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In bilico tra due mondi lontani, eppure profondamente connessi, la storia di Andrés Juan Suarez è un inno alla scoperta di sé attraverso l’obiettivo fotografico e la passione per il calcio 

Dalle strade vibranti di Bogotà agli angoli pittoreschi di Catania, fino alla frenetica energia di Milano, il suo cammino è segnato da incontri che hanno acceso la curiosità di un bambino curioso e trasformato una semplice inclinazione in una missione espressiva. 

In ogni suo scatto risuona il battito collettivo del calcio: non solo come sport, ma come lingua universale di aggregazione, radicata tanto negli stadi affollati di tifosi quanto nei campetti di quartiere, dove un pallone diventa veicolo di speranza. Il suo sguardo coglie l’essenza delle persone comuni, nutrito da un legame che salpa dalla religione calcistica sudamericana e approda nei cori vissuti a Catania.

Attraverso le sue parole emerge la determinazione di un giovane fotografo che ha scelto di inseguire la sua passione, coltivare le connessioni nate sulle gradinate di campi di provincia e narrare di incontri, sacrifici e sogni che superano i confini geografici grazie alla potenza di un pallone.

Da Bogotà a Catania 

“Io sono Colombiano, sono nato a Bogotà, poi a sette anni mi sono trasferito qua a Catania. Mia zia è una fotografa e grafica, è stata lei che mi ha introdotto un po' a questo mondo. Uno dei primi ricordi che ho sono di lei che mi faceva utilizzare il suo Photoshop e mi insegnava a scontornare le cose. Scontornare le figurine Panini, principalmente quelle dell'Inter e attaccare sopra le foto delle facce di Messi o Ronaldo… è stata quella la mia introduzione al mondo “creativo” e poi alla fotografia. Crescendo quel mondo è stato un po’ parallelo, perché comunque ero piccolo, avevo 8 anni, e non sapevo proprio che la fotografia o la grafica potessero essere strade percorribili a livello lavorativo. 

Durante il liceo ho comprato la mia prima Reflex, ho venduto la PS3 con cui fino a quel momento mi divertivo giocando a Fifa con gli amici e ho comprato una Nikon D3100. Da lì ho iniziato a fare un po' di foto ai miei amici, alle assemblee della scuola, e in varie situazioni. Però in quel momento per me non era un lavoro, era un passatempo, una passione. Ho fatto il liceo linguistico perché essendo madrelingua spagnolo era uno dei pochi indirizzi in cui pensavo non mi avrebbero bocciato, per fortuna è stato così, ma in generale non ero di certo una cima. Appena finito il liceo, sono andato a Londra, perché lì lavorava mio cugino, faceva il cameriere, classica storia. In realtà sono durato pochissimi mesi, perché avevo in me questo pallino di provare ad iscrivermi all'università, però non avevo tantissimo supporto da parte dei miei genitori, perché fino a quel momento non mi ero applicato molto negli studi. Tornato in Italia, mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti a Catania, ed al contrario del liceo ho fatto un buon lavoro, mi piaceva e andavo bene.

Nel frattempo mi ero fidanzato con una ragazza, e suo padre era un imprenditore di qui, aveva una catena di supermercati e mi ha offerto un lavoro. Decisi di accettare perché avrei guadagnato e messo da parte un po 'di soldi. Sono riuscito a pagarmi gli studi, togliermi qualche sfizio. Il problema è stato che il lavoro diventò frustrante. Facevo turni molto pesanti, dalle sei del mattino fino alla chiusura, e non riuscivo a concentrarmi sugli studi. Appena finito questo contratto ho iniziato un'accademia privata con i soldi che mi ero riuscito a mettere da parte, ho comprato un po' di attrezzatura, e mi sono laureato all’Harim. Lì ho conosciuto un mio carissimo amico, che al tempo era un mio professore, praticamente siamo coetanei, che mi ha insegnato tanto e mi ha dato tanto a livello umano. Poco dopo ho iniziato il mio percorso lavorativo, mentre studiavo, iniziando a fotografare artisti, soprattutto rapper della zona, siciliani. Concerto dopo concerto quando venivano artisti più famosi in zona andavo sempre io a scattarli, ho fatto diverse amicizie, tutto è partito così.”

Un fil rouge calcistico

“Il primo ricordo legato al calcio è colombiano, da piccolo simpatizzavo per il Millonarios, la squadra di Bogotà. Allo stesso tempo non lo seguivo in maniera passionale perché essenzialmente ho fatto solo un anno di elementari a Bogotà ma già a 7 anni mi ero trasferito con la mia famiglia a Catania. E’ stato un po' complicato, nel senso che in Colombia ero l'italiano e in Italia era il contrario, però vivendola la città mi ha accolto benissimo e ancora oggi io mi sento “doppiamente terrone” in questo senso. Il calcio è una passione che mi segue da tutta la vita, un fil rouge che parte dalla Colombia, dove, come in tutto il Sudamerica, il calcio è religione, e arriva fino a Catania dove è altrettanto seguito ed è stato per me di grande aiuto, prima che una passione e poi un lavoro. 

