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La cultura pugilistica ghanese vista attraverso i guantoni di Sarah Apew, giovane pugile della nazionale in grado di trasformare il ring in un atto di affermazione e legacy quotidiana. La lente e le parole del creativo visuale O-Young Kwon raccontano la forza di questa storia di sport lontano dai riflettori

“Non aspetteremo all’infinito che siano gli uomini a dare alle donne l’opportunità”. Le parole della pugile statunitense Claressa Shields, “T-rex” per il panorama boxeur a stelle e strisce, riecheggiano nell’anfiteatro dello sport e trovano una virtuosa sinonimia con quelle della giovanissima Sarah Apew, stella nascente di questa magna arte “Non lasciare che un uomo ti dica che non puoi farcela, le donne possono realizzare tutto”

Solo la provenienza e l’anagrafica separano queste due atlete, accomunate invece dal medesimo scopo: quello di infrangere cliché e pregiudizi e tramutarsi in autentiche icone di una rivalsa tanto sportiva, quanto sociale. Il fotografo O-Young Kwon è volato ad Accra, per incontrare l’astro nascente della Nazionale ghanese ed entrare in contatto con la cultura sportiva della ‘stella d’Africa’ dove la boxe è considerata alla stregua di un vero e proprio culto liturgico.

La sua preziosa testimonianza arriverà a noi sottoforma di passe-partout per luoghi e momenti vissuti nelle profondità atletiche del continente africano: chiavi d’accesso e prospettive che ci permetteranno di trovarci vis-a-vis con l’identità pugilistica e la ricca eredità della nobile arte ad Accra e dintorni. 

Quali sono state le ragioni, le motivazioni che ti hanno spinto ad intraprendere questo viaggio in Ghana e a produrre questo speciale reportage? Come mai hai scelto questo Paese e questa disciplina sportiva?

“Era un periodo particolare. Durante il Covid, come ricorderete bene, era davvero difficile spostarsi e viaggiare. A quei tempi lavoravo principalmente all'estero, quindi quando è arrivata la pandemia mi sono detto: "Ok, non posso lavorare. Come posso sopravvivere?” Ho iniziato così a fare delle ricerche e, per la prima volta, ho progettato il mio lavoro “al contrario”. Ho sempre avuto in mente l’argomento da trattare e poi da lì sceglievo la destinazione, ma questa volta ho dovuto scegliere prima il luogo, il posto in cui avevo libertà di movimento, dopodiché ho scelto il percorso da intraprendere.  

Una volta arrivato in Ghana ho iniziato a cercare storie da raccontare e mi è venuto in mente un articolo letto tanti anni fa sulla boxe a Jamestown, un focus sul pugilato che serviva da ponte per raccontare la realtà sociale, i luoghi ed i costumi cittadini. Iniziai a fare ricerche sul mondo del pugilato e scoprii che molti pugili di questa zona avevano avuto un enorme successo, soprattutto nei pesi leggeri e nei pesi piuma. Così è stato quasi spontaneo intraprendere questo percorso e dar vita a questo reportage. Ho trovato subito le porte aperte e la totale disponibilità di Nuhu, un allenatore del posto che assieme a Ransford ha fondato il club Sea View Boxing Club Jamestown. 

Mi hanno invitato a vedere come si allenano lì i ragazzi. Poi ho conosciuto Sarah, e abbiamo avuto da subito un ottimo feeling, così ho deciso di raccontare la sua storia. L'ho vista per tre giorni, lei mi ha aperto le porte di casa e mi ha offerto uno sguardo intimo, dietro le quinte, mostrandomi anche il mondo lontano dal ring. A questo ritratto biografico ho poi voluto aggiungere istantanee di veri allenamenti nelle calde mattinate di Accra ed incontri notturni sul ring e in spiaggia.”

Quali vibes, dettagli estetici e particolarità sportive hai rilevato ad Accra? Parlaci un po' delle tue sensazioni in questa capitale africana e della sua identità. 

“È stata la mia prima volta ad Accra, ma non la prima volta in una grande città africana. Accra è una delle più dinamiche e ricche città africane ed è molto bella soprattutto per via di questa enorme costa che occupa gran parte della città. Puoi subito notare le sue architetture monumentali, come gli edifici governativi in tutto il centro e l’enorme monumento a forma di stella. È stato molto facile orientarmi nelle zone cittadine. 

