Sulla costa occidentale dell’Australia, dove il continente si ritrae davanti a vento e mareggiate, Chris Gurney ha imparato a leggere il mondo attraverso l’acqua e la ritualità dello sport.
Prima è arrivato il sogno del calcio giocato a livello professionistico, poi il richiamo del surf, e infine il clic discreto di una macchina fotografica che avrebbe cambiato ogni cosa. Quello che era iniziato, da adolescente, come un modo per restare vicino alla lineup è diventato una pratica di vita: guardare corpi in movimento, paesaggi selvaggi, piccole comunità tenute insieme da rituali condivisi di gioco.
Oggi il lavoro di Gurney si colloca là dove lo sport si dissolve in qualcosa di più grande: memoria, migrazione, classe, geografia, appartenenza. Le sue fotografie si muovono da spot di surf remoti a campetti di basket suburbani, da ovali rurali a club cittadini costruiti su decenni di silenziosa resistenza.
In una cultura visiva che ci chiede di scorrere sempre più in fretta, Gurney sceglie la lentezza. Costruisce fiducia, torna negli stessi luoghi, lascia che le storie si infittiscano nel corso degli anni, invece che dei giorni. Lo sport, per lui, non è un fine in sé ma una chiave d’accesso: un modo per entrare nelle comunità, nelle storie, nel meteo emotivo di un paese che sta ancora imparando a guardarsi e riconoscersi.
Questo è la storia di un fotografo capace di tracciare una linea delicata e resistente tra gli sport che pratichiamo e le vite che viviamo.





Un viaggio australiano nella fotografia
"Sono cresciuto in Australia Occidentale, circondato da una costa infinita e dalla cultura del surf. All’inizio, quei luoghi erano soltanto lo sfondo della mia vita — dove andavo a giocare, a fare surf, a passare il tempo. Col tempo hanno smesso di sembrare sfondi e hanno iniziato a diventare soggetti, in piena regola.
Da ragazzino ero un surfista, ma prima ancora ero un giocatore di calcio. Il mio sogno era diventare professionista. Più o meno nello stesso periodo in cui mi sono avvicinato al surf, ho preso in mano una macchina fotografica. Gli infortuni legati al calcio hanno accompagnato quella transizione. Poco alla volta, il mio focus è cambiato. L’interesse per la fotografia ha superato quello per il surf, anche perché ho capito che, semplicemente, ero più portato per quello. Ho iniziato a fotografare a causa degli infortuni, ma anche perché ero un surfista che conosceva lo sport dall’interno. Avevo passato l’adolescenza in acqua, ossessionato dalla sensazione di stare in lineup. Spostare lo sguardo sul surf attraverso una lente, dalla riva o nuotando con una custodia subacquea, ha cambiato il modo in cui osservavo quello sport. Molto presto, tra i miei amici di scuola, sono diventato “il ragazzo che faceva foto di surf”. Mi ha dato un’identità nuova, e uno scopo. Più ti identifichi in quel ruolo, più ne diventi interessato.
Credo di essermi davvero appassionato alla fotografia grazie al surf quando avevo circa 14 anni. La fotografia di surf è incredibilmente immersiva. Spesso nuoti in acqua con il tuo soggetto, cercando di leggere l’oceano. Sei completamente in balìa della luce naturale. Devi lavorare in fretta, capire condizioni meteo che cambiano, e accettare sia le possibilità sia i limiti di quell’ambiente. Fin dall’inizio, il mio lavoro non era legato alla natura in senso generico; era legato a un luogo molto specifico: l’Australia Occidentale. Esplorare mi ha fatto capire quanto lo Stato fosse enorme, e che onde buone si trovano praticamente ovunque, se sei disposto a cercarle. Mi capitava di guidare 15 ore verso nord solo per raggiungere uno spot.
Già allora, quando ho iniziato ad allontanarmi da una fotografia di surf concentrata soltanto sull’atto del surfare, ho capito che mi interessava molto di più l’intero viaggio. Per molto tempo, le riviste di surf erano quasi totalmente azione: l’onda, la manovra, il tubo. Ma in un tipico surf trip, il surf in sé è una parte relativamente piccola dell’esperienza. Io ero attratto da tutto il resto — le nottate in auto, la ricerca dello spot, i pasti nel van, i piccoli rituali e le frustrazioni che circondano la session. Per me, è sempre stata quella la parte più interessante.
