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Ci sono percorsi di vita che si muovono il linea retta, ed altri che si sviluppano su terreni scoscesi. Eventi inattesi, cambi di direzione, finché, alla fine, tutto trova il proprio posto. Percorsi come quello intrapreso da Mac Scott

E’ la storia di un filmmaker che ha deciso di avvicinarsi al movimento, attratto dall’intimità e dalle verità viscerali dello sport, senza cercare di definire che cosa significhi praticarlo, ma portandoci abbastanza vicini da poterlo percepire.

Un linguaggio intimo 

“È un privilegio filmare le vite e la disciplina delle persone; guardare qualcuno esprimersi attraverso il movimento è bellissimo. È un linguaggio universale, e si possono abbattere rapidamente le barriere, ritraendo la passione di qualcuno.

Ho scoperto che, dopo aver passato del tempo con gli atleti ed essermi immerso nelle loro singole pratiche sportive, si aprono e sono disposti a spiegare perché fanno ciò che fanno — e il più delle volte, quel ‘perché’ è radicato in qualcosa di molto personale e significativo. È questo che mi ispira: sono attratto dai significati più profondi. Credo che questo derivi dall’aver attraversato io stesso alcune esperienze pesanti e dal desiderio di esprimermi a modo mio. La camera diventa un modo per entrare nelle vite degli altri, e mi sento molto fortunato a poterlo fare. 

Penso che ci sia un’intimità nel modo in cui filmo, perché essenzialmente cerco di entrare nello spazio personale di qualcuno. Mi torna spesso in mente la citazione di Robert Capa che lessi anni fa: ‘Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino.’ Attraversare quella linea di confine è qualcosa che mi attira. Sei completamente dentro la bolla dell’atleta, condividi lo stesso spazio, la stessa aria. Quando filmi boxe, corsa, lotta, persone che si spingono oltre i propri limiti, senti qualcosa di molto viscerale in quei gesti. Devo essere completamente presente, nel momento con loro, anticipando i loro movimenti, adattandomi mentre cambiano. È come una danza.”

Cercare il giusto modo per esprimersi

“Sono sempre stato circondato dall’arte. Vengo da una famiglia creativa, sono nato a Penzance, in Cornovaglia, una cittadina di mare nel sud-ovest dell’Inghilterra, ed entrambi i miei genitori sono sempre stati molto creativi. Mia madre gestiva una piccola galleria, quindi sono cresciuto circondato dall’arte, e mio padre è pittore e scultore.

Era quasi scontato che poi andassi a studiare arte all’università. Ero affascinato dalla fotografia e dal collage — stratificare, tagliare, riassemblare immagini a partire da vecchie fotografie trovate. Solo di recente mi sono reso conto di quanto quell’ossessione per le immagini e il collage abbia influenzato il mio modo di fare cinema e di montare video. Prendevo una fotografia che in origine era stata realizzata per uno scopo e ne cambiavo completamente il significato, cercando di costruirne sopra uno nuovo.

Quando ho finito l’università a Londra non avevo soldi. Avevo iniziato a lavorare in un ristorante a Peckham, lavando piatti per tirare avanti. Piano piano ho cominciato ad avvicinarmi alla cucina. Era un’atmosfera che innatamente mi attirava molto — intensa, piena di energia — e alla fine ho scelto di seguirla. Sono stato completamente ispirato dalla cucina e dall’idea di diventare chef per molto tempo. Era appagante diventare bravo in qualcosa che non fosse arte, ed era motivante imparare costantemente. Mi ha dato una base solida di disciplina e duro lavoro — qualcosa che non avevo mai davvero avuto all’accademia d’arte, dove tutto è libero, fluido e non c’è molta struttura.

Lavorare nelle cucine può essere brutale; devi buttartici completamente, ti assorbe del tutto. Ma durante quegli anni in cucina, la salute di mia madre stava peggiorando. Avevo la sensazione molto forte che, se fossi rimasto a fare quel lavoro, sarebbe potuto succederle qualcosa e io sarei stato in cucina, nel mezzo del servizio, a cucinare la cena di qualcun altro. Ho preso la difficile decisione di lasciare la cucina e tornare in Cornovaglia per stare vicino a lei e a mio padre per un po’. Purtroppo è venuta a mancare due mesi dopo, ma sono incredibilmente grato di aver preso quella decisione e aver lasciato la cucina.”