Sono fortunato, ho avuto un percorso di studi legato all’economia urbana e alla pianificazione territoriale/urbanistica quindi non ho trovato particolari difficoltà nell’esplorare una città che, comunque, è molto complessa, così come nel viverla. Questo ha reso il viaggio molto piacevole. Certo, è una città frenetica e caotica, come lo sono molte metropoli africane, ma allo stesso tempo è una città che non si nasconde, non riserva sorprese. Sapevo bene cosa avrei visto e cosa avrei trovato una volta arrivato nel centro e sapevo anche cosa avrei visto andando sulla costa o nei quartieri più poveri. Mi piacerebbe tornarci.

Per le atmosfere che ho trovato lì posso dire che Accra è una città dura, veloce, per certi versi una città aggressiva, e di questa aggressività è responsabile la natura stessa. C’è un sole cocente e c’è anche molta sabbia, polvere, spazzatura che brucia e tutto il fumo dei motori che riempie l’aria. È una città rumorosa, fatta di clacson e persone che urlano in strada.

Accra è anche molto versatile, per esempio ha una grande comunità cristiana e una grande comunità musulmana, è un luogo dove l'Islam e il Cristianesimo si sono in qualche modo fusi. Musulmani e Cristiani condividono chiese e moschee e pregano insieme, vedono molte somiglianze tra di loro al di là di ciò che divide queste religioni. Alcuni hanno dato un nome a tutto ciò: “Christlam”.Sinceramente, non avevo mai visto niente del genere prima: per me è stato un segno di tolleranza, di apertura. 

Accra sa anche essere molto moderna e, rispetto ad altre grandi città africane, è più organizzata. Si nota una stabilità politica. Gli ultimi cambi di governo sono stati molto fluidi e calmi, quindi c'è un senso di fiducia nel sistema. Tutto ciò ha reso la mia permanenza in Ghana molto produttiva per la fotografia, ho trascorso lì un mese e mezzo e ho lavorato a tante storie.” 

Dato il tuo percorso accademico, che strada hai seguito per diventare un fotografo e dove-come sei partito?

“Devo partire per forza dalla mia situazione familiare. Sono nato a Berlino e sono figlio di immigrati coreani arrivati in Germania Ovest negli anni '60. A quel tempo, come gli italiani, i greci e i turchi, arrivavano tutti allo stesso modo, ossia come lavoratori ospiti. La Corea del Sud era una specie di ‘nuova’ Corea: tutto era andato distrutto dalla guerra e non c'era una vita stabile: senza lavoro era molto difficile per i miei genitori. Così entrambi hanno sfruttato questa opportunità per ottenere un contratto di lavoro come ospiti e venire in Europa, in Germania. 

All’inizio è stato davvero difficile, mia madre era un'infermiera e mio padre lavorava nelle miniere di carbone: sono stati trattati a lungo come stranieri, ma loro hanno deciso di rimanere perché si sono resi conto che in Germania il sistema scolastico e quello sanitario erano stabili e gratuiti. In sostanza era un paese ottimo per crescere i figli. Hanno sacrificato la loro vita e hanno deciso di restare per crescere me e mio fratello maggiore, per loro era molto importante che avessimo una buona istruzione, che studiassimo all'università in modo da avere un lavoro che non ci facesse rischiare la vita e ci facesse ottenere un salario redditizio. Fondamentalmente, ho studiato per questo motivo. Ho pensato anche di mollare dopo appena due anni, ma poi ho ripensato ai sacrifici dei miei genitori. Sono andato avanti e ho conseguito la laurea triennale.

Nel frattempo, ho continuato a coltivare la mia vera passione: la fotografia. È nata inizialmente come hobby ed è stata alimentata dai miei viaggi. Una volta terminati gli studi ho deciso di trasferirmi ad Amburgo, dove ho lavorato come assistente per un fotografo pubblicitario e lì ho imparato che sì, era possibile fare soldi con la fotografia. Ho lavorato per circa sei anni come fotografo freelance, principalmente per produzioni di moda e pubblicità, ma ero stanco della superficialità e dei falsi rapporti tra le persone. 

