A Torino, abbiamo ritratto una celebrazione del canottaggio, della sua preziosa, stratificata cultura e del suo avvenire: un inno composto da studenti-atleti di prestigiosi atenei internazionali, che tra le onde del Po hanno unito la propria arte sportiva a Sebago
Un flusso. Di corpi che spingono all’unisono. Di fasce muscolari fuse nel ritmo e nel gesto. Di accostamenti cromatici che contengono tradizioni ultracentenarie e, allo stesso tempo, vestono il futuro di una disciplina eterna. Il canottaggio lascia sempre sbalorditi. Nel cuore di Torino, poi, non può che incantare. La Sebago Rowing Cup è tornata tra le onde del Po, traducendo in estasi sportiva l’ethos di un brand radicato nella cultura acquatica, come Sebago, e dando una piattaforma d’eccezione ai talenti remieri di alcuni tra gli atenei più rilevanti nel panorama internazionale. Da Oxford ai Paesi Baschi. Da Roma ad Amburgo.
Una competizione, come richiede l’anima stessa del canottaggio, in questo caso scandita da otto con ed equipaggi misti. Soprattutto, una celebrazione dello spirito insito in questa nobile arte sportiva. Sia esso inteso da un punto di vista estetico, comunitario o, ancora, puramente formativo. Capisaldi, tutti, di una dimensione atletica che fa dello sforzo condiviso e della responsabilità individuale le proprie matrici, e di un identitario codice stilistico il proprio manifesto globale.
Raccontano tutto ciò le testimonianze di Theodore Siri | University of Oxford, Matilde Paoletti | LUISS e Oscar Krause | University of Hamburg (vincitore dell’evento, insieme al suo equipaggio): atleti-studenti in grado di riconoscere ed elevare gli infiniti significati del canottaggio che è stato, che è, e che continuerà ad essere.







Theodore Siri | University of Oxford
“Mi sono avvicinato al canottaggio solo di recente. Da ragazzo non ero particolarmente sportivo. Non avevo una grande coordinazione occhio-mano, non ero bravo a calcio, né in altre discipline. Poi sono arrivato all’Università di Oxford, dove il canottaggio è ovunque. Tutti hanno la possibilità di salire in barca ed allenarsi, dai livelli più bassi fino agli atleti di vertice, e abbiamo la fortuna di poter contare su allenatori estremamente preparati.
Mi sono innamorato del canottaggio per la sua assoluta linearità. Più ti alleni, più migliori. La tecnica esiste, naturalmente, ma si può imparare. Alla fine, moltissimo dipende dalla capacità di dedicarsi completamente a ciò che si sta facendo. Nel canottaggio non esistono stelle. Sulla barca siamo in otto e ciò che cerchi di fare è, semplicemente, diventare parte di un unico ingranaggio. Nessuno può trascinare tutti gli altri. Nessuno può decidere di andare per conto proprio. Bisogna fare la stessa cosa, insieme. Non credo esista un altro sport di squadra paragonabile al canottaggio.
Forse è anche per questo che si creano legami così forti. Devi essere incredibilmente vicino alle persone con cui voghi. A Oxford arrivano da ogni parte del mondo: Stati Uniti, Australia, Italia, Germania, da tutta Europa… Con il tempo, si creano amicizie che durano una vita. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde ci svegliamo alle cinque del mattino, sei giorni alla settimana, viaggiamo insieme sui minibus per poi ritrovarci a remare nel buio. D’inverno, usciamo dall’acqua mentre sorge il sole, dopo esserci allenati senza vedere nulla, se non una luce davanti ed una alle spalle, con i ghiaccioli che pendono dalle barche e un freddo tremendo… In quel contesto, continui semplicemente a remare. E quando attraversi tutto ciò insieme ad altri, nasce un legame raro. Non c’è niente di simile.
Il canottaggio finisce per dare forma anche a tutto ciò che accade fuori dalla barca. Ti svegli alle cinque, cinque e mezza, ti alleni e sai che la sera dovrai allenarti di nuovo. Quei momenti diventano l’inizio e la fine della tua giornata. Tutto il resto deve trovare spazio nel mezzo. Per me, quello spazio è occupato dalla filosofia politica. Per questo, quasi tutte le sere, alle otto e mezza sto già dormendo.
