Dall’educazione dell’Eisbach a moti creativi che evolvono i paradigmi stilistici e creativi della surf culture, una ride nel poliedrico approccio alle onde di un 3 volte campione tedesco di rapid surfing, soprattutto, di un innamorato della tavola a tutto tondo
Dicono che il surf, una volta compreso ed affinato, diventi parte di te. Nel caso di Nicolas Marusa, questo assunto trova piena corrispondenza. Pensi alla tavola, e pensi alle vaste distese cristalline oceaniche, a dolci increspature che si sollevano, eclissando l’orizzonte, ad esperienze lontane da tutto e tutti. Il percorso di questo 3 volte campione tedesco di rapid surfing, però, palesa un altro tipo di percorso ondoso: quello che ha plasmato nel cuore di Monaco, nelle correnti statiche dell’Eisbachwelle, dai più considerata la più costante, grande e migliore onda fluviale al centro di una grande città. Un magico angolo ondoso che, nell'ultimo periodo, è stato scandito purtroppo da una serie di gravi problematiche, come la tragica morte di una surfista e l'apparente scomparsa della sua stessa, iconica, onda, seguita alla pulizia annuale del fiume.
Ma la nostra ricerca editoriale non vuole concentrarsi sullo stato dell'arte di questo luogo, quanto sull'impatto che esse, così come il surf stesso, hanno avuto su un giovane interprete delle onde, e di ciò che nelle contemporaneità le circonda. Nato e cresciuto come surfista urbano, Marusa pare aver incamerato il senso artistico di questa disciplina da un lato, il pulso fashion e creativo del centro della Baviera dall’altro. Un mix che oggi lo pone in una dimensione ibrida, e significativa. Perché nella maturazione del suo rapporto con il surf, che ormai lo vede uscire stabilmente dalle acque dell’Eisbach per inseguire quelle oceaniche, questo atleta ha anche trovato modo per ampliare la propria sostanza eclettica, calandosi nello storytelling visuale e nel design. Scopriamo il suo spot contemporaneo in questa chiacchierata.





Come ti sei avvicinato alla surf culture?
“Sono cresciuto a Monaco, che non è esattamente famosa come città per il surf, almeno, non nel senso tradizionale. Già da piccolo, però, ero affascinato dal vedere i surfisti girare in bicicletta per la città. Alla fine, mi sono imbattuto nell’Eisbachwelle e ne sono rimasto catturato. Continuavo a dire a mia madre: 'Devo provarci'. All’inizio ero un po’ troppo giovane, ma verso i dieci anni ho scoperto la seconda onda dell’Eisbach: un’onda più piccola, per principianti. Ho preso un vecchio bodyboard e sono semplicemente saltato in acqua. Da quel momento, è stato un colpo di fulmine. Dopo anni trascorsi a guardare e immaginare, sentire finalmente l’onda sotto di me è stato un momento coinvolgente. È lì che ho iniziato, allenandomi sulla seconda onda fino a transitare sulla prima.”
Siamo sempre curiosi dei piccoli dettagli che restano impressi nella mente di un atleta: quelle minuziosità che fanno realmente innamorare di uno sport. Per te quali sono state?
“Per me tutto si è concretizzato quando ho surfato la prima onda dell’Eisbach, famosa in tutto il mondo. Ho notato subito la comunità, ciò che rende quel luogo così unico e vivo. Anche a 11 anni riuscivo a percepire una sorta di gerarchia, fatta di surfisti più anziani che cavalcavano lì da tempo. A volte davano consigli ai più giovani. Vivere tutto questo ed entrare a far parte di quella cultura mi ha davvero rapito. Non era solo surf: era un luogo di incontro per persone di ogni tipo, unite dall’amore per il river surfing. Uno dei miei obiettivi è sempre stato conoscere a fondo i surfisti più anziani, ascoltare le loro storie e capire come avessero fatto a rendere quel posto così speciale.”
Com’è stato crescere come surfista a Monaco?
