Dai colori dell’Ecuador alle più leggendarie vette francesi, il racconto illustrato di Fette segue frequenze a sé stanti: quelle scandite dall’arte umana, molto più che sportiva, del ciclismo e dei suoi interpreti. Un caleidoscopio figurato, composto di dettagli ed echi eterogenei, che esploriamo per celebrare la conclusione del Tour de France 2026
Antoine Blondin, storico corrispondente de l’Équipe sulle strade della Grand Boucle, arrivò a confidare di scrivere su diretta dettatura del Tour de France. Un’immagine potentissima, in grado di annullare qualsiasi distanza tra soggetto e narratore. O meglio, di renderli cosa unica, come solo a pochi, pochissimi eventi sportivi al mondo è dato fare.
Osservando le illustrazioni di Fette, pare ripresentarsi la medesima dinamica. Il cosmo illustrato di quest’architetto ecuadoriano, sulla sella sin dall’infanzia, è un’estensione diretta del romanzo proposto da ogni tappa, da ogni fuga o scelta in essa racchiuse, da ogni percorso emotivo e fisico intrapreso dagli umani supereroi che arrivano a popolarla.
Mentre l’edizione 2026 della corsa gialla volge al proprio termine, rappresentato dai sempre luminosi Champs-Elysées, ci mettiamo a ruota di uno degli artisti più rilevanti nel panorama ciclistico globale, assaporando una scia fatta d’intuizioni, ispirazioni, distintivi processi creativi e, soprattutto, profonda consapevolezza: quella che ogni momento della Grand Boucle, così come ogni semplice momento in sella, racchiudano l’essenza della vita stessa, e le sue sfumature più ironiche, oltre che epiche.



Com’è entrato il ciclismo nella tua vita? Cosa ti ha fatto innamorare di questa disciplina e quali sono i tuoi primi ricordi del contatto con essa?
“La bicicletta c’è sempre stata. Ha fatto parte della mia casa, della mia infanzia. Io e mio fratello siamo cresciuti tra BMX e mountain bike, quindi non l’abbiamo mai vissuta come qualcosa di speciale: era semplicemente il nostro modo di divertirci. La cosa buffa è che non ero uno di quei bambini che passavano i pomeriggi davanti alla televisione a guardare il Tour de France o che sapevano chi avesse vinto una determinato corsa. Il mio legame con la bicicletta è nato molto prima di quello con il ciclismo professionistico. Ho scoperto solo più tardi il ciclismo su strada, e mi è bastata una sola uscita per capire che me ne ero innamorato. Non perché desiderassi correre, ma perché mi piaceva pedalare. Punto. In tutta la mia vita ho preso parte appena a due gare... e sono arrivato ultimo in entrambe (ride, ndr). In quei momenti ho capito definitivamente di non essere nato per competere.
Nel tempo, ho scoperto che amo tutto ciò che ruota intorno alla bicicletta. Partire senza sapere dove arriverò. Perdermi su strade secondarie. Fermarmi a bere un caffè. Chiacchierare durante una pedalata. Oppure non dire niente e ascoltare soltanto il rumore delle ruote sull’asfalto… Il ciclismo è uno sport che pretende moltissimo, ma che in cambio sa regalarti un senso di pace difficile da spiegare a chi non l’ha mai provato. Credo sia questo il motivo per cui mi ci sono legato così profondamente alle due ruote. Non per la competizione. Per le storie. Per tutto quello che può accadere sopra una bicicletta. E provo a raccontare ciò con le mie illustrazioni.”
Il disegno e le illustrazioni, invece, quando hanno iniziato a fare parte del tuo immaginario prima, della tua espressione creativa poi?
“Credo di disegnare da sempre. Da quando ho memoria, mi vedo scarabocchiare su qualsiasi cosa mi capiti tra le mani. Non c'è stato un momento in cui mi sono detto: “Voglio diventare un illustratore”. Semplicemente, amavo e amo farlo. Con il tempo ho capito che il disegno è il linguaggio che mi viene più naturale. Ci sono pensieri che faccio fatica a tradurre in parole e che, invece, trovano immediatamente posto dentro un’illustrazione. È anche il luogo in cui riesco a far convivere tutto quello che mi appassiona: il design, l'architettura, la pittura, la musica, il cinema... oggi, anche il ciclismo.
