Attraverso le immagini di Ola Bodnaruś e le parole di Magda Linette, il tennis si rivela come uno spazio culturale, in cui lo stile non è tanto decorazione, quanto estensione della propria identità
“Vestiti male e ricorderanno il vestito; vestiti in modo impeccabile e ricorderanno la donna”, Coco Chanel. Nel tennis, forse più che in qualsiasi altro sport, questa idea trova una delle sue espressioni più convincenti. Perché, all’interno del campo, lo stile è parte integrante della performance: si muove e si esprime con essa.
L’immagine di una giocatrice non è costruita solo da colpi vincenti e risultati, ma dalla sottile armonia tra corpo e movimento, e da ciò che il corpo sceglie di portare in campo. In questo spazio, tra fondocampo e rete, l’abbigliamento è tutt'altro che neutro. Diventa linguaggio. Un'affermazione di presenza in un momento definito dall’esposizione, dove ogni gesto è osservato ed ogni emozione amplificata. In tali condizioni, ciò che si indossa può diventare una forma di sostegno. Una struttura. Un modo per vivere l'attimo con maggiore controllo.
Approfondendo la biografia di questa tennista WTA, e la sua intersezione tra sport e fashion, scopriamo un percorso che sfida l’immediatezza urlata dallo sport moderno. Con Magda Linette, il tennis si rivela sì, come solo uno stile di vita, ma soprattutto come porta d’accesso per un percorso diverso, completo.






Vieni dalla Polonia, un Paese storicamente, e sportivamente, legato a concetti come resistenza e resilienza. Ricordando la tua infanzia, che tipo di atmosfera ti ha formata, sia come atleta che come persona?
“Vengo dalla Polonia, e mio padre è sempre stato un allenatore di tennis, quindi sono stata introdotta a questo sport molto presto. Allo stesso tempo, ha fatto un passo indietro abbastanza presto dal ruolo di allenatore, perché non voleva che il tennis interferisse troppo con il rapporto padre-figlia. Per molti versi, non è stato un percorso facile, fin dall’inizio. Non eravamo una famiglia benestante. Avevamo parecchie difficoltà economiche, quindi il tennis, con ogni probabilità, non era la scelta più logica. È uno sport costoso, che richiede molto a una famiglia. In quel periodo — e credo sia qualcosa che sta lentamente scomparendo, soprattutto in Polonia — esistevano ancora club finanziati dal comune o dal governo. Quel tipo di strutture davano una possibilità a giocatrici come me. Penso di aver fatto parte di una delle ultime generazioni che hanno potuto davvero beneficiato di quel sistema. Potevi rappresentare il tuo club, giocare determinati tornei, ricevere un certo supporto e avere comunque accesso a opportunità che oggi stanno diventando sempre più difficili da raggiungere. Ora ci sono perlopiù club privati, e tutto sta diventando molto più elitario.
Quando ho iniziato a crescere e a competere fuori dalla Polonia, in giro per l’Europa, quel sostegno non era più sufficiente. A quel punto, avevo bisogno di sponsor privati, e tutto il mio percorso è diventato molto più incerto. Se devo essere sincera, la parola che mi viene in mente ripensando a quel periodo è disperazione. È stata quella sensazione a spingermi attraverso tante cose. Attraverso condizioni difficili, momenti in cui i risultati non arrivavano, situazioni tutt’altro che ideali... C’era questo bisogno costante di resistere, di trovare un modo per andare avanti, di costruire qualcosa di migliore — non solo per me stessa, ma anche per la mia famiglia. Non c’è mai stato davvero un piano B. Era questo o niente. Tutti attorno a me facevano sacrifici. Persino la vita di mia sorella, in molti modi, è stata modellata dal mio tennis. Qualunque risparmio avessimo era investito nella mia carriera. Avevo pressione. Molta pressione. Ma c’era anche questa strana, incrollabile fiducia, dentro la mia famiglia: in fondo, ne valeva la pena.
