Dallo sfogliare le pagine di Sports Illustrated all’università al boato delle Olimpiadi, il percorso di Kohjiro Kinno si è diramato dalla solitudine allo spettacolo senza mai tradire una costante convinzione: la fotografia sportiva è una forma d’arte profondamente personale
Nato e cresciuto appena fuori Los Angeles, continua a catturare i momenti con la stessa passione di quel ragazzino della California del sud: curioso, paziente, innamorato della fotografia. È per questo che i suoi scatti restano impressi. Non urlano, brillano. La sua fotografia ci ricorda che lo sport, nella sua essenza, è una conversazione privata condotta in pubblico, e che la fotografia giusta può emergere all’improvviso in un mondo distratto e restare nella mente di tante persone.
Abbiamo parlato con Kohjiro di pazienza, dubbio e quei piccoli atti di fede che danno forma al suo lavoro. Quello che ne scaturisce non è solo una carriera fatta di immagini, ma un modo di vedere: misurato, umano, e senza paura del silenzio.







Alla costante ricerca fotografica
“Sono nato e cresciuto nella California del sud, poco sotto Los Angeles, in una tranquilla periferia di villette dove non succedeva nulla di speciale. Non sono mai stato un tipo da grande città, la mia vita è sempre stata alla ricerca della calma. Sono cresciuto lì e, come tanti ragazzi della zona, ho iniziato a fare skateboard. Dalle elementari fino al liceo quello è stato il focus: skateare tutto il giorno, accantonando la scuola, non è mai stata il mio punto di forza; lo skateboard sì. Nella zona intorno alla mia città c’erano molti skater professionisti o sponsorizzati, il che rendeva tutto ancora più eccitante. Io non ero così bravo, ma amavo la scena skate, era piena di persone creative.
Un giorno ho preso in mano una macchina fotografica e ho iniziato a fotografare i miei amici mentre facevano skate. È iniziato tutto lì. Quello che faccio adesso viene direttamente da quei giorni: stare in giro con gli amici, a caccia di belle foto. Ho cominciato a guardare le riviste di skate, a ossessionarmi alle immagini. Ho capito che una bella foto non era solo una bella foto. In certi fotogrammi si sentiva qualcosa in più, un peso invisibile che trasformava un momento qualunque in qualcosa di magnetico. Continuavo a chiedermi: “Perché è così bella?” Sembra semplice, ma c’è qualcosa che ti attira lo sguardo. È stata quella domanda a far partire tutto.
Al liceo sono entrato nello staff dell’annuario come uno dei fotografi. Fotografavamo di tutto: ritratti degli insegnanti, club, foto di gruppo. Ma una delle responsabilità principali era seguire tutte le squadre sportive della scuola: calcio, atletica, football americano, tutto. Gli studenti venivano mandati in giro a scattare, e io prendevo in carico tutte le assegnazioni sportive. A un certo punto qualcuno ha guardato una delle mie foto e ha detto: “Questo è proprio uno scatto bello.” Quelle piccole validazioni sono state un punto di svolta. Mi hanno spinto a chiedermi se fosse qualcosa che potevo studiare davvero. Non ero mai stato un bravo studente, come ho detto, ma se una materia era collegata all’arte o alla fotografia, ero concentratissimo. La fotografia era l’unica cosa su cui riuscivo davvero a fissarmi.
Sono andato al college a Northern California e il copione si è ripetuto. Non riuscivo a gestire i corsi di cultura generale, ma ero completamente preso da giornalismo e fotografia. A quelle lezioni davo tutto; i miei altri voti ne risentivano. Eppure dentro di me qualcosa spingeva forte in una sola direzione. Vedere i miei compagni così talentuosi, completamente dedicati alla fotografia mi ha aiutato a decidere. Era ciò che volevo fare per vivere.
Mentre ero a scuola lavoravo nell’ufficio del dipartimento e, allo stesso tempo, ho iniziato ad assistere i fotografi che passavano di lì. Lavoravo con loro nei weekend e avevo trovato un lavoro in un negozio di fotografia. Ho cercato di vivere dentro la fotografia il più possibile. Alla fine ho capito che il college non era per me, e a quel punto avevo già trovato la mia strada. Sono tornato a casa, in Southern California, e ho passato circa dieci anni ad assistere fotografi, viaggiando e imparando. Quei anni sono stati la mia vera formazione: dalle competenze tecniche a come gestire i clienti, come comportarsi sul set, come muoversi in uno studio, come risolvere i problemi in fretta. Ho assorbito tutto quello che potevo.
