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A pochi giorni dall’esordio ufficiale della nuova, significativa partnership con On, previsto in occasione della eDreams Half Marathon di Barcellona, il recordman italiano sui 3000, 5000, 10000 metri e sulla mezza maratona riflette sulla sua maturazione personale e sull’evoluzione del suo rapporto con la corsa 

“Se vuoi vincere una gara, prova i 100 metri. Se vuoi vivere un’esperienza, corri una maratona”. Nelle parole di Emil Zátopek, la ‘Locomotiva Umana’ che riformulò il concetto di eccellenza atletica nel secondo dopoguerra, è racchiusa l’essenza contemporanea di Yeman Crippa. 

Dai campi da calcio circondati dalle skyline naturali trentine, alle piste di ciottoli, asfalto e panorami urbani della maratona, il tartan e il cross nel mezzo. Yemaneberhan, ‘il braccio destro di Dio’, nelle lunghe distanze non sta trovando semplicemente una nuova sfida sportiva, già impreziosita da un indimenticabile oro europeo conquistato in un brulicante Stadio Olimpico di Roma, ma un decisivo passo verso la completezza. Umana e sportiva. 

Il 28enne plasmato dall’altipiano etiope di Wallo e cresciuto dai coniugi Crippa, insieme ai suoi fratelli, tra i 233 abitanti del paese di Montagne, ha fatto il proprio ingresso in nuova fase esistenziale: una dimensione fatta di una piena comprensione di sé e di un, tutt’altro che scontato, amore profondo per la corsa. Uno sviluppo che mette in relazione corpo e pensiero, radicati capisaldi e nuovi capitoli, tanto professionali, quanto personali. 

Su tutti, spunta la prestigiosa connessione con il brand svizzero On, che dal 2025, più precisamente dalla eDreams Half Marathon in programma a Barcellona il 16 febbraio, si unirà al secondo italiano più veloce di sempre sui 42km (con un personale di 2:06.06), accompagnando il suo percorso contemporaneo e futuro: un percorso che mai, come oggi, è stato così a fuoco. Scopriamo perché. 

Yeman Crippa wears On sportswear

Partiamo dal tuo rapporto con la corsa. Quanto è cambiata la sua sostanza nel tempo? 

“Ne parlavo proprio oggi con i miei compagni d’allenamento. A volte scherziamo tra noi, pensando a quanto il nostro sport sia faticoso: c’è tanta sofferenza, tanto tempo speso da soli, tanta ripetitività… Vengo dal calcio, quindi da un ambiente diverso, uno sport di squadra dove si lascia molto spazio al divertimento, penso per esempio alle partitelle di fine allenamento… In questo momento, però, devo ammettere che sono proprio contento di correre. Mi sta appassionando sempre di più. Ora non corro solo per fare risultati, lo faccio perché sento che la corsa è entrata nella mia vita, dentro di me. Il mio sport mi fa sentire bene, anche nei momenti più duri. Quando ho lasciato il calcio, l’ho fatto razionalmente, pensando a come potessi sviluppare al meglio il mio futuro. Ero consapevole che l’atletica sarebbe potuta diventare la mia professione, ma all’epoca non mi piaceva correre, almeno non più di tanto. Negli anni è cambiato tutto, si è trasformato il valore, l’effetto che ha la corsa su di me. Dirò ancora di più, da quando ho iniziato ad approcciare la maratona, queste sensazioni sono aumentate esponenzialmente. Solo 3, 4 anni fa c’erano dei momenti in cui mi domandavo perché corressi tutti i giorni, perché avessi scelto un lavoro così faticoso. Ora sono orgoglioso e felice. Credo che quest’evoluzione combaci anche con il processo di maturazione personale. Sento di essere diventato un uomo, di ragionare diversamente. Lo sport mi ha aiutato sotto questo punto di vista: vivere l’atletica, condividere pensieri con altri suoi protagonisti, viaggiare per il mondo… Sono tutte cose che ti portano a riflettere molto su ciò che stai facendo, così come a quello che faresti senza l’atletica. Ho capito di essere un privilegiato, di essermi creato, attraverso il duro lavoro, un tipo di fortuna e libertà rare”

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La grande transizione dalla pista alla maratona. Abbiamo menzionato le parole di Zátopek: nel tuo caso, l’esperienza della lunga distanza cosa rappresenta?

“È l’ultimo capitolo di un percorso cominciato fin dalle origini del mio rapporto con l’atletica. È stata una progressione: prima i 1500 e i 3000 metri, poi gli allenatori mi hanno consigliato i 5 e 10000. Ho approcciato con calma queste distanze. Mi sono sempre fidato delle opinioni di chi mi sta realmente vicino e non ha mai avuto riserve nell’aprirmi a nuove esperienze. Per questo motivo ho anche deciso di provare a capire se la maratona potesse essere il mio futuro. Ovviamente sono subentrate insicurezze e paure, anche solo di non poter tornare indietro se qualcosa fosse andato storto… Ma ci ho provato e, dal mio esordio in poi, sensazioni e risultati sono sempre più migliorati. Chiaro, le singole gare possono andare bene o male, ma ora so che questa è la mia strada, una strada che può insegnarmi ancora moltissimo”

Parlando di capitoli, ne stai approcciando uno nuovo al fianco di On. Quali sono stati i fattori che ti hanno portato a fare questa scelta? 

