Invitati da On a Los Angeles in occasione del lancio del nuovo OAC Sprint Team, abbiamo incontrato gli atleti che compongono il nucleo fondativo di questo nuovo progetto: Benjamin Azamati, Max Thomas, Johnny Brackins e Samirah Moody. Grazie alle loro dirette testimonianze, osserviamo da vicino l’ingresso di On in uno dei territori più simbolici e culturalmente rilevanti, oltre che innovativi, del running: lo sprint.
“Credo che tutti abbiano lo stesso obiettivo comune: cercare di creare una squadra, cercare di arrivare sul palcoscenico più importante, cercare di salire sul podio.”
È forse da questa frase, pronunciata da coach John Bolton, che bisogna partire per comprendere davvero il senso del nuovo OAC Sprint Team di On. Nello sprint, più che in ogni altra disciplina dell’atletica, storicamente tutto accade in pochissimi solitari, condensati secondi. Eppure, il percorso verso quei pochi metri può essere percorso collettivamente, con lo scopo ultimo di crescere sia come atleti, che come compagni di viaggio.
Grazie alle parole dei protagonisti del nuovo OAC Sprint team di On emerge una visione comune, e rivoluzionaria: lo sprint come atto individuale, plasmato però da un ecosistema condiviso, e la performance come risultato di un processo umano, prima ancora che tecnico. All'incrocio di questi binari filosofici si pone il brand svizzero, assumendo la forma di 'ambiente' in grado di supportare ambizione, personalità, salute mentale, crescita professionale e racconto personale. Ne scaturisce un gruppo che non si sta limitando al muoversi ipersonicamente verso le prossime olimpiadi, ma che sta contribuendo a definire una nuova cultura della velocità, più collettiva e consapevole.





On ha costruito il primo team OAC basandosi su una visione a lungo periodo, atta all'accompagnamento degli atleti in un percorso di crescita capace di trasformarli, nel tempo, in performer di livello mondiale. Cosa significa, per voi, far parte di questo nuovo OAC Sprint Team fin dalla sua genesi?
Max Thomas: “È stato davvero speciale vedere questo team prendere il via. È il mio primo anno da atleta professionista, ma è anche la prima volta che On lavora con gli sprinter in questo modo. Credo quindi che si tratti di crescere insieme. Ed è una cosa potente, perché non stiamo attraversando una fase intermedia, non stiamo cercando compromessi. L’obiettivo è semplicemente essere i migliori. È l’obiettivo del brand, ed è anche il mio. Credo sia l’obiettivo di tutto il gruppo. Entrare subito in questa dimensione, puntare in alto e aspirare a essere i migliori è qualcosa di incredibile. E penso che chiunque decida di unirsi a noi entrerà a far parte di un team speciale.”
Johnny Brackins: “Credo che far parte di qualcosa fin dall’inizio ti renda più connesso al brand, al team, all’idea che c’è dietro e al risultato finale. In fondo, una cosa è essere inseriti in qualcosa che esiste già, che è già stata costruita; un’altra è contribuire a fondarlo fin dal principio. È una sensazione completamente diversa. Mi sento fortunato e sono entusiasta di essere parte di questo percorso. Sono felice che il mio nome sia legato a qualcosa che sono sicuro diventerà importante.”
Samirah Moody: “È come essere un membro fondatore. Prima di tutto, mi sento profondamente onorata del fatto che On si fidi di me e mi consideri parte della sua visione: una visione che punta ad arrivare ai vertici del mondo dello sprint. Dopodichè, desidero portare sul tavolo la mia opinione, la mia esperienza e il mio livello di competenza per contribuire a rendere concreta quella stessa visione. Questo sta già accadendo quando abbiamo l’opportunità di collaborare sui prodotti, di offrire feedback, o anche semplicemente di prendere parte ad eventi come questo. È importante esserci pienamente e contribuire quando e come possibile. Trovo sia il modo migliore per poter restituire qualcosa: per aiutare On a creare ciò che sta cercando di costruire.”