Dopo un decennio, qualcosa è cambiato. Nel profondo ho capito che non ero più veramente preso come assistente. Non stavo aiutando i fotografi per cui lavoravo nel modo che meritavano, soprattutto perché non mi divertivo più. Così ho fatto un taglio netto e ho smesso di assistere. Nel 2012 sono entrato nel mondo dei freelance. Da allora faccio quello che fanno tutti i freelance: seguo i miei lavori, costruisco relazioni, cerco la mia strada e provo, il più possibile, a divertirmi.”




Sports Illustrated
“Al college c’era una biblioteca con un enorme archivio di riviste: Vogue, Vanity Fair, Time, National Geographic e Sports Illustrated. Avevano qualcosa come quindici anni di numeri di Sports Illustrated, ogni singolo fascicolo. Allora Sports Illustrated era un settimanale e all’epoca non ero una persona che usciva molto. Non conoscevo molta gente; non ero di lì. Passavo ore da solo in quella biblioteca, sfogliando ogni numero, pagina dopo pagina. Me ne stavo seduto a guardare migliaia di fotografie. Non si trattava di sognare di lavorare per loro. Sembrava qualcosa di così lontano, quasi irrealistico. Forse, un giorno, chissà. Semplicemente amavo la fotografia. Era puro piacere visivo.
Col tempo ho iniziato ad assistere fotografi che scattavano per Sports Illustrated. Attraverso quei contatti ho avuto i primi piccoli incarichi. Uno ne ha portato un altro, e ho cominciato a lavorare come freelance per Sports Illustrated. È stata un’esperienza bellissima. Sono stato a due Olimpiadi con loro come assistente. Sono stato sui palcoscenici più grandi dello sport americano: dai ritratti degli atleti più importanti al mondo alle World Series, alle NBA Finals, quasi ogni grande evento sportivo che puoi immaginare, l’ho fotografato grazie a Sports Illustrated. Sono state esperienze incredibili.
I fotografi principali con cui lavoravo allora erano i migliori fotografi sportivi al mondo. Ripensandoci adesso, mi rendo conto di quanto fosse raro quel tipo di accesso. Solo pochissime persone hanno la possibilità di assistere a quel livello. Erano intensamente competitivi, in modo positivo e concentrato. Se c’era uno scatto che volevano fare, avrebbero trovato un modo per ottenerlo. I budget non erano una preoccupazione. Un ambiente del genere oggi è difficile anche solo da immaginare.
Passare dall’essere il ragazzo in biblioteca che studiava le loro immagini allo stare accanto a loro sul campo, è stato surreale. Resta una delle esperienze più importanti dei miei inizi, soprattutto mentre stavo ancora cercando di capire chi fossi come fotografo. Oggi Sports Illustrated è un mensile, quindi il ritmo è diverso dai vecchi tempi del settimanale. Ma tutta quella storia—le pagine in biblioteca, i lavori fatti, i mentori—è ancora legata a me. Quelle esperienze continuano a plasmare il mio modo di lavorare ogni giorno.”




I grandi del Golf
“Molto del mio lavoro da assistente per Sports Illustrated all’inizio è stato nei tornei di golf. Negli anni 2000 Il golf era qualcosa di gigantesco in america, i tornei erano intensi, e io ero lì sullo sfondo, a imparare come ritrarre quello sport.
Avevo giocato un po’ a golf al liceo, ma non ho più giocato davvero da allora. Il mio primo grande incarico per Sports Illustrated come fotografo è stato lo U.S. Open del 2008 a Torrey Pines, a San Diego, quello in cui Tiger Woods andò allo spareggio e poi imbucò il putt della vittoria. Quel lavoro è stato l’inizio di quella che è stata la mia carriera nella fotografia di golf.
Non sono un golfista oggi, per niente, me lo chiedono di continuo. Ma mi piace stare lì. Spesso lavoro da solo, e il golf ti permette di avere un modo di scattare molto silenzioso, molto concentrato. C’è spazio per pensare, per anticipare, per costruire un’immagine lentamente. Quella solitudine ha un valore per me. Sul campo ho molta libertà creativa. Dentro la struttura di un evento c’è margine per trovare i miei angoli, il mio modo di vedere. Questa libertà è una delle ragioni principali per cui mi piace fotografare il golf.”
Libertà nella fotografia sportiva contemporanea
“La fotografia sportiva è cambiata? Guardando il mio lavoro e l’evoluzione sul campo, soprattutto considerando da quanto tempo ne faccio parte… Si, si vede un cambiamento netto. Dieci o quindici anni fa la maggior parte dei fotografi sportivi doveva consegnare la classica immagine ‘scolastica’: nitida, perfettamente a fuoco, tecnicamente impeccabile, il momento apicale dell’evento per il giornale o la rivista. Quello scatto standard, pensato per finire in prima pagina, era tutto. La precisione tecnica non era negoziabile. Ora è cambiato tutto.