C’è una cifra degli sport endurance che si trasferisce nella vita accademica. Lavori duramente e, cosa ancora più importante, impari a lavorare duramente. Il canottaggio ti dà uno scopo ogni giorno. Sai verso cosa ti stai dirigendo. Hai un obiettivo e devi lavorare per raggiungerlo. Credo che, in questo senso, il rapporto tra canottaggio e università sia profondamente simbiotico. Ti impegni duramente per l’università e ti impegni duramente per il canottaggio: in qualche modo, una cosa rende possibile l’altra. Qualunque tipo di stress tu abbia, inoltre, puoi riversarlo nell’attività sportiva stessa.
Passiamo moltissimo tempo a sviluppare la condizione fisica sul remoergometro, ma l’arte del canottaggio è fatta di tecnica, spirito e, soprattutto, mentalità. Contro Cambridge gareggiamo su 6,8 chilometri. Puoi iniziare a sentire del dolore dopo appena 500 metri, e da quel momento in poi devi trovare il modo di attraversare tutto ciò che rimane. È lì che la squadra diventa essenziale. Continui perché sai che la persona dietro di te continuerà, e lei continua perché sa che farà lo stesso chi c’è alle sue spalle. Diventa fiducia. Sicurezza reciproca. Una mentalità condivisa da tutta la barca.
Il canottaggio è fatto di unità. Un colpo di remo dopo l’altro. Ogni due o tre secondi devi prendere una nuova decisione. Hai abbastanza tempo per stare lì e pensare: bene, devo farlo ancora una volta. Solo un’altra. E poi un’altra ancora. Se continui così, prima o poi arriverai alla fine con i tuoi compagni. Ancora una volta, tutto questo crea legami umani profondi, e molto ampi. A Oxford ti senti connesso con chi ha fatto parte del club negli anni attuali e recenti, ma anche con chi remava per l’ateneo cinquanta o sessant’anni fa. Tornano tutti a trovarci. Sono al nostro fianco. E prima o poi saremo anche noi parte della stessa eredità.
Al canottaggio è legata anche una cultura visiva molto definita. In Gran Bretagna la puoi respirare in modo particolare durante la Henley Royal Regatta. In generale, lo stile occupa un posto estremamente rilevante nel canottaggio: credo che questo sport possieda una sua eleganza intrinseca. Trovo qualcosa di speciale nella possibilità di far convivere lo stile e la tradizione propri del canottaggio con una progressiva apertura dello sport a più persone. L’identità visiva è anche uno dei modi attraverso cui generazioni diverse possono riconoscersi e fondersi tra loro. Incontri qualcuno che indossa il blazer del tuo club, in qualsiasi parte del mondo, e immediatamente nasce una connessione. Ti senti parte di una comunità che possiede un’identità visiva, oltre che una solida cultura.
E quella comunità è molto più grande di Oxford. Essere a Torino e gareggiare con equipaggi provenienti da tutta Europa ci offre qualcosa che viviamo raramente, perché normalmente competiamo contro squadre britanniche. Qui, grazie al supporto di Sebago, abbiamo la possibilità di conoscere la cultura del canottaggio al di fuori della Gran Bretagna, incontrare persone provenienti da altri luoghi, confrontarci con loro e poi gareggiare insieme. Anche vogare in equipaggi misti è qualcosa d’insolito per noi. A Oxford uomini e donne fanno parte dello stesso club, ma normalmente si allenano e gareggiano separatamente. Ritrovarsi qui, sulla stessa barca, permette al club di mostrarsi unito in un modo alternativo.
E poi c’è semplicemente il Po. È bellissimo. Noi ci alleniamo vicino a Oxford e trascorriamo molto tempo a Londra, perché è lì che si disputa la Boat Race. Londra è frenetica. Ci sono barche ovunque, onde, movimento continuo... In questa fetta di Torino, invece, il verde accompagna il fiume lungo entrambe le sponde. La differenza è forte, e si sente.”





