Radka Leitmeritz non è si è innamorata del tennis attraverso la fotografia sportiva. Ci è arrivata portando con sé lo sguardo della moda, la disciplina dell’arte e la consapevolezza di chi ha imparato che la bellezza può cambiare il modo in cui osserviamo lo sport
Il suo lavoro attraversa riviste, musei, ritratti di celebrità e mondi editoriali costruiti su controllo, styling e intenzione. Poi il tennis è entrato nella sua vita — prima come ossessione, come pratica, e infine come una nuova frontiera visiva. Ciò che vi ha trovato è stato un universo fatto di grazia, tensione e colore, eppure ancora raramente osservato con la sensibilità che meriterebbe.
Abbiamo parlato con Radka di cosa accade quando una fotografa di moda mette piede su un campo da tennis e rifiuta di abbandonare il proprio background. Ciò che emerge non è soltanto un nuovo modo di guardare questo sport, ma una meditazione più profonda sulla bellezza del tennis.





Una fotografa di moda sul campo da tennis
“Ho lavorato nella moda per la maggior parte della mia vita. A Parigi, per quindici anni, passavo le mie giornate tra le passerelle e i musei d’arte. Poi mi sono trasferita a Los Angeles perché ho sempre amato la California e volevo esplorare un altro lato della moda, iniziare a lavorare con attori di Hollywood e celebrità. Per alcuni anni, sono stata immersa in quel mondo, fotografando persone famose per Vanity Fair, Variety e altre riviste. Ma dopo un po’ mi sono resa conto che non era il mondo in cui volevo restare. A dire il vero, non mi sentivo davvero felice. Cercavo qualcos’altro, qualcosa di nuovo.
In quel periodo ho iniziato a giocare a tennis, saranno stati circa dieci anni fa, e ne sono diventata completamente ossessionata. Mi sono appassionata così tanto che a un certo punto ho pensato di fotografarlo. Volevo fare qualcosa con il mondo del tennis. Così ho iniziato a informarmi, e quello che ho scoperto è che, dieci anni fa, dal punto di vista visivo non c’era quasi nulla che mi trasmettesse qualcosa. L’estetica che conoscevo dalla moda e quella che vedevo nello sport mi sembravano estremamente lontane.
Quello è stato l’inizio. Ho iniziato a esplorare questo mondo e, molto rapidamente, ho cominciato a collaborare con Racquet Magazine, che stava per essere lanciato, quindi in un certo senso abbiamo iniziato insieme. Ho fatto alcuni lavori con loro, ed è così che ho ottenuto i miei primi accrediti per un torneo di tennis, qui a Indian Wells. Non avevo mai visto il tennis professionistico dal vivo prima. Sono arrivata con una macchina fotografica analogica, una Polaroid e un approccio visivo completamente diverso. È così che è iniziato tutto. Poco dopo ho iniziato a pensare in modo più ambizioso. Volevo fare qualcosa di più artistico sul tennis: raccontare la storia di uno sport così bello attraverso una lente diversa. Attraverso la mia lente. Volevo portare bellezza nel tennis: un’estetica cinematografica, la fotografia su pellicola, l’atmosfera — qualcosa che andasse oltre la semplice azione.
La WTA mi ha contattata abbastanza rapidamente. Poi è arrivato il COVID e, naturalmente, tutto si è fermato. Non potevamo fare molto. Sono rimasta bloccata a Praga perché non mi permettevano di rientrare negli Stati Uniti. Ho usato quel tempo per lavorare sul tennis locale in Repubblica Ceca. Ne è nato un bellissimo libro dedicato al tennis ceco. Ho fotografato vecchi club, campi storici e ritratto giocatori famosi in modi in cui non erano mai stati fotografati prima. E’ qualcosa di cui vado molto orgogliosa.
Poi il circuito è ripartito, e ho continuato a viaggiare a mie spese. Ho costruito relazioni con i giocatori. Ho continuato a sviluppare un tipo di fotografia del tennis diverso. Col tempo, i brand hanno iniziato a contattarmi. Ci è voluto tempo, ma ho iniziato a realizzare campagne e collaborazioni che mi hanno permesso di continuare a viaggiare per il tour e, in un certo senso, finanziare il progetto più ampio che sto costruendo. L’anno scorso ho anche creato uno studio creativo qui a Los Angeles con un focus sulle atlete femminili — aiutandole a costruire i loro brand, a raccontare le loro storie attraverso diverse prospettive, non solo nel tennis ma anche in altri sport.”




