Sotto l’immobile sguardo delle statue che scandiscono il perimetro dello Stadio dei Marmi, nel complesso monumentale del Foro Italico di Roma, adidas ha riunito atleti, creator e community attorno a una nuova idea di movimento. Con l’adidas Hybrid Hub Roma, il brand ha trasformato per una sera uno dei luoghi simbolici dello sport italiano in uno spazio dedicato al hybrid training: una disciplina e, soprattutto, una cultura atletica costruita sulla contaminazione tra qualità differenti e sulla progressiva dissoluzione dei confini tra corsa e forza
Un’esperienza che ha trovato nello Stadio dei Marmi una dimensione simbolica superiore. Laddove rappresentazione artistica e pratica sportiva convivono da quasi un secolo, adidas ha costruito un percorso che bene si sposa con l’eredità valoriale di Pietro Mennea stesso, traducendo quegli stessi ideali in ciò che oggi definiamo hybrid training. Per una sera, la solennità dello Stadio, ridisegnata da una serie di giochi d'incandescente luce rosa e dall’identità visiva delle Three Stripes, è stata attraversata da una corrente atletica radicalmente contemporanea. Un cortocircuito temporale e visivo, che ha messo in relazione due differenti rappresentazioni della fisicità: da una parte, l’immobilità marmorea delle sessanta figure che circondano l’arena, ciascuna cristallizzata nella propria disciplina; dall’altra, corpi mobili e mutevoli, chiamati a transitare continuamente dalla velocità della corsa alla contrazione muscolare della forza.
È in questo processo di costante cambiamento che adidas individua uno dei principi fondanti dell’hybrid training. Correre. Sollevare. Accelerare. Resistere. Sono azioni che, considerate singolarmente, appartengono da sempre al lessico sportivo, ma che riunite delineano una differente idea di atleta: di essere umano in grado di cogliere sollecitazioni diverse e adattare continuamente il proprio corpo.
Un territorio che adidas sta esplorando con crescente attenzione, non soltanto attraverso esperienze come Hybrid Hub Roma e il precedente progetto milanese Hybrid Hotel, ma anche sostenendo direttamente la cultura competitiva della disciplina, attraverso la partnership ufficiale con ATHX, il format internazionale che mette in relazione running e strength training all’interno della stessa competizione. L’appuntamento romano si inserisce quindi all’interno di una visione più ampia, che vuole accompagnare l’evoluzione dell’hybrid training progettando prodotti, contesti ed esperienze capaci d'interpretarne le esigenze contemporanee. È da questa stessa ricerca che nasce la nuova Adizero Dropset Pro, protagonista dell’evento romano e presentata nelle varianti Solar Turbo e Lucid Pink. Una scarpa pensata per rispondere alla natura di questa disciplina, in cui il corpo deve transitare, spesso nel giro di pochi istanti, dalla spinta della corsa alla stabilità del sollevamento pesi. adidas ha affrontato questa dicotomia facendo convergere due genealogie progettuali differenti: da un lato la leggerezza e la vocazione alla velocità della famiglia Adizero; dall’altro la stabilità e il controllo che definiscono il DNA della linea Dropset.
Grazie alla Go Full Hybrid Experience la scarpa ha accompagnato i partecipanti dal try-on personalizzato, realizzato per individuare il fit più appropriato, fino alla prova immediata sul terreno dello Stadio dei Marmi, per un test collettivo dove oltre duecento tra atleti, creator e membri delle principali community di hybrid training italiane hanno attraversato un circuito ispirato alle logiche delle competizioni internazionali. Un Training Hub a cielo aperto, in cui adidas è riuscita a reinterpretare la funzione di uno spazio storicamente consacrato alla rappresentazione di discipline antiche, rendendolo luogo atto ad ospitare una nuova pratica sportiva e la sua community. Attraverso la lente di RiseUp Duo e le testimonianze di Camilla Massa ed Eugenio Bianchi, coach e atleti adidas, riviviamo questa speciale serata romana.








L’hybrid training nasce dall’incontro tra qualità atletiche differenti che, tradizionalmente, appartengono a mondi separati. Che cosa rappresenta per voi questa disciplina e, andando ancora più in profondità, quale nuova idea di atleta pensate stia contribuendo a definire?
Eugenio Bianchi: “Fin dal primo giorno in cui ho iniziato a praticarlo, l’hybrid training ha rappresentato per me l’idea stessa di completezza atletica. In fondo, gli atleti di moltissime discipline si allenano già da tempo lavorando su qualità differenti, perché forza e potenza, per esempio, possono sembrare concetti molto simili, ma vengono sviluppate attraverso modalità diverse. A queste si aggiungono la resistenza e tutta una serie di capacità che, insieme, determinano quanto un atleta possa essere performante all’interno della propria disciplina. Quello che cerchiamo di fare è trovare un equilibrio tra tutte queste componenti. L’atleta ibrido, oggi, occupa una posizione nuova all’interno del panorama sportivo. E credo che questa sia precisamente l’essenza dell’essere “hybrid”: non specializzarsi eccessivamente in un’unica qualità, ma cercare di costruire il maggior grado di completezza possibile. Naturalmente, per riuscirci serve tempo. E quel tempo deve essere distribuito in maniera intelligente all’interno della preparazione, perché allenare qualità differenti richiede costanza, programmazione e attenzione.”
