Il soffice e delicato sguardo di Henry Lamine Diagne riesce a dirigerci verso un altrove sportivo dove atleti e comunità vengono ritratti in profondità. Uno spazio visuale in cui la spettacolarizzazione del gesto lascia spazio alla vulnerabilità dell’identità umana e all'attaccamento al sistema culturale a cui appartiene
Per questo giovane fotografo nato in Svizzera e cresciuto tra Parigi ed il Senegal, fotografare un atleta significa, innanzitutto, sottrarlo alla sola dimensione performativa. Grazie all’utilizzo del ritratto e ad un passato nel mondo della moda, Henry umanizza i soggetti sportivi. Figure statuarie e iconiche lasciano spazio a esseri umani attraverso cui osservare specifiche culture e le loro peculiarità da un punto di vista privilegiato. Attraverso i gesti, i rituali, gli ambienti che li circondano e le comunità a cui appartengono, nei suoi scatti i soggetti riescono a raccontare qualcosa che eccede il risultato, divenendo, per l'appunto, narrazione più ampia e stratificata.
È proprio questa consapevolezza a definire gran parte della pratica fotografica di Henry Lamine Diagne. Il ritratto incontra il documentario; la fotografia editoriale assimila l’imprevedibilità dell’osservazione; la moda entra nel contesto sportivo senza trasformarlo in frivola superficie estetica. Il suo metodo procede così attraverso un’alternanza costante tra costruzione e osservazione. Ciò che conta è che l’immagine restituisca qualcosa di autenticamente umano, che possa essere riconosciuto anche da chi non ha mai praticato direttamente una disciplina. La sua fotografia diventa allora esercizio di prossimità e di reinterpretazione.





Prima ancora dello sport o della moda, cosa ha educato il tuo sguardo? È stata la fotografia stessa, il cinema, la strada, la tua famiglia, la musica, oppure le città in cui hai vissuto? E in che modo la fotografia è entrata a far parte della tua vita?
“Sono cresciuto in Svizzera. Mia madre è nata lì, mentre mio padre viene dal Senegal e, per via del suo lavoro, quando io e mio fratello eravamo piccoli abbiamo viaggiato moltissimo. Mia madre ha sempre voluto farci sperimentare diverse forme d’arte, prestando grande interesse a questa dimensione: ci portava nei musei, alle mostre, e aveva quasi sempre con sé una piccola Nikon F100, analogica. Credo sia stato proprio quello il primo elemento capace di suscitare in me una curiosità nei confronti della fotografia. Prendevo la sua macchina fotografica e facevo foto prima a mio fratello, più tardi a qualsiasi cosa attirasse la mia attenzione. Fotografavo il mio quartiere, la mia famiglia e le persone che ci circondavano. Ripensandoci oggi, credo che tutto sia cominciato proprio così.
Ho ricevuto la mia prima macchina fotografica intorno ai tredici anni. In seguito ho frequentato una scuola di fotografia in Svizzera, terminando quando avevo circa diciannove anni. A quel punto sapevo di voler esplorare il mondo della moda, così mi sono trasferito a Parigi. Nella mia testa, Parigi rappresentava il Real Madrid della moda. Pensavo che, se fossi riuscito ad affermarmi in quel contesto, avrei potuto farcela ovunque. E se non avesse funzionato, avrei sempre potuto tornare altrove o dedicarmi a un altro ambito. Per me rappresentava il livello più alto possibile. Avevo ben poca consapevolezza di ciò a cui stavo andando incontro, nonostante i dubbi, però, volevo farlo. Potevo riuscirci. Ho iniziato a lavorare come assistente alle luci e, in pochissimo tempo, mi sono state offerte un’incredibile quantità di opportunità. In Svizzera avevo ricevuto una formazione estremamente rigorosa riguardo le luci. La cultura del lavoro combaciava con un forte senso di disciplina: arrivavi puntuale, rimanevi concentrato, dovevi essere preciso e costante. Questo mi ha aiutato enormemente una volta arrivato in Francia, dove l’atmosfera poteva essere, a volte, leggermente più rilassata. Io, invece, arrivavo sul set con la mentalità di chi voleva fare ogni cosa nel modo più corretto possibile. Poco dopo ho iniziato a viaggiare insieme ad alcuni fotografi, imparando il mestiere lavorando nell'ombra. Quell’esperienza mi ha anche permesso di comprendere che la fotografia era, a tutti gli effetti, una vera industria. Fino ad allora, molti dei miei insegnanti mi avevano avvertito che si trattava di una professione estremamente difficile e che non esisteva alcuna garanzia per una carriera. Quando, però, ho cominciato a lavorare con fotografi già affermati, occupandomi dell’illuminazione dei loro set, mi sono reso conto che molti di loro ce l’avevano fatta.