È questo quello che ricordo di più: un senso di fiducia, anche in condizioni molto dure. Allenarsi per tutto l’inverno dentro palloni gelidi, uscire di casa prima dell’alba, tornare tardi la sera dopo scuola, allenamento, palestra, fisioterapia, compiti. Era estenuante. Ma sotto tutto questo c’era la sensazione condivisa che, forse, il tennis avrebbe potuto aprire la porta a un futuro diverso.”


Quando eri giovane, cosa rappresentava per te il tennis? Un sogno, pura disciplina o, per l'appunto, un modo per cambiare la tua vita?
“Penso che fosse tutte queste cose insieme. Ci sono pochissime professioni capaci di cambiare completamente la tua realtà economica in un lasso di tempo così breve, soprattutto per una donna polacca. Il tennis è ancora uno degli sport femminili meglio retribuiti al mondo e, se sei abbastanza forte, le cose possono cambiare rapidamente. In altre carriere — se vuoi diventare medico o avvocato, per esempio — possono volerci quindici anni prima di raggiungere quel tipo di stabilità. Nel tennis, invece, può succedere in due, tre, quattro anni.
Naturalmente, questo vale solo se le cose vanno bene. Se non vanno bene, può volerci molto più tempo. E in questo senso è una grande scommessa. Un infortunio può fermare tutto. Una decisione sbagliata sul tuo team, l’ambiente sbagliato, finanziamenti insufficienti… ci sono moltissime cose che possono andare storte. Ci sono così tante giocatrici che cercano di farcela, incluse molte che partono da condizioni molto migliori delle mie, con più supporto, più soldi, strutture migliori. Quindi, ti chiedi: perché dovrebbe funzionare proprio per me? Ma è esattamente per questo che continuo a tornare mentalmente a quell’idea di fiducia. In qualche modo, tutti attorno a me credevano che avrebbe funzionato. Non in modo ingenuo, ma con una sorta di fede ostinata. E quando cresci dentro un’atmosfera del genere, quella fede diventa parte di te.”
Senti che quella fiducia sia ancora un caposaldo che porti con te quando entri in campo, oggi?
“Penso sia qualcosa che molti di noi, provenienti da questa parte del mondo, condividono. Esiste una certa mentalità che nasce in quel contesto, e credo la si possa percepire in molte giocatrici dell’Europa dell’Est. Possiamo essere emotive, sì. A volte forse più emotive di altre. Ma abbiamo anche questo istinto di fare assolutamente tutto ciò che possiamo per vincere. Anche quando le cose sono difficili. Anche quando non ci sentiamo al meglio. Anche quando le condizioni sono contro di noi. C’è questa sensazione che, in qualche modo, tu possa comunque trovare una via verso la vittoria. E penso che questo derivi dall’essere abituate alle avversità. Quando cresci con la consapevolezza che le cose non andranno sempre come vorresti, impari a muoverti dentro i problemi. In un certo senso, possono persino diventare una forma di motivazione. Quando le condizioni sono difficili, quando qualcosa non funziona, invece di sentirti sconfitta da quella situazione, ti senti quasi attivata da essa. Quella mentalità può aiutarti: a volte, può anche lavorare contro di te... ma è sicuramente rimasta dentro di me. Qualunque tipo di giornata io stia vivendo, qualunque problema si palesi, devo trovare una soluzione.”
Nello sport, spesso si celebrano i prodigi e i giovani talenti. La tua storia sembra diversa: più stratificata e paziente, forse più umana. Sei entrata nella top 100 più tardi di quanto molti si aspettassero e hai raggiunto la tua prima semifinale Slam superati i trent’anni. Cosa ti ha insegnato questo percorso?
“Una cosa che ho imparato è che, in ogni settore, le persone cercano sempre di venderti il sogno. È per questo che tutti vogliono parlare della giovane giocatrice che cresce rapidamente, dell’adolescente che improvvisamente esplode, della storia che sembra uscita da un film. È ciò che attira l’attenzione. È ciò che entusiasma i genitori, gli sponsor e il mercato. Alla fine, anche lo sport è un business, e questo fa parte del suo funzionamento.
