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Tra street art, artigianalità e due ruote: una ride al fianco della consapevole filosofia artistica di Luca Di Maggio

“Il ciclismo non è solo sofferenza, ma anche piacere. Stai nella natura, nel paesaggio, nel mondo. Stai con la gente e nella gente. Vivi un'eterna giovinezza”, diceva Alfredo Martini, un eroe delle due ruote e, allo stesso tempo, uno dei più preziosi divulgatori di questa forma d’arte socio-sportiva. Il suo impianto teorico riecheggia nella visione, o meglio, nell’identità di Luca Di Maggio. E delle sue opere. 

I lavori di questo artista italiano, contaminato da varie zone del mondo, oltre che da differenti epoche storiche, trovano un’affinità e un dialogo naturali con la cultura ciclistica. Se ne alimentano. Nel senso più lirico, così come più materiale del termine. Nelle opere di Di Maggio, in costante equilibrio tra street art monumentale e produzione artigianale, confluisce l’essenza di una disciplina in grado di raccogliere, condividere ed elevare i più svariati temi.

La semplice, complessa geometria di corpi e telai. Il contatto vero, vivo, con gli esseri umani e il mondo che ci circonda. La comprensione delle loro, nostre fragilità e paure. E ancora, la bellezza del movimento individuale e collettivo, atto ad esplorare il presente o, più semplicemente, la morfologia urbana, facendola propria… 

Ogni filone narrativo, nel flusso creativo di Di Maggio, rima con le forme e i messaggi studiati in prima persona sui ‘nobili cavalli’, come usava definire le biciclette Dino Buzzati: altro narratore multidimensionale ispirato dalla musa ciclistica. ‘Correre è meraviglioso’, titolava uno dei suoi articoli relativi al Giro d’Italia. Lo stesso lascia trasparire la profonda testimonianza di Di Maggio. 

La galleria visuale che accompagna questo approfondimento editoriale è firmata dalla lente di Alessandro ‘Zuek’ Simonetti, ed è frutto di una produzione per Roy Roger’s Workwear, che ringraziamo.

LE ORIGINI DI UNA DUPLICE, MA COMUNE FILOSOFIA

“L’arte è arrivata nella mia vita in modo quasi naturale, ma prima di tutto come una necessità, come una forma di terapia. Dopo la morte di mio padre ho dovuto trovare una via per sfogarmi, per non impazzire. All’epoca stavo studiando giurisprudenza, ma sentivo che quella strada non era la mia. Così, ho lasciato tutto, mi sono iscritto a un corso serale di grafica pubblicitaria e ho iniziato il mio percorso artistico. In quel periodo, l’arte ha assunto una funzione precisa: è diventata un modo per conoscermi meglio, per curare quel dolore che sentivo dentro. Non mi è mai importato dire ‘sono un artista’. Per me l’arte rappresenta qualcosa di più intimo, personale… È sempre stata un mezzo per esprimere ciò che non riesco a dire con le parole. 

La bici segue l’arte parallelamente nella mia vita. Non sono mai stato un grande fan da bambino, ma pedalavo sempre, semplicemente per il gusto di muovermi. Ricordo ancora la mia prima bici... Me la rubarono e piansi per giorni. Mio padre me ne comprò un’altra: diversa, ma per me era abbastanza. Quella bici è diventata la mia compagna di avventure. Poi, le due passioni si sono incrociate. Ricordo ancora il giorno in cui Cinelli mi ha dato un telaio ‘in cambio’ del mio lavoro. Con quel telaio ho iniziato a pedalare seriamente, da solo, ma con una inspiegabile voglia di migliorare. Da lì in avanti, è stata una scoperta continua. Il ciclismo si è trasformato in un modo di vivere, in uno strumento per stare nel mondo”

UN TOUR CICLISTICO E ARTISTICO

“Negli anni 2000 ho vissuto cinque anni nella Germania dell’Est, un posto dove la bici è molto più di un mezzo di trasporto: è vita quotidiana, cultura. Con la bici ci facevo di tutto: la spesa, il lavoro, il trasporto di materiali... Lì ho imparato l’importanza dell’equilibrio, delle borse davanti per non sbandare in discesa. Non è solo tecnica, è un modo di pensare e muoversi nel mondo. La Germania è stata una scuola di vita per questo e molto altro. Per esempio, nei miei anni tedeschi ho collaborato con artisti di tutti i tipi: anche con chi disegnava locandine punk durante la DDR. Vivevo in un palazzo pieno di artisti. Facevamo colazione insieme e condividevamo la produzione stessa: si parlava di arte senza teorie complicate, senza intellettualismi. In Germania ho vissuto un’esperienza concreta, vera, fatta di scambi umani semplici e profondi.