Quando ho fondato Fette, non avevo in mente di ritrarre il ciclismo. Volevo raccontare delle storie. Il ciclismo si è rivelato essere un palcoscenico perfetto, poiché trattasi di uno sport attraversato da emozioni, personaggi memorabili e momenti irripetibili. Una corsa può essere epica, esilarante, assurda o profondamente umana. È ciò che continua ad ispirarmi. Forse, anche per questo nelle mie illustrazioni è quasi sempre presente una vena ironica, a volte persino umoristica. Mi piace quando qualcuno si ferma davanti a un disegno, sorride, magari ride, e poi comincia ad esplorarne i dettagli nascosti. Se un’illustrazione riesce ad interrompere, anche solo per qualche minuto, il gesto ormai automatico di scorrere lo schermo, allora penso di aver raggiunto il mio obiettivo.”
Provieni dall’Ecuador (dove, se non erro, sei ancora di base) e hai intrapreso un percorso professionale in architettura. Quanto queste due componenti, ovvero le tue radici culturali e accademiche, incidono nel tuo modo d’intendere il ciclismo e l’illustrazione?
“Moltissimo, anche se probabilmente non nel modo più ovvio. L’architettura non mi ha insegnato a disegnare meglio: mi ha insegnato a pensare. È una disciplina profondamente intrecciata con l’arte e il design, e credo che la lezione più preziosa che mi abbia lasciato sia la capacità di astrarre un’idea, ridurla all’essenziale e prestare attenzione ai dettagli più minuti. Prima d’iniziare qualsiasi illustrazione cerco sempre di capire quale sia il cuore della storia e quale sia il modo più semplice per raccontarla. Questo modo di ragionare arriva direttamente dall'architettura. L’Ecuador, invece, ha modellato il mio sguardo sul mondo. È un Paese straordinario, pieno di contrasti, dove lo sport inevitabilmente finisce per entrare a far parte della tua vita. Da bambino ho praticato tantissime discipline diverse e mi sono divertito con tutte. Il ciclismo su strada è arrivato soltanto molto più tardi. Non mi ci sono avvicinato con lo sguardo di chi è cresciuto seguendo le grandi corse europee. L’ho scoperto attraverso la curiosità. Attraverso il piacere, puro e semplice, di andare in bicicletta.
Credo che vivere in Ecuador ti porti a percepire il tempo in maniera diversa. Qui non esistono quei cambiamenti di stagione così netti, che scandiscono la vita in molti altri Paesi. Tutto sembra avere un ritmo più costante, e penso che questo finisca per influenzare il modo in cui si osserva il mondo e attraversa il tempo. Non ci avevo mai riflettuto davvero, ma ripensandoci mi accorgo come questa prospettiva sia entrata naturalmente anche nel mio lavoro. In fondo, Fette nasce proprio dall’incontro di due mondi. Da una parte, c'è un modo di pensare ereditato dall’architettura, che cerca sempre di togliere il superfluo senza perdere profondità. Dall’altra, c'è uno sguardo formato in Ecuador, che spesso mi permette di cogliere storie e dettagli che possono sfuggire a chi ha trascorso tutta la vita immerso nella cultura ciclistica europea.”



Parliamo del fenomeno Fette. Quali sono le origini di questo caleidoscopio di suggestioni ciclistiche? Confermi, come hai già condiviso in passato, che la vittoria del Giro d’Italia da parte di Carapaz e la tua compagna triatleta hanno giocato un ruolo nello sviluppo iniziale di questo progetto artistico?
