Dal collezionismo di maglie da calcio all’arte visiva, il racconto di un creativo che trasforma la passione sportiva in narrazione autentica
George Aslanidis è l’esempio concreto di come la passione per il calcio possa trasformarsi in un viaggio creativo multidimensionale che intreccia sport, arte e cultura. Cresciuto in Grecia, bollente cosmo calcistico, dove i primi ricordi si mescolano con l’energia dei campi locali, e maturato a Londra, culla del Beautiful Game, Aslanidis ha fatto del calcio un linguaggio universale.
Nel suo lavoro il calcio diventa molto di più di uno sport: è estetica da reinterpretare, archivio di memorie condivise e simbolo culturale. Attraverso le sue parole, emerge un percorso che parte dal gioco e si estende fino alla fotografia e alla moda, svelando il potenziale multidisciplinare di questa passione.
Le maglie da calcio, con la loro storia e il loro fascino, non sono solo oggetti da collezione: diventano arte tangibile e veicolo narrativo, testimonianze di epoche e identità. Con una cura meticolosa dei dettagli e un approccio innovativo, George Aslanidis celebra l’umanità nascosta nelle pieghe delle sue opere, creando un dialogo unico tra nostalgia e modernità. Londra, oggi, è il suo laboratorio creativo, dove intreccia radici greche, amore per il calcio e una visione contemporanea della bellezza.
Quello che segue è uno sguardo su come il cuore e la mente possano collaborare per creare qualcosa di straordinario, ispirato dalla musa calcistica.




Le origini, una passione nata in Grecia
Quali sono le origini della tua connessione con il calcio e come ha influito il contesto greco sulla tua passione?
“La Grecia ha una grande tradizione in relazione al calcio, e questo sport è stato parte della mia vita fin da bambino. Uno dei miei primi ricordi è legato al giorno del mio compleanno, quando avevo 7 forse 8 anni ho comprato una maglia di Batistuta, diventata poi il simbolo di quel periodo della mia infanzia. Qualche anno dopo, ho cominciato a tifare per il Manchester United e a seguire la Premier League, in Grecia le partite iniziavano ad essere trasmesse sempre più frequentemente, e questo ha reso il calcio inglese parte integrante della mia quotidianità.
Ho assistito alla mia prima partita dal vivo all’Old Trafford, nel 2008. Un’esperienza che rimarrà con me per sempre. Si giocava contro il West Ham e ricordo, finì con un netto 4-1 per noi, l’energia sugli spalti era qualcosa di indescrivibile. In campo c’erano Ronaldo, Scholes e Tevez. Curiosamente, non ho avuto l’opportunità di vedere altre partite dal vivo per 13 anni. La mia seconda partita è stata solamente nel 2021, questa volta a Londra, sempre contro il West Ham. Anche Ronaldo era di nuovo in campo ed è stato come se il tempo non fosse mai passato.”


Dal collezionismo di maglie all’espressione artistica
Com’è cominciata la tua passione per le maglie da calcio e come si è sviluppato il legame con l’estetica di questo sport?
“A 11 anni, durante una gita scolastica, ho comprato per 5 euro una replica della maglia di Ruud van Nistelrooij. Questo episodio è stato l’inizio di tutto, van Nistelrooij è diventato il mio giocatore preferito e il Manchester United la mia squadra del cuore. Con il tempo, la collezione si è ampliata. Inizialmente dipendeva da quello che potevo a permettermi o da ciò che i miei genitori mi regalavano, ma dal 2020, ho deciso di includere anche le maglie vintage. Una delle prime che ho acquistato è stata una maglia del Manchester United del 1999. Da allora, la raccolta è cresciuta costantemente.
Non mi sono limitato al collezionismo, ho iniziato ad utilizzare le maglie nei miei progetti fotografici integrandole anche nei servizi di moda, creando un dialogo tra streetwear, calcio e fotografia. Le maglie da calcio sono diventate strumenti per esplorare nuove forme espressive.”


