Come Media Partner dello Skate and Surf Film Festival, esploriamo le prospettive e gli approcci multidimensionali a queste culture senza tempo, e ai loro immaginari contemporanei, di alcuni protagonisti della kermesse. In questo caso, ascoltiamo la fotografa Beatrice Sugliani, celebrando una lente cult della scena skate italiana
Lenti e tavole sono affini, sono note differenti posate sullo stesso spartito artistico. Nel caso di Beatrice Sugliani, questa combinazione ha assunto temi e valori originali, per alcuni versi pionieristici.
Il fatto di penetrare una scena, quella italiana, in un periodo storico in cui le interpretazioni femminili latitavano, rende questa artista della composizione urbana una precorritrice di tempi e, allo stesso tempo, una delle firme fotografiche più iconiche dell’ambiente underground skate italiano, dove zine e pubblicazione cartacee hanno attecchito, contaminando intere generazioni.
Le stesse generazioni che, nel weekend dello Skate and Surf Film Festival hanno potuto assaporare alcuni degli scatti più simbolici della lunga biografia tra spot e trick di Sugliani stessa, grazie ad una retrospettiva che ha anche permesso a tanti giovani d’immergersi nello spirito estetico che li ha preceduti, e che li continua, più o meno implicitamente, a circondare ed ispirare.





Partiamo dalle origini. Quando hai iniziato a scattare?
Beatrice Sugliani: “Ho iniziato da bambina con una piccola macchinette a pellicola che mi aveva regalato mio padre che era un grande appassionato di fotografia e che mi ha permesso di vivere questa passione in casa e nei viaggi fin da piccola. Ma è stato al liceo che mi sono innamorata della tecnica e della camera oscura. Lo skateoarding invece è arrivato in adolescenza ma non ero per niente portata, amavo soprattutto l’ambiente e gli amici che lo facevano. Unire le due cose è venuto naturale. Fotografare chi stava sulla tavola mi permetteva di far parte di quel mondo, anche se con un ruolo diverso.”
Ti ricordi quei primi momenti a contatto con la scena locale?
BS: “Frequentavamo soprattutto gli spot locali, ci si spostava in autobus, quasi nessuno aveva la macchina, stavamo ore a guardare i più bravi provare trick. A me piaceva tantissimo filmarli o fotografarli, anche solo con una logica semplice. Vederli contenti di rivedersi in quelle immagini mi ha fatto capire che avevo trovato una mia voce e un mio posto.”
Come ti sei formata a livello visivo?
BS: “All’epoca non era semplice trovare riferimenti. Tutt’altro, era una sfida. Aspettavo con ansia le riviste skate che arrivavano in stazione a Bergamo una, al massimo due volte al mese. Le sfogliavo per ore, mi affascinava come i fotografi raccontassero quel mondo. Mi nutrivo di quelle immagini, mi insegnavano tantissimo sullo stile, sull’attimo giusto, sulla composizione.”
Cosa ti ha particolarmente attratto della cultura skate?
BS: “La libertà, senza dubbio. La possibilità di dire: “Dove andiamo oggi? Che spot facciamo?”. Era un modo di stare insieme e vivere il territorio a modo nostro. Si decideva dove andare ed io cercavo di immaginare le giuste angolazioni, incastrando persone, movimento e architettura.”



Ti sentivi un po’ fuori posto, nel contesto sociale della Bergamo di quegli anni?
BS: “Un po’ sì, ma lo skate mi ha accolto benissimo. Ero già un po’ "aliena" di mio: indossavo i pantaloni larghi di mio padre, avevo i capelli colorati… Mi è capitato di trovare un gruppo con cui potevo condividere qualcosa di autentico. Il mio ingresso nella scena è stato un processo naturale, bellissimo."
Com’è stato per te, in quanto donna, vivere e raccontare lo skate in un ambiente che, per lungo tempo, è stato prevalentemente a trazione maschile?
BS: “Sono felice di aver vissuto abbastanza a lungo da vedere dei veri cambiamenti. Quando ho iniziato, lo skate era un mondo sicuramente al maschile: non lo era necessariamente per un processo di esclusione volontaria, diciamo così, più per il tipo di cultura generale... Le donne che skateavano venivano spesso viste attraverso una lente mascolinizzante. Anche quelle più forti, anche quelle in grado di dominare la scena per anni. Ora la situazione è diversa, decisamente diversa”
C’è stata una rivoluzione?
BS: “Sì, col tempo ho visto nascere sempre più personalità e movimenti femminili, anche sottotraccia: piccoli gruppi o singoli che però hanno fatto tanto. Prima all’estero ma poi anche da noi. A Bergamo, ad esempio, si è sviluppata una scena femminile vera, viva, combattiva. Ragazze che hanno spaccato: sia dal punto di vista dei risultati, che dell’approccio artistico. Vedere crescere sempre più voci femminili mi dà gioia.”
Avresti mai immaginato di diventare una figura così rilevante nella cultura skate italiana?
BS: “No, davvero. Nel senso che non mi sento nemmeno tale. Ho sempre fatto quello che mi piaceva con persone con cui ho legato fin da ragazzina e che mi porto avanti ancora oggi. Ho avuto la fortuna di essere accolta, ascoltata, sostenuta. Ho cercato a mio modo di raccontare questo mondo e le persone che ne facevano parte con coerenza, e forse è per questo che il mio lavoro ha avuto e continua ad avere rilevanza.”
Da fotografa, hai vissuto l’evoluzione anche dal punto di vista tecnico e tecnologico. Com’è stato il passaggio dalla pellicola al digitale, dalle pagine di Thrasher ai social?
BS: “Difficile per me. Ho imparato tutto in pellicola: la camera oscura, le stampe, l’attenzione massima ad ogni click. Gli scatti erano limitati e soprattutto per i trick non potevi essere certo di averlo prima dello sviluppo della pellicola. Oppure a volte il trick non veniva chiuso quindi non potevi nemmeno usarlo… e non potevi cancellare niente! ma faceva parte del gioco. Poi il digitale ha rivoluzionato tutto: più libertà, certo, ma anche meno rigore e consapevolezza. Per me anche troppa velocità… prima ci si soffermava su ogni scatto, ognuno aveva un grande valore, il tempo speso, la scelta di come scattarlo, il tipo di pellicola, colore o bianco e nero, i cross processing… Anche il mercato editoriale di conseguenza è cambiato. Prima portavi i negativi in redazione, si sceglievano e si mandavano a scansire ed erano momenti di confronto che davano un valore aggiunto a quel lavoro e venivi pagata per ogni singolo scatto pubblicato nei mag. E se poi ti davano la cover erano ancora più soddisfazioni ed aspettavi solo che uscisse in edicola per metterlo nella pila di mag che ognuno di noi aveva a casa. Oggi si scatta prevalentemente per i social: riviste e zine sono entrate in un’altra epoca, molto diversa. Io ho continuato a fotografare, adattandomi, e senza mai perdere lo spirito iniziale. Ritengo la mia lunga esperienza nell’editoria, all’interno di redazioni, come un periodo fantastico, veramente, lavorare per anni in quell’ambito mi ha dato la possibilità di vivere esperienze uniche, sia qui in Italia che all’estero.”