“Fette è nato durante la pandemia, quasi come una risposta al bisogno di continuare a creare. Com’è accaduto a tante persone, il lockdown mi ha costretto a cercare un nuovo equilibrio, un modo per restare attivo. Il disegno è diventato quello spazio. In quel periodo è sembrato che tutto accadesse nello stesso momento. Il ciclismo ha vissuto un’esplosione di popolarità, Richard Carapaz ha vinto il Giro d’Italia e, grazie alla mia ex compagna, ho iniziato a seguire le corse con occhi completamente diversi. La bicicletta mi aveva sempre appassionato, soprattutto però per il piacere di pedalarla, non per quello di seguire da appassionato il pro cycling. Però, ho iniziato a scoprire tutto quello che una corsa contiene oltre il risultato finale: le storie, le tattiche, i caratteri, le emozioni...
Fin dall’inizio, avevo ben chiaro di non voler realizzare illustrazioni tecniche, né limitarmi a raccontare i vincitori. Ero interessato a mostrare il lato più umano dello sport. Perché una corsa mai è soltanto una questione di classifica. È composta di decisioni, errori, sacrifici, momenti comici, frustrazioni, gioie… Credo che il cuore di Fette stia proprio qui: nell’usare il ciclismo come un linguaggio per raccontare storie profondamente umane. In fondo, quelle emozioni non appartengono soltanto al ciclismo. Appartengono allo sport in sé. Ed è proprio questo che ci permette di riconoscerci in ciò che vediamo.”
Spesso, ad un oceano di distanza, si tende a sottovalutare il valore culturale del ciclismo in un Paese-culla di questa di questa disciplina, come l’Ecuador. Potresti raccontarci cosa rappresenta questo sport per la tua nazione? Che immagini useresti per descrivere al meglio questo rapporto?
“Il ciclismo è sempre esistito in Ecuador, ma credo che soltanto adesso si stia iniziando a costruire una vera e propria identità ciclistica. Negli ultimi anni il cambiamento è stato impressionante. Si vedono sempre più persone allenarsi, sempre più persone che pedalano semplicemente perché amano farlo e, soprattutto, sempre più corridori ecuadoriani capaci di lasciare il segno nel ProTour. Non si tratta più di avere un solo campione capace di emergere. Oggi, l’Ecuador è un Paese che il mondo del ciclismo guarda con rispetto. E questo, inevitabilmente, ha fatto aumentare anche il pubblico. Sempre più persone seguono le corse, imparano a capirle, sentono di farne parte. Siamo ancora in una fase di crescita, soprattutto a livello amatoriale, dove c'è tantissima strada da fare. Ma se penso a com’era la situazione dieci anni fa e la confronto con quella di oggi… la differenza è enorme.
L’Ecuador resta un Paese profondamente legato al calcio, e non credo che questo cambierà nel prossimo futuro. Tuttavia, mi piacerebbe che ci fosse più curiosità anche verso gli altri sport. Abbiamo atleti che stanno ottenendo risultati straordinari sulla scena internazionale, non soltanto nel ciclismo, e credo meritino la stessa attenzione, lo stesso entusiasmo e lo stesso sostegno. Spero che, un passo alla volta, riusciremo a diventare un Paese capace di celebrare lo sport in tutte le sue forme. Mi piace pensare che l’Ecuador stia soltanto scrivendo le prime pagine della propria storia ciclistica. Ed è proprio questa sensazione, l’essere all’inizio di qualcosa, che rende questo momento storico così entusiasmante.”
Nel tempo, che tipo di filosofia artistica hai definito? In base a cosa scegli i protagonisti e definisci le sequenze, così come i dettagli narrativi, delle tue opere?
“Quasi tutte le mie illustrazioni nascono allo stesso modo: guardando una corsa. Mentre la seguo, inizio a mettere in relazione quello che succede sull’asfalto con tutto ciò che, in quel momento, alimenta il mio immaginario. Può essere un film, una canzone, un quadro famoso, una campagna di design, un meme o perfino qualcosa che non ha assolutamente nulla a che vedere con il ciclismo. Così, scatta la scintilla. Poi, provo a costruire una storia. Mi piace che le illustrazioni contengano ironia, umorismo, emozione, ma anche piccoli dettagli nascosti. Sì, spesso prendo bonariamente in giro i corridori o certe situazioni che si verificano in gara, ma lo faccio sempre con affetto. Mai per ridicolizzare qualcuno, piuttosto per celebrare il lato più umano di questo sport. Una delle sorprese più belle è stata scoprire che molti pro cyclist condividono esattamente lo stesso senso dell’umorismo e si divertono a vedersi raccontati in questo modo. È una cosa che ancora oggi mi stupisce.