Mi ricordo che andavo da mia nonna in un piccolo paesino vicino Catania e dopo pranzo ci incontravamo con tutta la compagnia di amici e giocavamo pomeriggi interi a 11, se non a 14 contro 14. Il calcio per me è stato prima di tutto aggregazione. Nella curva del Catania c’è un tifo veramente sentito, mi ha sempre affascinato sin da bambino, e oggi lo apprezzo di più rispetto a quello un po' elitario di Milano. penso sia molto più bello, più vivo, più vero e mi trasmette sensazioni uniche. Mi ricordo il primo approccio allo stadio. E’ stata una partita di Coppa con mio padre, era uno di quei triangolari estivi e comunque lo stadio era pieno, ed è stato in quell’occasione che ho notato per la prima volta i fotografi a bordo campo, con i loro obiettivi super-tele.

Amo Catania, la sua squadra, il suo tifo, le vibes dello stadio. Anche se, ad essere sincero, ho sempre tifato l’Inter. Mio nonno era interista, mio padre è interista, e quando sono arrivato in Italia il primo giocatore che ho visto colombiano era Ivan Ramiro Cordoba, che tuttora mi porto come santino nel mio portafogli. Questa passione viscerale per il calcio mi ha aiutato tantissimo anche nel mio lavoro. E’ grazie al calcio se ho fatto tante conoscenze che oggi posso considerare amicizie, grazie alle quali trovo supporto e ispirazione per sviluppare sempre nuovi progetti.” 

Da Catania a Milano

“Quello che mi ha fatto innamorare della fotografia e prendere in mano una macchina fotografica è stato il desiderio di documentare Catania e la sua gente. In questo, un grandissimo amico e ispirazione è Glauco Canalis, anche lui siciliano. Agli inizi, gli ho fatto da assistente per un po' e mi ha dato un sacco di dritte, per me tuttora è una fonte di ispirazione, oltre ad essere diventato, per l’appunto, un grande amico.

Prendo costantemente ispirazione anche dai grandi classici, su tutti Martin Parr: amo il suo modo di raccontare la Gran Bretagna, attraverso il distintivo utilizzo dell’analogico e del flash. Terry Richardson, che ha fotografato la maggior parte delle campagne di Supreme. David LaChapelle e i suoi colori spinti: le sue foto sembrano dipinti, mi piacciono tantissimo. Tutto l'immaginario street  di A$AP Mob è un altro punto di riferimento centrale, sicuramente molti scatti del mio periodo musicale prendono ispirazione da qui. 

Mettendo in pratica ciò che avevo imparato in accademia, quello che vedevo in giro, l’esperienza con la musica, quei contatti e amici creati negli anni, mi sono iniziato a spostare e, infine, mi sono trasferito a Milano. Lì ho potuto conoscere nuove persone che mi hanno stimolato, perché si stavano creando una loro strada, una carriera… Mentalmente mi hanno aiutato a focalizzarmi di più sui miei obiettivi. Lo switch definitivo l'ho avuto quando ho realizzato una campagna nazionale per Ceres. Ero già a Milano, stavo lavorando e facendo delle cose importanti, ma quella campagna è stata una svolta epocale. Vedere le mie foto stampate in giro per l’Italia, per strada, nelle pareti, in metropolitana in metropoli come Milano, Roma, Napoli, Palermo e, soprattutto, Catania, è stato magico. Quando sono riuscito a far vedere a mia madre quello che facevo, grazie a quegli scatti in giro per la città, è stata una soddisfazione personale indescrivibile.

In quella campagna tutto è stato perfetto, siamo riusciti a creare sul set un bellissima atmosfera tra il team, i tifosi, e gli attori. Penso che gran parte di questo successo sia dovuto al Calcio: perché puoi fare l'attore, il panettiere, qualsiasi cosa nella vita, però una squadra del cuore ce l’hai… E le emozioni che provi pensando alla tua squadra, alla Nazionale, sono vere e percepibili. Quelle reazioni sono state il grande comune denominatore di tutte le persone coinvolte nella produzione, e ne hanno favorito il successo.”

Raccontare il calcio di tutti

“Bravi ragazzi nei brutti quartieri è nato quasi per caso, mentre ancora facevo l’accademia. Già lavoravo e scattavo per qualche rapper di Catania. Senza rendermene conto, dopo un paio di mesi, mi sono ritrovato diversi scatti e ritratti di alcuni ragazzini che impennavano con i loro motorini: giovani dagli 8 ai 13 anni, che si vestivano molto sfarzosi, seguendo rapper emergenti. Quando mi sono reso conto di avere questa serie di scatti ho iniziato a staccarmi dai lavori canonici fatti fino a quel momento, e ad andare alla ricerca di queste situazioni: quartieri, ragazzi… Da lì sono riuscito a creare un dialogo con alcuni di loro, che è scaturito in un progetto. 