Benjamin Azamati: “Credo sia qualcosa di grande. È emozionante, perché non stiamo entrando in una struttura pre esistente. Stiamo contribuendo a crearla. E credo che questo porti con sé una responsabilità. Tra qualche anno, le persone guarderanno indietro, alla nascita dell’OAC Sprint Team, e osserveranno ciò che questo gruppo ha rappresentato. Far parte della prima generazione significa che lo standard stabilito da noi oggi conta già molto.”
Questo progetto sembra essere qualcosa in più di un semplice team di atletica: appare come l’inizio di una nuova cultura dello sprint all’interno di On. Che tipo di eredità vorreste costruire, nel tempo, con questo gruppo?
Max Thomas: “Non posso parlare a nome dei miei compagni di squadra, ma per quanto mi riguarda voglio essere al vertice del mondo dello sprint. Credo che le persone apprezzeranno le nostre personalità. Io so di averne una piuttosto forte, ma sento anche di avere la giusta serietà quando è necessario, e di essere umile quando è il momento di esserlo. Quello che vorrei lasciare è un’eredità capace di mostrare che si può essere i migliori, continuando comunque a divertirsi. Si può essere seri, continuando comunque a divertirsi. Si possono inseguire i propri obiettivi, continuando comunque a divertirsi. L’obiettivo è essere i migliori, e farlo vivendo pienamente l’esperienza.”
Johnny Brackins: “Vorrei che questo gruppo costruisse un’eredità fondata sul coraggio di cogliere una possibilità. Tutti noi abbiamo scelto di scommettere su questa realtà. Lo sprint e gli ostacoli non facevano parte, in precedenza, dell’identità del brand, e ora siamo parte della sua crescita. Per questo credo che il semplice fatto di aver colto questa possibilità sia già, di per sé, un messaggio. Dimostra che va bene assumersi dei rischi, e che va bene fidarsi di qualcosa che non è ancora completamente davanti ai tuoi occhi. Questo è ciò che spero di lasciare come eredità.”
Samirah Moody: “Credo che lo sprint nello specifico, ma anche il track and field nel suo insieme, siano discipline molto individualistiche. Lo sprint ha la reputazione di essere abitato da grandi personalità e da una grande sicurezza in sé stessi... E penso che questo mix sia straordinario da portare all’interno di un progetto guidato da un obiettivo comune. Avere un gruppo in cui tutti sono così dominanti, in cui tutti hanno una forte personalità, un certo livello di fiducia e carisma... Penso permetta di far emergere qualcosa di davvero bello: un’atmosfera di squadra costruita attorno ad una direzione condivisa. On sta cercando di portare nel mondo dello sprint proprio questa visione: un gruppo che si unisce per raggiungere obiettivi diversi nei rispettivi eventi. Sono entusiasta di quello che continuerà a rappresentare il Team, mentre continueremo ad espanderci e a portare nuove persone all’interno del progetto.”
Benjamin Azamati: “Voglio che questo gruppo venga rispettato per la sua costanza e per la sua disciplina. Naturalmente, conta vincere medaglie e correre forte... Ma quando le persone guardano questo gruppo, voglio che vedano professionalità, unità, competitività e personalità. È questo, in fondo, ciò che vorrei che le persone realizzassero ogni volta che ci osservano. Ho avuto esperienze nelle competizioni più importanti al mondo, come le Olimpiadi e i Campionati del Mondo, ma non me ne vanto all’interno del gruppo. Cerco di guidare i ragazzi attraverso l’esempio. Cerco di essere la persona capace di trasmettere loro tutto ciò che posso, a partire dall’esperienza che ho maturato. Provo a dare loro consigli nelle situazioni che possono risultare difficili. Bisogna fissare degli obiettivi per ciò che si vuole raggiungere personalmente... E anche per ciò che si vuole raggiungere insieme agli altri. È qualcosa che credo di saper fare bene: stabilire obiettivi sul piano personale e, allo stesso tempo, definire ciò che possiamo raggiungere come gruppo.”