Più di ogni altra cosa, credo che il mio lavoro sia guidato dal desiderio di non ripetermi. Cerco sempre di evitare la soluzione più prevedibile, quella che tutti si aspettano. Mi domando continuamente se esista un altro modo di raccontare la stessa storia o un punto di vista che nessuno abbia ancora esplorato. Mi piace anche disseminare le illustrazioni di piccoli messaggi nascosti. Alcuni sono citazioni, altri sono riferimenti che soltanto pochi possono cogliere, altri ancora hanno un significato molto personale. La cosa curiosa è che, a distanza di tempo, capita spesso che sia io stesso a riscoprire dettagli che avevo completamente dimenticato. È come se ogni illustrazione custodisca un frammento preciso relativo al momento in cui è nata. E quando qualcuno si prende il tempo di osservarla davvero e riesce a scovare uno di quei messaggi, ho la sensazione che il disegno torni a vivere. In fondo, è questo che cerco: un’illustrazione dovrebbe suscitare più emozioni contemporaneamente. Vorrei che sorprendesse al primo sguardo, poi strappasse un sorriso e, tornando a guardarla dopo qualche tempo, fosse ancora capace di rivelare qualcosa di nuovo. Credo che questa scoperta continua, questo dialogo tra l’immagine e chi la osserva, sia una parte fondamentale dell’identità di Fette.”



Sei un ciclista praticante. Cosa ti hanno insegnato le due ruote? Quanto hanno inciso sulla tua identità? E, dato che per noi ogni sport è una forma d’arte a sé stante, ritieni che la pratica ciclistica stessa sia pura arte?
“Mi hanno insegnato tutto. Questa è probabilmente la domanda più semplice di tutta l’intervista. La bicicletta mi ha insegnato pazienza, disciplina, il prendere decisioni, l’accettare sconfitte, il godermi il percorso e a capire che molte delle cose più belle della vita arrivano solo dopo aver fatto un po’ di fatica. Sono lezioni che valgono in sella, ma ancor di più lontano da essa. Più che influenzare il mio lavoro, la bicicletta ha plasmato la mia vita. Oggi, in un modo o nell’altro, tutto ruota attorno alle due ruote. Pedalo ogni giorno, in casa mia ci sono più biciclette che mobili e molte delle persone più importanti le ho incontrate grazie al ciclismo. Persino tanti progetti d’architettura e/o legati alle illustrazioni sono nati grazie a incontri avvenuti durante un’uscita in bici. Mi riesce difficile pensare ad un aspetto importante della mia vita in cui la bicicletta non sia stata presente.
E sì, credo fermamente che pedalare sia una forma d’arte. Ognuno vive la bicicletta a modo suo. C'è chi corre, chi esplora, chi la usa per ritrovare un po’ di silenzio, chi semplicemente la usa per andare al lavoro. Compiamo tutti lo stesso gesto, ma ognuno racconta una storia diversa. Di una cosa, però, sono assolutamente convinto: chiunque abbia pedalato almeno una volta nella vita ha immaginato, fosse anche solo per pochi secondi, di tagliare per primo il traguardo e alzare le braccia al cielo dopo aver vinto una tappa del Tour de France. Credo che questa capacità di farci sognare, anche quando siamo soli su una strada deserta, sia uno degli aspetti più belli e più profondi del ciclismo.”
Come ti fa sentire il fatto di essere assurto a punto di riferimento nel panorama ciclistico e di avere una community di appassionati alla tua arte sparsa in tutto il mondo, con cui puoi condividere la tua visione dei più grandi Tour e delle più varie icone ciclistiche? Allo stesso tempo, come hai vissuto e stai vivendo le collaborazioni con vari brand e istituzioni?