Nel periodo tedesco ho affinato l’utilizzo di strumenti di grandi dimensioni: rulli, secchi, teli… Tutto è partito da stencil e grafiche fatte in casa la sera, dopo il lavoro. Poi, sono passato ai muri, sempre più grandi, sempre più sfidanti. Non ho mai smesso di studiare, di cercare ispirazioni ovunque: mostre, gallerie, cataloghi, libri d’arte. Credo che a definire il mio processo artistico sia, soprattutto, la mia curiosità, la mia sete di conoscenza. Mi piace scoprire cose, approfondirle, trasformarle in opere… Quando devo creare qualcosa, tutto parte da un’idea semplice: dentro ognuno di noi c’è dell’arte, ma bisogna conoscersi profondamente per scoprirla. Più ti conosci, meno hai paura. È come nello sport: sapere precisamente dove sei, nello spazio e nel tempo, ti dà sicurezza. Non è estetica, è consapevolezza.

Prima della Germania, ho vissuto a Vienna, durante gli anni ’90. Lì, ho scoperto lo snowboard, le riviste underground, le piccole botteghe creative. Ho iniziato a prendere i cataloghi Burton e a sfogliarli come fossero libri d’arte… Andavo in bici ogni volta che il clima lo permetteva. Anche in quella città c’era, e continua ad esserci, una vera cultura della strada e del movimento. Già all’epoca, la rete ciclabile era anni luce avanti rispetto all’Italia. Ricordo che a scuola guida insegnavano prima a guardare le biciclette, poi i pedoni... Una mentalità completamente diversa. Dopo essere tornato in Italia, la mia base attuale, ho compreso che in molte cose ci manca quel passo in più, quel coraggio di aprirci completamente. Ma ogni giorno si impara. E io continuo a imparare”

LA STREET ART NELLE DUE RUOTE. LE DUE RUOTE NELLA STREET ART

“Trovo che il ciclismo e lo sport, in generale, siano delle forme di linguaggio enormi. Danno la possibilità di raccontare infinite storie. Credo molto in questo. E credo che creare un’opera d’arte sia, un po’, come approcciare una salita con la bici: all’inizio è dura, ma poi si raggiunge la cima e, ogni volta, puoi osservare il mondo da un’altra prospettiva. È una fatica che vale la pena fare. Il ciclismo, poi, è uno sport che nasce per strada, tra la gente. Ti fa muovere lentamente, ma ti fa vivere i luoghi, incontrare persone... Ogni tappa può essere trasposta tanto in racconto, quanto in pura estetica. Ad esempio, il Giro d’Italia non è solo sport: ai miei occhi si mostra come una poesia che attraversa il paese. È come della street art: colore che cammina su ruote, colore che popola i marciapiedi.

Non ho mai amato il mondo istituzionale dell’arte. Preferisco la strada, per l’appunto, il contatto con la gente. Ho sempre avuto l’impressione che in strada succedano cose vere. La gente si ferma, ti guarda, ti parla, ti racconta la sua storia, anche solo per qualche minuto. Lavorare in luoghi pubblici, per me, è una responsabilità enorme. Mi esprimo principalmente in quartieri che frequento: su muri vecchi, degradati, recupero cartelloni arrugginiti e provo a trasformarli in qualcosa di nuovo... Una volta un passante mi ha detto: “Non potevamo più vedere quel muro ridotto in quelle condizioni”. In quelle parole risiede il senso del mio lavoro: non voglio solo fare l’arte per l’arte, ma per dare voce ai luoghi, alle persone... Oggi ritengo il mio lavoro un mestiere: sento ancora il bisogno profondo di fare, di creare come un artigiano, più che come un artista. Per me il lavoro vero si fa con la fatica, l’incontro, la relazione con le persone... Da questo nasce il racconto autentico, vero. Spontaneo. 