Quindi è stata questa combinazione — un background nel surf e i miei interessi personali — a spingermi a prendere davvero sul serio la macchina fotografica e a scattare con continuità. È sempre stato un ambiente in cui mi sentivo a mio agio. E quel comfort ha dato origine al mio percorso nella fotografia, soprattutto vivendo in un posto dove hai un accesso così ampio a terra e oceano. Tutti questi elementi — l’ambiente, lo sport, la cultura — hanno iniziato a fondersi, e ho cominciato a pensare a come si influenzino e si modifichino a vicenda.”



Surf Culture
“Al tempo ero incredibilmente ossessivo con il surf — guardavo film, leggevo riviste. C’era un forte elemento artistico crescente nella cultura del surf, e mi attirava. A piccoli passi, ho iniziato a guardare il surf in modo più astratto, cercando di rappresentarlo in maniera meno tradizionale rispetto a ciò che ero abituato a vedere su quelle pagine.
I fotografi e gli artisti che stimo di più, quelli il cui lavoro mi è rimasto addosso, sono in genere persone che si dedicano a progetti di lungo periodo. Il loro lavoro sembra più consistente, più stratificato. Ci ricavi di più quando ti ci immergi. E gli anni di impegno necessari per quei progetti arrivano dall’altra parte; senti l’energia e la cura quando incontri l’opera finita.
C’è stato un film, in particolare, che ha avuto un impatto enorme su di me. Andavo nel negozio di noleggio VHS e prendevo sempre la stessa cassetta, ancora e ancora: The Endless Summer II di Bruce Brown, un documentarista di surf che oggi. sfortunatamente, non c’è più. Il film segue due surfisti in giro per il mondo — Africa, Tahiti, Australia, Francia e oltre. Ma ciò che mi è rimasto di quel film non era il surf. La storia parla soprattutto del viaggio, del percorso, di tutto ciò che accade fuori dall’acqua. Era incredibilmente piacevole da guardare. Mi ha confermato l’importanza della storia intera, non solo dell’azione.
Visivamente era girato in pellicola, aveva una colonna sonora bellissima, e c’è una voce narrante che tiene insieme tutto. L’ho visto tantissime volte. È diventato un’influenza enorme su come pensare alle immagini sportive: che il contesto, il road trip, i pasti, l’attesa, le comunità locali — tutto questo è importante tanto quanto il momento in cui qualcuno si alza in piedi su un’onda.”




Il valore del reportage
“Partendo dal surf, il mio lavoro si è spostato gradualmente verso comunità diverse — aree remote dell’Australia, la comunità sud-sudanese di basket a Perth, e altre nicchie culturali in cui lo sport è un’ancora sociale. Lo sport viene spesso descritto come universale: tutti, ovunque, hanno un qualche rapporto con esso. Ma quando fotografi comunità specifiche, hai a che fare con storie molto locali, condizioni sociali e codici culturali. Per rendergli giustizia, faccio molta ricerca prima ancora di accendere la macchina fotografica. Mia madre era giornalista, e io ho studiato giornalismo all’università, quindi sono sempre stato interessato alla narrativa dietro le cose: la storia, la verifica dei fatti, la responsabilità di essere accurati e corretti.
La collaborazione è essenziale. Parlo con le persone, faccio domande prima di avvicinarmi a una scena. Se non sono sicuro di qualcosa, cerco di parlarne. Spiego cosa spero di fare e sottolineo che non voglio che nulla risulti inautentico o inesatto. Le persone dovrebbero sentirsi legittimate a dire la loro se qualcosa non le convince.
Col tempo sviluppi anche un senso interno di “art direction” — un istinto per ciò che può essere cliché o semplicemente visivamente sbagliato. Impari a evitare quelle immagini. Vuoi che il messaggio emerga dal soggetto stesso, che l’immagine lo aiuti a comunicare la propria storia. Molto del mio lavoro è narrativo: raramente è una singola fotografia che sta in piedi da sola. È una serie costruita in giorni, settimane, a volte in contesti diversi, e insieme quelle immagini creano una storia più forte e complessa.”