Ecco perché ho rotto con l'industria commerciale e ho iniziato ad approcciare la fotografia in modo più “giornalistico” per realizzare qualcosa di più profondo e duraturo. Ho deciso quindi di concentrarmi sulla fotografia di viaggio per sapere qualcosa di più sulle persone che incontravo e fotografavo. Alla fine, sento di aver fatto la scelta giusta: sto raccontando storie che ritengo più importanti per l'intera società e per lo sviluppo politico nel mondo.”

Possiamo dire che c'è una sorta di pilastro ideologico nella tua produzione fotografica? Un‘ idea che sta alla base e che è radicata nelle origini della tua famiglia e nella necessità di raccontare storie che, probabilmente, non vengono raccontate dai tipici media mainstream?

“Certo. Se confronti tutti i miei lavori, sembrano a prima vista tutti molto diversi gli uni dagli altri. Il mio intento è quello di ritrarre e mostrare al pubblico un gruppo di persone, magari un gruppo più emarginato, sul quale pende un'opinione specifica e differente rispetto a quella che è la realtà. Ovviamente spero che il mio lavoro arrivi a più gente e che venga visto da più persone, cambiando le loro opinioni, arrivando a far dire loro “Avevo un’ idea completamente diversa di questo gruppo di persone, questo progetto mi ha fatto mettere in discussione la mia opinione”. Questo è quello che mi rende più felice.”

 In Ghana ed in particolare a Jamestown il pugilato rappresenta più di uno sport? Che tipo di ruolo ricopre da un punto di vista sociale? 

“È uno sport molto popolare, direi che sfiora lo stesso livello di passione che c’è per il calcio. A Jamestown, la boxe è ovunque, lo percepisci. Vedi tante persone praticarla o semplicemente parlarne.

I ghanesi sono molto orgogliosi dei loro successi pugilistici. Jamestown è un quartiere piuttosto grande di Accra, si trova sulla costa meridionale ed è un hotspot pugilistico: puoi trovarci tantissimi di club di pugilato. La maggior parte di essi sono molto piccoli e mal equipaggiati, per lo più all'aperto, non al chiuso.

“Il club che ho visitato  si trovava in un edificio che non aveva metà del tetto: era crollato e non era mai stato ricostruito. Potete immaginare le difficoltà nel praticare boxe lì. Nonostante ciò, l’emozione che i ragazzi provano indossando un guantone o mettendo solo del nastro adesivo è immensa, ho avuto la sensazione che la boxe riuscisse, in qualche modo a far emergere tutto il buono che conservano dentro di loro questi ragazzi. Anche il rispetto verso gli allenatori mi ha colpito. Questi coach non vengono pagati, lo fanno per passione: vogliono contribuire a creare uno spirito diverso in questo distretto. Se cresci a Jamestown, la boxe fa parte di te, della tua vita e tutti i ragazzi hanno il sogno di diventare dei pugili affermati.”

Sotto che forme compare la scintillante boxe contemporanea, quella dei grandi promoter, in un così atipico scrigno di questa passione sportiva? 

“Il pugilato globale viene visto e ammirato. Tutti, qui, sono colpiti da questo grande meccanismo. Vedono i premi e il denaro, certo, ma non li percepiscono in modo critico o negativo. Io, ad esempio, quando vedo i grandi incontri plasmati da marketing e pubblicità, arrivo a pensare che sia tutto inventato, creato a tavolino, e che il risultato possa anche non essere cristallino. In Ghana, invece, hanno ancora in mente i grandi campioni nazionali del passato. Ho assistito ad un torneo per ragazzi e c’era in visita una star del passato, una leggenda locale: era guardato con estrema ammirazione e rispetto, come se la sua carriera non fosse mai finita, come se fosse cristallizzata nel tempo. Una gloria senza fine.”

Parliamo un po’ di Sarah, la protagonista del tuo reportage. Puoi raccontarci della sua storia? Di come ha iniziato a praticare questo sport e di cosa è cambiato quando la boxe è entrata a far parte della sua vita?