Lo sprint viene spesso percepito come un atto individuale, ma far parte di un team può ridefinire il modo in cui un atleta allena, pensa e percepisce la propria disciplina. Quanto è importante l’ambiente collettivo in uno sport che, nel proprio atto finale, vede il singolo essere umano contro il tempo?
Max Thomas: “In allenamento ci confrontiamo costantemente, cerchiamo continuamente di capire dove siamo rispetto al resto del team. Poter lavorare con ragazzi come Ben, Johnny e con tutta la squadra è sicuramente importante. Johnny è un ostacolista, ma in allenamento corre sempre più veloce di me. Se in allenamento riesco a essere dove devo essere, insieme a loro, allora so che il giorno della gara sarò pronto: una sicurezza che deriva proprio dal livello di competizione che viviamo, su base quotidiana, durante gli allenamenti.”
Johnny Brackins: “Credo che allenarsi con gli altri ti prepari alla gara. Allenarsi da soli è una questione molto mentale, e penso che si possano raggiungere grandi cose anche da soli. Ma avere competitor e compagni di allenamento al tuo stesso livello, o persino più forti di te, ti spinge a migliorare ogni giorno. In un gruppo come questo, in cui tutti ci spingiamo a vicenda giorno dopo giorno, attraverso ogni singola sessione di lavoro, non abbiamo altra strada all'infuori della crescita. Poi, quando arriva il momento della gara, dove puoi ritrovarti davvero solo, o dove puoi sentire la sola sfida contro il cronometro, non crolli sotto pressione. Non hai paura di correre contro gli altri, perché corri con altri, ogni giorno, in allenamento. Sei preparato: ti fidi di te stesso.”
Samirah Moody: “Credo sia importante perché ti permette davvero di affidarti ad altre persone. E’ vero, il nome sul tabellone è il tuo. Il giorno della gara sei tu, nella tua corsia. Ma la preparazione non avviene da soli. Anche il risultato, la celebrazione, non lo festeggi da sola. Ora ho persone su cui poter contare quando viaggiamo. Sono presenti in ogni piccolo dettaglio. Non devi fare tutto da solo. Stiamo vivendo insieme un nuovo capitolo. Questo costruisce molto spirito di squadra, un forte senso di complicità e appartenenza... E questo, in realtà, è ciò che stiamo cercando di raggiungere.”
Benjamin Azamati: “Lo sprint può sembrare individuale, soprattutto il giorno della gara, ma credo che l’ambiente in cui ti alleni influenzi ogni cosa. Le persone con cui ti alleni modellano la fiducia che sviluppi. Di solito, quella fiducia si trasferisce poi nel giorno della gara. Io trovo fiducia nel modo in cui mi alleno, in quanto mi sento pronto e nelle persone che ho intorno. Sono molto fortunato ad avere questi atleti accanto, perché sono estremamente competitivi. Questo mi prepara e mi spinge verso l’eccellenza ogni singolo giorno. Credo che l’ambiente sarà davvero determinante nel plasmarci, mentre continueremo a crescere e ad affrontare le competizioni.”
Cosa rappresenta essere supportati da un brand come On: un’azienda che ha costruito la propria identità attorno all’innovazione e al design, oltre che ad un modo differente di immaginare la corsa?
Max Thomas: “Sento che si allinea perfettamente a me. Voglio essere il migliore, ma voglio farlo a modo mio. E On sostiene questa visione. I risultati lo stanno dimostrando. Voglio essere il migliore, e On vuole essere migliore nella propria dimensione. In questo momento, il percorso intrapreso da On è il mio, e il percorso che ho intrapreso è quello di On. Una combinazione perfetta.”
Johnny Brackins: “È bellissimo essere supportati da un brand che rappresenta questi valori, soprattutto l’innovazione. Essere innovativi, essere aperti al cambiamento e alle nuove idee è qualcosa che cerco in un brand prima di ogni altra cosa. Credo che il fatto che On sia così diversificata, e che offra così tanta varietà, così tante scelte e possibilità all’interno dello sport, sia davvero importante. Avere una gamma ampia di opzioni, dalle scarpe all’abbigliamento, e tutto ciò che può farti sentire a tuo agio, aiutarti nella prevenzione degli infortuni e sostenerti anche fuori dalla pista, è qualcosa di straordinario.”