Ho incontrato il ragazzino che giocava a calcio e sognava di diventare professionista, quello che voleva fare il barbiere, e anche quello che non sapeva, in fondo, cosa volesse fare. Grazie a questo progetto ho avuto la possibilità di vedere un’altra parte, altri aspetti della mia città, perché io non sono borghese, ma non vengo nemmeno dalle case popolari: non ho mai vissuto in prima persona la vita di quartiere, nel senso più crudo del termine, però mi sono sentito vicino a quell’ambiente e alle storie di quei ragazzi. Mi ci sono anche affezionato, perché sapevo che lì stavano le storie vere: ragazzini che hanno delle passioni, che hanno la grinta di provarci ma magari non hanno le possibilità o il modo di confrontarsi con qualcuno che gli può dare speranza, sottolineando loro come quel sogno, in realtà, lo possano realizzare credendoci per davvero.  Molte volte, invece, arrivati ad un certo punto, magari a 14-15 anni, i giovani vedono i soldi facili nel palazzo dove si spaccia, o si ruba, e perdono di vista i loro sogni. Mi auguro che, grazie alle volte che ci siamo aperti e raccontati, condividendo del tempo di valore, abbiano avuto la possibilità di riflettere e prendere delle decisioni positive nelle loro vite. Per questo vorrei che il progetto diventasse più ampio: vorrei raccontare la mia città, i quartieri dove sono cresciuto, e come appare tutto questo ai miei occhi, attraverso la mia estetica, con la mia libertà d’espressione. E' sicuramente un work in progress che voglio continuare ad esplorare.

Pochi mesi fa, insieme ad Andrea Carveni (Muten Factory), abbiamo deciso di iniziare un altro progetto dal titolo “Souk Ball”, una fanzine che stiamo realizzando grazie a degli scatti fatti in un viaggio insieme in Marocco, a Marrakech, cercando di raccontare il calcio popolare in Nord Africa. È stato complicato, siamo andati a marzo, in pieno Ramadan, quindi è stato difficile entrare in contatto con i locali, soprattutto durante il giorno, però è stata un’esperienza unica... Il Marocco è una nazione che sta crescendo tanto, e il calcio è molto sentito. Mi ero prefigurato di fare una cosa un po' più ‘fashion’, ma entrando in contatto con quella cultura, tutto si è convertito in un reportage che narra la passione per il calcio di questa nazione: specie tramite dettagli visibili a tutti,  come le magliette che utilizzano ogni giorno i lavoratori, vendute in tutti gli angoli dei Souk. In queste realtà ti rendi conto che, molto spesso, quelle che appaiono come semplici maglie da calcio, sono in realtà strumenti per sentirsi parte di qualcosa di più grande, di una religione locale e globale: quella calcistica.

Alla fine l’importante è cercare di raccontare qualcosa di vero attraverso la fotografia. La scelta dei soggetti non deve essere banale: è ‘facile’ fare uno shooting con il modello che sa come muoversi dentro uno studio, mentre è difficile andare a parlare con la persona che non ne vuole sapere di farsi fotografare, magari per una vita turbolenta alle spalle. Riuscire a creare una connessione di fiducia attraverso la passione, la condivisione, l'amore, il saper parlare con la gente, il sapersi porre… Secondo me aiuta tantissimo e andando in giro, confrontandomi con la gente per strada, ho ricevuto migliaia di no. Però, le centinaia di sì hanno fatto tutta la differenza del mondo.”

Nuove profondità di campo   

“In futuro vorrei continuare a raccontare la passione del calcio popolare, della gente comune, normale, attraverso il mio occhio… Ritrarre le persone nel loro contesto mi affascina molto. Secondo me molta gente ha voglia di far sentire la propria storia.  Può essere la più incredibile del mondo o la più scontata, ma in qualsiasi caso si possono trovare delle bellissime sfumature e dei punti di contatto. Molte volte, il principale punto di contatto è proprio il calcio. Nei quartieri popolari di qualsiasi città vedo il ragazzo con la maglia del Chelsea, del Paris Saint Germain, dell'Inter, della Juve, con le NikeTN ai piedi e il borsello fake di qualche brand. In tutti i miei progetti personali provo a raccontare le cose come le vedo io, che sicuramente sarà diverso da come le vede un altro. 

Il mio sogno è tornare dove sono nato, in Colombia, e continuare quello che ho iniziato a Marrakech: raccontare il calcio colombiano di strada. Poi può sembrare scontato dirlo, ma scattare una finale di Champions dell’Inter (con cui ho già collaborato per altri progetti). Vorrei vivermela in curva, non in campo, fotografando i tifosi: sarebbe un esperienza incredibile. Sono tutte cose che se dovessero mai arrivare sarei molto felice, però quello che mi soddisfa di più personalmente è continuare a raccontare il calcio di tutti: quello dei ragazzi, quello che si gioca nel campetto di quartiere. E riuscire a portare la mia lente in giro per il mondo.”