In qualità di media partner del Surf & Skate Film Festival (SSFF), Athleta Magazine ha esplorato la multidimensionalità delle culture skate e surf attraverso le voci degli ospiti più rilevanti dell’edizione di quest’anno. Abbiamo incontrato l’artista e designer polacco Paweł Swanski, il cui percorso artistico personale si unisce all’evoluzione della scena skate globale.
Swanski è emerso dall’Europa dell’Est e si è immerso in un panorama creativo internazionale, colto inizialmente tramite fumetti, riviste di skate importate e un autentico spirito ‘Do It Yourself’. Ben prima dell’era dei social media, ha tessuto rapporti profondi con icone del mondo skate, costruendo un percorso personale che riflette un cambiamento culturale più ampio.
In “Wooden Canvas”, la mostra inaugurata lo scorso weekend a Milano, Paweł ha esposto oltre 140 skateboards, affiancati da dipinti e installazioni che raccontano come lo skateboarding abbia plasmato la sua identità di artista, designer e individuo. Attraverso le sue riflessioni, lo skate si rivela non soltanto disciplina fisica, ma filosofia di vita: fondata su umiltà, resilienza e libertà creativa.
Ciò che emerge è un legame netto tra l’andare allo skatepark e entrare in studio: due gesti paralleli mossi dallo stesso impulso di espressione autentica. In celebrare Wooden Canvas, celebriamo una visione del mondo forgiata dal potere trasformativo e duraturo dello skateboarding.





SKATE DELL’EST
“Vengo da Varsavia, Polonia, e sono nato nel 1980. I primi dieci anni della mia vita li ho trascorsi in quella che potremmo definire un regime comunista. Per fortuna, il 1989 ha segnato la fine di quel periodo e l’arrivo dall’America di tutta la cultura occidentale. Lo skateboarding era qualcosa di fresco, colorato, straordinario. Anche se non eravamo così vicini al mondo occidentale, avevamo Star Wars nei cinema e qualche fumetto. Sono un figlio di quella pop culture, sono cresciuto con i fumetti. Era un mondo limitato al tempo, non era facile reperire queste cose, ma sono stato profondamente influenzato da quell’ondata di novità che arrivava dagli States.
Provengo dalla classe media, ma sono cresciuto in un quartiere molto benestante, tra figli di diplomatici e di artisti. Loro avevano la possibilità di viaggiare e comprarsi skateboard; io no. La prima volta che entrai in uno skate shop con mia madre, una tavola costava metà del suo stipendio, perché tutto ciò che arrivava dagli Stati Uniti era carissimo. Non potevamo permettercelo. Dopo un po’ riuscii a comprare un vecchio skate di Powell-Peralta, era enorme, con ruote gigantesche. Andai nell’officina del nonno di un amico e ritagliammo la tavola in base alle forme dei modelli più moderni e costosi: accorciammo i truck, ridimensionammo l’asse, rendemmo le ruote più piccole. Fu complicatissimo, ma quella fu la mia prima tavola. In quegli anni ci costruivamo tutto da sé: era davvero un’era DIY.”




LO SKATE È CULTURA, LO SKATE È ARTE
“Sono un artista e un designer, ma vengo innanzitutto dall’arte urbana e dalla cultura skate, e queste due passioni si sono fuse nel tempo. Per questo, nella mostra Wooden Canvas celebro i miei 25 anni dal primo design su tavola. Ho realizzato più di 140 board per brand di tutto il mondo e volevo proporle in una grande retrospettiva. Lavorando alla mostra, ho capito che tutto questo lavoro ha avuto un’importanza ben più profonda di quanto immaginassi: se sei skateboarder pensi che molte cose siano scontate, normali. Ma poi realizzi che lo skateboarding ti ha cambiato come persona, come artista, come designer e il modo in cui guardi il mondo.
Sarei molto diverso, come essere umano e come artista, se non avessi mai toccato una tavola. Posso dire con certezza che lo skateboard mi ha salvato la vita almeno cinque o sei volte: mi ha insegnato a rialzarmi dopo le cadute e mi ha dato la forza di essere umile e paziente. Alla fine, c’è sempre una ricompensa, una vittoria. Con lo skate vinci ogni volta che esci e provi a fare un trick: non conta come va a finire. Ogni volta che entri in skatepark, hai già vinto perché hai deciso di muoverti per fare qualcosa. È lo stesso quando vado in studio a creare: invece di pensare a cosa farò, come andrà e se ci guadagnerò, penso di aver già vinto se ho la volontà di andare e creare liberamente per me stesso.
