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Saremo Media Partner di un evento trail running, plasmato da Rayon Vert e Arc’teryx, che non si limita ad essere tale, attecchendo nel vasto e profondo spettro culturale che circonda questa disciplina

The taste of love is sweet / When hearts like ours meet. Il fulcro lirico di Ring of Fire, pezzo di Johnny Cash divenuto monumento musicale, combacia con, ed esalta, l’essenza dell’omonimo evento plasmato dal connubio Rayon Vert-Arc’teryx. 

Il sapore dell’amore è dolce. Anche quello della passione. Ma si trasformano in qualcosa d’altro, quando subentra il processo di loro condivisione, ed espansione. Questo accadrà tra l’8 e il 10 maggio nei sublimi scenari naturali piemontesi, per l’esattezza presso La Campeggia, Costa Vescovato, dove Ring of Fire diventerà ben più di una suggestione, trasformandosi in un tracciato circolare, per l’appunto, in cui l’atto fisico si paleserà come fuoco intenso, vivo, pronto ad essere alimentato, e ad alimentare a propria volta, una serie di dimensioni parallele. 

Cultura. Relazione. Territorio. E ancora, eccellenze locali, cura ambientale, camping collettivo, democratizzazione sportiva e arte infusa in ogni sua forma. Felix Arseneau, Senior Manager, Community Marketing - EMEA di Arc’teryx e Andrea Ferrari, mente-parte del progetto ibrido, nonché community, Rayon Vert, introducono un evento che nel trail vede il proprio punto di partenza, e in ciò che lo circonda, il vero, troppo spesso dimenticato, punto d’arrivo. 

Athleta Magazine sarà Media Partner ufficiale di questo significativo appuntamento aperto a tutti, a cui potete iscrivervi a questo link. Un appuntamento che lasciamo raccontare a coloro che l’hanno definito, in tutta la sua multidimensionalità. 

Partiamo dal nome dell'evento stesso, Ring of Fire. Cosa vuole simboleggiare questo nome e, allo stesso tempo, cosa rappresenta per Arc'teryx il connubio con una realtà come Rayon Vert? 

Felix Arseneau: “Il nome Ring of Fire è un riferimento diretto alla canzone di Johnny Cash con lo stesso titolo, in cui la passione viene descritta come un ‘anello di fuoco’. Per noi diventa una metafora della corsa stessa: una forza circolare che ti attrae e ti trascina dentro. È un’espressione fisica della passione: attrazione, slancio e quel sottile equilibrio costante tra controllo e abbandono. Rayon Vert è il partner che ci aiuta a dare forma a questa energia. A volte travolgenti, altre disciplinati, incarnano l’equilibrio tra istinto e struttura che definisce gli sport di endurance. Sono una delle community chiave su cui facciamo affidamento in questa regione, e il loro coinvolgimento è ciò che conferisce a progetti come questo autenticità e naturalezza. Collaborazioni di questo tipo ci permettono di entrare in relazione con le nostre community in modo radicato e realmente condiviso.”

E cosa rappresenta, invece, per Rayon Vert la sinergia con Arc’Teryx? 

Andrea Ferrari: “Rayon Vert è un progetto che si muove su più livelli: da una parte in modo orizzontale, attraversando ambiti diversi, dall’altra con alcune verticalità più precise. Fin dall’inizio ci siamo lasciati guidare da influenze molteplici. Siamo persone di città, ma che hanno sempre mantenuto un legame forte con l’aria aperta, spesso radicato nell’infanzia e nella frequentazione della montagna. Questo doppio registro, urbano e outdoor, è entrato naturalmente nel progetto. La musica, per esempio, è sempre stata centrale, così come la grafica, le zine… Un’estetica che potremmo definire a tratti punk, a tratti pop. Il nome ‘Ring of Fire’ nasce proprio da questo immaginario: è un riferimento diretto a Johnny Cash. L’idea era evocare un loop, qualcosa di ipnotico, come il testo della canzone, e accostarlo alla dimensione del trail running, che ha in sé una componente profondamente immersiva e ripetitiva. In generale, siamo persone molto dirette: ci interessa mantenere un approccio poco rigido allo sport e allo spazio che lo circonda. Il trail, per noi, deve restare un medium accessibile, democratico, aperto anche a chi non è un atleta ma semplicemente un appassionato. In questo senso, il rapporto con Arc’teryx è interessante perché ci permette di agire come facilitatori: sia avvicinando il brand a comunità meno visibili, fatte di appassionati e non necessariamente di figure ‘note’, che offrendo a questi appassionati la possibilità di entrare in contatto con un grande brand. È uno scambio che arricchisce entrambe le parti. Arc’teryx, negli ultimi tempi, si sta muovendo in modo molto allineato a questa visione: meno esposizione sensazionalistica, più presenza discreta ma significativa. ‘Ring of Fire’ si inserisce proprio in questa direzione, così come altri progetti futuri: creare occasioni autentiche di incontro e avvicinare al brand persone che normalmente non verrebbero intercettate da dinamiche di marketing più tradizionali.”

