Grazie a La Sportiva siamo entrati tra le pieghe della Lavaredo Ultra Trail, e nel profondo dialogo cinetico di due suoi protagonisti
Cortina è attraversata da un lampo giallo che la percorre tutta, la infiamma, la rende elettrica. Ci sono gare che si corrono con le gambe e altre che si attraversano con tutto il corpo, come se ogni fibra muscolare fosse chiamata a rispondere a un richiamo più profondo. La Lavaredo Ultra Trail appartiene a questa seconda categoria.
Non si tratta soltanto di distanza, dislivello, fatica: è un viaggio attraverso le Dolomiti, ma anche dentro sé stessi. Le ore scorrono, il buio cala, il fiato si fa corto. Ma dentro qualcosa cresce. Una forza che va oltre i muscoli. Perché quello che si conquista lassù, tra le creste illuminate dalla frontale e i silenzi delle valli, resta incollato addosso anche dopo l’arrivo. E non importa il cronometro o la medaglia, ma il segno che lascia. Un'impronta invisibile che resta, ti trasforma e continua a spingerti anche dopo il traguardo.
Non è un caso che questo evento dai tratti epici, eppure così familiari, sia connesso ad un partner come La Sportiva, brand sinonimo di trail, montagna e territorio, certo, ma anche di concreta passione, dall'ampio spettro emotivo e culturale. Lo dimostrano, per esempio, i primi due classificati alla LUT 2025: entrambi uomini La Sportiva, entrambi nella loro dimensione del cuore.
Andrea Rostan e Nadir Maguet non sono semplicemente avversari: sono specchi l’uno dell’altro. Questi atleti La Sportiva si allenano insieme, si conoscono nelle pieghe della fatica e si riconoscono nei silenzi prima del via. In gara si inseguono senza calpestarsi, si sfidano senza farsi la guerra. Sono amici, prima ancora che rivali — ed è proprio questa complicità a renderli pericolosi, a spingerli sempre un passo più in là.
Andrea ha vinto la 20K, migliorando il secondo posto dell’anno scorso. Sapeva di stare bene: lo sentiva nelle gambe che non chiedevano tregua, nel respiro che si accordava al ritmo del sentiero. Ogni tanto si voltava, non per paura, ma per consapevolezza: sapeva che dietro c’era Nadir — una pressione silenziosa che lo teneva vigile, pronto ed acceso.
Nadir ha chiuso secondo, ma con un tempo migliore. Lui non corre per il cronometro: corre per un’idea, per una sensazione, per qualcosa che nasce dentro di lui. Se non la sente, non parte nemmeno. Ma quando la sente — come in questa gara — la trasforma in condivisione. Perché per lui una performance è davvero completa solo se riesce a coinvolgere chi la guarda, chi la vive da fuori.
Entrambi sono cresciuti tra i boschi, con la montagna come madrelingua. Andrea ci è arrivato per eredità, passando dall’atletica leggera alle corse campestri, fino a scoprire che la sua natura era verticale, irregolare, fatta di dislivelli e ghiaia. Nadir ci è nato dentro, seguendo il nonno tra sentieri e silenzi, imparando presto che la montagna è un rifugio prima che una sfida. E forse è questo che li accomuna davvero: l’aver trovato nella corsa non un obbligo, ma un’espressione. Nadir corre con il cuore, Andrea con una leggerezza che è prima di tutto mentale. Insieme formano una tensione perfetta, una rivalità limpida che fa bene a entrambi. Si rincorrono, si rispettano, si migliorano. Uno spinge l’altro — e insieme, salgono.
Quanto segue è il loro intrinseco dialogo ispirato dalla musa trail.



Che sensazioni avete provato lungo e al termine della Lavaredo Ultra Trail, specie da primo e secondo classificato?
Andrea Rostan: "È andato tutto davvero bene — meglio di così non poteva andare. Ci tenevo molto: l’anno scorso ero arrivato secondo, mi ero trovato bene su questo percorso, mi era piaciuto... E quest’anno sentivo di essere in forma: è una stagione in cui ho fatto un piccolo salto di qualità, quindi ci ho creduto fin da subito. Ho spinto forte sulla prima salita e già nel traverso in alto mi sono ritrovato da solo. Lì ho pensato: “Oggi è la giornata giusta. Se non ci provo ora, non ci riuscirò mai.” L’unico timore era la discesa: sapevo che Nadir poteva riprendermi, perché in discesa faccio sempre un po’ più fatica. Io vengo dal vertical, preferisco la salita. Per fortuna avevo accumulato circa un minuto di vantaggio e sono riuscito a gestirlo fino alla fine. L’ultima parte, meno tecnica, mi ha permesso di spingere ancora e chiudere bene. Sono contento: ho dato tutto."