Quando parlo di spontaneità, faccio riferimento al fatto che più stai in mezzo alla gente, più riesci a comprendere, comunicare e trasporre la realtà in arte. Ripeto, io non mi sento un artista, ma sento dentro una necessità innata di disegnare, di esprimermi con il corpo e il gesto... Come se fosse un istinto sportivo, in un certo senso. Dipingere opere di larga scala un po’ equivale a compiere un atto sportivo: muovi tutto il corpo, è adrenalina. Quando produco questo tipo di opere, mi capita anche di stare in piedi dieci ore al giorno, e questa cosa mi fa sentire vivo. Proseguendo su questo parallelismo, uno dei miei sogni più grandi fu quello di girare costantemente con una bici cargo piena di colori, pennelli, secchi… E dipingere. L’ho  fatto solo, arrivando da Milano fino a Lecco. È dura, ma il fine ultimo è estremamente significativo: muoversi e lasciare una traccia” 

DI FRAGILITÀ E FORME

“Un altro tema-caposaldo della mia produzione, che ha sicuramente attinenza con il mondo ciclistico, è quello della fragilità. È un tema importante per me. Uso spesso la carta proprio perché si stropiccia, si piega, resta segnata… Un po’ come ogni essere umano. Mentre la carta mostra le sue pieghe, però, le persone tendono a nasconderle. Viviamo in un’epoca di filtri, di maschere. E questo ci fa male. Penso ai social, per esempio, che danno tante possibilità, è innegabile, ma tendono anche a far emergere gli ego, non la vera sostanza delle persone. La carta, al contrario, è un qualcosa di veramente esposto, di veramente autentico. 

Quando penso alla fragilità, non posso che riflettere su Pantani: un uomo tanto fragile, quanto potente. Aveva quella forza di spingere sul gas quando voleva, senza pensare a tattiche o numeri... Ed è stato distrutto dalla fragilità che aveva dentro. Eppure, ha lasciato un’eredità vera, per l’appunto, che ancora oggi si celebra in ogni corsa. Al contrario di molti altri non ha avuto uno staff a proteggerlo. Si è isolato, chiuso, perso… Ecco, nella mia visione, ammettere la propria fragilità non è un segno di debolezza, ma di forza. Ti rende umano. Lo stesso vale con la carta: se la colori, se ci costruisci una storia sopra, diventa forte, viva. Nella mia vita ho provato tanti tipi di paure differenti, spesso confluiti in attacchi di panico. Quando sono in strada a dipingere, svanisce tutto. Perché lì, ripeto, sento di essere vero e la fragilità, o la paura, vengono meno. 

Parlando di forme, poi, ogni volta che guardo i ciclisti vedo geometrie: due triangoli rovesciati, pieni e vuoti, delle linee spezzate... Il corpo che diventa bici e la bici che diventa corpo. È una sfida enorme ritrarre questo tipo di fusione, ma è bellissimo. Il tandem è un altro mezzo che compare spesso nella mia produzione. A mio avviso, è un simbolo fortissimo: è l’immagine della fiducia, della complicità. Uno guida, l’altro sostiene. È come la vita, dove tutti abbiamo bisogno di chi ci circonda”

IL TRAGUARDO

“Nella mia vita e nella mia arte cercherò sempre di seguire una regola non scritta: bisogna saper giocare. Bisogna prendersi sul serio, certo, ma senza perdere la propria leggerezza. Ho un nipote di cinque anni e passo tanto tempo con lui. Mi ricorda che è fondamentale restare in contatto con quella parte di noi che continua ad essere libera, senza paure. Nei bambini c’è verità. In noi adulti latita, ci stiamo perdendo... Ci mostriamo ma non ci conosciamo davvero. Pensiamo, parliamo, ma facciamo poco. Ci esponiamo ma senza esserci dentro davvero. L’apparenza ha preso il posto della presenza. E mi spaventa. Dico ad alta voce un altro monito che mi ripeto spesso: non avere paura di vivere. Non sprecare il tempo che hai. Non limitarti a essere vivo. Vivi davvero. Con spontaneità, coraggio, e la voglia di lasciare qualcosa di vero. Nell’arte. Nel ciclismo. Ovunque”