“We believe in SOMETHING ELSE: Trail running as a cultural, relational, and territorial experience.” Prendendo come spunto questo statement, alla base di Ring of Fire, come descriveresti la filosofia alla base del rapporto tra Arc'Teryx e la dimensione del trail running?

Felix Arseneau: “Muoversi rapidamente ed efficientemente sui nostri piedi in ambiente alpino è il modo in cui troviamo la connessione più profonda con noi stessi, con la nostra community e con gli ambienti che amiamo di più. Il nostro ruolo è entrare nelle montagne e nei paesaggi locali con cura e rispetto. Lo facciamo mantenendo un focus autentico sulla performance, lasciando allo stesso tempo emergere le storie umane che la attraversano — dando alla narrazione maggiore profondità, verità e significato.”

La filosofia di Rayon Vert, invece? 

Andrea Ferrari: “Parto da lontano. Mio padre ha fatto trail running quando ancora non era un fenomeno diffuso. Viveva in Valle d’Aosta e partecipava a gare in un momento in cui erano esperienze quasi pionieristiche. Oggi il trail è cresciuto moltissimo: le gare sono sempre sold out, la partecipazione è altissima, ed è sicuramente un bene. Allo stesso tempo, però, abbiamo avuto la sensazione che si sia un po’ diluito il rapporto con il territorio. Ricordo, per esempio, una notte sul percorso del Tor des Géants: c’erano pastori che offrivano vino e formaggio, persone che vivevano il passaggio degli atleti come un momento condiviso: non performativo, ma profondamente sentito. Oggi spesso arrivi, corri e riparti: il territorio diventa quasi una scenografia. L’idea alla base di ‘Ring of Fire’ è provare a ricucire questo legame. È un’idea prima di tutto concettuale: spostare temporaneamente il focus dalla sola performance e riallacciare un dialogo con il luogo che ospita l’evento. Per questo abbiamo immaginato qualcosa che si sviluppasse su più giorni, dando alle persone il tempo di ambientarsi, vivere il contesto, entrare in relazione con realtà locali. Anche elementi apparentemente secondari, come il pacco gara, possono diventare occasione per coinvolgere produttori e artigiani del territorio, invece di limitarsi a gadget standardizzati. Il trail resta uno sport e richiede preparazione, ma non è solo questo. È anche tempo passato fuori, paesaggio, incontri. In un contesto in cui passiamo gran parte delle nostre giornate davanti a uno schermo, stare cinque o sei ore in natura è già di per sé un valore. È questo che vogliamo rimettere al centro.”

Il rapporto di cui parlavamo nella domanda precedente si espliciterà nei giorni de La Campeggia, permettendo ai trail runner, e non solo, d'immergersi in attività multidimensionali, profondamente connesse al territorio. Che ruolo gioca il territorio locale, applicato alla sfera sportiva, nella vision Arc'Teryx? E come mai avete deciso di evidenziare ed elevare delle esperienze tipiche di questa zona di Piemonte? 

Felix Arseneau: “I paesaggi del Piemonte offrono tutto ciò che serve per un’esperienza trail significativa: terreni vari, punti di accesso facilmente raggiungibili da Milano e scenari che cambiano continuamente, sorprendendo a ogni passo. È un territorio che invita all’esplorazione, ma che richiede rispetto. Allo stesso tempo, Milano rimane per noi un punto centrale: un luogo che offre strumenti e opportunità a chi ci vive e lavora, ma che — nel raggio di 40–60 km — consente un accesso rapido a una topografia di livello internazionale, capace di nutrire e ristabilire l’equilibrio tra dimensione professionale, atletica e psicologica. Crediamo fortemente nell’unicità di Milano come nodo urbano che, nel tempo, ha sviluppato una rete densa di relazioni con i territori naturali circostanti e le loro comunità, che ancora conservano un carattere autentico e in gran parte incontaminato. È proprio questo scambio continuo tra città e natura a generare valore, energia e benessere.”