Entrare e rispettare la comunità
“Entrare in quegli spazi come outsider e narratore richiede una quantità enorme di fiducia. È non negoziabile, soprattutto quando lavori con comunità piccole o gruppi sovrastati da una copertura mediatica negativa — come è successo talvolta alla comunità sud-sudanese in Australia. Con quel progetto, io volevo davvero guardare al lato positivo: la forza, il contributo e la gioia di quella comunità, l’impatto positivo che ha avuto in Australia.
Per me tutto parte dal parlare con le persone, passare tempo sul posto, costruire relazioni. Non puoi semplicemente entrare di corsa con un mucchio di macchine pronte. Devi spiegare cosa stai cercando di fare, mostrare che vuoi ritrarli con onestà. La maggior parte del mio lavoro nasce da un luogo di riverenza. Fotografo cose che mi piacciono e a cui tengo; non sono lì per evidenziare negatività. Penso che le persone lo percepiscano quando vedono le mie immagini.
Negli anni ho lavorato molto con comunità di questo tipo e ho provato a raccontarle in maniera rispettosa. Quel corpus di lavoro diventa parte della conversazione quando oggi incontro qualcuno di nuovo. Posso mostrarlo, parlarne, e credo che aiuti a sciogliere i dubbi iniziali. Un’altra parte importante è gestire l’output — essere chiari sul fatto che avranno la possibilità di vedere il lavoro, dare feedback, e che attraverseremo il processo insieme. È collaborativo. Non ti cali dall’alto, fai foto e sparisci. Idealmente, diventa una relazione continuativa, qualcosa che continui a costruire con loro.”




Più in profondità dello sport
“Quando penso allo sport, cerco sempre qualcosa di più del singolo momento d’azione — la schiacciata, il calcio, il traguardo. Sono momenti visivamente accattivanti, certo, ma sono solo una piccola parte della storia. Quando lavori su qualcosa che ha profondità, dai lo stesso peso a ogni capitolo.
Questo può significare ritratti di un atleta o di una squadra con la propria famiglia o comunità. Può significare documentare il luogo in cui si allenano — il campo consumato, la vegetazione che lo invade, gli spogliatoi, i dettagli che indicano una geografia e un tempo specifici. Attraverso queste immagini provi a costruire un senso del luogo che sia tangibile. Più intimi sono gli spazi a cui riesci ad accedere, migliore spesso diventa il lavoro. Di nuovo: è questione di fiducia. Se qualcuno ti invita a casa sua e c’è una foto di lui a sei anni con una medaglia al collo, improvvisamente capisci molto di più su chi è davvero, oltre l’atto sportivo. Quei piccoli dettagli e connessioni ti dicono chi è una persona molto prima dal fischio d’inizio della partita.
Quell’idea — dare uguale enfasi a ogni parte della storia — è ciò che mi interessa davvero. Penso che le persone lo sentano quando le approccio. Se propongo una storia o chiedo di documentare qualcuno, loro mi “leggono”, cercano di capire se sono lì per i motivi giusti, se sto portando qualcosa di buono nel loro spazio. Se c’è una storia da raccontare in modo sensibile, rispettoso ma anche coinvolgente, io ci sono. E credo che quella sincerità arrivi, ho un buon track record nel connettermi con le persone. In genere sentono che sono aperto e affidabile, e questa è la base su cui si costruisce tutto il resto.
Quando penso a dove mi colloco nello spettro della fotografia sportiva, lo vedo come qualcosa che cambia continuamente; un percorso in evoluzione più che una posizione fissa. All’inizio ero molto più concentrato sull’atto dello sport in sé: il placcaggio, la curva, il tiro, l’azione immediata. Mi interessa ancora, ma ora sono molto più attratto da tutto ciò che lo circonda. Sempre di più, vedo lo sport come un punto di partenza — l’amo che ti tira dentro uno spazio narrativo molto più ampio. Mi interessa come lo sport esista dentro un regno più grande di cultura, luogo, identità e comunità. Questo mi ha portato più in profondità, verso progetti documentari di lunga durata, dove l’elemento sportivo può essere centrale, oppure solo il filo che tiene insieme tutto. Lo sport, per me, è una porta verso la cultura e verso le comunità locali: mi entusiasma quando le storie sportive diventano un modo per parlare di strutture sociali, memoria, migrazione, classe, geografia — tutto quanto.”



