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Il progetto editoriale composto dalla direzione visuale di Faramarz Gosheh e dallo styling di Robyn Agulhas ci permette, da un lato, di immergerci nella texture culturale, ed estetica, del Beautiful Game, dall’altro di entrare nella biografia della lente dietro questa produzione: una storia creativa dove il calcio assume un ruolo lirico e strutturale

“Alcuni pensano che il calcio sia una questione di vita e di morte. Vi assicuro che è molto più importante di tutto questo”, sentenziava lo storico condottiero del Liverpool Bill Shankly. Il manager conosciuto come ‘il Santo’ intravedeva, nella disciplina universale per eccellenza, una matrice in grado di determinare intere esistenze, ma non solo: di scandire il corso di popoli e nazioni, e di elevarsi a dato culturale cruciale, tutt’altro che accessorio.

Non è dato sapere se l’aspetto estetico, tantomeno quello artistico, rientrassero nelle riflessioni del mito scozzese. Ascoltando la testimonianza di Faramarz Gosheh, però, sorge naturale l’associazione tra l’importanza assoluta del calcio, dei suoi riti e dettagli, e il senso di bellezza, più o meno celato, che, intrinsecamente, lo determina fin dalle sue origini. E che determina il corso di ogni essere umano innamorato di questa disciplina.

‘Field of Rituals’ si pone come manifesto di questo raro, meraviglioso potere calcistico. Composizioni sensoriali fuori dal tempo e dallo spazio, che nella biografia del loro creatore svedese trovano un senso pieno, che abbiamo carpito.

Partiamo dal rapporto che hai intessuto, nel tempo, con estetica, racconto visuale e calcio: in che modo questi elementi si sono intrecciati durante la tua crescita?

“Credo che tutto parta da casa. Mia madre è sia artista, che infermiera. Avevamo quadri ovunque: acrilici o acquerelli che spesso risultavano molto astratti, ma con riferimenti politici. All’epoca non li capivo fino in fondo, ora guardandomi indietro capisco quanto mi abbiano influenzato. Sono cresciuto circondato da texture e immagini, dalla sensazione che creare fosse qualcosa di naturale, una parte della vita quotidiana. Mia madre non mi ha indirizzato in modo esplicito, ma quell’ambiente mi ha fatto percepire la possibilità di una strada creativa. Da bambino ero molto attratto dall’architettura e dal design: ricordo che disegnavo scarpe da calcio, immaginando come avrei progettato un prodotto Nike. In generale, sono sempre stato un sognatore. Per molto tempo, però, il mio sogno principale è stato diventare un calciatore professionista. Intorno ai 16/17 anni ho capito quanto sarebbe stato difficile, soprattutto in Europa. Eppure, ho continuato a giocare. Ho fatto tutto il percorso in Svezia, nell’Örgryte IS, transitando dalle giovanili alla squadra juniores, per poi arrivare nelle riserve e, infine, in prima squadra. Ho giocato a livello semiprofessionistico per un paio d’anni, tra seconda e terza divisione. Oggi il club è arrivato in prima divisione, e questo mi rende molto felice”

 

Che ruolo ha avuto il calcio nella tua formazione, non solo come giocatore ma come persona?

“Un ruolo fondamentale. Prima di tutto, mi ha insegnato a stare dentro un gruppo. Giocando, capisci molto presto che non sei la superstar, e che da solo non vai da nessuna parte. Dipendi dagli altri, e gli altri dipendono da te. È una dinamica che, oggi, ritrovo nel contesto creativo: hai bisogno di una squadra per fare qualcosa che abbia, davvero, un senso. Il calcio mi ha insegnato anche il concetto di disciplina. Allenarsi più volte a settimana, prendersi cura del proprio corpo, mangiare bene, dormire nel modo giusto… sono abitudini che restano. Da freelance, questo tipo di ‘struttura’ mi torna molto utile. Spesso penso al mio lavoro come ad una successione di ‘stagioni’: il focus va su come mi preparo, su cosa voglio concentrarmi, come reggo i periodi più intensi, e poi come mi fermo e mi rigenero. Inoltre, il calcio mi ha permesso di conoscere luoghi e persone che, altrimenti, mai avrei incontrato. Le trasferte in piccole città, in realtà diverse anche all’interno della stessa Svezia sono esperienze che ti spalancano gli occhi. Ho incontrato persone con background molto diversi, e questo mi è rimasto dentro.”

