L’anima del Lower East Side catturata dal rito fotografico di Simone Strano: un’analisi visiva dell’identità skate e della bellezza dell’imperfetto nel cuore pulsante di Manhattan
C'è un'intersezione tra Monroe e Pike Street, dove Manhattan si spoglia del superfluo, per lasciare spazio all’anima più autentica della città. Qui, nel Lower East Side, sotto le imponenti arcate del Manhattan Bridge, il fragore ritmico, quasi tribale, delle linee B e D della metropolitana evoca un senso di appartenenza che trascende il linguaggio verbale, lasciando che lo skate diventi l'unica grammatica condivisa.
Il LES Coleman Skatepark non sfida il tessuto urbano, anzi, lo abbraccia, configurandosi come una sua estensione naturale che ne asseconda le forme. I piloni di ferro e pietra del ponte attraversano fisicamente lo spazio, proiettando ombre monumentali su panchine in granito e corrimano, che replicano con precisione l'arredo cittadino newyorkese.
L’occhio si allarga su un manifesto di cemento che, dal 2012, grazie alla visione e al restyling di Steve Rodriguez, si è trasformato in in un punto di riferimento mondiale. Un microcosmo in cui le gerarchie della Grande Mela si sgretolano, sfidate da una community che ha eletto la tavola a propria musa e che, attraverso la tavola, non fa che rigenerarsi quotidianamente.
Abbiamo il privilegio di esplorare questa mecca dello skate grazie a Simone Strano, ricercatore visuale napoletano, da anni radicato a Roma, che ha scelto di immergere in queste forme tanto urbane, quanto umane, la propria lente. Il suo è un progetto lungo quanto una decade: un continuum senza tempo, che racconta, attraverso ritratti, dettagli e dinamismo, l'anima di uno spot, e di un movimento, in costante espansione.
Suggestioni che ritroviamo lungo la sua testimonianza biografica.








Simone Strano
“La passione per la fotografia nasce a Napoli, la città dove sono nato e cresciuto, grazie ad un regalo di mio nonno. A nove anni, per la mia prima comunione, mi fece scartare una compatta. Quell’occhio ‘meccanico’ mi piacque da subito. Iniziai a scattare di continuo, qualsiasi cosa. Nel tempo, mi è poi venuto naturale informarmi, comprare libri… Lasciata l’università, poi, mi sono trasferito a Roma, dove ho seguito un corso di fotografia professionale. Oggi, nella mia attività quotidiana di ritoccatore, la fotografia resta per me uno spazio di decompressione. Un’arte che mi affascina proprio perché mi permette di staccare dalla perfezione digitale del lavoro commerciale.
Durante gli anni liceali, ho conosciuto un ragazzo che si muoveva in skate: una cosa alquanto rara, specialmente a Napoli. Il suono ruvido delle ruote sull’asfalto mi ha, in un qualche modo, affascinato. Tra alti e bassi, ho cominciato a skateare anch’io. Sebbene la mia attività sulla tavola sia andata scemando sempre più, a causa di dolori alla schiena, l’affinità con la cultura street, la musica, il modo di vestire e di appartenere, che la scena skate simboleggia da sempre, non ha smesso di accompagnarmi.
Questo progetto nasce più di 10 anni fa, proprio dal connubio di queste mie due grandi passioni. Il cuore della serie prende vita nel 2014 a Lower East Side, sotto il ponte di Manhattan. Devo ammettere che, una volta arrivato in quello spot, il contrasto con la città da cui arrivavo, in quel momento Roma, è stato netto. Se la pavimentazione delle strade della capitale scoraggia chiunque voglia salire su una tavola, nella Grande Mela la cultura giovanile, e non solo, è intrisa di skate. Scorre nelle vene, lo capisci istantaneamente. La tavola è un mezzo di trasporto cittadino indispensabile, che si tratti di fare la spesa, andare al lavoro o di sbrigare le commissioni di ogni giorno.
In quella finestra temporale di tre mesi, lo skatepark di LES è diventato casa: un’istituzione urbana, dove gli spazi e l'energia di una community eterogenea mi hanno permesso di fotografare in totale libertà. Entrare in quella community come fotografo è stato un processo naturale. La presenza quotidiana e prolungata nel parco mi ha permesso di diventare una figura conosciuta, familiare, accettata. Paradossalmente, la forza di questa disciplina così individuale risiede proprio nella sua straordinaria capacità di generare un legame collettivo: lo skate abbatte ogni barriera. È un linguaggio universale. A nessuno interessa chi sei o da dove vieni, l’unica cosa che conta davvero è la passione condivisa per la tavola.
Il mio approccio visivo, inizialmente, è ruotato attorno all’idea del ritratto: fermavo gli skater per scatti molto stretti, con il diaframma aperto al punto da mettere a fuoco talvolta solo il naso, lasciando che il resto svanisse sfocato. Ho realizzato anche ritratti più larghi, con la tavola tenuta nelle posizioni che gli skater preferivano. Poi, mi sono focalizzato sui dettagli. Venendo dal mondo dello still life commerciale, ho una certa sensibilità verso oggetti e forme. Ho fotografato ruote, tatuaggi, tavole spaccate e scarpe graffiate. Poi, sono passato all’azione, usando tempi lunghi per ritrarre il movimento: affrontando, in un certo senso, la fotografia con lo stesso processo istintivo che guida lo skate.
Come già accennavo, lo skate offre la possibilità di osservare la realtà attraverso una lente diversa, che ha finito per contaminare il mio stesso approccio artistico. Molte delle cose da cui sono attratto arrivano dal mondo underground, ponendosi agli antipodi del mio lavoro professionale, dove tutto deve essere polished e perfetto. Quando scatto per progetti personali, come questo, il mio istinto tende ad andare nella direzione opposta: a NYC, ho provato a trasferire alle immagini la ruvidità insita nello skate, ricercando un'estetica ‘sporca’, fatta di grana, mosso e sfocato. L’idea era, soprattutto, di restituire immagini autentiche.
Dopo quei tre mesi sono tornato varie volte al LES skatepark. A distanza di oltre dieci anni dall’origine di questa serie, per curare la gallery definitiva ho anche adattato il lavoro all’evoluzione del mio gusto. Ho voluto omogeneizzare il progetto attraverso il bianco e nero, una scelta che sottrae le immagini a una precisa datazione cronologica, creando un continuum senza tempo. In fondo, se oggi tornassi al LES, so che troverei skater che incarnano ancora lo stesso spirito e lo stesso stile di allora. Ho ripreso in mano il materiale in modo fisico, concreto: stampando, strappando, scrivendo, ricomponendo e riscansionando le immagini per eliminare la perfezione del digitale a favore di un approccio più ruvido e analogico.
Ora, osservare questo percorso maturato in un arco temporale così ampio, concretizzato in una pubblicazione editoriale è una grande soddisfazione. È emozionante poter raccontare, attraverso la mia lente, uno spot così iconico della scena skate di NYC”