Samirah Moody: “Mi piace perché sento che sono interessati ad ogni aspetto di me, non soltanto al me atleta. Abbiamo partecipato a workshop sul personal branding. Ci sono persone che vengono ad aiutarci nella gestione della nostra vita. Abbiamo app con professionisti riguardo la salute mentale e persone che ci aiutano a capire come investire nel nostro futuro, a cosa fare con il denaro. Sono tutti interessati al tuo successo come persona, e questo rende la parte in pista molto più semplice, perché non stai lottando con tutti gli altri aspetti della vita. A volte le persone pensano che, in quanto atleta, tu sia completamente separato dalla persona che sei. In realtà non è affatto così. Le cose tendono a contaminarsi, a compenetrarsi... Per questo è bello che On veda il quadro generale, nella sua interezza.”
Benjamin Azamati: “On guarda oltre la performance. Presta grande attenzione all’innovazione. Essere supportati da questo brand è estremamente importante. Recentemente, abbiamo partecipato ad alcune sessioni speciali attraverso l’Athlete Compass dedicate al personal branding, al career coaching individuale e alla pianificazione della carriera nel lungo periodo. Credo sia qualcosa di molto, molto positivo e, onestamente, penso che manchi a molti atleti. Il fatto che On sia in grado di fare tutto ciò per noi... Avrà un impatto importante sul nostro percorso: ne siamo profondamente grati.”


Los Angeles ha una storia sportiva profondamente legata all'immaginario della velocità. Cosa significa, per voi, iniziare questo percorso qui, anche alla luce della strada verso LA28?
Max Thomas: “Sono cresciuto a circa cinque minuti dal Coliseum. Ci passavo davanti ogni giorno andando a scuola. Sono cresciuto da fan di UCLA, ma alla fine sono andato a USC. Non avrei mai pensato che sarebbe successo. Entrarci è stato surreale. Ero sempre stato così vicino a quel luogo... Ma mai avrei immaginato che un giorno ne 'sarei diventato parte'. Ora, avere la possibilità di diventare professionista quando i prossimi Giochi si svolgeranno proprio qui, credo sia qualcosa di incredibile a livello personale. Sembra la storia perfetta per un film: un ragazzo cresciuto qui, che frequenta la grande università locale, diventa professionista e finisce per competere ai Giochi nella sua città. Non vedo l’ora di vedere come tutto prenderà forma. Ho piena fiducia in me stesso. Non ho alcun dubbio sul fatto che sarò lì e che avrò successo. Ora siamo nel 2026, le Olimpiadi sono tra due anni... Sto semplicemente cercando di fare il meglio possibile, giorno dopo giorno, per arrivarci.”
Johnny Brackins: “Credo che Los Angeles sia stata la città del college per la maggior parte del gruppo, e ora è la città in cui ci alleniamo da professionisti. Il fatto che le Olimpiadi siano qui rende tutto molto personale per noi. Il nostro obiettivo più grande è poter rappresentare On e rappresentare la nostra nazione sul grande palcoscenico di LA28. Allenarsi qui, crescere qui e diventare qui la migliore versione di noi stessi ci dà un vantaggio. Ci offre l’opportunità di prepararci alle Olimpiadi più di chiunque altro. Significa tutto.”
Samirah Moody: “Trovo tutto molto bello. Vengo da Boston, ma sto costruendo la mia nuova ‘casa’ a Los Angeles. La quantità di orgoglio, e anche di pressione, che sento quando torno a casa, o quando voglio raggiungere un risultato per la mia città, è un qualcosa che sto iniziando a provare anche per Los Angeles. Mentre ci avviciniamo alle Olimpiadi, tutto questo crea un livello diverso di apprezzamento per il luogo in cui gareggerai, per i tifosi e per le persone. Sono semplicemente felice di poter costruire una casa nel luogo in cui competerò. C’è, poi, anche l’aspetto legato alle opportunità. Man mano che ci avviciniamo al momento storico-olimpico, brand e nuove possibilità stanno convergendo verso questa città, insieme a molte risorse. Essere qui e poter far parte di questo processo, dando qualcosa e ricevendolo, è molto emozionante.”
