Lo sguardo di RiseUp Duo attraversa i dolci e, allo stesso tempo, severi panorami delle Valleys gallesi. Aiutato dalle testimonianze di Dai Richards, maestro del collezionismo rugbistico, e Ralph Waldin, spokesperson del pluricentenario Treorchy RFC, ritraggono il valore culturale e sociale della palla ovale in un’area geografica fondata, da sempre, su miniere e mete
“This is a song of the Valleys | Of rivalries, communities and tries | Where rugby breathes and never dies” citano le pagine di Athleta Magazine Issue 13: nello specifico, quelle del reportage ‘Up and Under’. Traggono ispirazione dai versi del geniale comico e cantautore Max Boyce. Assurto nelle top chart britanniche degli anni ‘70 cantando miti rugbistici delle Valleys gallesi, area che mai ha smesso di produrli e tramandarli, la sua carriera appare come un testamento di ciò che la palla ovale ha rappresentato e continua a rappresentare in questa distintiva porzione di globo.
Patrimonio culturale. Dinamo sociale. Identità familiare. Struttura naturale. Definizioni tra loro interconnesse, che restituiscono un’immagine concreta del valore che il rugby ha assunto, già da metà Ottocento, in piccole comunità circondate da ondulate colline. Villaggi e cittadine popolate, per lo più, da minatori che tra i pali sono riusciti a comporre una melodia sportiva indimenticabile e indimenticata, in grado ancora oggi di dare vita a talenti internazionali e derby accesissimi, nonostante gli ovvi mutamenti socio-economici e processi di spopolamento in essere.
Questa è la canzone delle Valleys. Una canzone che pone, al centro di tutto, il rugby. Come vogliono le testimonianze del collezionista Dai Richards e del Vice Chairman del Treorchy RFC Ralph Waldin. Le loro biografie e testimonianze, accompagnate da una serie di scatti esclusivi, spiegano perché il rugby continui a respirare e a vivere in una porzione di Galles che ne ha fatto religione.






Dai Richards – Rugby Relics
“Il mio primo vero incontro con il rugby avvenne quasi per caso. Ogni novembre, in occasione della Guy Fawkes Night, la mia famiglia e i nostri vicini preparavano insieme un falò e noi bambini andavamo in giro a raccogliere vecchi giornali e qualsiasi altra cosa la gente fosse disposta a darci da bruciare. Un giorno, qualcuno mi mise in mano il programma di Galles-Inghilterra del 1965. Lo guardai e pensai: questo non posso bruciarlo. È troppo bello. Per molti versi, tutto è cominciato in quel momento.
Mio padre mi aveva già portato a vedere qualche partita di rugby locale, ma assistere agli incontri non mi interessava particolarmente. Passavo gran parte del tempo ad esplorare qualsiasi cosa ci fosse attorno al campo. Nelle valli gallesi, però, il rugby prima o poi entra a far parte della tua vita, che tu lo scelga consapevolmente oppure no. Ci giocavamo a scuola, dove feci la mia prima meta a nove anni. I miei insegnanti erano giocatori: quello di educazione fisica giocava nell’Aberavon, una delle squadre più importanti, e così faceva anche quello di fisica. Il rugby era semplicemente ovunque. Era un fatto sociale, culturale, parte del tessuto stesso del luogo. Era praticamente impossibile sottrarsi da esso.
Lungo la mia adolescenza, prese forma un altro rapporto con il gioco. Avevo iniziato collezionando programmi di calcio, ma gradualmente il calcio lasciò spazio ai programmi del Neath, la squadra di rugby del mio paese, e, in seguito, alla memorabilia rugbistica in senso più ampio. A diciassette anni andai da un commerciante in cerca di alcuni programmi che desideravo e scoprii che li aveva già venduti. Ricordo di aver pensato: come faccio ad arrivare a questi oggetti prima degli altri? La risposta fu diventare, io stesso, un commerciante.