Matilde Paoletti | LUISS
“Ho iniziato a fare canottaggio grazie al progetto Remare a Scuola. Ero alle medie quando sono stata reclutata dai miei allenatori: ci fecero provare il remoergometro e scelsero coloro che mostravano più potenzialità. Probabilmente, non avrei avuto modo di conoscere il canottaggio se non fosse stata per quell’occasione. Mi è piaciuto subito stare all’aria aperta, essere continuamente a contatto con tanti ragazzi e ragazze della mia età, avere la possibilità di mettermi in gioco. Poi, giorno dopo giorno, ho imparato ad apprezzare sempre più la disciplina. Adesso, le mie giornate sono fatte di canottaggio: mi alleno due volte al giorno, tutti i giorni. La domenica una volta sola.
Il mio obiettivo, fin da piccola, è arrivare alle Olimpiadi. Attualmente, faccio parte della Nazionale Under 23. All’interno di università come la LUISS, puoi costruire percorsi differenti: alcuni atleti remano direttamente con la squadra dell’università, mentre altri, come me, continuano ad allenarsi con i rispettivi club di appartenenza. Seguo una preparazione diversa, perché durante l’estate l’obiettivo è entrare in Nazionale e rappresentare l’Italia: indossare la divisa Azzurra.
Secondo me, ogni sport è una forma d’arte. A maggior ragione il canottaggio, perché si svolge in un ambiente bellissimo, all’aria aperta, sull’acqua: che sia un lago, un fiume o il mare... Soprattutto, perché è una disciplina che mette in mostra il movimento, la sincronia, e anche solo per questo rimanda ad un qualcosa di artistico. A differenza di molti sport moderni, poi, il canottaggio possiede una tradizione centenaria. In Italia magari non è diffuso quanto in altri Paesi, dove esiste una grande cultura legata ai college e alle barche lunghe. Ma anche noi abbiamo una storia importante, in particolare nelle barche corte, e oggi stiamo cercando di sviluppare sempre più anche il canottaggio femminile.
Sono molto orgogliosa di essere una studentessa-atleta. La LUISS mi supporta molto in questo percorso, anche perché mi sono trasferita nel Nord Italia proprio per potermi dedicare completamente al canottaggio. Riuscire a bilanciare le due dimensioni è fondamentale e credo che lo sport sia anche un ottimo modo per imparare a organizzarsi meglio nello studio e portare avanti parallelamente una dual career.
Molti coetanei che non remano mi raccontano che fare un’ora di sport, magari due o tre volte alla settimana, li aiuta a staccare dall’intensità dello studio universitario. A me viene da sorridere, perché nel mio caso accade esattamente il contrario. Allenandomi due volte al giorno, è lo studio a diventare il momento in cui stacco dallo sport. Mi è sempre piaciuto studiare, quindi considero il tempo che dedico a giurisprudenza come una forma di focus mentale: un modo per continuare ad allenare la testa.
Naturalmente ci sono dei sacrifici da fare. Non userei il termine rinunce, perché sono scelte che prendo volentieri. Di certo, però, non puoi permetterti di andare a dormire alle undici tutte le sere. Normalmente vado a letto intorno alle nove, nove e mezza, e mi sveglio presto. Riesco comunque a mantenere una vita sociale: anzi, uno degli aspetti più belli del canottaggio è proprio la possibilità di creare amicizie. Ci frequentiamo molto tra noi atleti/e: ci alleniamo insieme tutto il giorno e, alla fine, il cerchio di amicizie è ovviamente composto da persone che appartengono a questo mondo.
Il bilanciamento perfetto, per me, sta nell’equilibrio tra mente e nel corpo. Il talento serve, ma non basta. Servono costanza e allenamento. I risultati possono non arrivare immediatamente e bisogna essere disposti a costruirli attraverso un lavoro molto più lungo del previsto. Le gare internazionali si concentrano prevalentemente nel periodo primaverile ed estivo, ma la maggior parte del lavoro viene fatta durante l’inverno. Quando qualcuno guarda una gara vede i duemila metri, vede lo sforzo e, se tutto va bene, vede la vittoria. Ciò che non vede sono tutti i chilometri che ci sono dietro, persino quaranta al giorno, insieme al lavoro in palestra e a quello sul remoergometro. Per questo, al di là del fisico, la parte fondamentale è la mente.