Ciò che suona meno attraente sono le verità più comuni: per molte giocatrici servono sei, sette, otto anni durissimi di fatica, senza soldi, senza certezze, senza garanzie. Questa versione delle cose è molto meno seducente. Per molto tempo, anche la longevità è stata un argomento taboo. Le giocatrici tendevano a ritirarsi più giovani. Pochissime continuavano a competere seriamente dopo i trent’anni. Poi, giocatrici come Serena hanno iniziato a cambiare questa narrazione. Hanno mostrato che una carriera poteva essere più lunga, che poteva evolversi, che si poteva persino tornare da esperienze che, un tempo, avrebbero messo fine del tutto a una carriera. Quest'idea è ancora relativamente nuova. Credo che solo ora le persone stiano iniziando a comprendere il valore della maturità — non solo emotivamente, ma anche professionalmente. Una carriera lunga può essere anche un grande investimento. Può costruire qualcosa di significativo nel tempo. Naturalmente, però, il sogno attirerà sempre di più. È ciò che le persone vogliono vedere nei titoli dei giornali sportivi. E lo capisco. Eppure, lo sport conserva una brutalità onesta. Alla fine, difendi il tuo posto attraverso la tua performance. Quella parte, almeno, resterà sempre onesta.”


Pensi che arrivare al vertice più tardi ti abbia permesso di sviluppare un rapporto più profondo e significativo con il tennis?
“Per gran parte della mia carriera, della mia vita, nel circuito la mia preoccupazione più grande è stata il denaro. Come farò a permettermi il prossimo torneo? Come farò a costruire il miglior team possibile? Come farò a continuare? Quella pressione era costante. Quando ho raggiunto la semifinale e sono arrivata al numero 19 del mondo... è stato anche il momento in cui l’aspetto economico mi ha finalmente dato un po’ di respiro. Per la prima volta in forse dodici o quindici anni, mi sono sentita calma e ho realizzato quanto spazio mentale fosse stato occupato, per così tanto tempo, semplicemente dalla sopravvivenza. In questo senso, vorrei che fosse tutto accaduto prima. Non perché non sia grata — ha significato tutto per me, e so benissimo che a poche giocatrici è dato vivere qualcosa del genere. Se avessi potuto avere quella tranquillità mentale prima, però, forse avrei avuto più tempo per concentrarmi esclusivamente sul tennis. Non sulla sopravvivenza, non sul cercare di capire come continuare, ma semplicemente su come diventare migliore. Sono profondamente grata che sia successo ma, se potessi scegliere, avrei scelto di arrivare prima a quel momento.”
Ad Athleta, interessa lo sport non solo come performance, ma come linguaggio culturale. Per te, cosa rappresenta il tennis oltre la competizione?
“Il tennis è il mio modo di vivere. Non è qualcosa che inizia quando entri in campo e finisce quando l’allenamento è terminato. A questo livello, ci vivi completamente dentro. Lo sport è così competitivo che, se anche solo una parte della tua vita non è allineata con ciò che stai cercando di fare, ti senti subito indietro: sai che le altre tenniste stanno dando tutto.
E oltre a questo, c’è molto più di quanto le persone immaginino. Il tennis non significa soltanto colpire una pallina. Significa voli, hotel, programmi di allenamento, staff, tasse, logistica, superfici, palline, fusi orari, trasporti, pianificazione. Sei responsabile di tutto. A meno che tu non possa permetterti di pagare qualcuno che gestisca queste cose al posto tuo, tutto è sulle tue spalle. È questo che rende il tennis così diverso da molti sport di squadra. In un contesto collettivo, gran parte della struttura esiste già. Nel tennis, invece, devi costruire continuamente il tuo sistema, settimana dopo settimana, città dopo città. La stagione dura quasi tutto l’anno, e puoi competere quasi ogni settimana in parti diverse del mondo. Ogni torneo porta con sé condizioni diverse, adattamenti, richieste. E poi, oltre a tutto questo, hai anche bisogno di supporto emotivo. Devi decidere chi viaggia con te, chi ti aiuta, come far funzionare tutto non solo professionalmente, ma anche personalmente. Credo che questa complessità sia qualcosa che spesso le persone non vedono. Il tennis non è soltanto uno sport che pratichi. Diventa la tua intera vita.”