All’inizio, comprare e vendere era semplicemente un modo per mettere le mani sui materiali che desideravo per la mia collezione prima che potesse farlo qualcun altro. Poi, la cosa si è via via sempre più ingrossata. Iniziai, più o meno, nel 1978, quindi ormai è trascorso quasi mezzo secolo di accumulazione di storia rugbistica. Il materiale è diventato talmente tanto da dover affittare dei container soltanto per riuscire a conservarlo tutto. Dal 1991, questa è anche divenuta la mia professione a tempo pieno. A un certo punto mi sono reso conto di come ciò che era nato come un continuo comprare e vendere per alimentare la mia collezione potesse, effettivamente, diventare un mestiere. Oggi, in realtà, il mio lavoro ha due anime. Da una parte c’è Rugby Relics, che compra e vende; dall’altra c’è la collezione museale.
Sono due dimensioni connesse, ma tra loro esiste un confine molto netto. Ciò che appartiene alla collezione museale non è destinato al commercio. C’è un’unica eccezione, e per me è importante. Se qualcuno possiede un legame più profondo rispetto al mio con un oggetto, sono disposto a prendere in considerazione l’idea di restituirglielo. Se possiedo un ‘cap’ e viene da me il figlio dell’uomo che originariamente lo aveva indossato perché desidera riaverlo, allora il suo rapporto con quell’oggetto è più forte del mio. E questo conta. Ho bisogno di sapere che quell’oggetto sta andando in un luogo a cui appartiene, e non nelle mani di qualcuno che vuole semplicemente comprarlo per poi rivenderlo. Perché, per quanto questo sia un mestiere, io continuo a vedere la bellezza racchiusa in queste cose. Alcuni oggetti possiedono qualcosa che trascende la loro forma fisica. Esiste certamente un valore estetico, ma c’è anche un dato spirituale. Credo sia necessario preservarli con una certa integrità, perché, in ultima analisi, stai maneggiando le storie di persone.
Il mio oggetto preferito, probabilmente, spiega tutto questo meglio di qualsiasi altra cosa. È un piccolo libro chiamato Thumbograph, appartenuto a una giovane donna nel 1905. In origine conteneva un tampone d’inchiostro: le persone vi premevano il pollice, lasciavano la propria impronta sulla pagina e accanto firmavano il proprio nome. Quando acquistai per la prima volta il libro da una persona nel nord dell’Inghilterra, non sapevo quasi nulla di quella donna. Poi, partecipai con quel volume a un programma televisivo britannico dedicato all’antiquariato e venni contattato dalla nipote. Incredibilmente, viveva a meno di un chilometro da me. Scoprii che la casa menzionata nel libro si trovava in realtà a Swansea e che la proprietaria era la figlia del Lord Mayor della città. Improvvisamente, quell’oggetto che avevo trovato a centinaia di chilometri di distanza era tornato nella propria area geografica.
Grazie alla posizione privilegiata della sua famiglia, quella ragazza aveva avuto la possibilità di frequentare alcune delle figure più importanti del rugby a Swansea e nel Galles intero. Incontrò alcuni membri dei celebri All Blacks del 1905 e, l’anno successivo, la nazionale gallese. Nel libro compaiono dieci dei giocatori del Galles legati a quella straordinaria vittoria sulla Nuova Zelanda del 1905. Tra i nomi c’è Gwyn Nicholls, capitano di quella squadra gallese, e poi Arthur Gould, generalmente considerato la prima vera superstar del rugby della nazione. E il libro è ancora vivo. Dove erano rimasti degli spazi vuoti, ho cominciato a invitare giocatori delle generazioni successive ad aggiungere le proprie impronte e firme. Così, un oggetto nato dall’incontro di una giovane donna con alcuni giocatori di rugby più di un secolo fa continua ancora oggi ad accumulare il Gioco, generazione dopo generazione. È questo che mi affascina. L’oggetto porta con sé il tempo.
La mia collezione è sempre stata in movimento. È un’attività commerciale, quindi inevitabilmente le cose arrivano e se ne vanno, ma lo scopo non è mai stato possedere tutto. Ciò che mi interessa è documentare la storia del rugby attraverso i suoi cimeli, servirmi degli oggetti per raccontare la storia del Gioco. È per questo che mi interessa ogni cosa, non soltanto i grandi nomi. Conservo delle scarpe risalenti agli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, che hanno indossato alcuni dei pionieri gallesi. Quando li guardi, viene naturale pensare che molti di quegli uomini erano minatori. Con ogni probabilità, erano gli stessi scarponi con cui lavoravano durante la settimana.