E poi bisogna sentire la barca. Nelle barche lunghe, come l’otto, serve una grande sincronia con tutto l’equipaggio. Durante l’anno, io sono principalmente una singolista e credo sia essenziale sviluppare un vero e proprio feeling con la barca… Un’affinità che ti porta ad autocorreggerti. Prima di tutto, voglio essere io la giudice più severa di me stessa. Dopodiché, naturalmente, mi confronto di continuo con gli allenatori, che possono offrirmi uno sguardo esterno. Ormai, però, ho imparato così tanto a conoscere il mio corpo e la barca da comprendere subito quando qualcosa funziona e quando invece non funziona.
Negli ultimi anni ho iniziato a gareggiare anche nelle barche miste. È una specialità che apprezzo molto. Creare un giusto connubio non è sempre semplice: i ragazzi hanno leve più lunghe, sono più forti, quindi trovare un equilibrio nelle spinte e nella lunghezza della remata può essere complicato. Ma si crea un bellissimo clima. Quest’anno ho vinto il bronzo agli Europei Under 23 nell’otto misto e mi auguro che questa specialità continui a trovare spazio nelle competizioni.
Anche per questo sono felice di essere qui a Torino. È una città che ho scoperto proprio grazie al canottaggio e alla quale, ormai, sono affezionata. In questi spazi, ritrovo molto della tradizione storica del nostro sport. Ci sono equipaggi differenti, persone che praticano il canottaggio soltanto a livello universitario e altre che lo fanno agonisticamente, squadre provenienti da realtà diverse... C’è un ambiente internazionale e, soprattutto, una voglia reciproca di mettersi in gioco. Sono felice di rappresentare la LUISS, anche perché l’università mi sta permettendo di continuare il mio percorso sportivo al meglio, attraverso il progetto LUISS Top Athlete.
Sono altrettanto felice che un brand come Sebago supporti un evento che punta i riflettori sul canottaggio, perché si tratta di uno sport che deve ancora raggiungere la piena visibilità presso il grande pubblico. La dimensione estetica è sicuramente una chiave importante, di cui sono molto appassionata: vedere tutti gli equipaggi vestiti allo stesso modo restituisce sempre un’immagine elegante, molto legata allo stile che appartiene a questo mondo. Spero che possano esserci molti altri eventi di questo tipo.”





Oscar Krause | University of Hamburg
“Credo di essermi innamorato del canottaggio più di una volta. La prima avevo dodici anni. Non ero particolarmente bravo a calcio o negli altri sport che praticavano tutti, e il canottaggio è diventato semplicemente un posto in cui potevo sentirmi a mio agio. A quell’età partivamo tutti da zero e scoprii di essere portato. Mi offriva uno spazio in cui potevo mettermi alla prova.
Poi, mi sono innamorato del canottaggio una seconda volta, dopo essermi preso una pausa dagli allenamenti ad alta intensità. Allora, ho capito che il progresso non procede sempre in avanti. Non segue una linea costantemente ascendente. Se vuoi migliorare, devi dedicarti davvero a ciò che fai. Questo ha modificato il significato che il canottaggio aveva per me. Non si trattava più, solamente, di un luogo in cui potevo vincere delle medaglie. Era diventato un luogo in cui dovevo lavorare duramente e imparare la disciplina.
Ho sempre trovato il canottaggio incredibilmente affascinante dal punto di vista estetico. Da piccolo, guardavo tantissimi video delle gare. Attorno ai circoli remieri, poi, esiste una cultura fortissima: le sedi dei club, le persone, tutto ciò che li circonda... In qualche modo, vivi la sensazione di avere una casa. Quel tipo di dimensione estetica ti fa sentire a tuo agio, apprezzato, parte di qualcosa di più grande di te. E, naturalmente, quando remi su una barca insieme ad altre persone, sei letteralmente parte di qualcosa di più grande. Quando lo osservi dall’esterno, c’è qualcosa di estremamente appagante in un equipaggio che si muove all’unisono. E puoi percepire lo stesso tipo di bellezza anche all’interno della barca: nel ritmo, nel colpo di remo, nell’ampiezza del movimento.