Desideravo anch’io quel tipo di vita, non perché avessi mai sognato di diventare ricco, ma perché la stabilità economica poteva offrirmi una certa forma di libertà. Poteva consentirmi di viaggiare, di spostarmi, di realizzare i miei progetti personali. Sono tutte cose profondamente connesse tra loro. Ho iniziato, quindi, a pensare che forse avrei potuto utilizzare quella libertà per dedicarmi anche ad altri progetti, che avessero per me un significato particolare. Poi è arrivato il Covid. All’epoca lavoravo ancora come assistente alle luci e, una volta superato quel periodo, ho sentito il bisogno di mettermi alla prova. Quell’interruzione mi ha offerto l’occasione di azzerare tutto, di chiedermi che cosa volessi realmente fare e, soprattutto, quale tipo di fotografie desiderassi creare. Così, dopo quel momento, ho sostanzialmente ricominciato da capo la mia carriera: questa volta, però, come fotografo.
La moda è stata naturalmente il primo ambito in cui sono entrato, perché possedevo già contatti e relazioni all’interno di quel mondo. Ma la domanda più interessante è diventata un’altra: ora che sono io il fotografo, cosa voglio realmente dire? Sono andato in Senegal e ho cominciato a fotografare degli amici. Alcuni di loro erano lottatori, e la lotta occupa un posto enorme nella cultura senegalese. Ho iniziato a ritrarli e, attraverso loro, ho conosciuto anche diversi 'marabouts', figure che incarnano la dimensione spirituale che circonda questa disciplina in quel Paese. Ho trascorso del tempo in Senegal e, improvvisamente, mi sono reso conto di quanto fosse interessante fotografare un atleta non semplicemente in quanto tale, ma come punto d’accesso a un’intera cultura. In questo modo, lo sport diventa uno strumento attraverso cui raggiungere qualcosa di più profondo. Senza averlo inizialmente programmato, mi sono ritrovato a fotografare una dimensione spirituale estremamente significativa della mia stessa cultura. Era un universo al quale, fino ad allora, non avevo avuto realmente accesso.”
Lo sport ha sempre fatto parte della tua vita, oppure è diventato uno dei tuoi interessi soltanto strada facendo? E quando hai iniziato a considerarlo come soggetto fotografico?
“Ho sicuramente ereditato da mio padre l’amore per il calcio. Giocavamo molto e lo sport portava con sé una mentalità fortemente competitiva. I miei primi ricordi sono legati proprio a quest'idea: voler essere migliore di quanto fossi stato il giorno precedente, cercare di migliorare ogni volta che mettevo piede in campo. Mio padre veniva a vedere me e mio fratello giocare. Per molto tempo, lo sport è diventato una delle principali forme attraverso cui riuscire ad esprimere me stesso. Ma in quella fase non c’era nulla di particolarmente culturale o intellettuale nel mio rapporto con lo sport. Semplicemente, lo amavo.
Crescendo in Svizzera, avevamo accesso a moltissime discipline differenti. Ho giocato a tennis, ho corso, sono andato in bicicletta e ho provato ogni genere di attività. Lo sport era semplicemente ovunque durante la mia infanzia. La cosa interessante, tuttavia, è che inizialmente nulla di tutto questo era collegato alla fotografia. Quando ho cominciato a scattare, non mi è mai passato per la mente che un giorno avrei potuto fotografare degli atleti. In questo senso, sono arrivato al soggetto sportivo proprio attraverso la moda.”