Benjamin Azamati: “Il grande scopo del gruppo OAC è focalizzato sulle Olimpiadi di Los Angeles. Avere l’opportunità di allenarci qui, di abituarci al clima, al cibo, alla cultura e a tutto ciò che ruota attorno a questa città, sarà molto importante per noi. La nostra mente è orientata alla possibilità di competere con i migliori al mondo quando arriverà LA 2028. È questa la ragione per cui esiste questo gruppo di sprinter. È quasi come essere a casa propria e vedere qualcuno arrivare da un altro luogo per portarti via le medaglie: noi non vogliamo che questo accada. Siamo estremamente concentrati sul lavorare duramente per riuscire a vincere medaglie nel 2028.”
Ogni sprinter ha una relazione diversa con la pressione. Alcuni la usano come carburante, altri cercano di silenziarla. Come gestite personalmente questo aspetto, soprattutto ora, dopo essere entrati a fate parte di un progetto così ambizioso?
Max Thomas: “Di solito do il meglio di me quando si accendono le luci. ‘Pressure makes diamonds’, ed è così che l’ho sempre vissuta. Quando sento pressione, significa che sta per accadere qualcosa di importante. Significa che è arrivato il momento di essere la versione migliore di me stesso. Sono la posta in gioco e l’intensità del momento a generare performance fuori dalla norma e tempi incredibili. Penso, ad esempio, a ciò che è successo in Botswana la scorsa settimana. Lo stadio era pieno e rumorosissimo, io mi sono esaltato. È una sensazione straordinaria. Ed è difficile, poi, scendere da quella dimensione. Io sono una persona che vive per la pressione. Arrivi a quei momenti e spesso le persone hanno paura. Nel mio caso, questo è esattamente il senso di tutto ciò che faccio. Quindi, perché dovrei avere paura adesso? Ora è il momento di essere al mio meglio.”
Johnny Brackins: “Essenzialmente, cerco di non alimentare le aspettative. Credo che l’aspettativa sia legata alla pressione. E se permetti alla pressione di penetrare davvero nei tuoi pensieri, finisci solo per danneggiarti. C’è sempre qualcuno che vuole vederti fare bene, ma io non entro in gara e in allenamento pensando a quella pressione. Penso ai miei obiettivi. Penso alla determinazione, al fidarmi di me stesso, dei miei allenatori, e all'essere consapevole che tutto, alla fine, troverà il proprio equilibrio. Si tratta di non lasciare che la pressione prenda il controllo su di me. Si tratta di prendere il controllo della situazione, invece di lasciare che sia la situazione a controllare me.”
Samirah Moody: “Credo sia sempre una questione di equilibrio. Quando mi sento in forma, personalmente mi piace accogliere la pressione, perché è lì che riesco a trovare la versione migliore di me stessa. Ci sono anche momenti in cui la pressione può diventare totalizzante, perché stai provando a fare qualcosa per cui magari non ti senti ancora pronta, oppure stai prendendo un rischio, o stai rientrando da un infortunio, o qualsiasi altra situazione di questo genere possa presentarsi... Quelli sono i momenti in cui è meglio silenziare il rumore esterno e concentrarsi davvero su sé stessi. È evidente che ho fatto qualcosa di giusto per arrivare fin qui, quindi provo sempre a focalizzarmi mentalmente su ciò di cui sono capace e sul punto in cui mi trovo nel preciso momento, per riuscire a produrre il miglior risultato possibile, anche quando non mi sento al massimo.”
