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Un tuffo nel fenomeno sociale del Palio di Siena, dove tradizione, sport e cultura continuano ad intessere un evento plurisecolare 

Da secoli, ogni contrada senese rivive gli stessi gesti e rituali. Si vede addobbata a festa da stormi di bambini che compongono deja-vu medievali. Sono tutti bardati di precisi colori: scelti non per vezzo, ma per discendenza e appartenenza culturale, per famiglia e affetti. Mai cesseranno d’indossarli. 

La città pulsa. Parla. O si limita a incantare, affacciata sui balconi di Piazza del Campo, dove ancora riecheggiano i dialoghi aristocratici di quella che fu la nobiltà locale. Un tempo come oggi… Il senso della tradizione, immerso in un piatto di pici e un calice di Chianti. 

Poi, l’atmosfera ribolle. Giunge l’attesa busta, l’ordine di cavalli e fantini. E la pista si trasforma in un groviglio di alleanze, traiettorie, zuffe, posizionamenti snervanti. Infine, l’attesa: in primo luogo della sconfitta altrui, secondariamente della propria vittoria. Uno slancio cinetico. Un piano sequenza fatto di polemiche e adrenalina. Estasi e folklore. Preziosa identità ed eccessivo integralismo. 

Terzo e ultimo giro: la piazza ribolle in slow-motion, i tamburi battono, le voci si mescolano in un vortice di incitamenti e timori. Leocorno prova l’assalto decisivo, incollato alle spalle del Montone. L’ingresso alla curva del Casato è da cardiopalma. Rettilineo finale. Esplode il popolo giallorosso. 

Il 16 agosto 2025 è la contrada di Valdimontone a festeggiare. E ad entrare, orgogliosamente, nella storia senese.

Credits

words & photos by Filippo Libenzi