Anche nei periodi in cui nessuno mi chiedeva un progetto, andavo in studio e lavoravo comunque. Questa è la differenza tra fare qualcosa per soldi o farlo per esprimerti. Essere artista significa essere produttivo a prescindere, anche se nessuno compra nulla. Ho guadagnato con la mia arte, ma quello non è mai stato lo scopo principale. Ho sempre fatto le cose con il cuore, dall’interno. Questo mi ha dato lo skateboarding. Questo modo di pensare mi è rimasto dentro per più di 25 anni, ma forse me ne rendo conto veramente solo ora da adulto.
È sorprendente quanto lo skateboard si rifletta nella vita reale. Non vedo altri sport, calcio, sci o tennis, costruire una cultura così solida alle spalle. Sei un tennista solo quando entri in campo; mentre se sei skateboarder, lo sei 24 ore su 24: pensi da skater, guardi la città in modo differente, percepisci gli ostacoli quotidiani in modo diverso. E l’essere artista ha avuto un ruolo enorme. Se penso ad un Ollie come a un trick fondamentale, spiegarlo a chi non fa skate è quasi magia: alla fine devi volare con la tavola più che starci sopra. Quando riesci per la prima volta a fare un Ollie, ti cambia la mentalità per sempre.”




CURVE CRUCIALI
“Alcuni amici iniziarono a fare riviste alla fine degli anni ’90. Io disegnavo e portai i miei schizzi chiedendo di contribuire con illustrazioni, layout e grafiche, ma non avevo un computer e non sapevo nulla di Photoshop, Illustrator o programmi simili. Disegnavo, ma volevo entrare in quel mondo. Compresi che poteva essere una strada per me, così con l’aiuto di mia madre comprai un computer per imparare graphic design. Pochi giorni dopo tornai con dei primi lavori molto banali fatti su Photoshop, grazie a quella mentalità da skateboarder di vedere l’impossibile come possibile: “Fake it until you make it”. Così diventai graphic designer e finì per lavorare su quella stessa rivista per sette anni.
Dopo diverso tempo, iniziai a progettare e dipingere sulle tavole, e ancora oggi ritengo che la forma del deck sia la più affascinante su cui lavorare. Era qualcosa che ho sempre sognato, ma non credevo potesse realizzarsi.
Dopo il liceo mi trasferii in Germania, a Kassel, per cinque-sei anni. Volevo studiare design, ma mi dissero che avrei dovuto ricominciare da capo. Invece di arrendermi, scoprii che c’era una grande scena skate in città. Mostrai ai locali le riviste di cui avevo curato la grafica e, dopo due settimane, avevo già una nuova crew. In Germania realizzai la mia prima tavola per l’azienda HessenMob, che oggi fa parte della mostra Wooden Canvas. stavano realizzando una serie di deck ideati da designer di varie città: io ne feci una che celebrava Varsavia, la mia città natale.
In quel primo catalogo la mia tavola stava accanto a quelle di artisti come Dave Kinsey, Evan Hecox e altri nomi di rilievo, e da lì fu un effetto valanga. Conobbi Jan Kliewer, uno skateboarder tedesco che mi chiese di disegnare il suo pro model: ne scaturì un’intera serie di tavole.”



INCONTRARE I PROPRI EROI
“Ho sempre desiderato fare qualcosa per Girl Skateboards: era il mio sogno. Nel 1995 guardavo Guy Mariano e tutti gli skater “Girl” nei skate video a Varsavia. Quel sogno sembrava lontanissimo, non immaginavo che un giorno avrei lavorato con loro. Vent’anni dopo, eccomi a realizzare la tavola di Guy Mariano. Andy Jenkins, art director di Girl Skateboards, è uno dei miei migliori amici. Lo incontrai per la prima volta in una mostra in città con degli skater che facevano parte di un altro progetto in cui io avevo disegnato la grafica delle solette per delle scarpe.
Racconto questo per un motivo: per i giovani di oggi il mondo è piccolo, grazie a Internet. Puoi mandare un’email a chiunque segui e magari ottieni una risposta. Per me, cresciuto dietro la Cortina di Ferro, senza Instagram, mi sentivo come se dovessi nuotare da solo fino in California per riuscire a realizzare i miei sogni, fare uno sforzo extra per arrivarci.