Il rapporto tra le miniere e il rugby è fondamentale per comprendere le Valleys. Io sono cresciuto a Port Talbot, che era una città legata all’acciaio più che una comunità mineraria, e credo esistesse una differenza di mentalità tra gli uomini che lavoravano nelle acciaierie e quelli che scendevano sotto terra. Il lavoro in miniera era più duro, più pericoloso. Quando giocavo, nei primissimi anni Ottanta, ero in squadra con uomini che avevano lavorato in miniera, ed erano uomini duri. Durissimi. Il rugby rifletteva tutto ciò. La squadra in cui giocavo, in realtà, non scendeva mai in campo semplicemente per giocare a rugby. Andavamo in guerra. Il rugby veniva vissuto in questo modo negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta: quasi una guerra tra villaggi minerari, tra una comunità e l’altra. Quella mentalità non mi apparteneva naturalmente, ma una volta entrato in campo dovevi farla tua, perché tutti quelli intorno a te stavano combattendo allo stesso modo.
Le miniere davano forma alle comunità in un modo molto particolare. Le persone vivevano vicino al luogo in cui lavoravano. Potevi percorrere mezzo miglio per raggiungere la miniera, oppure cinque… Il lavoro, la casa e la comunità erano tutti racchiusi nella stessa zona geografica. Persino il carbone faceva parte di una chiara intimità con la terra. Nella valle qui di fronte, tutti e sette gli strati della successione geologica affiorano in superficie. Ogni vena aveva il proprio nome e si raccontava che un minatore fosse in grado di riconoscere da quale provenisse un pezzo di carbone semplicemente guardandolo. Quel mondo è in gran parte scomparso. Oggi le persone arrivano da altri luoghi per lavorare. Non necessariamente nascono, lavorano e costruiscono le proprie vite sociali entro gli stessi chilometri. Inevitabilmente, quindi, si è prodotta una frattura tra le comunità e le miniere, e anche il rugby ne ha risentito.
Il Gioco è ancora profondamente radicato in alcune zone del Galles, soprattutto quando ci si addentra nelle Heads of the Valleys. Quelle rimangono roccaforti del rugby. Le città costiere sono diverse. Storicamente, il rugby appartiene alle comunità minerarie e alle Valleys. Anche sotto questo punto di vista, però, gli equilibri stanno cambiando. Direi che, dal punto di vista della partecipazione, il rugby sta morendo. Il mio vecchio club oggi fatica a mettere insieme una sola prima squadra. Un tempo ne aveva due. Una parte del problema risiede, semplicemente, nella natura stessa del Gioco. Il rugby è uno sport di contatto e le persone hanno un lavoro e una vita al di fuori del campo. È difficile sottoporre il corpo a una partita e poi tornare a svolgere un lavoro fisico. Quando giocavo, potevano servirmi due o tre giorni per recuperare... Anche la società è cambiata. Credo che ci stiamo progressivamente allontanando da questa tipologia di sport di contatto. Forse è anche per questo che mi interessa sempre più tornare indietro, alle origini stesse del Gioco.”







Ralph Waldin – Treorchy RFC
“Siamo arrivati al nostro centoquarantesimo anno, e ne siamo molto orgogliosi. Treorchy possiede una tradizione rugbistica straordinariamente ricca, soprattutto per un paese di queste dimensioni. Abbiamo sempre prodotto giocatori capaci di arrivare a livelli molto alti, anche internazionali, e credo che molto dipenda dalla solidità del nostro rugby giovanile, a partire dai più piccoli. L’esempio più recente è Tomos Williams, che lo scorso anno ha giocato con i British & Irish Lions. È un ragazzo di Treorchy. È cresciuto nel nostro settore giovanile, come tanti altri prima di lui. Conosco molto bene i suoi genitori e il suo migliore amico è mio figlio. Qui ci sono fotografie che li ritraggono insieme dieci o quindici anni fa. È questo a rendere tutto speciale. Vedi un bambino giocare a rugby qui, nel suo paese, e anni dopo lo ritrovi in campo con i Lions.
