al mio percorso di fotografo. Ho ritratto Ibrahimovic e Nedved, per esempio. Fino a qualche tempo fa mi piaceva il mondo del pallone, poi le logiche economiche l’hanno cambiato, gli hanno fatto perdere quella componente da ‘joga bonito’ e anche il mio feeling è diminuito. Non sono un fan del molto business-poco cuore. Sono a favore dello showbusiness positivo, che trasmetta qualcosa, specie un senso di ‘onestà’. Vedere personalità come Zidane era fantastico, in un certo senso ti facevano percepire una cifra morale. Amo quando le fragilità umane confluiscono nell’elemento sportivo. Invece, non m’interessano le gare a chi possiede l’orologio più grosso, tipiche del calcio di oggi. Mi è anche capitato di fare uno shooting fotografico con lo stesso Zidane e il Real Madrid. Mi sono presentato solo con una Leica in mano, senza luci o make up. In pochi minuti avevo già finito. Sono dell’idea che se sei inventivo, non hai bisogno di molto. Sul set era presente anche Beckham quel giorno, non nego che fossi principalmente attratto dalla sua figura. Al termine dello shooting, i giocatori mi hanno definito il fotografo perfetto”
Definire l’iconicità è un mestiere raro. Farlo su più fronti, compreso quello fotografico, lo è ancora di più. Nel caso di Hubertus von Hohenlohe pare un istinto naturale, una tangibile spinta alla scoperta di sempre-nuovi strumenti e metodi narrativi tesi verso la restituzione di un mondo personale, ma sotto gli occhi di tutti. Paparazzi compresi.
“Ho preso in mano la prima camera digitale nel 2000, perché perdevo sempre i rullini delle mie analogiche. Quando ho iniziato a vedere il risultato immediato delle mie fotografie, ho compreso che potevo produrre quel tipo di arte istintivamente. Poi, ho fatto una foto con mia madre, allo specchio, mentre si truccava e la attendevo. Quello scatto è diventato famoso e mi ha fatto pensare che avrei potuto raccontare la mia vita come un paparazzo. Anzi, meglio di un paparazzo. Così, ho iniziato la serie dei ‘selfie artistici’, che rapidamente ha preso piede. Un fotografo aveva già fatto qualcosa di analogo negli anni ‘50 e ‘60 e questo approccio si adattava molto bene al mio stile, alla mia vita divisa tra sport, arte e musica. Avevo continue opportunità di fotografare e ho deciso di diventare testimone dei tempi e degli spazi che vivevo e continuo a vivere. Non volevo sprecare l’opportunità di trovarmi nei posti giusti al momento giusto. Negli anni ho evoluto questo stile fotografico, uno stile che gioca sui riflessi, ora sento di aver raggiunto il punto della sua maturazione massima”

Milano-Cortina alle porte, decenni di Giochi Olimpici Invernali alle spalle. Il connubio tra la ‘Leyenda del Esquí’ e i cinque cerchi non è un semplice viaggio artistico-sportivo, è un testamento, una ricca biografia, la quintessenza della longevità di un sogno, inevitabilmente mutato nel tempo e dai tempi.
“Devo dire che sono fortunato ad aver partecipato a delle edizioni dei Giochi Olimpici in cui tutti stavano ancora insieme. Erano anni senza cellulari e videogame… All’epoca parlavi, socializzavi con chi ti si sedeva accanto. Finivi a giocare a calcio balilla nella sala giochi comune: il senegalese Lamine Gueye era fortissimo. Ci siamo divertiti molto. A Lillehammer, nel 1994, ho conosciuto mia moglie Simona (Gandolfi ndr) nel villaggio olimpico. Curiosamente era il 14 febbraio, San Valentino. Ci ha presentato suo cugino, Alberto Tomba. Sarajevo ‘84 è stata un’altra edizione speciale. A livello culturale, rappresenta un’esperienza unica nella mia vita: lì ho rappresentato il Messico per la prima volta, sfilando davanti a Tito con una tuta Ellesse che avevo disegnato insieme ad Erwin Stricker. Divenne iconica perché mostrava il mare, il sole e un cactus. Alcune performance di quei giorni, poi, sono rimaste nella storia. L’ABC aveva l’esclusiva dei diritti e ha portato a suonare davanti a noi musicisti del calibro di John Denver. Nell’84 mi sono divertito anche perché ho preso parte a tutte le discipline: alla fine dell’edizione ero stanco morto… Oggi penso che le Olimpiadi siano diventate un po’ troppo grandi, ci sono troppi eventi di squadra e troppa inflazione di medaglie. Il rischio è quello di perdere il senso dei Giochi e, allo stesso tempo, di non permettere agli atleti di vivere il vero spirito olimpico”

Credits
IMAGO I ZUMA Press Wire / GEPA pictures / ANP / Newscom World / WEREK INTERNATIONAL