Il percorso fotografico
Come si è sviluppato il tuo percorso artistico e come sei arrivato alla fotografia?
“Il mio sogno iniziale era diventare allenatore. Ero iscritto all’università e studiavo per diventare insegnante di educazione fisica. Purtroppo, nei primi mesi ho subito un infortunio al ginocchio che mi ha costretto a restare a letto per diverse settimane. In quel periodo mi sono avvicinato a YouTube e ai video indipendenti. Ho cominciato a guardare cortometraggi e mi sono innamorato dell’idea che chiunque potesse raccontare storie con una semplice telecamera. Poco dopo ho acquistato la mia prima fotocamera e iniziai a sperimentare. Con il tempo, la fotografia stava diventando sempre di più il mio linguaggio principale. Ho lasciato l’università e mi sono iscritto ad un seminario fotografico per affinare le mie competenze.
All’inizio realizzavo scatti semplici, coinvolgendo amici e conoscenti che avevo intorno come soggetti, trovando nella spontaneità un’occasione per mettermi alla prova. Queste esperienze mi hanno portato a lavorare con modelli, verso una dimensione più strutturata e focalizzata sulla fotografia di moda. Nel 2018 mi sono trasferito a Londra, dove vivo tuttora. Qui sono riuscito a fondere la mia passione per il calcio con il mio lavoro, trovando un punto d’incontro tra questi mondi.”


Multidimensionalità tra calcio, moda e arti visive
Nel tuo lavoro creativo, soprattutto quando affronti temi legati al calcio o alla moda, come trovi l’equilibrio tra ciò che è intrinsecamente vero e ciò che può essere reinterpretato attraverso la tua visione artistica? Come affronti il rischio di perdere autenticità?
Oltre alla fotografia, ho avuto la possibilità di fare esperienza anche nel campo del cinema, lavorando al fianco di mio padre, anche lui giornalista. Insieme abbiamo realizzato documentari, viaggiando in paesi come la Turchia, la Germania e New York. Questo percorso mi ha insegnato molto sull’arte di raccontare storie visive con profondità.
Dopo il trasferimento a Londra, ho combinato il background calcistico con la mia esperienza nella moda. Un connubio che si è rivelato perfetto, soprattutto perché il legame tra calcio e moda stava crescendo rapidamente, e ho colto l’opportunità per integrare le due dimensioni. Oggi sono creative director, scatto fotografie, mi occupo di video e continuo ad indagare le possibilità di intreccio di questi mondi, mantenendo uno stile autentico e un’essenza minimalista, nel tentativo di celebrare l’esistenza umana attraverso un linguaggio visivo tanto semplice quanto significativo.


Una filosofia creativa per un racconto autentico
In che modo definiresti la tua filosofia artistica? Quali sono i pilastri fondamentali del tuo lavoro e quali elementi o prospettive guidano i tuoi progetti?
Essenzialmente la mia filosofia artistica ruota attorno all’autenticità e alla capacità di raccontare storie vere. Non importa che si tratti di una fotografia, di un progetto video o di un servizio di moda, tutto deve trasmettere una connessione reale con chi guarda. Credo fermamente che l’emozione sia il ponte tra l’opera e il pubblico, ma è altrettanto importante che ogni lavoro abbia un’impronta personale che arriva dalla mia immaginazione.
Prendo ispirazione dalla vita quotidiana, cerco di catturare momenti che risultino vissuti e mai artificiali. Questo però non significa rinunciare all’estetica, mi piace avere cura dei dettagli, aggiungere elementi visivi in grado di riflettere il mio stile, basandomi sempre su una verità umana e culturale. Ogni progetto è una ricerca di equilibrio tra spontaneità e costruzione. Cerco particolari, storie, simboli che abbiano una cultura e un significato profondo, che possano raccontare qualcosa al di là dell’immagine stessa, mostrare le persone, le loro emozioni vere, i momenti reali, resta la cosa più preziosa.
Può trattarsi dei miei nonni, di una maglia da calcio o di un luogo con un’atmosfera curiosa. L'obiettivo finale resta comunque quello di creare qualcosa che resti impresso e genuino, anche quando ogni dettaglio è stato studiato con estrema cura.