Ancora oggi mi emoziono quando ricevo messaggi da Steve Caballero o Mike Carroll, che conosco da quindici anni: erano i miei eroi, ora restano tali, ma sono “homies”. Nella mia testa rimango quel ragazzo dell’Est Europa con grandi sogni, per questo sono sempre concentrato sul prossimo lavoro, sulla prossima grafica, sul prossimo pezzo. Non posso fermarmi e non mi fermerò. Sono convinto che questa energia proviene dall’attitudine che mi ha dato lo skate.
Essere un artista è una miscela di duro lavoro e molta fortuna: ci devi credere così intensamente, che alla fine diventa realtà. Ora sono qui in Italia, lavoro con i miei idoli: sembra successo, e in fondo lo è, ma non posso permettermi di mollare, perché per quanto tu sia affermato, devi sempre sostenere e impegnarti sul tuo lavoro. Ci sono tanti artisti straordinari nella scena odierna, molto più bravi di me.”
WOODEN CANVAS
“Con ‘Wooden Canvas’ volevo mostrare di più. Per questo il fulcro della mostra è la collezione di tavole che ho progettato negli anni: skate inediti, alcuni disegni che non ho venduto, conservati nel mio archivio. Disegni originali. Dal primo progetto a oggi ho sempre dipinto tutto a mano: se realizzo grafiche per packaging, t-shirt, abbigliamento o per una tavola, è sempre a mano prima di intervenire al computer. Ho milioni di schizzi sparsi in studio: alcuni sono ancora lì, altri sono stati venduti. Ho avuto la lungimiranza di tenere certi pezzi, così da poterli esporre oggi. La mostra è pensata anche per chi non proviene dalla cultura skate: so che chi fa skate comprende subito il significato, ma volevo dimostrare che lo skateboarding è prima cultura, e poi sport.
Siamo uno sport Olimpico ormai, c’è la SLS, e non sono contro: non è “il mio skateboarding”, ma lo amo comunque. Non credo sia in contraddizione con ciò che facciamo. Il vero skateboarding vive e questi eventi ne sono la prova. Forse non tutti gli skateboarder la pensano così, ma ritengo che lo skate sia più espressione artistica che sport. Ogni skateboarder che esegue trick è un artista: si esprime. Fa sorridere vedere alle Olimpiadi i giudici che cercano di quantificare i punti di un trick… lo skate è un’altra cosa. E per questo spero che Wooden Canvas duri nel tempo.
È un progetto in divenire che porto avanti da anni, con ogni mostra che propone elementi diversi ogni volta. Per esempio, a Varsavia invitai diversi skateboarder a cimentarsi su un ostacolo a forma di occhio che ho realizzato: la scultura richiama l’occhio perché nella mia arte l’occhio simboleggia l’essere umano. Quando si eseguono trick, ogni skater si sfida: non con gli altri, ma con se stesso. L’ostacolo sei tu. L’occhio sei tu e affronti te stesso, combatti le tue paure. Alcuni skater sono grassi, altri in forma, giovani e meno giovani: alla fine sono tutti skater e cercano di superare i propri limiti. È come pensare che l’uomo non sia destinato a volare e poi costruisce razzi e aerei. All’inizio sembra impossibile, poi lo si immagina e si realizza. Lo stesso accade nello skateboarding e nell’arte.»
LO SKATEBOARDING NON MORIRÀ MAI
“Essere artista è un lavoro impegnativo, anche se non salvo vite. Di tanto in tanto ricevo un’email o un messaggio su Instagram da giovani ragazzi che mi dicono di aver creduto in sé stessi e di aver iniziato a fare design grazie al mio lavoro: sono momenti che mi fanno comprendere quanto ciò che faccio sia importante.
La bellezza dello skateboarding è la sua multidimensionalità: foto, video, arte, design, musica. Per questo ho invitato fotografi alla mia mostra e abbiamo realizzato un video dietro le quinte. L’esposizione è di Paweł Swanski, ma è più grande di me: tutti i nomi sui pro model board, tutte le persone invitate, la comunità e gli amici: è questo lo skateboard. Che ci siano le Olimpiadi o meno, noi restiamo autentici. Puoi essere ragazzo o ragazza, giovane o vecchio: se vieni al park e ti metti alla prova con la tavola, troverai accoglienza e rispetto. Non cambierà mai. È per questo che lo skate è cultura, non solo uno sport.”