Quando entri su un campo da tennis, ti capita mai di pensare al gioco in termini estetici — linee, ritmo, spaziature, movimenti — quasi come se fosse una forma artistica?
“Ad essere sincera, la prima cosa che ho notato sono stati gli outfit. Ho sempre amato il fatto che il tennis lasci spazio all’individualità. Penso che odierei uno sport in cui tutti devono vestirsi esattamente nello stesso modo, senza alcuna libertà. Mi farebbe impazzire. Da questo punto di vista, sono molto felice di essere una tennista.
Mentre pratichi sport sei molto esposta. Sudi, sei stanca, sei frustrata: non sei esattamente nella tua forma più impeccabile. Eppure, in qualche modo, nel tennis puoi comunque conservare un senso di stile. Puoi esprimere qualcosa attraverso ciò che indossi, e questo mi è sempre piaciuto moltissimo. Ho sempre dato importanza ai vestiti. Amo la moda. Questo è stato il mio primo punto d’accesso al lato estetico del tennis: l’identità visiva, personale, dentro il campo.
Solo più tardi ho iniziato a notare con maggiore chiarezza gli altri elementi: le linee, i colori delle diverse superfici, il modo in cui certi tornei creano un’atmosfera, in cui un campo può diventare una sorta di palcoscenico. Forse prima non me ne accorgevo perché sono cresciuta in ambienti più freddi: campi indoor, palloni invernali, luoghi più funzionali che belli. Ma quando inizi a viaggiare di più, quando vedi contesti diversi e tornei diversi, cominci davvero a capire che il tennis può essere visivamente potente in moltissimi modi. Mi piace che oggi ci sia un interesse crescente nel guardare il tennis — e lo sport più in generale — da un’angolazione diversa. Non soltanto attraverso la performance, ma attraverso l’immagine, l’atmosfera e la cultura.”
Il tennis e la moda sono legati storicamente e culturalmente, ma cosa significa per te il fashion fuori dal campo?
“Per me, la moda è sempre stata legata alla fiducia in sé stessi. Non sono mai stata la persona più sicura del mondo. Non mi sono mai sentita davvero completamente a mio agio con il mio aspetto e, per molto tempo, ho sempre voluto cambiare qualcosa di me stessa. Ma la moda ti offre un modo per lavorare su quella sensazione. Ti dà la possibilità di modellare il modo in cui ti presenti, di creare qualcosa che ti faccia sentire meglio. Un vestito può cambiare la tua energia e il modo in cui passi la giornata.
Penso anche che la moda lasci spazio a una forma di creatività. Non dipingo, non canto, non ho capacità artistiche tradizionali. Però, sento di avere dentro di me una certa sensibilità artistica, e la moda mi offre un modo per esprimerla. È una delle prime forme di espressione personale a cui puoi accedere. Soprattutto come donna, credo che l’abbigliamento possa diventare un linguaggio molto immediato. Amo il fatto che sia un qualcosa di completamente tuo. Decidi tu. Puoi farne ciò che vuoi. La libertà della moda è ciò che la rende così potente.”




In campo, i vestiti influenzano il modo in cui giochi una partita? Ciò che una giocatrice indossa può condizionare la sua sicurezza?
“Quando indosso qualcosa che mi piace davvero, qualcosa che sento perfetto su di me, mi sento immediatamente meglio. C’è un cambiamento percepibile. Allo stesso modo, se non mi sento completamente a mio agio con ciò che indosso, lo avverto subito. È una distrazione. Mi toglie qualcosa.
C’è sicuramente anche un certo senso di orgoglio, che ti senti infondere. Come atleta, soprattutto quando hai dei contratti, non hai sempre pieno controllo su ciò che indossi. Quindi, quando quella libertà c’è, conta. Incide sulla sicurezza, sicuramente. Entri in campo davanti a migliaia di persone e, allo stesso tempo, sai che molte altre ti stanno guardando in televisione, a volte per ore. È un'esperienza che ti espone in modo estremo. Sei stanca, sudata, non vorresti propriamente farti vedere in quelle condizioni. L’abbigliamento non nasconde tutto questo, ma ti offre una sorta di sicurezza. La sensazione che, almeno una parte, sia al proprio posto e sotto controllo. Che puoi sentirti bene con te stessa. E quando quella parte è ok, puoi lasciarla andare e concentrarti pienamente sulla tua performance.”