Challengers
“Per me il tennis era un mondo completamente nuovo. La prima grande sfida è stata che nella fotografia di moda, o nella fotografia commerciale, ero abituata a controllare tutto. Costruire l’immagine. Costruire il team. Avere una visione, e poi realizzarla. Nello sport è l’opposto. Arrivi come osservatore. E per me è stato incredibilmente difficile. È curioso, in realtà nella mia mente continuo a vedere questi atleti come dei ‘talent’. Sono ancora un po’ come attori all’interno della mia visione. La differenza è che non posso davvero controllarli. Ci sono solo poche cose che posso controllare. E naturalmente, quando si tratta di performance dal vivo, di una partita, non puoi controllare nulla.
Lavorare con gli atleti fuori dal campo è facile, in confronto. È familiare. È simile a lavorare con modelli o attori. Ma quando si tratta di performance — della fotografia sportiva in sé — credo che mi ci siano voluti molti anni. Scattavo durante le partite perché avevo accesso e perché amavo il tennis, ma ad essere onesta, all’inizio spesso stavo seduta a bordo campo a guardare più che a fotografare. Ero frustrata perché non potevo posizionarmi in modo diverso dagli altri fotografi, frustrata dal fatto di avere lo stesso accesso, gli stessi due angoli, di non potermi muovere tra un punto e l’altro, e dal desiderio costante di essere altrove. All’inizio era persino peggio della fotografia sportiva tradizionale, perché non avevo nemmeno gli obiettivi giusti e non sapevo ancora davvero come volevo scattare. Gioco a tennis, quindi capisco profondamente questo sport, ma non riuscivo comunque a ottenere le inquadrature che desideravo.Quello che sapevo era questo: per me, una buona fotografia sportiva non può limitarsi a mostrare l’azione. Deve anche mostrare la persona. E quella persona, venendo dalla moda, deve anche apparire bella. Anche se sta urlando, deve farlo in modo bello. Devi coglierla nel momento giusto, con la giusta composizione. Non può essere solo un documentare da distante. Usare lunghe focali nella fotografia sportiva, per me, crea spesso troppa distanza. Ti collocano nella posizione di un osservatore lontano, mai veramente parte dell’azione. C’è qualcosa di profondamente impersonale in questo. È come stare su un balcone e fotografare un vicino dall’altra parte della strada. È come insinuarsi in qualcosa senza esserci davvero. Questa era la mia più grande frustrazione.
Ci è voluto tempo per capire come creare immagini che non dessero quella sensazione. Mi infilavo sugli spalti, provavo posizioni diverse, obiettivi diversi, ritagli diversi, editing diversi. Lentamente ho iniziato a capire. Ero in tour per realizzare buone immagini, certo, ma non ero ancora davvero soddisfatta della mia fotografia sportiva.”




The break point
“La svolta è arrivata nel 2024, al Roland-Garros di Parigi. Pioveva e le partite erano state sospese. Stavo passando vicino a un campo e ho visto Marta Kostyuk, la giocatrice ucraina. Indossava questo bellissimo abito verde Wilson. La osservavo pensando a quanto fosse bella e in qualche modo quell’outfit sembrava perfetto. Quel vestito verde, sulla terra rossa bagnata, nel mezzo di una partita interrotta dalla pioggia, ha fatto scattare qualcosa nella mia testa. Ho fotografato l’intero match, dall’inizio alla fine. Poi sono entrata molto a fondo nel processo di editing. Ho capito che era così che dovevo lavorare. Ho realizzato un’intera serie da quella partita. A Wilson è piaciuta moltissimo, il feedback è stato enorme, ed è stato davvero un momento di svolta.
Per me, una fotografia di tennis non riguarda solo l’avere una giocatrice bella che sembra una modella. Non è questo il punto. Ciò che conta è che tutta l’immagine si estetica. L’outfit deve essere giusto. Il colore deve funzionare con la superficie. Lo stile della giocatrice deve adattarsi alla sua personalità. Tutto deve allinearsi. Tutti questi piccoli elementi si uniscono come un puzzle. E quando succede, so di avere una bella immagine di tennis. Quando arrivo a un torneo e il campo ha un colore molto specifico, e la giocatrice indossa qualcosa che funziona perfettamente con esso — il colore giusto, il fit giusto, la sensazione giusta — improvvisamente ho di nuovo gli strumenti che avevo nella moda. Posso creare qualcosa che va oltre una semplice fotografia sportiva. È quasi come se avessi seguito lo styling io stessa. È per questo che gli scatti hanno un feeling diverso.”