Il punto di vista Rayon Vert su questa dimensione territoriale dell’evento?

Andrea Ferrari: “Nel mondo outdoor esiste una forte concentrazione su luoghi iconici, spesso già molto frequentati anche a livello internazionale. Ma in Italia esistono territori straordinari ovunque, spesso meno raccontati. Le Valli Tortonesi, così come altre zone simili, per esempio la Val Trebbia, sono luoghi bellissimi che però hanno vissuto una progressiva disconnessione tra generazioni: i più giovani si sono spostati verso le città, molte case sono vuote, e si è in parte interrotto quel processo di cura e continuità che rende vivi questi territori. La Campeggia è un esempio virtuoso in questo senso. È una realtà che sta lavorando proprio per ricucire questo rapporto: giovani che tornano, comunità locali che si riattivano, nuove energie che si intrecciano con quelle esistenti... Per noi è un luogo simbolico, perché rappresenta la possibilità di riattivare un dialogo tra generazioni e tra persone e territorio. Ma è anche, semplicemente, un posto straordinario in cui correre: ricco di sentieri, mantenuti da chi li vive quotidianamente. È un modello di turismo che ci interessa: non un approccio estrattivo, che prende il meglio e poi se ne va, ma una presenza che entra in relazione con il luogo, con le persone e con le attività che lo abitano.”

Proseguendo la domanda precedente, prima, durante e dopo l'evento sarà data molta importanza ad attività specifiche, legate al mantenimento e alla pulizia delle zone coincidenti con il percorso di gara. Quanto è importante, per un brand come Arc'Teryx e per l’intero movimento trail, porre un forte accento su questo tipo di responsabilità condivisa? 

Felix Arseneau: “Un senso di responsabilità condivisa è stata un principio cardine di questo progetto fin dall’inizio. Progettiamo esperienze che puntano a un impatto nullo, o addirittura positivo, sui territori che attraversiamo. E quando un’iniziativa è a impatto neutro, è perché abbiamo volutamente creato momenti che restituiscono valore nel tempo — riflettendo il nostro obiettivo di lasciare ciò che troviamo in condizioni migliori per il domani e per le generazioni future. Stiamo imparando insieme ai luoghi che ci ospitano e alle community che rendono possibili questi momenti. Presentarsi con continuità, cura e apertura è ciò che permette a queste relazioni di crescere. Nel tempo, è proprio questo impegno condiviso a rendere un’iniziativa davvero significativa.”

E cosa rappresenta questa responsabilità condivisa per Rayon Vert? 

Andrea Ferrari: “L’idea è sempre quella di restituire qualcosa al territorio. Prima dell’evento, per esempio, stiamo organizzando interventi di pulizia e manutenzione dei sentieri: tagliare rami, sistemare tratti danneggiati… Sono pratiche rilevanti, soprattutto in un contesto come quello delle Valli Tortonesi, dove il terreno argilloso può deteriorarsi facilmente durante l’inverno. Stiamo anche valutando collaborazioni con realtà come Protect Our Winters, per aprire momenti di riflessione su ambiente, ecosistemi e consapevolezza. Ci interessa mantenere un approccio semplice: al di là delle grandi infrastrutture, ciò che conta davvero sono sentieri accessibili e ben tenuti. Un altro tema su cui riflettiamo è quello della mobilità. Abbiamo già sperimentato in passato uscite raggiungibili da Milano in treno, evitando l’uso dell’auto. È uno spunto che vogliamo continuare a sviluppare: non tanto come soluzione definitiva, ma come invito a ripensare certe abitudini. Nelle grandi gare, con migliaia di partecipanti che arrivano ciascuno con il proprio mezzo, si crea inevitabilmente una frattura rispetto ai valori che si vorrebbero promuovere. Noi non abbiamo la pretesa di risolvere il problema, ma vogliamo almeno aprire uno spazio di riflessione.”