In uno sport costruito sulla ripetizione e sulla disciplina, la moda ti permette di esprimere qualcosa di più personale in campo?
“Ognuno trova il proprio modo di esprimersi, grazie ai vestiti che indossa. Ad esempio, per me ha grande importanza una collana che indosso sempre. È qualcosa a cui tengo davvero tanto. Ha due lati: uno rappresenta il giorno, l'altro la notte. Ho passato molto tempo a cercarla, più di un anno. Non volevo un oggetto qualunque. Volevo qualcosa con una storia. Ricordo di essere entrata in un negozio a New York e di aver chiesto se avessero qualcosa di significativo, qualcosa che portasse con sé una certa energia. Mi hanno mostrato questo talismano. Da quel momento, siamo inseparabili. Non lo cambio mai, è diventato parte di me.
In campo, rappresenta qualcosa di più profondo. C’è sempre ciò che mostri, e poi c’è ciò che porti dentro. Sento che quel piccolo oggetto collega questi due livelli. Per alcune giocatrici può essere un rituale — il modo in cui si legano i capelli, il modo in cui indossano una bandana... Per me, è la collana.”


Che tipo d'idea di femminilità, forza o identità vuoi veicolare e portare con te, oltre alle tue doti tennistiche?
“Per me è importante non essere definita soltanto come tennista. Certo, il tennis è la mia vita in questo momento, ma voglio anche costruire qualcosa al di là di esso. Ho già completato la laurea triennale. Voglio assicurarmi che, quando il tennis finirà, ci siano altre strade aperte. Allo stesso tempo, cerco di esprimere chi sono nel presente. La moda fa parte di questo. È uno dei modi attraverso cui posso mostrare qualcosa di più personale, che va oltre il campo.
In un certo senso, la vita è simile al tennis stesso. Stai giocando una partita e non sai mai davvero come si svilupperà. L’unica cosa che puoi controllare è la tua preparazione. Ti alleni, resti positiva, e quando appare un’opportunità devi essere in grado di riconoscerla — e coglierla. È così che vedo le cose adesso. Non so esattamente cosa verrà dopo, ma sto cercando di essere pronta.”
Al di là dei ranking, dei titoli e dei traguardi, cosa speri che il tuo percorso possa rappresentare per le giocatrici più giovani, in Polonia o altrove?
“Penso che il messaggio più importante sia che non esiste un solo percorso “giusto”. Siamo abituati a sentire parlare della traiettoria da sogno: la giovane giocatrice che cresce rapidamente, che raggiunge tutto molto presto. Ma non è l’unico percorso. E solo perché il tuo percorso richiede più tempo, non significa che sia quello sbagliato. Il mio viaggio è stato più lento, più graduale. Per molto tempo, forse, non è rientrato in quella narrazione che le persone si aspettano. Questo, però, non lo rende di certo meno prezioso.
Spero che le giocatrici, ma anche gli allenatori e i genitori, possano vedere che esistono tempi diversi, strade diverse, ritmi diversi. E che quei percorsi più umani, meno lineari, sono altrettanto validi. Non tutto deve accadere immediatamente per essere significativo.”


Credits
Photographer & Art Director: Ola Bodnarus
Stylist: Joanna Opinska
Make-Up: Cincior
Hair: Kateryna Yefremova
Lighting Assistant: Konrad Pardo
Photographer Assistant: Aleksandra „oliksy” Kalinowska
Stylist Assistant: Iza Gromko
Production Support: Aleksandra Teresa Grzymska
Photographer’s Agent: Nina Michalewska / nmgmt
special thanks to: Kuba Partyka (video & music) / Charlotte Bistro / Marcello Warszawa / Ośrodek Rozbrat – Warsaw / Agrykola Tennis Club – Warsaw
Editor: Filippo Libenzi