Camilla Massa: “È una domanda che mi tocca particolarmente, perché la mia storia personale è piuttosto atipica. Sono diventata atleta professionista dopo i trent’anni e dopo aver avuto tre figlie, quindi attraverso un percorso che, per molti aspetti, credo racchiuda perfettamente ciò che rappresenta l’hybrid training. È una disciplina che, secondo me, sta contribuendo a definire una tipo di atleta più longevo. Rispetto ad altri sport, infatti, troviamo professionisti che raggiungono livelli molto alti anche in età più avanzata, e questo permette anche a chi comincia più tardi di sentire ancora quel fuoco, quella spinta competitiva nel mettersi alla prova. Ma credo ci sia anche un altro aspetto molto importante. L’hybrid training e le competizioni hybrid permettono a chi ha perso un po’ di contatto con il fitness o con lo sport, nel corso degli anni, di tornare ad allenarsi, di ritrovare una dimensione agonistica: non soltanto contro gli altri, ma anche e soprattutto con sé stesso. Quindi sì, penso che stia emergendo un’idea di atleta sicuramente indirizzata alla longevità, ma anche all'inclusività. In generale, uno sport molto più aperto a tutti.”





Lo Stadio dei Marmi è un luogo profondamente simbolico. Che effetto vi ha fatto sapere che avreste affrontato un circuito di hybrid training proprio qui, in questo contesto, dove una pratica così contemporanea ha potuto dialogare con uno degli scenari monumentali della cultura sportiva italiana?
Eugenio Bianchi: “Essere qui oggi, per me, è sicuramente motivo di grande orgoglio. Questo stadio è legato alla figura di Pietro Mennea, che una volta disse qualcosa che mi è rimasto particolarmente impresso: se avesse potuto riguardare tutte le migliaia di ore trascorse ad allenarsi e ricominciare da capo, avrebbe cercato di allenarsi ancora di più. Per me quella frase racconta perfettamente la dedizione. È come dire: ho fatto tantissimo, eppure continuo ad avere la sensazione che non fosse abbastanza. È qualcosa in cui mi riconosco molto. Ho quarant’anni, e ogni giorno continuo a chiedermi: ho fatto abbastanza nella mia vita? Avrei potuto fare di più? Mi ritrovo ancora oggi a rimettermi continuamente in discussione. Oggi cerco, in un certo senso, di fare più di quanto facessi quando ero giovane e avevo un potenziale fisico enorme, nonché molto più tempo davanti a me. Andando avanti con gli anni, ti rendi conto che il rapporto con lo sport cambia profondamente. Se continui a praticarlo fino a un’età più matura, inizi a percepire quanto quella relazione evolva dentro di te. Per questo essere qui oggi, in questo luogo, e ripensare alle parole di Mennea mi fa sentire nel posto giusto, nel momento giusto e all’interno del contesto giusto. Anche perché l’hybrid training riflette perfettamente questa filosofia: devi allenarti, ma devi anche essere disposto ad allenarti molto. Richiede tempo, proprio perché devi lavorare su discipline e capacità differenti. Naturalmente ognuno lo fa al proprio livello, ma bisogna esserne consapevoli: allenarsi seriamente per questo sport richiede tempo e dedizione.”
Camilla Massa: “In qualche modo parla di l’evoluzione: di ciò che stiamo vivendo non soltanto nello sport, ma più in generale nella cultura contemporanea. Trovo che sia un’immagine molto forte di cambiamento: qualcosa che appartiene a una tradizione più classica, più storica, può entrare in relazione con ciò che è nuovo, senza perdere il proprio valore. Un linguaggio più classico, quindi, che oggi può essere messo in dialogo con una pratica contemporanea come l’hybrid training. Proprio dall’incontro tra queste due dimensioni, secondo me, può nascere qualcosa di bello, di nuovo e soprattutto accessibile a tutti.”



Essere protagonisti di adidas Hybrid Hub significa anche prendere parte a un progetto attraverso cui adidas sta scegliendo di sostenere e contribuire alla crescita dell’hybrid training. Quanto è importante, per te, che un brand con questa storia investa così tanto nella costruzione di una cultura, di eventi e di una community attorno a questo movimento?