“A dire la verità faccio ancora fatica a vedermi in questi termini. Già il fatto di rispondere a quest’intervista mi sembra piuttosto surreale. Sono qui, in Ecuador, a parlare con qualcuno dall’altra parte del mondo che vuole conoscere la mia storia grazie ad alcuni disegni sul ciclismo. Se qualcuno me l’avesse detto anni fa, probabilmente gli avrei risposto che era impossibile. Fette mi ha regalato un qualcosa di prezioso: la comunità che si è creata intorno al progetto. Certo, poter vivere del mio lavoro è qualcosa di straordinario, ma sono state le persone a cambiarmi la vita. Grazie a Fette ho conosciuto corridori, designer, fotografi, giornalisti, aziende. Soprattutto, ho trovato degli amici. Persone che, con ogni probabilità, mai avrei incontrato se durante la pandemia non avessi iniziato a disegnare.
Questa esperienza mi ha fatto capire anche un’altra cosa: un’illustrazione può essere molto più di una bella immagine. Può dare origine ad una conversazione, far nascere un’amicizia, creare un legame tra persone che vivono agli antipodi del mondo, ma si riconoscono nella stessa idea. In fondo, credo che il vero senso di Fette sia questo: raccontare storie a modo mio e scoprire che, da qualche parte, ci sia qualcuno che le possa sentire altrettanto proprie. Anche lavorare con brand e squadre è un’esperienza incredibile. Apprezzo moltissimo il fatto che nessuno mi abbia chiesto di smettere di essere Fette. Anzi, chi mi cerca vuole proprio il mio approccio differente alla narrazione ciclistica. Questo mi fa pensare che ci sia ancora spazio per un racconto più umano, più creativo, meno prevedibile. Se per caso qualche brand stesse leggendo questa intervista... Prima di tutto, grazie. E fatevi pure sentire. Prometto che risponderò.”
Parliamo del Tour de France. La Grand Boucle cosa sprigiona dentro di te, a livello di emozioni e pensieri? E cosa ti ha particolarmente colpito di quest’edizione 2026?
“Il Tour de France è, senza alcun dubbio, il momento che aspetto di più durante l’anno. Per tre settimane tutto entra in una sorta di ‘modalità Tour’. Guardo ogni tappa, riempio quaderni di appunti, disegno, penso a nuove idee e mi domando continuamente che cosa succederà il giorno seguente. È impossibile non lasciarsi trascinare da quel tipo d’energia. Amo che ogni tappa racconti una storia diversa. A volte nasce da un’impresa straordinaria, altre volte da un gesto minuscolo, che quasi nessuno nota. Ed è proprio da questi soggetti che vengono ispirate e prendono forma molte delle mie illustrazioni.
L’edizione di quest’anno mi ha impressionato soprattutto per il livello della corsa e per la velocità con cui si è gareggiato. Ho la sensazione che il ciclismo continui ad evolversi stagione dopo stagione. Mi è piaciuto vedere volti nuovi, corridori capaci di mettere in discussione le gerarchie e sfidare i grandi campioni. È il segnale migliore che uno sport possa dare: significa che sta continuando a crescere. Certo, un piccolo dispiacere c’è stato. Mi sarebbe piaciuto vedere Jonas e Pogi giocarsi il Tour fino a Parigi. Credo che tutti aspettassero quel duello fino all’ultimo giorno. Ma è anche questo il fascino del Tour. Pensi di sapere come andrà a finire e, puntualmente, riesce a sorprenderti. Alla fine, ti regala sempre una storia diversa da quella che avevi immaginato.”



Quali sono le opere legate al Tour de France del presente e del passato che occupano un posto speciale nel tuo cuore?