Allora non esisteva Instagram. Adesso apri il telefono e vedi persone incredibilmente talentuose in tutto il mondo. Magari non stanno fotografando le NBA Finals, ma raccontano ciò che hanno vicino: campetti di quartiere, tornei minori, dietro casa, con uno sguardo molto personale e unico. Questa cosa la adoro. Vent’anni fa forse quelle persone esistevano, ma vedevamo raramente il loro lavoro. Ora possono condividerlo all’istante. Molti non sono passati dai percorsi tradizionali di giornali e agenzie fotografiche. Alcuni hanno solo una macchina economica e un obiettivo, ma il loro lavoro è onesto e unico. È potente. È una boccata d’aria.
Certo, se stai scattando per una rivista come Sports Illustrated, di solito non stanno cercando una foto totalmente mossa e puramente concettuale, artistica. Le loro esigenze tendono di più alla cronaca e a una fotografia di un certo tipo. Quando ero al college e facevo l’assistente, sperimentavo molto per conto mio. Non mostravo sempre quelle immagini, ma per me erano importanti. La fotografia è una forma d’arte; avere una visione personale conta. Senza, rischi di diventare solo un altro fotografo. Detto questo, ammiro e rispetto moltissimo il lavoro dei fotoreporter—sono fotografi di livello mondiale. Semplicemente non era ciò che immaginavo per me.
Quando sono commissionato so che devo portare a casa i momenti chiave, la notizia, le immagini richieste. Ma accanto a questo cerco sempre di fare foto che soddisfino qualcosa dentro di me. Alla fine di un torneo o di un servizio voglio sentirmi davvero appagato da ciò che ho fatto. La fotografia per me è una cosa molto personale. A volte non ho voglia di condividere certe immagini. È un po’ come la musica: non sempre voglio dire alla gente cosa ascolto. La fotografia sta in quello spazio; intimo, riflessivo, non sempre destinato a tutti.”





L’essenza dello sport
“Una fotografia può essere artistica, creativa e profondamente personale, ma deve anche raccontare una storia: sullo sport, sul luogo, sull’atleta. È facile creare qualcosa che sembri stiloso o artistico per qualche secondo. Ma se non c’è un significato dietro, nessuna storia, non resta. Le immagini che contano, quelle che inseguo oggi, vivono a quell’incrocio: intenzione visiva, onestà emotiva e radicamento nella verità dello sport che ho davanti. È difficile fare una foto che arrivi all’essenza di uno sport. Cerco di tenerlo a mente che stia fotografando golf, ginnastica o altro: ogni sport ha il suo regolamento interno. In ginnastica certe forme devono essere leggibili in un certo modo. Anche nello skate c’è un modo giusto e uno sbagliato di mostrare un trick. Spesso mi capita di vedere foto di skate che non hanno senso dal punto di vista di chi fa skateboard. Io cerco di tenere anche il punto di vista dell’atleta. Se l’atleta vedesse questa foto, ne sarebbe contento? Questo è il test. Se uno skater guardasse questa foto, avrebbe senso per lui?
Di solito torno, mentalmente, a quella biblioteca universitaria e alle pagine di Sports Illustrated che sfogliavo. Ho visto milioni di immagini negli anni tra riviste sportive, monografie, scaffali di libri fotografici nella mia stanza. Guardo sempre cosa è stato fatto e come è stato fatto. Non mi piace copiare. Preferisco chiedermi: ‘Cos’altro possiamo provare per creare qualcosa di unico?’ Nella maggior parte dei casi non funziona. Il novantanove per cento degli esperimenti fallisce. Ma in quell’un per cento succede qualcosa, un movimento dell’atleta, una luce che irrompe in un certo modo…e l’immagine diventa più di ciò che avevi pianificato. Cerco di tenere tutto questo in testa mentre lavoro, senza forzare, senza dirmi che devo per forza fare qualcosa di diverso a tutti i costi. Lascio che siano l’atleta e l’evento a venire verso di me. Se la luce cambia, se un gesto mi cattura lo sguardo, io scatto. Ne consegue una selezione durissima. Tutto questo gira in sottofondo nella mia testa mentre fotografo.”
