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Nel visione aerea di Geon Yang, un campo da tennis non è mai soltanto un campo. È una distesa di colore che si infrange contro il brusio del cemento cittadino

Un frammento sospeso tra gli edifici. Una geometria così precisa da risultare impossibile da ignorare. Dall’alto, dove lo sguardo raramente si sofferma, la coreografia familiare del tennis si trasforma in qualcosa di vicino a un sogno grafico.

Con base a Seoul, Geon Yang ha costruito un linguaggio visivo insieme austero e delicato — capace di spogliare il gioco fino ai suoi elementi più puri, per poi lasciare che l’emozione fiorisca nell’essenza. Le sue fotografie non si limitano a documentare lo sport: lo reinventano, trasformando i campi in tele e le partite in meditazioni visive. In questa conversazione ci sa raccontato il momento in cui un campo blu, quieto e luminoso, gli ha catturato il suo sguardo come un’oasi nel cuore della città, e il romanticismo silenzioso di vedere il tennis come un incontro tra design e sentimento.

Oggi sei conosciuto per le tue immagini aeree del tennis, minimali e geometriche. Tornando all’inizio, cosa è arrivato per primo per te: lo sport, la fotografia o il fascino di guardare il mondo dall’alto?

“Mi hanno affascinato tutti e tre nello stesso momento. Un giorno, nove anni fa, mi è capitato di osservare il centro della città attraverso la vista satellitare di un’app di mappe. In mezzo agli edifici grigi, intricati e un po’ cupi, un campo da tennis blu brillava come un’oasi nel deserto. Le linee bianche, ordinate come una griglia, erano disposte su una superficie rettangolare e piatta, e sopra di essa le palline da tennis e i movimenti delle persone emergevano in tre dimensioni.

Oggi lavoro come visual designer. Quando ero studente, imparare i tre elementi fondamentali del design — punto, linea e superficie — e la bellezza generata dal ‘contrasto tra il piano e il tridimensionale’ non mi colpiva davvero. Ma nel momento in cui ho visto quella scena attraverso la vista satellitare, ho compreso profondamente cosa significasse davvero quella bellezza formale che avevo studiato nei libri. L’impatto visivo è stato così forte che ho comprato subito un drone e da quel momento ho iniziato a fotografare campi da tennis.”

Prima dei campi da tennis e dei droni, cosa fotografavi o disegnavi? Eri già attratto da griglie, pattern e forme pulite, oppure è arrivato dopo?

“Non avevo un soggetto preciso che volevo fotografare. Però credo di aver sempre premuto l’otturatore quando un oggetto sembrava qualcos’altro. Guardandomi indietro ora, mi rendo conto che già allora ero profondamente attratto dalle forme interessanti degli oggetti e da quei momenti inconsueti che stimolano l’immaginazione.”

Tra tutti i possibili soggetti della fotografia aerea — città, strade, paesaggi — perché il tennis è diventato così centrale nel tuo lavoro?

“Il campo da tennis blu, perfettamente incastonato nel paesaggio urbano grigio, mi è sembrato una sorta di ‘cielo azzurro’. Lo sguardo del drone era rivolto verticalmente verso il suolo, ma paradossalmente mi sembrava di guardare verso un cielo blu, perdendomi nell’immaginazione. È stata proprio quella sensazione peculiare ad attirarmi verso i campi da tennis.”

C’è stato un momento preciso in cui hai capito il fascino del tennis visto dall’alto?

“È successo quando ho fatto volare per la prima volta un drone e ho ripreso un campo da tennis da una perfetta vista zenitale. Nel momento in cui ho guardato lo schermo, ho sentito che si trasformava da semplice fotografia di uno spazio a immagine grafica.”

Le tue immagini appaiono molto minimali e controllate: superfici piatte di colore, linee precise, figure minuscole. Come si è sviluppato questo linguaggio visivo?

“Attraverso il mio amore per la fotografia ho sperimentato molti stili diversi. Però, quando in seguito riordinavo le mie foto, mi accorgevo di tornare sempre non a quelle che spiegavano tutto perfettamente, ma a quelle che contenevano solo indizi minimi e frammenti da cui la mia immaginazione iniziava a muoversi. Da lì, ho iniziato naturalmente a eliminare dal frame tutte le informazioni superflue. Attraverso questo processo — lasciare solo linee, superfici e colori — il mio lavoro si è evoluto fino a raggiungere l’attuale linguaggio visivo minimale.”