Questa è una situazione comune a tutte le Valleys: vera e propria fucina di giocatori per la nazionale gallese, grazie all’alto livello rugbistico sparso su tutto il territorio. Un processo determinato non solo dai club più noti o di più alto livello, ma anche da quelli più piccoli. Da queste parti puoi trovare un club di rugby ogni due o tre miglia. Da un punto di vista puramente pratico, forse oggi esistono troppi club rispetto alla popolazione.
Ma provate a dire a un paese che il suo club di rugby deve scomparire. Non si può. Il senso d’identità è ancora troppo forte. Qui il rugby conserva ancora una dimensione tribale. Quando affronti il club del paese vicino, diventa un vero derby locale, qualcosa di molto più grande di una normale partita di campionato. Ogni comunità possiede una propria identità e un proprio club, e le persone rimangono profondamente legate a entrambi.
La scorsa stagione abbiamo affrontato una squadra della zona e attorno al campo c’erano migliaia di persone. Per una normale partita casalinga della prima squadra possiamo avere circa cinquecento spettatori. Per gli incontri più importanti, di più. E quando il Treorchy gioca in trasferta, la gente si mette in viaggio. Ci portiamo dietro un pubblico vero. Questo dice molto di ciò che il club continua a rappresentare per la comunità. Senza di loro non potremmo sopravvivere. Abbiamo un’iniziativa chiamata Friends of Treorchy, attraverso cui tifosi, soci e amici del club contribuiscono con quindici sterline al mese. Sono circa cento persone. Sono quei soldi a permettere al club di andare avanti. Se smettessero di contribuire, ci sarebbero momenti in cui faremmo fatica anche soltanto ad aprire le porte. Ma non smettono. Lo fanno da anni. Ogni mese versano quelle quindici sterline senza pensarci due volte, perché è il loro modo di sostenere il club.
Il significato di questo luogo mai si è fermato alla linea laterale del campo. Max Boyce si è esibito qui prima che qualcuno sapesse davvero chi fosse. Il suo primo album dal vivo è stato registrato proprio in questo club, ‘Live at Treorchy’. All’epoca faceva fatica a riempire la sala. Ricordo una sera infrasettimanale, quando lui era ancora relativamente sconosciuto e vendemmo a malapena cento o centocinquanta biglietti. Fu, però, una serata memorabile e poco dopo quel disco cominciò a viaggiare per il mondo. L’album contribuì a lanciare la sua carriera. È tornato qui di recente, cinquant’anni dopo quella performance, perché dice di conservare ancora ricordi affettuosi di Treorchy. C’è qualcosa di speciale nel pensare che un disco capace di arrivare così lontano sia nato dentro il club di rugby di un paese come questo. In fondo, i club rugbistici delle Valleys sono sempre stati anche questo.
La clubhouse non è semplicemente il posto in cui i giocatori vengono dopo una partita. Qui si celebrano matrimoni. Qui si festeggiano compleanni. Ci sono concerti, feste, ritrovi familiari. Per generazioni, luoghi come questo hanno offerto alla comunità uno spazio in cui potersi ritrovare. E probabilmente questa funzione è diventata ancora più importante man mano che altri luoghi d’incontro sono scomparsi. Un tempo, lungo la via principale, c'erano moltissime chiese e cappelle. Oggi la maggior parte di esse è chiusa. Sono scomparsi anche molti pub e circoli, perché semplicemente non c’era più abbastanza attività per mantenerli in vita. Ogni volta che uno di questi luoghi chiude, la comunità perde un altro spazio nel quale le persone erano abituate a incontrarsi.
Il club di rugby, invece, è ancora qui. In questo senso, siamo diventati una sorta di presidio per la comunità. Il rugby conferisce a questo edificio la sua identità, ma ciò che accade al suo interno si estende ben oltre il Gioco. Forse è proprio per questo che preservare questi club, questi spazi, continua a essere importante, anche quando diminuisce il numero di chi gioca. Se un club di rugby scompare da un luogo come Treorchy, non perdi semplicemente una squadra o un campo. Perdi uno degli ultimi spazi rimasti nei quali una comunità può riconoscere se stessa. La partita è ciò che accade il sabato pomeriggio. Il club appartiene anche a tutti gli altri giorni della settimana.”