Benjamin Azamati: “Dico sempre che la pressione è un privilegio. Quando stai performando bene, ci sono molte aspettative, e questo significa che stai facendo qualcosa che le persone vogliono vederti fare. Io vedo la pressione in questo modo: le persone si aspettano che io faccia sempre meglio. Quindi, quando entro in pista e sento pressione, la interpreto come una possibilità per performare meglio, perché là fuori ci sono persone che vogliono vedermi fare bene, correre forte.”


Nello sport contemporaneo, gli atleti non sono più soltanto performer: sono anche figure culturali, in alcuni casi persino narratori... In che modo pensate all’immagine che divulgate, dentro e fuori dalla pista?
Max Thomas: “Cerco di essere la stessa persona anche quando non sono in pista, ma è difficile, perché quando arrivo qui sento di entrare in uno spazio completamente diverso. In un mindset completamente diverso. I Max in pista è molto più me stesso rispetto al Max della vita quotidiana. Sto migliorando nell’essere me stesso anche fuori dalla pista... Ed è una cosa a cui tengo molto. Portare lo sprint all’interno di On penso mostri il tipo di passo che il brand sta compiendo per la cultura di questa disciplina. E penso che lo sprint sia composto, soprattutto, di cultura.”
Johnny Brackins: “Per me, si tratta semplicemente di essere me stesso, senza dover chiedere scusa. Mi esprimo e mi presento nel modo in cui voglio. Amo mostrare il mio lato creativo, esprimermi attraverso gli accessori, la mia voce, nel modo in cui mi presento... Dentro e fuori dalla pista, credo di essere una persona molto simile. Condivido le mie idee, i miei pensieri e la mia prospettiva in modo molto chiaro. Spero soltanto di poter influenzare altri atleti come me, o altre persone come me, non necessariamente solo atleti, nell'essere sempre sé stessi: autentici. È uno dei principi che seguo nella mia vita. Si tratta di essere me stesso e di essere fedele a tutto ciò in cui credo, a tutto ciò che mi appassiona. Come ostacolista, devi essere istintivo, perché una gara può prendere qualsiasi direzione in qualsiasi momento. Raramente va esattamente come l’hai preparata. Per questo, credo che l’istinto personale sia una caratteristica fondamentale. La tecnica viene analizzata di continuo, io stesso lo faccio. Ma l’istinto conta sempre di più. La parte creativa è semplicemente ciò che sono in generale. Mi considero una persona creativa nel complesso. Dentro e fuori dalla pista, cerco di rappresentare la mia indole creativa il più possibile. Gli ostacoli sono un’arte in sé. Sono estremamente difficili. Richiedono molto studio e molti fallimenti.”
Samirah Moody: “Cerco di essere il più autentica possibile, dentro e fuori dalla pista. Direi che le personalità sono molto simili. Naturalmente, in pista porto un’intensità leggermente maggiore. Credo che il mio obiettivo, in entrambi i lati della mia persona, sia continuare a essere riconoscibile, vicina alle persone e radicata in ciò che ero e in ciò che sto diventando, comprendendo che queste due dimensioni si alimentano a vicenda. Voglio che tutti possano pensare: “Posso farlo anch’io”. Non desidero essere messa su un piedistallo. Mi sento alimentata dall’idea che la mia storia personale possa ispirare, ma anche restare accessibile e reale, sia quando le cose vanno bene sia quando vanno male. Spero che questo possa offrire anche ad altre persone lo spazio per essere vulnerabili e per condividere ciò che stanno attraversando, così da creare una comunità in cui le persone possano aiutarsi e costruire qualcosa insieme.”
Benjamin Azamati: “Credo che gli atleti abbiano bisogno di infrastrutture, non soltanto di contratti. E penso che On stia facendo questo per noi, offrendoci piattaforme attraverso cui possiamo raccontare le nostre storie al di fuori della competizione. Sarà speciale vivere anche questo lato delle nostre vite. Ora più che mai, gli atleti hanno un’identità che va ben oltre la competizione. Avere un brand come On come partner per raccontare le nostre storie fuori dalla pista darà molta forza a questo progetto. Ci aiuterà nella nostra crescita personale.”
