In occasione dello speciale lancio di Cloudsoma nella Muotathal Valley, in Svizzera, abbiamo incontrato Lea Boehner, Lead Performance Footwear Designer di On, per indagare una filosofia creativa che non mira a schermare il runner dall’ambiente, ma a riattivare con esso un dialogo sottile, ed istintivo
“Close your eyes. Listen. The sound of breath, of footsteps meeting earth”. La voce di Olivier Bernhard, co-founder di On, guida l’introduzione visuale di Cloudsoma, l’ultimo prodotto e capitolo trail del brand svizzero. I suoi versi si diramano proprio in pieno territorio elvetico: nello specifico, in uno scorcio sospeso nel tempo della meravigliosa valle del Muotathal.
“Spending time in nature, listening to its quiet mysteries, allows us to explore the essence of the human spirit”, prosegue, delineando l’idea di una scarpa che combacia con il racconto, e di un racconto che vuole porre il dialogo tra essere umano e natura, tra trail runner e terreno, su un piano altro rispetto alla performance: quello della sensazione, e della fusione dialettica.
“This is a conversation between body and landscape, between the rhythm of your heart and the pulse. The earth”, conclude poeticamente Bernhard, diramando le proprie parole negli stessi scenari che circondano la nostra esperienza svizzera. Un’esperienza fatta, principalmente, di design: tecnico, emozionale, trail, perfino culinario.
E proprio il design è la porta d’accesso a questa ode al trail On, che raccontiamo attraverso una gallery scattata durante le attività di Muotathal e la preziosa testimonianza di chi ha dato forma alle suggestioni appena narrate: Lea Boehner, Lead Performance Footwear Designer On.




Nel processo creativo alla base di Cloudsoma, paiono fondersi natura, prodotto e trail running. Come si è sviluppato questo intreccio di linguaggi?
“È stato un processo molto hands-on. Abbiamo realizzato un numero elevato di prototipi, che chiamiamo ‘monsters’. Di questi ‘mostri’, abbiamo sviluppato molte versioni diverse. Siamo un team piccolo, ma con trail runner molto dedicati al suo interno, che li hanno testati tutti. Testavano le scarpe e tornavano con feedback vari, spesso dicendo: “questa sensazione è diversa”. All’inizio non sapevamo esattamente cosa stessimo cercando, ma sapevamo di voler creare qualcosa di nuovo. Tutto è iniziato da lì. Come designer, nel momento in cui ho capito che si trattava veramente di un qualcosa di nuovo per noi, ho sentito la necessità di esprimerlo pienamente. Se la sensazione nasce dal terreno, volevo che si estendesse verso l’alto: attraverso il piede, nel corpo. Per questo le linee CloudSoma si dissolvono e si espandono. Le linee del tooling crescono verso l’upper, creando un unico continuum tra le due parti.”
In ciò che avete illustrato, emerge un’intensa sensazione di connessione con il terreno: quasi una dimensione poetica del trail. Come si è introdotto questo lato ‘poetico' nella ricerca?
“Come dicevo, era un capitolo nuovo per noi, inoltre sentivo un’esigenza personale alla base di questo progetto. Da un lato, amo stare nella natura, dall’altro siamo abituati a scarpe che proteggono così tanto da non farti sentire nulla. Quando sono immersa nella natura, però, voglio sentire qualcosa. Così, è nata l’idea di passare dal ‘non sentire nulla’ al ‘sentire tutto’. L’obiettivo era percepire e connettersi al terreno senza dover guardare costantemente in basso, senza controllare radici o ostacoli. Senti e reagisci, senza nemmeno guardare. Si tratta di attivare sensi diversi. È questo che ha guidato l’intero processo.”




Parliamo del claim ‘A dialogue with dirt’’. È una direzione centrale per On, o un concetto specifico, legato a questo progetto?
“È qualcosa di specifico per la linea Cloudsoma. Non riguarda tutta la progettualità aziendale, perché ogni franchise di prodotti ha esigenze diverse, e necessita di competenze altrettanto differenti. Per Cloudsoma, questa idea di dialogo è centrale. Altri prodotti, come CloudUltra Pro, sono pensati per un trail più ‘impegnativo’. Questo modello, invece, è incentrato sul tema della riconnessione, del riportare l’atto fisico ad una dimensione più essenziale. Non devi essere un atleta professionista per fare trail running. Se voglio fare una giornata di trail, so di non essere una pro. A volte, però, gli approcci ad ‘alta prestazione’ ti fanno sentire come se dovessi essere tale. Per questo, volevamo qualcosa che fosse più accessibile, universale: qualcosa che mettesse in primo piano l’idea di una connessione diversa con la natura. È questo che rende Cloudsoma speciale.”
On sembra esplorare rami di design molto diversi: anche quello culinario, come abbiamo potuto sperimentare attraverso il menu ideato dalla food designer Perrine Bettin. Come descriveresti oggi il rapporto del brand con il concetto stesso di design?
“È una domanda difficile, a cui, forse, non posso rispondere completamente. In generale, direi che in On rimane sempre centrale il tema della curiosità. Il brand vuole muoversi con i propri tempi ed esplorarsi continuamente in modi nuovi, pur restando fedele alle proprie radici. È anche per questo che CloudSoma appare diversa rispetto ad altri modelli On, eppure, allo stesso tempo, rimane riconoscibile. Sussiste una connessione chiara con ciò che la circonda: si nota immediatamente che è una scarpa On. Quindi, a mio avviso, per On si tratta di esplorare, restando a stretto contatto con le fondamenta del brand.”
Chiudiamo su una nota più personale: cosa significa per te vedere qualcuno indossare qualcosa che hai progettato?
“È la parte più bella. È davvero gratificante. Allo stesso tempo, c’è una responsabilità nell’essere designer. Crei un qualcosa che diventa un compagno per qualcuno. Le persone potrebbero indossare quel prodotto tutto il giorno… E scelgono le loro scarpe con molta attenzione. Quindi, quando vedo qualcuno indossare e apprezzare un prodotto a cui ho contribuito, mi rende molto felice. È una gioia autentica. Ed è anche ciò che mi ricorda perché faccio questo lavoro.”