Alla luce della tua naturale sensibilità visuale, hai mai percepito, durante la tua carriera sportiva, il calcio come una musa estetica o creativa?

“Non in modo consapevole, perlomeno non all’epoca. Per me si trattava soprattutto di crescita e competizione. Però, ripensandoci oggi, mi accorgo che certi elementi visivi sono rimasti radicati in me. I colori delle maglie, il modo in cui i giocatori portavano i calzettoni, come infilavano la maglia nei pantaloncini… piccoli dettagli che si sono depositati nella memoria. Oggi li rileggo quasi come una texture, uno sfondo mnemonico e sensoriale a cui faccio continuamente ritorno. C’è una bellezza, nel calcio, che credo di aver compreso davvero solo con l’evolversi del tempo”

 

Come sei arrivato alla fotografia e, poi, alla regia?

“In modo molto naturale. Il primo canale d’accesso è stata la macchina fotografica di mia madre, una DSLR che usava per i suoi lavori o per fotografare me e mio fratello. Ho iniziato a scattare gli amici e la macchina fotografica mi ha conferito una sorta di ruolo sociale. Quando sei un adolescente, entrare in una stanza può essere strano, ma con una macchina in mano hai uno scopo: osservi, ritrai. Agli esordi, volevo semplicemente fotografare ciò che vedevo nel modo più autentico possibile. Poi, ho capito che, a volte, determinati momenti non accadono da soli: vanno costruiti. Soprattutto quando lavori con clienti che chiedono di evocare un certo immaginario o una certa atmosfera. Da lì è subentrata la regia, e la direzione creativa in senso più ampio. È stato un percorso lungo, sviluppato nell’arco di diversi anni, facendo qualsiasi tipo di lavoro: eventi, matrimoni, industria culinaria... Non avevo una formazione accademica, quindi mi sono affidato alla curiosità e alla disciplina. Ho fatto molti errori, ma ho imparato circondandomi di persone più esperte. Ad un certo punto, qualcuno mi ha fatto notare che quello che stavo facendo mi permetteva di avere una voce. È stato uno stimolo importante per iniziare a capire cosa mi piace davvero e perché”

 

Come gestisci l’equilibrio che hai appena menzionato: lavoro commerciale-espressione artistica?

“Non sono mai stato un purista. Non penso che lavori commerciali o produzioni fashion siano qualcosa di ‘inferiore’. Alcuni dei fotografi che stimo maggiormente riescono a lavorare perfettamente con i brand, creando immagini profondamente artistiche, con una forte componente narrativa. È ciò a cui punto anch’io: lavori che possano vivere oltre la campagna, che abbiano una loro integrità e durata. Allo stesso tempo, porto avanti progetti più personali: cortometraggi, lavori indipendenti... Ma è proprio nell’intersezione tra arte, moda e lavoro commerciale che oggi accadono le cose più interessanti”

Parliamo di Field Rituals. Come nasce questo progetto editoriale?

“Nasce da un momento di frustrazione. Avevo perso due lavori e un terzo mi aveva svuotato creativamente. Mi sentivo distante dall’essere felice. Ad un certo punto, mi sono chiesto: cosa voglio fare per davvero? Amo il calcio, ma non lo avevo ancora esplorato abbastanza. Sapevo anche che sarei andato in Sudafrica, dove è nata la mia ragazza, e si è creata la perfetta occasione. Ho scritto un’idea, molto semplice, e ho iniziato a contattare alcune persone. Volevo lavorare sull’incontro tra calcio e moda, ma in modo leggero, giocoso, accessibile. Ho coinvolto la stylist Robyn Agulhas, che ha un legame molto forte con quel mondo: suo padre è stato un calciatore in Sudafrica. Abbiamo deciso di lavorare senza vincoli, senza cliente, con l’obiettivo di fare qualcosa che ci rappresentasse davvero”

 

Come si è sviluppata la produzione di questo progetto a vocazione calcistica?