Qual è la prima cosa che cerchi quando componi uno scatto dal cielo?

>“La primissima cosa che cerco quando faccio volare un drone è il ‘vuoto’. Credo che il vuoto sia quello spazio negativo capace di accendere l’immaginazione. Quando scopro uno spazio negativo interessante, aspetto di vedere quale immaginazione e quale storia potrà dispiegarsi al suo interno prima di premere l’otturatore.”

Quali sono i vantaggi unici dell’utilizzo del drone?

“Il vantaggio più grande è l’assoluta ‘estraneità dello sguardo’. Anche se la fotografia con drone è diventata più comune negli ultimi anni, una perfetta vista verticale resta ancora una prospettiva che nella vita quotidiana difficilmente si sperimenta. Per questo anche spazi molto familiari si trasformano all’istante in palcoscenici surreali. Il ritmo dello spazio, le relazioni tra gli oggetti e i pattern geometrici invisibili da terra emergono con grande nitidezza dall’alto.

Un altro aspetto che per me ha un fascino profondo è il senso di pace che mi regala. Quando faccio fluttuare il drone a 100 metri e guardo verso l’orizzonte, si apre un cielo vasto e mozzafiato; quando invece guardo dritto in basso, edifici enormi e persone sembrano piccoli giocattoli. Guardare il mondo così, dall’alto, fa sì che anche le grandi e piccole preoccupazioni che porto con me nella vita quotidiana sembrino all’improvviso più leggere. Per me, far volare un drone offre una pace che va ben oltre la pratica artistica.”

Dall’alto, i giocatori sembrano minuscoli, quasi come pedine su una scacchiera. Eppure le tue immagini restano emotive. Cosa pensi della possibilità di catturare sentimenti da una prospettiva così distante, quasi “fredda”?

“In realtà penso che ci siano emozioni che risuonano ancora più fortemente proprio grazie alla distanza. Guardando dall’alto non si vedono le espressioni dettagliate del viso dei giocatori né le gocce di sudore, ma attraverso la loro posizione sul campo, i movimenti dinamici e la distanza tra di loro si rivelano pienamente la tensione e le relazioni che dominano quello spazio.”

Il tennis è uno degli sport che più si avvicina al concetto di design: linee misurate, dimensioni standardizzate, geometrie che si ripetono in tutto il mondo. Cosa ti attira come artista visivo?

“I campi da tennis mantengono dimensioni standard e una forma simile ovunque nel mondo. Eppure, all’interno di questa struttura identica e controllata, nascono immagini completamente diverse a seconda dell’angolazione della luce, del colore del campo, del movimento umano, della stagione, del clima e dell’ambiente circostante. Il fatto che da una rigidità universale possano sbocciare infinite variazioni è qualcosa che trovo affascinante.”

Dove si colloca il confine tra sport e design? 

“Dal mio punto di vista, il confine tra i due si dissolve. Quando guardo un campo da tennis attraverso l’obiettivo, vedo un’arena sportiva intensa, ma allo stesso tempo anche un grande layout grafico. Per questo la mia fotografia consiste proprio nell’attraversare liberamente entrambi i mondi: catturare lo sport e, allo stesso tempo, portare alla luce il design nascosto.”

L’eleganza del tennis influenza il tuo lavoro?

“In modo profondo. L’ordine elegante e l’equilibrio intrinseci al tennis sembrano filtrare naturalmente nell’atmosfera complessiva, misurata e contenuta, della mia fotografia.”

Esiste un luogo dei sogni — un campo preciso, un torneo celebre, un rooftop, una città — che vorresti fotografare dall’alto?

“A dire il vero, più che avere in mente un luogo specifico, amo e attendo i momenti in cui scopro per caso nuove immagini in posti del tutto inaspettati e sconosciuti. Tuttavia, come fotografo di droni, custodisco sempre il sogno di riuscire un giorno a catturare tutti e quattro i campi del Grande Slam — Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open — attraverso la mia personale prospettiva.”