Il sogno
Essendo un tifoso del Manchester United, cosa ha significato per te lavorare su un progetto legato al tuo club del cuore? Come hai vissuto l’esperienza dal punto di vista emotivo?
Lavorare per il Manchester United è stato un sogno che mai avrei immaginato di realizzare. Tutto è cominciato per caso, con una foto che ho scattato durante un mio progetto personale. Quando il club l’ha condivisa sui suoi canali ufficiali, mi sono sentito incredibilmente felice. Mi ricordo che, quando mi hanno contattato, ero così emozionato che quasi non capivo cosa mi stesse accadendo.
È stato un progetto speciale, non solo per il legame emotivo che ho con la squadra, ma anche perché ho avuto la possibilità di integrare elementi della mia cultura personale. Nel progetto che ho sviluppato per loro legato all’away kit, ho scelto una colonna sonora di Manos Hadjidakis, musicista leggendario del mio paese, che si sposava perfettamente con l’estetica del club inglese. È incredibile come una canzone mediterranea si combini così bene con una squadra del nord dell’Inghilterra.
Si tratta di un dettaglio che per me ha un significato profondo, in questo modo ho dato al lavoro un’identità unica e, al tempo stesso, una narrazione intima e personale. Ne è risultato un intreccio perfetto di cultura ed emozioni.



Tra brand iconici e contemporanei
Hai avuto l’opportunità di collaborare con altri brand legati al calcio, come Umbro, marchio leggendario, e Futsol, marchio emergente, come hai vissuto questa esperienza?
Lavorare con Umbro è stato fantastico, insieme abbiamo realizzato un progetto davvero speciale, soprattutto perché ho un legame personale con il marchio. Da bambino giocavo a calcio con il mio club locale e indossavamo maglie firmate Umbro, verdi a maniche lunghe. Ancora oggi la conservo ed è uno dei pezzi più significativi della mia collezione. Essere cresciuto con Umbro e tornare a lavorarci da adulto è stato come un cerchio che si chiude. Le loro maglie vintage mi hanno sempre affascinato, come la leggendaria divisa nera del Manchester United, indossata da Cantona nel ’93-’94.
Allo stesso tempo mi interessa molto lavorare con brand nuovi come Futsol, non solo come fotografo, ma anche come consulente. È emozionante aiutarli a crescere e portare nuova energia nel mondo della moda calcistica. Apprezzo molto vedere come stanno reinventando l’estetica classica in qualcosa di fresco.
Lavorare con marchi storici come Umbro e con realtà contemporanee come Futsol è estremamente stimolante, permette di vivere due dimensioni opposte ma complementari. Da un lato c’è il fascino della tradizione, dell’eredità che un brand come Umbro porta con sè; dall’altro, la freschezza e l’ambizione di un marchio giovane. Essere parte di questi percorsi, che uniscono storia e innovazione, è l’occasione di contribuire alla loro crescita creativa.


Fonti di ispirazione e icone personali
Chi sono le figure che hanno influenzato il tuo stile e il tuo approccio alla creatività?
La mia ispirazione è sempre stata in cambiamento durante gli anni, un mix di influenze classiche e contemporanee. Peter Lindbergh, ad esempio, è uno dei miei fotografi preferiti. Un altro grande nome, per me, è Tyler Mitchell. A livello più personale, figure come Casey Neistat e Kai Man Wong con il suo amico Lok Cheung hanno avuto un ruolo importante nella mia formazione. Guardare i loro video su YouTube mi ha insegnato l’importanza di raccontare una storia in maniera semplice ma efficace con umorismo e passione.
E invece il tuo calciatore preferito di tutti i tempi?
Difficile sceglierne uno! Ruud van Nistelrooy è stato il primo. Poi ci sono Ronaldo, Rooney, Cantona e Beckham. Non posso dimenticare però la nazionale greca del 2004, nonostante il mio amore per il calcio nasca dal Manchester United, vedere la Grecia vincere il campionato Europeo è stato un momento unico, qualcosa che mi ha reso orgoglioso delle mie radici.
Che ruolo giocano oggi il calcio e la moda nella tua vita?
Moda e calcio sono un aspetto enorme della mia vita, ma cerco di mantenerle bilanciate. Amo il calcio, ma non lascio che mi influenzi troppo. È sicuramente uno sport che mi diverte, ci gioco ogni settimana ma lascio che si limiti al divertimento. Per quanto riguarda la moda, invece, qualche tempo fa ponevo molta attenzione su come mi presentavo, poi sono subentrate nel mio guardaroba le maglie da calcio e ad oggi non indosso altro.