“In modo molto libero. Abbiamo scelto persone che potessero restituire una certa energia. Non tutti erano giocatori e giocatrici, ma condividevano, in modi differenti, una connessione con il calcio. Avevamo molte idee, ma abbiamo anche lasciato spazio all’improvvisazione. Alcune cose le abbiamo abbandonate, altre sono nate sul momento. È una libertà che raramente trovi durante lavori di altro genere. Riguardando il materiale, quello che emerge è proprio l’atmosfera in sé: il calcio come un qualcosa di giocoso, intuitivo, collettivo”

 

Il progetto segue univocamente una ricerca estetica, oppure sono presenti filoni tematici più profondi?

“È stato soprattutto un processo intuitivo. Ho cercato di evitare di riempire le immagini di riferimenti. Mi interessava, in particolare, fare ritorno ad una sensazione: cosa significava per me il calcio da bambino. A quella serietà assoluta che hai da piccolo, quando ogni partita sembra una finale di Champions. Mi riferisco a quei rituali e a quell’intensità che ti segnano, anche quando, in realtà, non c’è nulla in gioco. Ho cercato di trasporre quella dimensione in un contesto adulto, dando forma ad un tributo nostalgico, ma anche ironico e leggero. Ci sono richiami agli anni Novanta e al filone ‘Joga Bonito’ dei primi Duemila, ma sono più suggestioni che citazioni esplicite”

Perché la scelta dell’analogico?

“Per diverse ragioni. Prima di tutto, per la qualità visiva: il digitale fatica a restituire le stesse sensazioni. Poi, soprattutto, per il processo. L’analogico ti costringe a rallentare, a essere più preciso. Non scatti in continuazione: aspetti il momento giusto. Questo cambia anche il modo in cui dirigi le singole scene. Nel nostro caso, si è presentata una vera e propria occasione: il direttore della fotografia Reezo Hassan aveva due rulli di Super 16, e abbiamo deciso di usarli. Va menzionato anche il tema dell’imperfezione. Polvere, graffi, piccoli difetti… per me sono segni di presenza umana. In un momento in cui l’immagine è sempre più legata all’AI, l’analogico conserva una cifra di resistenza. Ti ricorda che qualcuno era lì, fisicamente. In questo senso, mi riporta anche ai quadri di mia madre, fatte di pennellate visibili, di gesto”

 

Un ultimo, obbligatorio punto da toccare davanti a questa produzione editoriale: come valuti, oggi, il rapporto tra calcio e fashion?

“Mi sembra che questo dualismo abbia intrapreso una direzione molto interessante. Il calcio è sempre stato molto uniforme, anche a livello culturale. Oggi, anche grazie ai social, i giocatori mostrano maggiormente la propria identità. Mi riferisco al modo in cui vestono fuori dal campo, alle collaborazioni con i brand… c’è una forte convergenza in atto. Non è ancora così evidente ovunque, per esempio nel mio Paese, la Svezia, ma a livello globale è molto presente. Per anni il basket è stato più avanti, aveva una cifra, una diversità stilistica molto riconoscibile. Penso all’effetto di Allen Iverson, per esempio. Il calcio sta arrivando adesso a quel livello, e credo sia molto interessante assistere a questa evoluzione”

Credits

Director & photographer: Faramarz Gosheh

Stylist: Robyn Agulhas

Cinematographer: Reezo Hassan

1st AC: Paul Painting

Camera Trainee: Mantoa Motlolisi

Best Boy Lighting: Stephen Naki

BTS Photographer: Andile Phewa S

Stylist Assistant: Jason John

MUA & hair: Justine Alexander

Service Production Company: 360films

Service Producer: Mandy Ritchie

Production Coordinator: Sisipho Ngodwane

Set PA: Jabu Goba

Composer & sound mix: Richard Azar

Colorist: Franziska Heinemann

Editor: Faramarz Gosheh

Title Design: Paloma Demanet

Agent / Creative Partner: Andrea Hasselrot

Lab: Cinelab UK

Film: 16mm Kodak VISION3 50D5203/7203

TALENTS:

Emilio Namuhuja

Mukena Kapapa

Mncedisi Masondo

Alex Michelsen

Tosin Okunnu

Malaika Cuambe Jones