“Sono talmente tante che sceglierne una sola è impossibile. Però, ce ne sono alcune che hanno segnato tappe importanti nella storia di Fette. L’illustrazione di Chris Froome che corre a piedi sul Mont Ventoux è stata una delle prime a farmi conoscere da un pubblico più ampio, quindi avrà sempre un posto speciale nel mio cuore. Sono molto affezionato anche ai lavori dedicati a Wout van Aert durante il Tour del 2022, quando la Jumbo-Visma riuscì davvero a mettere Pogačar sotto pressione. Sono stati giorni incredibili da raccontare. Lo stesso vale per tutti i capitoli della rivalità tra Jonas e Pogi. Ho la sensazione che stiamo assistendo ad uno dei grandi duelli della storia del ciclismo e poterlo raccontare mentre accade è un privilegio raro. Un’altra illustrazione a cui tengo molto è quella dedicata a Mathieu van der Poel nel giorno in cui ha finalmente conquistato la maglia gialla. Era uno di quei momenti che tutti aspettavano da tempo.
Le storie che amo raccontare, però, non coincidono quasi mai con le vittorie. Mi interessano i momenti che rivelano davvero chi sono i corridori: una giornata storta, un gregario che sacrifica tutto per il proprio capitano, oppure un atleta che conquista una maglia o un premio che, fino a pochi giorni prima, sembrava irraggiungibile. Sono episodi che ci ricordano una cosa molto semplice: dietro ogni campione c'è una persona. E credo sia proprio questa la dimensione del ciclismo che merita di essere celebrata. Alla fine, le illustrazioni a cui resto più legato sono quasi sempre quelle più dense di dettagli. Mi diverte nascondere citazioni, piccoli rimandi, messaggi che non si colgono al primo sguardo. La cosa curiosa è che, quando ci torno sopra dopo mesi o addirittura anni, conoscendo ormai come quella storia è andata a finire o come si è evoluta la carriera di quel determinato corridore, finisco per guardare tutto con occhi diversi. È un po’ come rivedere una tappa di cui conosci già il finale: ogni volta ti accorgi di un qualcosa che ti era sfuggito. Forse è proprio questa la mia idea d’illustrazione riuscita: un’immagine che t’invita a tornare, che resiste al tempo e continua a raccontarti qualcosa di nuovo.”
Quali sono i ciclisti che oggi stuzzicano maggiormente la tua immaginazione? E quali le leggende che sono muse eterne per te?
“I think the riders who appear most often in my work are Pogačar, Wout van Aert, Mathieu van der Poel, Jonas Vingegaard, Remco Evenepoel, Primož Roglič, Egan Bernal, Isaac del Toro, and on the women’s side, Demi Vollering, Marianne Vos, Elisa Longo Borghini, Pauline Ferrand-Prévot, and Katarzyna ‘Kasia’ Niewiadoma. Each of them has such a distinct personality that it’s easy to build stories around them.
Pogačar corre come se non sapesse nemmeno cosa siano i limiti. Van der Poel e Wout sono spettacolo allo stato puro: quando sono al via, sai già che prima o poi succederà qualcosa di memorabile. Jonas ha un’incredibile calma apparente, che all’improvviso si trasforma in attacchi devastanti, proprio quando meno te li aspetti. Remco ha un carattere fortissimo e un modo di correre che, nel bene o nel male, finisce sempre per far discutere. Roglič ha una qualità che ammiro profondamente: qualunque cosa accada, riesce sempre a rialzarsi. Egan Bernal avrà sempre un posto speciale per tutto quello che rappresenta per l’America Latina e per ciò che è riuscito a superare nella sua carriera. Isaac del Toro, invece, trasmette quella rara sensazione di assistere all’inizio di qualcosa di molto grande.
Anche nel ciclismo femminile trovo una fonte inesauribile di ispirazione. Demi Vollering, Marianne Vos, Elisa Longo Borghini, Pauline Ferrand-Prévot e Kasia Niewiadoma hanno modi completamente diversi di correre e di vivere la corsa. Ognuna di loro porta con sé una storia che vale la pena raccontare. E se parliamo di leggende, il primo nome che mi viene in mente è sempre Marco Pantani. Al di là delle vittorie, c’era qualcosa nel suo modo di correre che sembrava appartenere a un’altra epoca. Quando attaccava era semplicemente impossibile distogliere lo sguardo dalle sue azioni.”