Il claim dello Skate and Surf Film Festival è “Dedicated to Preserve the Spirit”. Tu che tipo di spirito vorresti preservare della skate culture?
BS: “Lo spirito core, quello emotivo, collettivo. Quello che ti fa sentire parte di qualcosa, indipendentemente da trick o risultati. Credo sia giusto che lo skate si sia aperto anche ad una dimensione più “sportiva” — il papà della mia bimba, tra l’altro, è l’attuale CT della Nazionale ma non ha mai modificato il suo modo di vivere lo skate e sono davvero orgogliosa di come si sia sempre mantenuto vero — ma spero che i più giovani non si avvicinino solo per la spinta del risultato agonistico. Sicuramente oggi è più “sdoganato”, meno controverso ad occhi esterni. Spero solo che lo skate continui ad evolversi senza mai perdere però di base la sporca, ruvida bellezza della strada e della sua condivisione. È lì che nascono le vere connessioni.”
E dal punto di vista fotografico?
BS: “Siamo in un momento ricco di potenziale. Vorrei che si continuasse a raccontare lo skate con lo stesso sguardo, profondo, dei più grandi fotografi degli ultimi 20 anni. Amo le immagini che sanno trasmettere sensazioni, specie quelle che ritraggono luoghi iconici: vera cultura. Alcuni spot sono leggenda. Non è un caso che i più fotografi più celebrati continuino ad essere, di fatto, i mostri sacri degli anni ‘90 e 2000. Spero che l’immaginario skate continui a proseguire quel tipo di tradizione"
Da madre, che significato ha vedere tua figlia avvicinarsi allo skate e alla fotografia?
BS: “È emozionante pensarci. Daniele è stato bravo nel condividere con lei fin da subito la sua passione e lei ha avuto modo di capire la devozione e l’impegno che ci vuole se qualcosa ti piace. È l’esempio che diamo ai nostri figli a dargli gli strumenti per capire cosa vogliono e dedicarcisi. Ed è toccando che capisci davvero… il grip, un negativo, l’emozione che provi nel vedere un risultato, di un trick o in una fotografia. Se un giorno vorrà entrare in questo mondo skateando o facendo foto ne sarò ovviamente felice, perché a me ha dato tantissimo e ancora oggi continua a infondermi una carica pazzesca: come qui, allo SSFF”

La tua lente, esposta allo SSFF in una retrospettiva analogica, ha inciso in modo indelebile nella scena italiana. Come ti fa sentire, oggi, ripensare al tuo ruolo nella cultura nazionale e vedere i tuoi scatti esposti davanti a vecchie e nuovissime generazioni skate, comprese tantissime ragazze?
BS: “Mi rendo conto forse solo ora dell’impatto che ha avuto il mio scattare in quegli anni e mi fa davvero piacere. All’epoca si viveva di skate in tutti gli ambiti, senza pretese di “essere qualcuno”. Mi sono sempre sentita realmente parte di una scena, rispettata. Se sono, spero, riuscita a rappresentare bene quello che gli skater volevano dire e mostrare, è perché ho vissuto con loro, condiviso spazi, tempi, esperienze. Essere donna in quel contesto ha reso tutto più intenso per me. Mi ha fatto sentire orgogliosa di quell’ambiente che mi ha semplice e naturalmente accolta. Se la mia firma ha ispirato, o può ispirare, anche solo una ragazza, non posso che esserne felice. Per me il punto non è stato mai il genere, è stato l’amore per quello che facevamo insieme.”
Speri che viva lo stesso anche tua figlia?
BS: “Lo spero. Lei ha sette anni e già guarda le mie foto con attenzione. Le mostro quello che faccio, le parlo di skate. Voglio che senta che quel mondo può essere anche suo, se lo vorrà. Che ci potrà entrare con la sua libertà e con la sua creatività. E che troverà spazi sempre più aperti.”
E per quanto riguarda te, lo skate farà sempre parte della tua identità?
BS: “Assolutamente. È parte integrante di chi sono diventata: come madre, fotografa e persona. Mi ha insegnato l’amicizia pura, la pazienza, l’istinto. Ha modellato il mio sguardo e le mie relazioni. Non potrà mai scomparire dalla mia vita. Come le persone che ne hanno fatto e ne fanno parte ancora oggi.”