Il tuo sguardo sembra spesso attratto da ciò che si trova in una condizione di lieve sospensione. Cosa ti interessa di questi momenti intermedi?
“Fin dall’inizio ho voluto evitare la spettacolarità. Ho la sensazione che una parte considerevole della fotografia sportiva si concentri sui momenti spettacolari e sulle azioni eccezionali, mentre io sono sempre stato molto più interessato ad avvicinarmi agli atleti attraverso il mezzo del ritratto, cercando di svelarne sensibilità, dubbi, vulnerabilità e incertezze. Sono dimensioni dell’atleta che, a mio avviso, rimangono relativamente assenti dalla cultura sportiva mainstream. Spesso si tende a rappresentare gli sportivi come figure quasi sovrumane, quando in realtà sono esseri umani infinitamente complessi. Io mi avvicino agli atleti prima di tutto in quanto esseri umani, per l'appunto. E sono costantemente alla ricerca di quei momenti intermedi. Nello sport è vero che a volte si vince e altre si perde, ma tra questi due esiti esiste un territorio emotivo sconfinato. Accadono moltissime cose prima di una vittoria o dopo una sconfitta, e credo che questo spazio intermedio venga ancora mostrato troppo raramente o, quantomeno, non sempre nel modo in cui personalmente vorrei vederlo comparire.”
Ad Athleta Magazine trattiamo lo sport come linguaggio culturale e artistico. Cosa ti ha portato ad osservare l'immaginario sportivo attraverso la medesima lente?
“Quando ho deciso di voler diventare fotografo, improvvisamente ho dovuto iniziare a interrogarmi su chi fossi, ma anche sul modo in cui gli altri mi percepivano. Quando ho fotografato i lottatori in Senegal, ho capito che gli atleti potevano rappresentare anche figure culturali. Credo sia stata probabilmente quella la prima volta in cui ho realmente compreso lo sport in questi termini. Fino a quel momento avevo lavorato soprattutto a editoriali e campagne.
Ho iniziato a produrre fotografie per me stesso, quindi come lavoro personale e non per un cliente, ripensando completamente al mio modo di avvicinarmi alla costruzione dell’immagine. Quando lavori a livello commerciale, come creativo, sei sempre consapevole dei diversi elementi che un brand necessita o si aspetta di ritrovare all’interno di una fotografia. Esistono determinate esigenze di cui, inevitabilmente, devi tenere conto. Quando invece crei qualcosa per te stesso, non c’è più un brand a dirti che cosa debba essere presente nell’immagine. Devi decidere autonomamente cosa conta, cosa desideri conservare e cosa vuoi realmente che la fotografia comunichi. Credo che questo processo mi abbia costretto a pensare in maniera molto più profonda e indipendente. Poi, attraverso il progetto sulla lotta, ho compreso che lo sport poteva trasformarsi in un’apertura verso qualcosa di molto più ampio rispetto all’azione in sé.”



Lo sport viene spesso fotografato per esaltare velocità, spettacolo e vittoria. Il tuo universo visivo appare invece più intimo, carico d'atmosfera, maggiormente attento alla presenza umana in quanto tale. Cosa ritieni sia ancora poco fotografato nello sport e quali emozioni cerchi di evocare attraverso la tua fotografia sportiva?
“Attraverso lo sport è possibile comunicare un’emozione, e l’emozione è qualcosa in cui le persone possono riconoscersi indipendentemente dal fatto che siano o meno degli atleti. Quando guardo una fotografia che ho realizzato, spero che riesca a restituirmi una determinata sensazione. Qualunque sia quell’emozione, desidero che chi osserva l’immagine possa riconoscervi qualcosa della propria esperienza. Se la fotografia contiene tristezza, per esempio, voglio che lo spettatore riesca a percepirla. Non è necessario essere atleti per potersi riconoscere in alcuni sentimenti. Per me si tratta soprattutto di creare le condizioni affinché un’emozione possa emergere, per poi lasciare che ciascuno la accolga a suo modo.