Nel programma, la contaminazione pare il vero tema protagonista dell'evento. Degustazioni, dj set, talk specifiche, design avanguardistico e camping sono solo alcuni esempi dell’approccio al trail proposto da Ring of Fire. Nel panorama sportivo contemporaneo, che tipo di valore assume la contaminazione culturale, intesa come allargamento della performance a momenti collettivi, e temi trattati, molto più ampi di personal best e traguardi raggiunti?

Felix Arseneau: “Questo è il punto: una persona può avere obiettivi personali — migliorare il proprio personal best, scoprire un nuovo luogo o vivere un’esperienza che contribuisca al proprio equilibrio psico-fisico. Ma qui l’intenzione va oltre il ritorno individuale. Nel momento attuale, questo passaggio è fondamentale: superare il beneficio personale apre alla dimensione della community — a un senso di appartenenza che nasce attraverso l’esperienza condivisa. Facciamo leva su driver culturali come musica, food e design per arricchire il nostro focus sul trail running. I trail runner hanno interessi culinari, musicali e culturali che si intrecciano in modo naturale con la loro pratica sportiva, e attivare queste dimensioni complementari ci permette di dare maggiore profondità alle nostre esperienze.”

E che valore assume per Rayon Vert? 

Andrea Ferrari: “Quello che ci interessa è proprio questo: costruire una nuova generazione di atleti o appassionati che sappiano allargare la propria lente narrativa ed esperienziale: esseri umani capaci di portare temi più ampi, dalla musica al design, dal cibo alla cultura, all’interno del discorso sportivo. L’evento stesso nasce con questa logica: è aperto, accessibile, non su invito. Ancora una volta, l’idea è democratizzare e creare connessioni. Anche tra atleti e amatori, che spesso nelle gare tradizionali si incrociano appena. Qui, invece, vogliamo creare lo spazio per incontrarsi davvero, parlare, scambiarsi esperienze, anche e soprattutto all’esterno della sola performance.”

In questo processo di contaminazione all-around, come s’inserisce un atleta Arc’Teryx come Edoardo Rossano, che per questo evento ha anche plasmato un programma ad hoc? E, in generale, quanto conta per un brand come Arc’Teryx essere rappresentato da atleti che non si limitano ad essere tali?

Felix Arseneau: “Ogni progetto tende a mettere l’atleta al centro, perché l’atleta Arc’teryx incarna i nostri valori fondamentali: la ricerca, il processo, la crescita continua — non il podio come obiettivo finale. In questo caso, Edoardo ha costruito qualcosa di raro e speciale: ha scelto di condividere i suoi diari di allenamento in modalità open source, sviluppati insieme al suo allenatore. Un programma di 8 settimane pensato per preparare una 21 km o una 42 km, articolato su sei diversi livelli di obiettivo. È un training diary che può accompagnarti non solo verso questo evento, ma anche lasciarti strumenti, conoscenze e un approccio utili per qualsiasi gara futura. Un modo per far fiorire il percorso di ognuno. Questo progetto permette anche di entrare nella quotidianità di Edoardo, offrendo uno sguardo autentico sulla sua realtà e, allo stesso tempo, raccontando la sua passione per la cultura del trail running in tutte le sue sfumature.”

Quanto conta, d’altro canto, per Rayon Vert la connessione con questa tipologia di atleti?

Andrea Ferrari: “Edoardo è prima di tutto un amico. Incarna bene una figura di atleta contemporaneo: aperto a influenze diverse, con un linguaggio vicino al nostro, capace di andare oltre la sola dimensione performativa. Tempo fa mi aveva aiutato a preparare una gara, condividendo il suo approccio all’allenamento. Non è un allenatore, ma è un atleta molto forte, con un’esperienza concreta. Da lì è nata l’idea: perché non condividere questo percorso anche con altre persone? Non come prescrizione rigida, ma come racconto di un metodo possibile, accessibile. Oggi essere atleta significa anche avere una responsabilità comunicativa. Ci sono atleti fortissimi che non comunicano, e altri meno performanti ma molto efficaci nel trasmettere messaggi. In entrambi i casi, esiste la possibilità di attivare riflessioni e dialoghi.”

Potete esplorare ulteriormente Ring of Fire ed iscrivervi all’evento a questo link.