Quale parte della vostra storia personale, o della vostra esperienza sportiva, sperate che le persone possano scoprire al di là di risultati, medaglie e tempi?
Max Thomas: “Voglio che le persone mi vedano ottenere successo nella mia città. Voglio che sappiano che sarei potuto andare ovunque. In ogni fase del mio percorso, sono rimasto qui e ho trovato il successo. Voglio che mi vedano come uno che lavora davvero duramente. Non gareggerei, se non pensassi di poter vincere. È per questo che scendo in pista. È per questo che mi alleno. Molte persone non lo possono vedere, ma mi alleno per vincere. Gareggio per vincere. USC mi ha insegnato moltissimo circa la resilienza mentale. Essere uno student-athlete in una grande università è molto difficile. Ma ho imparato molto in fretta. Mio padre mi ha insegnato che si può avere successo indipendentemente dalla situazioni che ti capitano. Non voglio guardarmi indietro e dire: non ho avuto successo per questo, non ho avuto successo per quest'altro, o era troppo difficile... Non voglio niente di tutto questo. Se la sfida è difficile, va bene. Devo stringere i denti. Sto cercando di avere successo, qualunque cosa accada.”
Johnny Brackins: “Spero che le persone vedano qualcuno che ha superato molte avversità, e che sta riuscendo ad emergere in un mondo che spesso sembra essere contro di lui. Spero di influenzare le persone e di mostrare loro che si può aspirare alla grandezza indipendentemente dalla propria situazione, dalle proprie circostanze e da qualsiasi limite. Puoi comunque raggiungere ciò che desideri raggiungere. Spero che le persone vedano questo attraverso ciò che faccio.”
Samirah Moody: “Voglio che le persone rimangano con me lungo il mio percorso. È per questo che cerco di essere autentica. Dico sempre che una persona comune può riconoscersi molto di più nei cosiddetti fallimenti. Fallire può significare perdere, mancare un obiettivo, arrivarci vicino senza riuscire nell'ultimo passo... La maggior parte delle persone riesce a relazionarsi molto più facilmente con queste situazioni, rispetto alla vittoria. Forse, solo l’un per cento del mondo può comprendere davvero cosa significhi vincere: la sensazione di vincere una medaglia d’oro, di vincere alle Olimpiadi... Quindi, anche se desidero raggiungere questi successi, quando accadrà voglio che gli altri siano arrivati fino a quel punto al mio fianco, attraverso tutto il processo. Un processo che non sarà sempre fatto di momenti alti, né di soli episodi straordinari. In questo modo, la celebrazione diventa migliore, più vera, condivisa con le persone che sono state con me. Questo è il mio obiettivo: costruire una comunità più ampia. Come donna nera, vorrei che tutte le ragazze comprendessero davvero che la femminilità non è necessariamente definita dal modo in cui appare il tuo corpo o da ciò che scegli di indossare. È qualcosa che vive dentro di te. In palestra sollevo pesi, mi alleno continuamente con uomini. Il mio corpo riflette tutto questo, ma non penso che mi renda meno femminile. Voglio che anche altre giovani atlete lo capiscano: che provino a dare il meglio, che facciano sport, che non si sentano limitate dal dover apparire in un certo modo o essere rappresentate in un certo modo. Perché questo riguarda molto di più una scelta personale, è qualcosa radicato dentro di te.”
Benjamin Azamati: “Voglio che le persone vedano resilienza e costanza. Credo che il mio percorso non riguardi soltanto il talento, ma il duro lavoro e la disciplina che sto investendo. Voglio che le persone capiscano che, prima delle performance d’élite, prima di tutto ciò che stiamo facendo ora, abbiamo dovuto lavorare duramente. Abbiamo dovuto farlo ben prima che arrivassero i riflettori. Lo sprint non era uno degli sport più importanti in Ghana. Lo era, e lo è ancora, il calcio. Ma ora le persone stanno iniziando a interessarsi davvero alla velocità.”