Lo sport come cura

“E’ stato allora, dopo la morte di mia madre, che per la prima volta mi sono davvero avvicinato allo sport. Non era qualcosa con cui ero cresciuto. I miei genitori non erano affatto sportivi, e da bambino non ho mai praticato uno sport vero e proprio, nulla di strutturato. In quel momento però lo sport, il movimento, era diventanto per me una sorta di stampella — un sostegno che mi aiutava a elaborare tutto ciò che era successo a mia madre e tutto quello che stava accadendo nella mia vita. Per la mia salute mentale, è stato incredibilmente utile.

Dopo qualche tempo mi sono ritrovato di nuovo a Londra. Ho iniziato a lavorare nell’industria cinematografica, nel reparto scenografia, e anche quello è stato un enorme percorso di apprendimento. Era motivante progredire di nuovo in un nuovo ambito. Mi ha aperto gli occhi sul lavoro nei grandi set e nelle produzioni, e alla fine mi ha ispirato a voler realizzare lavori cinematografici miei.  

In quel periodo avevo già sentito parlare di UVU. Seguivo il brand e vidi che Adi, il fondatore di UVU, aveva condiviso qualcosa su Instagram chiedendo di qualcuno che lo filmasse in pista su pellicola 16mm. Non avevo mai girato in 16mm. Avevo girato pochissimo in movimento, e di certo non avevo mai filmato sport in modo vero e proprio. Ma gli scrissi comunque. Cominciammo a parlare e capimmo abbastanza in fretta di avere gusti molto simili in fatto di cinema e reference varie. Entrambi sentivamo che c’era un enorme vuoto quando si trattava di filmare lo sport in modo più poetico.

A un livello molto basso in termini di capacità, in quel momento stavo vivendo un’esperienza interiore enorme con lo sport. Adi, dall’altra parte, aveva avuto una relazione completamente diversa con lo sport. Lo aveva praticato per tutta la vita a livello professionale. Ci rendemmo conto di esserci incontrati in un punto di incrocio perfetto: io ero cresciuto profondamente immerso nella creatività e avevo trovato lo sport solo da poco; Adi veniva da un background sportivo intenso e negli anni più recenti aveva iniziato a esprimersi creativamente. Mi prese con sé e mi diede un’enorme fiducia basata puramente su un gusto condiviso, su un istinto comune riguardo a come sentivamo che questo mondo dovesse apparire e farsi percepire. Sono estremamente grato ad Adi per aver creduto in me.”

Un approccio diverso 

“Ho sempre affrontato le cose in modo molto genuino. Ero esterno rispetto al mondo in cui stavo entrando, al meccanismo del branding stesso. Ci arrivavo da una prospettiva molto artistica, quasi da outsider. Ma ho sempre pensato che avere una prospettiva esterna possa essere una cosa positiva. Significa essere liberi di formarsi le proprie opinioni su ciò che sta accadendo, su ciò che si trova visivamente interessante.

Ciò che mi ha incuriosito fin dall’inizio, filmando Adi e i ragazzi, era che in quella fase UVU era fondamentalmente solo un gruppo di amici, e in fondo lo è ancora. Ero consapevole di entrare in un gruppo come completo estraneo. Non conoscevo nessuno, e all’inizio non volevo espormi troppo. Con il passare del tempo, siamo diventati tutti più stretti, e sono riuscito ad abbattere la barriera grazie alla camera. 

Sono rimasto aperto a qualunque cosa trovassi personalmente interessante. Un fascio di luce che passa attraverso un albero può essere importante per me quanto qualsiasi cosa accade con i ragazzi durante l’allenamento. Penso che quei dettagli astratti possano avere lo stesso peso quando si cerca di raccontare una storia. Quando filmi sport, puoi ritrovarti con una quantità enorme di materiale. Molto è pura ripetizione — la corsa, per esempio, è ripetitiva per natura — e ciò che cerco davvero sono i momenti di mezzo. I battiti intermedi: uno sguardo, un gesto, un cambiamento nel linguaggio del corpo. Tutti questi piccoli micro-momenti sono ciò che alla fine diventa davvero importante per lo storytelling.

Con lo sport, cerchi di visualizzare qualcosa che è difficile articolare: ciò che le persone attraversano emotivamente, il sacrificio, le loro motivazioni, perché un individuo spinga il suo corpo in quel modo. In realtà non voglio ‘riuscire’ a spiegarlo completamente, perché una parte di quel mistero è proprio il punto. Voglio solo avvicinarmi abbastanza.”