“Tra tante offerte, ho scelto quest’azienda perché ha creato un progetto dedicato a me, al mio allenatore e ai miei compagni di allenamento. La disponibilità e visione di On mi hanno conquistato da subito: vogliono farmi crescere, vogliono crescere insieme. Non mi hanno fatto sentire ‘l’ennesimo atleta’, non mi hanno dato una scarpa e chiesto di correre. Con loro mi sento al centro dell’attenzione, sento che vogliono lavorare in sinergia per farmi raggiungere grandi risultati. C’è un contatto costante e mi fa piacere essere coinvolto in processi che non ho mai sperimentato: con il team On, condivido feedback sulle scarpe e sui capi, comunico opinioni e idee. È un prezioso segnale di apertura, di voglia di crescita. Il fatto che abbiano creduto nel mio progetto a Trento, supportando il mio allenatore e i miei compagni, poi, è stato uno step fantastico nella nostra sinergia. Credo che la mia maturazione personale abbia giocato un ruolo anche in questo caso. Pochi anni fa non avrei fatto queste considerazioni, ora sono felice di ragionare su più livelli con la mia testa, di capire cosa sia veramente giusto per me. Sono orgoglioso di crescere con On e, allo stesso tempo, aiutare a far crescere un brand che mi dà reale importanza”

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In un’intervista rilasciata pochi giorni fa, hai sottolineato come i tuoi genitori ti abbiano insegnato cos’è la vita. Quali sono i capisaldi che ti hanno trasmesso? 

“Sono molto riconoscente ai miei genitori. In primis perché hanno preso me e i miei fratelli, in tutto 8 ragazzi dall’Etiopia, per portarci in Trentino e, con tantissimi sacrifici, farci crescere al meglio. Non avevamo tutte le comodità di un figlio unico. Ci hanno insegnato a meritare ogni cosa, a non lamentarsi per questioni superficiali, a voler bene al prossimo. Soprattutto, ci hanno insegnato il valore del lavoro e ad essere grati per quello che ci dà la vita di tutti i giorni. Sono linee guida che seguo ancora oggi. Tanti mi chiedono perché non mi lamenti degli allenamenti o perché non storca il naso nelle settimane di eccessivo carico… Penso sia dovuto al mix del mio carattere e dell’indirizzo morale, umano che mi hanno dato i miei genitori. Nonostante abbia un background calcistico, nel tempo mio papà è diventato appassionatissimo d’atletica, a volte finisce per immedesimarsi nella figura dell’allenatore: mi fa arrabbiare, ma poi ci scherziamo sopra. Diciamo che discutiamo positivamente (sorride ndr). Lui è presente ad ogni gara, che sia in America o in Europa, e l’intera famiglia cerca di seguirmi il più possibile: mi piace sentirli vicini”

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Varie volte hai sottolineato l’importanza di restare concentrato e non divagare con i pensieri durante le gare. Le maratone ti portano però a correre in mezzo a scenari mozzafiato. Durante le gare trovi mai del tempo per sollevare gli occhi e pensare, anche solo per pochi secondi, ai palcoscenici che circondano le tue performance sportive? 

“Sto facendo un percorso di mental coaching e uno dei focus principali riguarda il rimanere il più concentrato possibile durante ogni gara. Che siano i 100 metri o una maratona, più tagli gli input esterni e la divagazione mentale, più performi. È difficilissimo, però, rimanere concentrati sempre, specie lungo una maratona. Il pubblico, gli scenari, gli avversari… L’importante è rendersi conto di quando, effettivamente, la testa sta andando altrove, accettare il momento e ritornare sui binari previsti. Più sei concentrato, meno energie si disperdono. Più sei nel momento, più riesci a gestire e a rispondere alle azioni avversarie. È difficilissimo, ma il segreto sta nello stare concentrato su ciò che stai facendo: sul tuo respiro, sul tuo fiato, al massimo sul passo di chi ti sta davanti. Mi alleno facendo esercizi che aumentino la mia confidence. Ascolto il mio respiro, provo a gestirlo, esercito il mio livello di concentrazione. Per questo tipo di dinamiche, la gara è la miglior palestra. I più bravi nella gestione del focus sono anche i migliori atleti al mondo: credo che la differenza dagli altri stia principalmente qui”  

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In Italia, più o meno volontariamente, sei diventato un simbolo virtuoso per l’intera società. Che tipo di emozioni, riflessioni, sensazioni e, perché no, pressioni percepisci pensando al fatto che le tue gesta sportive fungano da esempi positivi per molti giovani che stanno vivendo percorsi di adattamento analoghi o affini al tuo? Le tue performance e le tue medaglie sono anche motivate da queste logiche? 

“È bello essere un simbolo per la mia città e rappresentare tantissimi italiani che mi seguono. Fino a qualche anno fa l’atletica era vista poco, adesso attira le attenzioni del grande pubblico. Mi fa sentire bene il fatto di essere riconosciuto e supportato da tanti italiani ed è fantastico essere un esempio per i più giovani. Viene tutto in automatico. Io, come tanti altri atleti Azzurri, non m’impegno - nel senso stretto del termine - per dare un esempio alle nuove generazioni. È un processo naturale. La dedizione che metto nel lavoro e i conseguenti risultati non dipendono dal desiderio di ‘farmi vedere’: mai dipenderanno da questo. Quando arrivano i risultati, le persone possono scoprire il tuo percorso, il tuo passato, i suoi lati positivi e negativi, e per alcuni puoi perfino diventare un’icona. Personalmente sento zero pressioni. La vivo come una cosa bella. Poi, quando ti capita di gareggiare a Roma, magari in occasione di un Europeo, l’unico rischio è che diano per scontato il tuo successo. La vittoria non è automatica. Bisogna educare alla comprensione del valore di ogni gara: ogni sfida è diversa, specie una maratona, dove le variabili sono infinite. Se hai vinto e la volta successiva arrivi terzo, non vuol dire che improvvisamente hai smesso di essere bravo. Siamo circondati da atleti fortissimi ed è sempre una nuova sfida. L’importante è avere sempre lo stesso tipo di dedizione”