Il canottaggio ha senza dubbio plasmato anche il mio percorso accademico. Non sono sempre stato uno studente modello. Quando mio padre voleva che facessi i compiti, scappavo e mi rifugiavo nel circolo di canottaggio. Poi ho capito che, se davvero volevo raggiungere un livello importante nel canottaggio, avrei dovuto frequentare una scuola specifica… e per riuscire ad entrarci, avrei avuto bisogno di buoni voti. Così, una cosa ha cominciato a trainare l’altra. Senza il canottaggio, dubito avrei sviluppato la stessa disciplina nello studio. Questo sport mi ha insegnato la pazienza. Mi ha insegnato a lavorare per qualcosa lungo un arco di tempo molto esteso. Senza il canottaggio, non credo che sarei arrivato fin qui.
Mi aiuta anche a restare con i piedi per terra. Ci sono momenti in cui semplicemente non riesci ad esprimerti al meglio, e confrontarti con questo tipo di limite può ridimensionarti di molto. Il canottaggio è uno sport incredibilmente esigente. Nelle sessioni più dure, a volte devi semplicemente stringere i denti e superare la fatica. Quella forza mentale, alla fine, si trasferisce in tutto il resto che fai. I canottieri hanno la reputazione di saper superare periodi difficili, che si tratti del lavoro o dello studio. Naturalmente, da studente-atleta non hai lo stesso tempo libero degli altri, ma il canottaggio è anche ciò che noi consideriamo il nostro tempo libero. Non lo viviamo come un lavoro. È semplicemente parte del nostro stile di vita.
Per me, la dimensione individuale del canottaggio è importante quanto quella collettiva. Anche se è uno sport di squadra, credo che un singolo vogatore possa aiutare l’equipaggio anche attraverso una certa dose di ‘egoismo’. Devi voler diventare migliore degli altri. In allenamento, in qualche modo, sei sempre in gara con chi ti circonda. Quando tutti portano questa mentalità nello stesso ambiente, si crea una dinamica che permette a ciascuno di migliorare. Ovviamente non puoi essere troppo egoista. Servono rispetto e attenzione verso le persone che hai accanto. Ma è proprio questo equilibrio, secondo me, a definire un buon vogatore.
Representing my university is different in Germany from what I imagine it might be like at a university in the United States. Rowing isn’t particularly popular, and many people at the university probably don’t even know that these competitions are taking place. But when you come to a race like this and compete alongside Oxford and other major universities, there is a certain sense of tradition to it. You represent where you come from, and that is a great honour. It makes you want to give your best. It is like having the wind at your back.
In questo scorcio di Torino c’è un qualcosa che trasmette un naturale senso d’affinità con il canottaggio. Sono solito allenarmi anche in un circolo svizzero molto antico, profondamente legato alla tradizione: dove puoi trovare una grande clubhouse e il legno è ovunque, insieme alle medaglie e ai trofei accumulati nel tempo. In luoghi del genere, sembra che la storia finisca per raccogliersi e divenire un flusso unico. Proprio come il canottaggio, c’è qualcosa di semplicemente bello nell’osservare, nell’ammirare contesti di questo tipo.
Mi piace molto vedere un brand importante come Sebago entrare nel mondo del canottaggio, perché aggiunge un’altra dimensione a questo sport. Il canottaggio è sempre stata una disciplina piuttosto di nicchia. Mai è arrivata, davvero, sotto i riflettori. Sebago appartiene ad un mondo legato all’acqua, ai laghi, alle barche e alla cultura che li circonda. Per questo credo sia importante che entri nella dimensione sportiva attraverso il canottaggio.
Ho molti amici nel nord della Germania che si vestono molto bene e portano con sé lo stesso tipo di ‘spirito’ che vediamo oggi qui, a Torino. Diventa qualcosa che supera lo sport stesso. Diventa uno stile di vita. Io vengo da una zona dove il canottaggio non è particolarmente diffuso. Ma attraverso il canottaggio, la scuola sportiva e l’università sono entrato progressivamente in questo mondo. Poco alla volta, per me è diventato qualcosa di più di uno sport. È diventato una cultura.”