La ricerca
“Penso che quando vieni dalla moda, sei sempre — quasi inconsciamente — alla ricerca della bellezza. È curioso, perché oggi quando fotografo tornei e giocatori durante le competizioni, le immagini possono sembrare costruite, come se fossero shooting accuratamente diretti. Ma sono tornei reali. Ed è proprio questo che trovo affascinante: la bellezza è lì, visibile a tutti, eppure in qualche modo quasi nessuno la vede.
Per me è incredibilmente stimolante. È così difficile trovare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima, e continuo a provare emozione nel fatto che posso essere lì, a fotografare una partita nello stesso momento degli altri, e poi ottenere un’immagine finale completamente diversa. Non dico migliore o peggiore — semplicemente diversa. Probabilmente perché il mio scopo è diverso dal loro. Ho anche il lusso del tempo, dell’editing, cosa che loro spesso altri non hanno. Lavorano per agenzie stampa, è un contesto completamente diverso. Per me, l’editing è una parte essenziale del lavoro. È davvero molto intenso. Di solito mi serve circa una settimana per recuperare da un torneo, fisicamente e mentalmente. Le giornate sono lunghe, porto tutta l’attrezzatura da sola, ed è un mix costante di adrenalina, movimento e pressione. C’è pochissimo tempo per rallentare o prendersi cura di sé. Durante le partite resto completamente concentrata per due o tre ore, e alcuni giorni fotografo quattro o più match. A volte servono alcuni turni per ottenere davvero ciò che sto cercando. Poi inizia l’editing, passando in rassegna ogni singolo scatto, quasi come rivedere la partita da capo, ingrandendo ogni dettaglio.
Le persone a volte pensano che io scatti migliaia di immagini sperando in un fotogramma fortunato, ritagliandolo e aggiungendo un filtro. Non è affatto così. Quando arrivo a una partita, conosco già il giocatore. Conosco l’angolo. So se il lato più fotogenico è il sinistro. Aspetto che il giocatore sia nel punto giusto del campo, con la luce giusta. Conosco i gesti che cerco. Conosco i dettagli. Aspetto quei momenti, perché so già cosa sto cercando. Devi imparare a essere incredibilmente paziente. Non puoi dire al giocatore cosa fare. Puoi solo sperare che il momento che hai già visto nella tua mente — quasi nei tuoi sogni — accada davvero.”





L’apprendimento
“Ho imparato molto dal tennis e dai giocatori anche sulla mia vita. E poi c’è la community: ho fatto molte nuove amicizie grazie al tennis. È un mondo enorme di persone che amano questo sport in modo ossessivo. Non so se sia lo stesso in altri sport, ma nel tennis ho la sensazione che o sei completamente ossessionato oppure per niente. Non esiste una via di mezzo. Vivi per questo. Viaggi con le racchette. Guardi tennis. Ti vesti come un tennista. Sei folle oppure non ci sei dentro affatto. Ogni persona che conosco nel tennis è così.
Avvicinandomi al tennis professionistico e iniziando a lavorare in quel mondo in modo più serio, ho iniziato a capire anche un’altra cosa: quanto velocemente si possa salire e quanto velocemente si possa cadere. Nel tennis, questi alti e bassi sono realtà quotidiana. E mi sono resa conto che gli artisti vivono esattamente allo stesso modo. Nella vita creativa realizzi qualcosa — un album, un film, un serie di opere, una campagna — e magari improvvisamente tutti se ne interessano. Poi fai altre tre cose e a nessuno importa.
Devi reinventarti costantemente. Se non lo fai, puoi restare aggrappato ai successi passati e parlare della mostra di vent’anni fa o della copertina di Vogue che hai scattato una volta. Ma per me, ciò che è accaduto ieri è già passato. Guardo sempre avanti. E nello sport ho imparato che è esattamente la stessa battaglia.”
La consapevolezza
“Il tennis è uno sport individuale, e anche essere un artista è uno sport individuale. Sul set posso avere venti persone intorno a me, ma alla fine sono io a scattare la fotografia. Nel tennis è lo stesso. Puoi avere un grande coach e un intero team, ma quando inizia la partita sei tu a prendere le decisioni.
E poi c’è la pressione. Credo che nel mondo dell’arte non se ne parli abbastanza: la pressione mentale. L’ho sentita per tutta la vita, e ora che ho cinquant’anni sento di iniziare solo adesso a capire come gestirla. Per tutta la vita ho sentito la pressione di creare, di fare qualcosa di interessante, di realizzare un altro shooting, di essere la migliore, la più creativa, la più rilevante. È una pressione costante, perché sei in competizione con così tante persone di talento nel mondo. E ancora, proprio come nello sport, a volte devi lasciare andare. È un’altra cosa che ho imparato dagli atleti. Non puoi vincere sempre.