Quando mi avvicino ad un atleta, gli chiedo spesso se ricorda un momento in cui ha percepito una particolare emozione per provare a riportare quella sensazione davanti alla macchina fotografica. A volte funziona, altre no. Se non funziona, posso semplicemente lasciare che continui a fare ciò che stava facendo e, in quel momento, diventare quasi un fotografo documentarista, osservando invece di dirigere. Poi, in un altro momento, posso rendermi conto che una determinata composizione possiede una grande forza visiva e chiedergli di ripetere un passo, di assumere una certa posizione, oppure di muoversi in maniera leggermente differente. Improvvisamente, il processo si avvicina molto di più a quello di un editoriale di moda. Mi piace muovermi tra queste differenti modalità di costruzione dell’immagine e comprendere ciò che ciascuna di esse può apportare alla fotografia. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, ciò che realizzo rimane un ritratto dell’atleta, perché desidero rivelare qualcosa del suo atteggiamento e del suo carattere. Per questo motivo, di solito dedico del tempo a comprendere la persona che si trova davanti alla mia macchina fotografica. Cerco di aiutarla a portare all’interno dell’immagine qualcosa di intimo, qualcosa che abbia realmente vissuto. Gli atleti attraversano queste emozioni con un’intensità straordinaria e, proprio per questo, spesso comprendono piuttosto rapidamente ciò che sto chiedendo loro. Forse richiede un po’ più di tempo, ma il continuo passaggio dal linguaggio della fotografia editoriale a quello della fotografia documentaria è qualcosa che trovo incredibilmente stimolante.”
Avendo lavorato nel mondo della moda, come consideri il contatto tra questo mondo e gli atleti? E come interpreti la presenza fisica degli atleti stessi?
“Credo che ogni atleta possieda una propria personalità. Anche il modo in cui pratica il proprio sport è, in una certa misura, il modo in cui sceglie di presentarsi al mondo. L’abbigliamento rappresenta soltanto la componente più visibile nell'immediato di questa identità. Ogni volta che fotografi un atleta, inevitabilmente stai fotografando contemporaneamente moda, movimento e tensione. Nella mia mente, questi elementi sono sempre stati profondamente interconnessi. Non sento realmente il bisogno di scegliere. In uno stesso progetto, per esempio, può capitare d'incontrare un ritratto estremamente classico e, subito dopo, imbattersi in un’immagine molto più esplicitamente legata alla moda. Trovo estremamente stimolante muovermi tra questi territori differenti e reinventare continuamente le relazioni che possono instaurarsi tra loro.”




Consideri fashion e sport come linguaggi distinti, oppure come due espressioni affini e compenetranti, specie in riferimento alla tua ricerca visiva?
“Parlo ancora più in generale: oggi l’immagine ha progressivamente oltrepassato le proprie categorie tradizionali. Universi visivi differenti stanno iniziando a sovrapporsi e ad entrare in relazione tra loro. Trovo tutto questo incredibilmente entusiasmante. Se rimanessero completamente separati, credo che finirebbero inevitabilmente per diventare ripetitivi. Mi piace moltissimo osservare questi mondi fondersi. Quando vedi qualcuno come Kylian Mbappé diventare ambassador di Dior, capisci che si tratta di qualcosa di significativo. Oggi gli atleti sono evidentemente figure dotate di un’influenza enorme ma, al di là di questo, incarnano anche determinati valori e significati culturali. Trovo affascinante questa convergenza tra sport e moda, perché genera un’ulteriore chiave attraverso cui leggere il mondo contemporaneo. Un linguaggio visivo penetra nell’altro e, proprio attraverso questo incontro, entrambi possono produrre qualcosa di nuovo.”
Il tuo lavoro sembra spesso attraversare città, comunità e differenti culture. Quanto sono importanti la geografia e la cultura locale nella tua fotografia? E in che modo i diversi luoghi hanno plasmato il tuo modo di guardare lo sport e di fotografarlo?