“È stato perfetto. Surfare un’onda statica ti conferisce molta più praticità di quanto potresti ottenere in mare aperto: stare in piedi, bilanciarsi, imparare più sfumature possibile... L’Eisbach è diventata la mia fuga quotidiana dalla realtà. Finita la scuola, dimenticavo il telefono e andavo a surfare. Nonostante le persone che guardavano, si trattava di pura concentrazione: sapevi che una sola onda poteva cambiarti la giornata. È per questo che quel luogo rimane nel cuore di tanti: è nel mezzo della città, ma offre una fuga totale dalla quotidianità.”




Hai mai immaginato che questo atipico canale d’accesso al surf ti avrebbe poi portato a viaggiare per il mondo e surfare professionalmente?
“È successo lungo il percorso. Man mano che miglioravo, sono diventato più competitivo. Sono comparsi i primi contest nel river surfing e, in cinque o sei anni, ho iniziato a gareggiare con amici con cui ero cresciuto. Il lato competitivo è diventato parte del gioco, ma lo sport in sé è sempre stato l’elemento principale. Non avevo immaginato tutte le opportunità che sarebbero arrivate, ma pensare a come tutto, poi, si è sviluppato è semplicemente incredibile.”
Lungo il percorso, hai costruito anche un’identità estetica e creativa. Come hai iniziato a esplorare mondi al di fuori del surf, come il fashion?
“Sono cresciuto con due mamme molto appassionate del settore della moda, quindi sono stato esposto al fashion fin da piccolo. La filosofia in casa era semplice: indossa ciò che ti fa sentire bene. A 13-14 anni sperimentavo già con vestiti molto anticonvenzionali, come un enorme cappotto di Yohji Yamamoto che mi arrivava ai piedi. Lo portavo a scuola semplicemente perché mi sembrava naturale, anche se attirava sguardi strani. La mia passione per la moda è nata così: imparando a esprimermi attraverso i vestiti. A 14 anni sono stato notato da un’agenzia di modelli, che mi ha introdotto più formalmente in questo mondo. Da lì ho fatto qualche lavoro, creato contatti e tutto si è alimentato in modo naturale. Negli ultimi anni è stato incredibile unire le due passioni, surf e moda, e vederle intersecare nella cultura dell’urban surfing a Monaco.”
Tradizionalmente, lo stile surf è legato a brand di culto. Tu manifesti una prospettiva più fashion-forward. Come vivi la dualità tra stile ‘tradizionale’ e nuova espressione estetica?
“Sono sempre stato attratto dai surfisti che non seguono la strada convenzionale, che ad un certo punto decidono semplicemente di muoversi liberamente. Persone come Craig Anderson e altri surfisti australiani: affrontano le riprese quasi come arte, e guardando i loro video si può anche comprendere il loro modo di vestire. Mi ispirano molto. I grandi brand sono importanti per avere supporto, ma l’aspetto dell’abbigliamento nel surf va oltre il lato commerciale. Lo spirito originario del surf, dove tutto era legato alla qualità dei prodotti e all’individualità della scelta, si è un po’ perso. Va detto anche che oggi c’è una maggiore attenzione alla sostenibilità, e questa è una grande cosa. Secondo me, il giusto approccio sta nel puntare su prodotti di alta qualità che durino una vita, anche se costano di più. Surfare è sempre stato trovare la propria strada, prendere le onde a modo tuo: vale anche per la moda, per ciò che indossi. Personalmente, spero di penetrare maggiormente il mondo del design. Recentemente ho firmato con New Amsterdam, un piccolo brand urban. Ho fatto alcuni progetti prima, ma ora c’è l’opportunità reale di creare qualcosa di significativo sotto questo punto di vista. Sono entusiasta di contribuire creativamente, non solo di surfare.”




Fotografia e filmmaking come hanno influenzato la tua crescita come surfista e creativo?
“La fotografia è un modo potente di raccontare storie. Non servono grandi studi o set: si tratta di catturare momenti autentici. Una foto può far sentire le persone parte dell’esperienza, permettendo loro di comprendere lo sforzo necessario per arrivare ad essa. Il filmmaking è simile. Surfare non è solo prendere onde: è il viaggio verso lo spot, la lotta con le correnti e te stesso, l’ambiente, il flow. Sto lavorando da tempo a un mio film di surf. È un processo lento, fatto di viaggi e budget da contenere, ma voglio raccontare una storia dalla vocazione estetica e artistica. Non si tratta di mostrare vestiti o attrezzature, ma della vita, del ritmo stesso del surf."