Eugenio Bianchi: “È molto importante vedere realtà come adidas avvicinarsi a questo mondo con un lavoro così articolato alle spalle. Uno sport come questo è stato considerato, soprattutto agli inizi, quasi una moda. E le mode possono anche generare grandi numeri, ma i numeri, da soli, non bastano a costruire qualcosa che rimanga nel tempo. Puoi essere fortissimo oggi e scomparire domani. Quando invece vedi entrare in questo movimento realtà strutturate, che non sono solo brand di abbigliamento, ma organizzazioni composte da persone competenti, da professionalità differenti, e guidate da una visione più ampia, allora inizi a percepire qualcosa di diverso. Si comincia a creare una community. E, alla fine, ciò che permette a uno sport o a un intero movimento di restare in piedi nel tempo è proprio la comunità che riesce a costruirsi attorno ad esso. Sento che si sta formando una community molto forte, alimentata sia dagli eventi hybrid e dalle competizioni, che da brand come adidas, che stanno creando occasioni concrete per mettere insieme le persone. Persone che provano piacere nell'allenarsi insieme e nel condividere non soltanto il risultato, ma anche il percorso necessario per raggiungerlo. Ed è un aspetto fondamentale, anche se spesso viene dato per scontato. Perché lo sport è soprattutto allenamento. La gara rappresenta un momento più soggettivo: ognuno la affronta per sé stesso, ognuno prepara il proprio risultato. Ma prepararsi all’interno di una community è qualcosa di completamente diverso rispetto a fare tutto da soli. Ti senti realmente parte di qualcosa. Ed è una sensazione molto forte che, soprattutto all’interno dell’universo adidas, si percepisce in maniera evidente.”
Camilla Massa: “È un movimento che esiste ormai da alcuni anni, ma il fatto che brand importanti come adidas non si limitino a interessarsene, bensì decidano realmente di investire nello sport, nelle persone e negli atleti, rappresenta per me una conferma molto forte del fatto che oggi questo movimento abbia acquisito una propria identità. Io faccio parte di questo mondo da cinque anni, dai suoi inizi, e ho avuto la possibilità di osservare in prima persona la sua evoluzione. All’inizio esistevano soprattutto gli eventi. Oggi, invece, possiamo realmente parlare di uno sport. E il fatto che sia diventato così rilevante, al punto da attirare l’attenzione e l’investimento di brand di questa portata, significa che ha costruito una cultura e una comunità sufficientemente forti per resistere nel tempo. Personalmente sono profondamente grata ad adidas, perché il suo supporto mi permette di viaggiare, di competere in diverse parti del mondo e di avere accanto un partner che crede realmente negli atleti. E non è affatto una cosa scontata.”





Al di là della performance e del risultato individuale, eventi come adidas Hybrid Hub nascono anche come esperienze collettive. Quale sensazione, messaggio o consapevolezza vorresti che le persone portassero con sé dopo aver attraversato questo circuito e condiviso una serata come questa?
Eugenio Bianchi: “Credo che la cosa più importante da trasmettere a chi partecipa a un evento come questo sia la consapevolezza che dietro tutto ciò esiste una volontà forte di costruire una community fatta, prima di tutto, di persone. Un brand come adidas, per esempio, non avrebbe necessariamente bisogno di organizzare eventi di questa portata. Potrebbe utilizzare il marketing, i social o moltissimi altri strumenti. Invece ha scelto di investire direttamente sulle persone. Ed è proprio questo che, secondo me, rende l’esperienza particolarmente significativa. Io oggi sono qui come atleta e rappresento, in un certo senso, un tipo di figura che, prima o poi, vivrà inevitabilmente un momento di passaggio: perché la carriera sportiva ha dei cicli. All’interno dello stesso spazio e dello stesso evento, posso condividere l'esperienza con tantissime persone che praticano sport a livelli completamente differenti. Dall’amatore che ha iniziato da poco, a chi possiede già un’esperienza maggiore, fino al semiprofessionista e al professionista vero e proprio. Qua convivono tutti. Ed è qualcosa che non è affatto scontato. Ho praticato altri sport e so bene quanto sia difficile che un atleta alle prime armi possa trovarsi nello stesso ambiente di un professionista. Qui, invece, accade qualcosa di diverso. Le distanze si riducono, i livelli si incontrano e persone molto differenti finiscono per condividere lo stesso spazio e lo stesso allenamento. Ed è precisamente questo, per me, a rendere una giornata come quella di oggi davvero speciale.”
Camilla Massa: “Credo che questo sport sia costituito, per una parte enorme, proprio dalla community. Non c’è soltanto l’evento e non c’è soltanto l’allenamento che lo precede. C’è soprattutto una comunità fatta di persone che condividono un percorso. Ho sempre pensato che lo sport rappresenti uno dei pochi momenti in cui puoi davvero dedicarti a te stessa senza dover necessariamente pensare agli altri. Per questo spero che le persone qui presenti possano riscoprire quel genere di fuoco competitivo. E, soprattutto, spero che possano riscoprire il valore di dedicare del tempo al proprio corpo e al proprio benessere. Con il passare degli anni, soprattutto nella vita adulta, tra lavoro, famiglia, figli e responsabilità quotidiane, è molto facile perdere progressivamente spazio personale. Lo sport, invece, è fondamentale. Ti costringe a tornare a concentrarti su te stessa, sul tuo corpo, sulla tua salute e sul tuo benessere. E credo che oggi questo sia più importante che mai.”