“Per me, viaggiare significa essere costretto ogni volta a riconsiderare ciò che mi circonda, e trovo che in questo ci sia qualcosa di estremamente bello. Arrivi in un luogo, devi imparare a leggere un nuovo ambiente, comprenderne il funzionamento e, successivamente, provare a tradurre in fotografia ciò che hai appreso. Probabilmente è proprio questo processo uno dei motivi per cui amo così tanto viaggiare. Se vado in Turchia per fotografare un atleta, per esempio, possono servirmi una o due settimane soltanto per iniziare a comprendere perché le persone pratichino quella disciplina in un determinato modo, quale universo culturale la circondi e quale significato assumano determinati gesti all’interno di quello specifico contesto. Trovo questo processo incredibilmente stimolante. La fotografia mi obbliga a trascorrere del tempo con persone i cui mondi sono completamente differenti dal mio.
Crescere in Svizzera e trascorrere al tempo stesso periodi significativi della mia vita in Senegal ha avuto su di me un’influenza profonda. Dakar e Parigi, in particolare, sono diventate parte integrante del mio processo creativo; sono luoghi nei quali ho imparato a sviluppare ed elaborare le idee. La Svizzera è altrettanto importante, perché è lì che sono cresciuto. Direi che questi tre luoghi hanno plasmato profondamente il mio gusto e, più in generale, il modo in cui fotografo.”

Oggi le immagini sportive vengono prodotte in quantità enormi: campagne, contenuti social, fotografie di gara, personal branding. Ritieni che questa abbondanza abbia reso la fotografia sportiva più creativa oppure più ripetitiva?
“A essere sincero, vedo effettivamente moltissime immagini che si assomigliano. Ma, nel complesso, quando osservo la nuova generazione di brand e le discipline sportive che stanno acquisendo una visibilità culturale sempre maggiore, vedo anche un’enorme quantità di creatività. Il modo in cui alcuni brand e alcuni atleti scelgono di rappresentarsi mi appare spesso estremamente interessante, perciò rimango piuttosto ottimista. Naturalmente esistono moltissime immagini che ripetono le medesime idee e formule visive. Poi, però, ti imbatti in qualcosa che appare autenticamente diverso e immediatamente efficace. A volte non è nemmeno l’idea di fondo a essere radicalmente nuova; ciò che cambia è il modo in cui è stata realizzata. Anche soltanto uno styling differente, per esempio, può trasformare completamente un’immagine. Persino all’interno di un vocabolario visivo ormai consolidato rimane ancora uno spazio enorme per la personalità e per l’invenzione.”
Cosa ritieni che la cultura sportiva contemporanea debba ancora riuscire a esprimere?
“Credo che tutti, in qualche modo, sognino di essere liberi. Lo sport può rappresentare una porta d’accesso verso il concetto di libertà. Offre alle persone un’opportunità, per quanto temporanea, di uscire dalla propria vita ordinaria e di esprimersi in maniera differente. Anche per questo motivo, in questo momento, la società si dimostra così interessata allo sport. Molte persone trascorrono gran parte dell’anno lavorando, magari con soltanto poche settimane di ferie, seguendo routine all’interno delle quali non sempre esiste molto spazio per l’espressione individuale. Lo sport può diventare uno dei momenti in cui gli esseri umani riescono a esprimersi fisicamente ed emotivamente. Offre inoltre l’opportunità d'incontrare altre persone e di diventare parte di una comunità costruita intorno a una pratica condivisa. In questo senso, lo sport può funzionare come un rifugio. Quando guardo alla cultura sportiva contemporanea e all’immaginario che la circonda, credo che tutto si stia muovendo in una direzione interessante.”
Qual è lo sport che non hai ancora avuto l’opportunità di fotografare in profondità, ma che ti piacerebbe esplorare in futuro?
“Di recente ho iniziato a giocare a golf e me ne sono innamorato. Gioco soltanto da circa sei mesi, quindi per me tutto è ancora nuovo, e mi piacerebbe moltissimo esplorare le possibilità fotografiche racchiuse in quel mondo. Per il momento, tuttavia, il tennis rimane probabilmente il mio principale terreno di esplorazione. Lo trovo uno sport incredibilmente elegante, ma al tempo stesso è diventato profondamente connesso alla cultura contemporanea. Intorno al tennis stanno accadendo moltissime cose e ho la sensazione che vi sia ancora un territorio visivo vastissimo da esplorare. È proprio questo processo di continua reinvenzione a sembrarmi estremamente stimolante.”