Dato questo approccio artistico, ora come valuti il lato competitivo del surf? Come si concilia questa prospettiva con un già 3 volte campione tedesco di Rapid Surfing?
“È complicato. Sono cresciuto sulle onde artificiali e ho sempre amato il surf in mare aperto, ma per arrivare al massimo livello serve passare tantissimo tempo in oceano fin da giovani. Per me ha più senso restare in focus sul filmmaking e godermi lo sport, piuttosto che inseguire solo risultati competitivi. Detto questo, se si presentano opportunità, le considero senza alcun problema. Ora, però, il focus risiede nel condividere la mia visione e i miei sentimenti applicati al surf. Mi piace il lato competitivo, mettersi alla prova sotto pressione, ma le mie priorità sono altrove: filmmaking, creatività e godermi il percorso.”
E cosa pensi della presenza del surf in grandi palcoscenici sportivi, come le Olimpiadi?
“Rende lo sport più accessibile globalmente, certo, ma a mio avviso le Olimpiadi non sono il posto giusto per il surf. Surfare sta nella sensazione unica della tua prima volta su un’onda: una dipendenza senza paragoni. I grandi eventi rischiano di far perdere quell’essenza. Competere in quelle condizioni è diverso rispetto a surfare per sé stessi.”




Quali differenze ci sono tra surfare a Monaco e in altri luoghi?
“È completamente differente. A Monaco conosco ogni centimetro dell’onda. È familiare. L’oceano è una sfida, perché nulla è familiare: devi adattarti, superarti. Questo è ciò che mi entusiasma di più. L’onda dell’Eisbach ha limiti già in parte esplorati, mentre l’oceano è imprevedibile. Vorrei esplorare onde più grandi in futuro: magari in Portogallo, con amici, e mettermi alla prova in acque imponenti. Certo, la mia famiglia si preoccuperà, ma fa parte del grande brivido del surf. Si tratta di uscire, sentire la potenza delle onde e testarsi per davvero.”
Il lato musicale della cultura surf è ancora rilevante, o ha perso importanza rispetto a 20-30 anni fa?
“Direi che è meno presente di un tempo. Una volta la musica era parte integrante del surf, specie dei film: creava atmosfera, raccontava storie, emozionava le persone. Oggi, con le clip su Instagram e i contenuti veloci, gran parte di quella narrazione emotiva si perde. Detto questo, la musica resta fondamentale. Setta il tono e coinvolge lo spettatore. Il metal può eccitarti per un’onda aggressiva, mentre pezzi più lenti e introspettivi possono far emergere emozioni profonde. Personalmente adoro il jazz, che non è comune nel surf, ma crescere in un contesto urbano forma gusti diversi rispetto a crescere su una spiaggia francese, per esempio.”
Sempre più persone stanno contaminando la cultura surf con gusti e approcci creativi diversi, come d’altronde fai tu. Qual è il tuo punto di vista sullo stato dell’arte della cultura surf contemporanea?
“Sta evolvendo rapidamente, a volte in modi un po’ spaventosi. I social media giocano un ruolo enorme: hanno reso il surf più visibile e accessibile, ma parte della profondità, come i racconti dei viaggi e delle avventure, va a perdersi, come dicevo in precedenza. Il nucleo del surf—il perché le persone surfano e il loro legame con la natura—non andrà mai perso. Però, parte della mentalità originaria del surf sta inevitabilmente mutando. È un po’ triste, ma forse è il corso naturale delle cose.”
Parlando del futuro, quali obiettivi stai perseguendo ora?
“Prima di tutto voglio completare il mio film. Oltre a questo, voglio approfondire il contatto con il design: portare idee creative nel campo della moda. Voglio anche restituire qualcosa alla mia comunità. Finalmente sono in una posizione in cui posso contribuire. Ho molti eventi in programma, e l’anno prossimo spero di espanderli in qualcosa di più grande, dove mostrare la cultura dell’urban surf e ispirare le persone.”