Editoriale vs su commissione
“Sul versante brand ed editoriale, vivo in questa intersezione tra riviste, reportage culturale e campagne commerciali, come quelle realizzate per Nike, On, e altri brand sempre più interessati a nuovi tipi di storytelling sportivo. Muoversi tra queste piattaforme significa riconoscere che ognuna ha il proprio linguaggio visivo e i propri vincoli.
Sinceramente, non puoi sempre portare tutta la tua visione personale in un lavoro commerciale. Sarebbe bello, ma in quel mondo i compromessi sono svariati. Ci sono considerazioni commerciali, linee guida del brand, stakeholder — devi accettare che non sempre potrai spingerti quanto vorresti. Quello in cui sto diventando più bravo è cercare clienti, progetti e idee più allineati alla mia visione, dove la mia sensibilità aggiunge valore invece di essere diluita.
Editorialmente, tendo a lavorare con clienti che mi scelgono proprio per il modo in cui vedo sport e cultura. Vogliono che affronti la storia a modo mio e si fidano di quel punto di vista. Con pubblicazioni come Victory Journal è stato un rapporto davvero genuino. Siamo molto allineati nel modo di rappresentare lo sport, quindi quei progetti vengono naturali — c’è una visione condivisa e una curiosità condivisa, e il lavoro cresce da lì.
Quando penso all’immaginario sportivo attuale — al modo in cui, collettivamente, immaginiamo lo sport oggi — ho la sensazione che siamo saturi. Le immagini sono ovunque e le tendenze si muovono incredibilmente in fretta. Un certo look o approccio è ovunque per un anno o due; poi sparisce e viene sostituito da qualcos’altro. Non è necessariamente un male, è solo la realtà dell’ecosistema visivo in cui viviamo.
Le piattaforme attraverso cui consumiamo la maggior parte delle immagini — Instagram e altri social — sono così effimere. Il ciclo dei contenuti scorre a una velocità che non sempre serve il lavoro, soprattutto quando si tratta di storie sportive più profonde. Ti capita di incontrare fotografie straordinarie, ma l’esperienza spesso viene compressa in un paio di secondi di scroll."



Obiettivi futuri
“Quello che mi piacerebbe vedere di più sono progetti sportivi presentati in spazi che incoraggiano una lenta riflessione consapevole: mostre, corpus di lavoro di lungo periodo, progetti costruiti in anni anziché in giorni. Sono colpevole quanto chiunque altro di non avere ancora un quantitativo di progetti in quel senso, ma è ciò a cui aspiro — e ciò che mi piacerebbe vedere più diffusamente.
Alla fine, non c’è niente che batta un’idea davvero forte. I concetti originali sono difficili da trovare, soprattutto nello sport, ma quando sai di averne trovato uno, lo senti. La sfida è fidarsi di quell’istinto, impegnarsi nella storia e darle il tempo che merita. Alcune storie non si possono raccontare in una settimana; possono richiedere anni per raggiungere la loro piena profondità. Sto cercando di essere più intenzionale — muovermi più lentamente, resistere alla tentazione di pubblicare subito, e invece costruire progetti che, spero, resistano alla prova del tempo. L’obiettivo è che l’impatto venga dalla forza della storia e del concetto, non solo dal colpo visivo immediato. Potrebbe diventare un libro? Una mostra? Anche se poi condividi parte di quel lavoro online per promuoverlo, l’ambizione di fondo è spesso vederlo vivere in una forma più permanente, fisica. Reagisco più intensamente a un libro, a una mostra, a un film rispetto a un singolo post in un feed.
Guardando avanti, ho sicuramente storie che voglio raccontare all’incrocio tra sport, luogo e cultura locale — progetti che mi tengano curioso e motivato. Molti dei progetti che vorrei realizzare sono documentaristici. Anche solo dentro l’Australia, ci sono innumerevoli eventi sportivi rurali che mi affascinano. L’Australia, nel suo insieme, è una nazione fortemente sportiva. Qui lo sport è un connettore potente. Con giocatori di ogni provenienza e cultura sul campo, diventa questo spazio condiviso che tiene insieme la comunità. Questo mi dà un certo livello di empatia e curiosità verso le storie di migrazione, identità e appartenenza. Sono naturalmente portato a mettere in luce quelle narrazioni.”