Nadir Maguet: "Sono soddisfatto, soprattutto perché ho migliorato il tempo dell’anno scorso. Arrivavo da tre settimane di carico, con buoni allenamenti: questa gara rientrava in un percorso ben più ampio di preparazione. Non era un obiettivo primario — quello è la Val d’Aran, sui 50 km. Lì voglio arrivare al massimo. Qui, invece, cercavo risposte su come stessi, sulle sensazioni del mio corpo. Sono contento. E sono contento anche perché, solo un anno fa, io sono stato il vincitore, mentre Andrea è arrivato secondo. In questa edizione abbiamo invertito i ruoli. Siamo molto amici, e credo che una rivalità sana come la nostra serva a entrambi: alza il livello, ti spinge a migliorare. Quando corri gare dove non hai grandi riferimenti, puoi illuderti di andare forte. Ma è nel confronto con gli atleti veri che capisci davvero dove e chi sei."



Che rapporto avete con la montagna? Com’è nata e si è evoluta questa passione insieme al running?
AR: "È una passione che mi è stata trasmessa dai miei genitori: mi portavano in montagna fin da piccolo. A dieci anni ho iniziato con l’atletica leggera, anche un po’ seguendo le orme di mio nonno, che era giudice FIDAL. È venuto a mancare proprio in quel periodo, e una settimana dopo ho fatto la mia prima gara — anche per lui. Da lì mi sono innamorato della corsa. Abitando in collina, mi allenavo sempre nei boschi: salite, discese, sterrato... Quando ho cominciato a gareggiare — campestri, strada, montagna — ho subito capito che in montagna rendevo meglio. A 18 anni ho deciso di lasciare le altre specialità e dedicarmi solo a questa. Poi è arrivata la vera passione: ho iniziato a seguire lo skyrunning, a guardare video, a leggere libri... È diventato il mio stile di vita. Oggi non potrei farne a meno. Certo, ora mi alleno con molta più consapevolezza, perché voglio essere competitivo, ma la passione è sempre la stessa."
NM: "Il mio è un rapporto molto puro, non legato solo alla performance. Amo le cose semplici. Mio nonno, che era cacciatore, da bambino mi portava con sé in montagna. Ricordo quando mangiavamo carne in scatole insieme — attimi rapidi, dettagli piccoli, che però ti restano dentro. La montagna mi ha insegnato a cercare la bellezza nella semplicità. È un valore che ancora oggi mi accompagna. Con l’Esercito ho potuto fare dello sport una professione: sono entrato come atleta, poi qualche anno fa mi sono congedato. L’anno scorso ho anche lasciato la Nazionale di scialpinismo. A un certo punto senti il bisogno di seguire la tua strada, di inseguire qualcosa che ti somiglia davvero. È una scelta rischiosa, certo, ma credo che valga sempre la pena cercare quello che ti fa stare bene."
Cosa ricercate, oggi, in questa disciplina e nel suo circuito di eventi/gare?
AR: "Non è tanto la ricerca, quanto la motivazione costante che mi dà questo sport. Anche quando non gareggio, non mi manca lo stimolo. Ovvio che la gara, però, ti accenda un fuoco diverso. Le competizioni non sono un’ossessione: quest’anno le sto vivendo con molta più serenità. Non mi agito, me le godo. Mi dico: “Come va, va.” Se va male, provo a capire perché. Ma questa leggerezza, paradossalmente, mi sta premiando. La stagione sta andando benissimo, e ne sono felice."
NM: "Cerco emozioni. Se fai una grande performance, ma resta solo tua, è una soddisfazione, certo, ma un po’ sterile. Invece, se riesci a condividere quella sensazione con gli altri, a trasformarla in qualcosa che parla anche agli altri, allora diventa più profondo. È lì, secondo me, la vera bellezza del running."