“Sarah viene dal nord del Ghana, da Volta, una zona molto povera, in cui ci sono per lo più pescatori e agricoltori. Sua madre è partita per Accra con la sorella maggiore, ed ha aperto un chiosco per vendere cibo e oggetti vari. Sarah ha frequentato la scuola a Volta, mentre suo padre lavorava come agricoltore. Terminati gli studi, è partita per Accra con il sogno di diventare una pugile professionista. Nella capitale ha incontrato Ransford e Nuhu e ha così iniziato ad allenarsi al Sea View Boxing Club Jamestown. Sarah oggi non combatte solo per se stessa, ma anche per rendere orgogliosi i suoi allenatori e tutto il suo club, divenuto come una famiglia”

Parlando con Sarah e osservando da vicino la sua situazione famigliare, hai mai avvertito una certa pressione, una certa aspettativa su di lei? Quella magari di poter cambiare il futuro della sua famiglia?

“Ho percepito un grande supporto da parte dei genitori e della sorella, un supporto genuino. Sarah ha una passione, un obiettivo, un qualcosa che vorrà fare nella vita e questo fa sentire i suoi genitori fortunati, perché tanti altri ragazzi ghanesi, invece, non hanno obiettivi, prospettive, nessuna spinta tangibile. Lei vuole diventare campionessa mondiale, la prima campionessa Ghanese della storia e per farlo si allena tutti i giorni con la stessa passione. Nel tempo libero però, Sarah va comunque ad aiutare sua mamma nel chiosco, è una forma di rispetto e gratitudine per il supporto incondizionato che sua madre le dà ogni giorno”

Sarah come vive la condizione di pugile donna, in un contesto come quello in cui vive e si allena? 

“Ho parlato anche di questo con lei. Sarah si è appassionata guardando i video della pugile americana Claressa Shields, che è stata in qualche modo la sua eroina, il suo modello. Da Clarissa ha capito che le donne possono realizzare quello che vogliono. Se Clarissa può farlo, può farlo anche lei. Questo è quello che vuole trasmettere. Paragona anche la boxe al calcio, dove le calciatrici vengono rispettate, allora perché nella boxe c’è ancora una concezione così conservativa e patriarcale? Questa è una cosa che lei vuole cambiare, vuole far cambiare agli altri la percezione di questo sport. 

Sarah sa che può diventare un modello per altre ragazze, mostrare come uno sport che in tanti etichettano ancora come violento dipende in realtà da ben altri fattori. Dal modo che hai di allenarti e applicarti, dal tipo di disciplina che possiedi. Questo è il punto di partenza per questo gioco: perché Sarah, ancora oggi, definisce la boxe un gioco.”

Cosa ne pensi, da storyteller, della boxe? È una delle tue principali fonti d’ispirazione sportive?

“Onestamente, sono più un fan delle arti marziali miste. Ho un amico che le pratica a livello pro ad Amburgo. Io ho fatto per un po’ Wing Chun, uno stile di Kung Fu, ma lavorando spesso all’estero era difficile creare una certa stabilità, una certa routine. Quindi, diciamo che, prima di questo reportage, il mio unico contatto artistico con il settore fighting è stato proprio il servizio che ho realizzato sull’amico di Amburgo che ho appena menzionato: ha dato vita ad un progetto sociale di MMA in un quartiere povero, per togliere i ragazzi dalle strade.”

E dopo questo reportage, pensi che la boxe continuerà ad essere una musa ispiratrice per la tua arte ed il tuo lavoro?

“Sì, certo. In generale lo sport continuerà ad accompagnare la mia arte. Ho realizzato alcuni servizi sportivi sul cricket in Sri Lanka, sul calcio e le sue tifoserie a Belgrado, sul basket a Johannesburg, ho anche documentato gli impianti sportivi di una base NATO in Afghanistan. Da tempo ormai documento l’immaginario sportivo e penso che questi reportage abbiano davvero un forte potenziale emozionale e motivazionale e credo che lo sport possa connettere diverse culture. Lo sport influisce profondamente sulla tua salute mentale e sulla tua vita, lo percepisco anche su me stesso. Si tratta di molto più di un semplice sforzo o allenamento fisico. Per questo la cultura sportiva continuerà ad essere molto importante anche nel mio futuro lavorativo.”