Per questo amo raccontare anche i momenti di sconfitta. Per me è la parte più importante del gioco. Se cento persone partecipano a un torneo, solo una vincerà. Novantanove perdono. In un certo senso, è uno sport legato alla sconfitta. Il loro vero lavoro non è imparare a vincere — perché solo uno ottiene quella ricompensa — ma imparare a perdere. Allora perché nessuno lo mostra? Perché il momento della sconfitta viene sempre nascosto? Perdi, sparisci, nessuno ti parla. È lì che diventa interessante, è lì che voglio essere: quando piangi in panchina, quando rompi la racchetta nel tunnel, quando sei arrabbiato, deluso. Sono i momenti che cerco sempre di più di catturare. Sono molto difficili da ottenere, perché nel tennis, come nello sport in generale, per qualche ragione sono proprio quelli che gli atleti nascondono di più.”



Sostenere lo sport femminile
“Penso che le donne, in tutti gli sport, meritano di essere rappresentate in modo più bello. Gli atleti vengono quasi sempre fotografati in azione, e quell’azione raramente è catturata in modo davvero intenzionale.
Quando fotografo tenniste in azione, cerco davvero di renderle belle — non in modo artificiale, ma autentico. Così che si possa vedere la persona dietro l’atleta. Così che si possa vedere la donna. E naturalmente anche le emozioni. Credo che, essendo donna, comprenda meglio il paesaggio emotivo delle donne rispetto a quello degli uomini. Ho passato tutta la mia carriera nella moda lavorando soprattutto con donne. Anche quando lavoravo con attori, ero sempre più attratta dalle donne che dagli uomini. Non so esattamente perché, ma credo di avere bisogno di sentire una connessione emotiva con il soggetto che fotografo, e forse, essendo anch’io una donna, questa connessione mi viene più naturale.
Lo sport maschile riceve già così tanta attenzione. Io voglio aiutare le donne. Perché per le donne, che tu sia un’atleta o un’artista, spesso hai famiglia, figli, tutto ciò che la vita può chiederti: essere un’artista o un’atleta è difficile. Mi piacerebbe valorizzare lo sport femminile in generale. Amo l’equitazione, per esempio, perché andavo a cavallo. Il nuoto. L’atletica è bellissima. Mi piacerebbe portare in questi mondi ciò che ho cercato di portare nel tennis.”
Il prossimo servizio
“Quest’anno sto continuando a lavorare al mio primo grande libro sul tennis femminile, COURT SUPREMES, un progetto profondamente personale. Parallelamente, collaboro con Lacoste e ho un bellissimo progetto con Wilson. Stiamo cercando di fare qualcosa che, onestamente, nessun brand ha mai fatto prima: creare immagini di campagna durante partite reali. Abbiamo lavorato insieme a Indian Wells e Miami, e sto cercando di spingere ancora di più l’estetica della moda dentro i contenuti delle partite di tennis. Nessun altro lo sta davvero facendo, perché non ci sono fotografi di moda in tour. E credo che non ci sia nessun altro che abbia sia quello sguardo fashion costruito in trent’anni di lavoro, sia otto anni di esperienza nel tour, oltre a una reale comprensione dello sport e relazioni personali con i giocatori. Sto creando immagini molto diverse dalla fotografia sportiva tradizionale, e la risposta in questo momento è davvero enorme.
Ora che ho più esperienza nel tour e conosco molti giocatori personalmente, mi sento più sicura, ma resta molto impegnativo. Accessi, logistica dei viaggi, giornate lunghissime e il peso dell’attrezzatura da portare da sola possono essere difficili. Allo stesso tempo, sento che dal punto di vista visivo c’è ancora moltissimo da esplorare, e sto davvero cercando di spingermi oltre questi confini. Lavoro anche con gli atleti fuori dal campo, cosa per me essenziale. Voglio mostrarli come persone — con vite, personalità, stile. Molti di loro sono interessati alla moda e hanno accesso a grandi brand, ma c’è ancora tantissimo che si potrebbe fare in modo più consapevole e più bello. Ci sto provando. È un progetto a lungo termine, naturalmente. Ma sento che quest’anno rappresenta un vero punto di svolta per me, perché ora ho finalmente l’ambiente giusto attorno.”