Olimpiadi
“Penso che a Parigi quasi tutti i fotografi si siano divertiti molto. Ma prima c’è stata Tokyo. Dal momento in cui Tokyo è stata scelta come città ospitante, credo intorno al 2013, stavo ancora facendo l’assistente, ma sapevo che ci sarei andato in qualche modo: da fotografo o da fan. Le Olimpiadi sono sempre state qualcosa a cui sono molto legato. Nel 1984, quando i Giochi sono stati a Los Angeles, sono andato a vedere l’atletica. Non ricordo molto, ma la sensazione è rimasta. Le Olimpiadi sono diventate qualcosa di profondamente personale, qualcosa che avevo bisogno di vivere.
Quindi, quando hanno scelto Tokyo, sono rimasto esaltato per anni. Alla fine è arrivata l’opportunità: “Ti andrebbe di andare per Sports Illustrated?” La mia risposta ovviamente è stata positiva, a prescindere—non importava se mi avessero pagato un dollaro o due milioni. Nel 2018 i discorsi sono diventati seri. Nel 2019 abbiamo inviato le richieste di accredito. Poi, all’inizio del 2020, è arrivato il COVID. Mancando ancora sei mesi, pensavo che tutto potesse ancora andare secondo i piani. I Giochi sono stati rinviati, e Tokyo è diventato 2021. Quando finalmente siamo partiti, il mio brief era semplice: tornare con una foto bella al giorno, per ogni evento. Questo era tutto ciò che volevo. È diventato un nuovo modo di pensare. Ho lavorato dalle cinque del mattino a oltre mezzanotte per tre settimane e ho amato ogni minuto. Non c’erano tifosi, e muoversi era stranamente facile: corridoi vuoti, linee di vista pulite. È stato uno dei lavori più piacevoli che abbia mai svolto.
Quello stato mentale mi ha seguito fino a Parigi, una città che è pura iconografia: architettura, persone, luce. Le richieste erano un po’ diverse, ma avevo ancora abbastanza libertà per seguire il mio sguardo. Molto di ciò che ho scattato non posso pubblicarlo per limitazioni dei clienti ma il piacere è stato lo stesso. Ho visto e conosciuto più fotografi che mai lavorare in modo creativo, con la libertà di inseguire la propria visione dei Giochi. E’ stata una rampa di lancio per tante carriere; ho visto un sacco di ottimi lavori a Parigi.
Los Angeles sarà la prossima. E saprà di casa. Conosco le venue; ma conosco anche il caos: niente è vicino, e il traffico è assurdo. Sarà molto diverso da Tokyo o Parigi perché qui ci vivo. Sono già stato nella maggior parte degli stadi, quindi ho sentimenti contrastanti a riguardo. Non so bene come andrà, ma sono certo che saranno delle grandi Olimpiadi. E se potrò fotografarle, lo farò volentieri.”





Seguire il flusso
“Adesso mi sto preparando per le Olimpiadi invernali in Italia, mentalmente e fisicamente. Probabilmente sarò di base in montagna e non ci sono mai stato, quindi sto cercando di informarmi il più possibile.
Più in generale, sto cercando di ritrovare la strada verso un lavoro più personale. Prima uscivo spesso da solo per fotografare storie che non erano lavori. Ultimamente è più difficile. A casa abbiamo un bimbo di quattro anni, e la famiglia si è presa in modo sano una buona parte del mio tempo e della mia attenzione. Vorrei ritagliarmi di nuovo uno spazio per scattare senza nessuno che mi indichi cosa fare, niente clienti, nessun accredito.. solo io e la mia macchina fotografica. È uno degli obiettivi per il resto dell’anno. Il tempo in famiglia è importantissimo, ma ho bisogno anche di un po’ di spazio personale. Non faccio surf da circa un anno; Ultimamente è stato tutto lavoro e famiglia, famiglia e lavoro. Vorrei staccare un po’, ogni tanto mettere giù la macchina, fare un po’ di surf, e riprenderla in mano per progetti miei.
Non voglio una vita breve e compressa, in cui tutto succede in due anni intensissimi. Preferisco vivere su una linea più sottile e tranquilla: un lavoro, una settimana libera. Non voglio scattare tutti i giorni. In parte è qualcosa di personale: mio padre è morto quando ero giovane, e questo mi ha cambiato. Mi ha ricordato che non sai mai davvero cosa ti aspetta. Porto questa consapevolezza anche nella fotografia. Ogni lavoro potrebbe essere l’ultimo. Le ultime Olimpiadi o l’ultima volta che fotografo qualcosa dietro casa. Cerco di tenerlo a mente nella vita di tutti i giorni. Se ho del tempo con la famiglia, provo a godermelo. Se ho un incarico, cerco di godermi anche quello. L’obiettivo è semplice: seguire il flow.”


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