Viaggio tra alcuni degli storyteller visuali protagonisti dell’ONA Film Festival
Il 4, 5 e 6 settembre l’ONA Film Festival torna a fondere la cultura outdoor e sportiva con la settima arte, arricchendo la già meravigliosa Isola di San Servolo, a Venezia, con una kermesse unica nel suo genere. Come da tradizione, Athleta Magazine accompagna ONA come media partner, e mette sotto i suoi riflettori editoriali alcuni dei protagonisti del Festival.
Proseguiamo questa collana editoriale con il regista olandese Marc Ressang, che nella laguna veneziana vedrà presentare i cortometraggi ‘The Flood’ e ‘Rebel Riders’: il primo, un ritratto indonesiano di un problema particolarmente caro a Venezia, come l'innalzamento delle acque, il secondo un’attenta indagine di una sottocultura asiatica.

Come sono entrate la fotografia e la cinematografia nella tua vita?
Marc Ressang: “Sono originario dei Paesi Bassi, ma sono cresciuto anche in Belgio: luoghi piuttosto tradizionali, non certo ambienti particolarmente creativi. Dopo il liceo non avevo idea di cosa fare, così ho scelto la strada più comoda: mi sono iscritto all’università più vicina per studiare economia internazionale. Non era una vera passione: più che altro era un modo per viaggiare.
Una cosa, però, mi è rimasta di quel periodo: le riviste di National Geographic che avevamo in casa. Erano per me una via di fuga, un modo per immaginare mondi lontani. A un certo punto ho capito che la fotografia poteva diventare la mia scusa per andare davvero a esplorarli.
È iniziata in piccolo, ma ogni passo mi ha portato un po’ più lontano. Dopo la laurea, ho capito che avrei dovuto fare un salto nel vuoto, altrimenti avrei rischiato di ritrovarmi in una vita che non volevo. Così ho comprato un biglietto di sola andata per Shanghai. Era il 2011. Avevo un tirocinio abbastanza inutile, ma era un pretesto per essere lì… E da quel momento le cose hanno cominciato a prendere forma.”
Ricordi lo shock culturale iniziale?
Marc Ressang: “Quando hai vent’anni e poche responsabilità è tutto più facile. Vivi con pochi soldi, mangi noodles istantanei e ti bastano due spiccioli per una birra al minimarket. Quella libertà rende tutto più affrontabile.
Quando sono arrivato, la Cina stava uscendo dalla crisi del 2008 e viveva un vero boom. La tecnologia stava decollando: gli smartphone erano una novità, l’accesso a internet era limitato, ma l’energia si percepiva ovunque. Non era sempre facile orientarsi, serviva una certa dose di resilienza. Oggi puoi atterrare ovunque e usare Google Translate. All’epoca, o imparavi in fretta o rimanevi indietro.”
È stato in Cina che hai trovato davvero la tua voce da storyteller visuale?
Marc Ressang: “Assolutamente. A dire il vero anche all’università facevo foto nei club, ma era un lavoro che mi serviva solo per entrare gratis e conoscere gente… Quella si è rivelata essere l’unica abilità ‘vendibile’ quando sono arrivato in Cina. Da lì ho cominciato a lavorare, a incontrare persone, e piano piano la fotografia si è trasformata in cinema.”


Descrivi il tuo lavoro come un’indagine sull’impatto storico e culturale dei luoghi sulle persone. Puoi dirci qualcosa di più?
Marc Ressang: “La mia identità creativa è molto legata al modo in cui ho vissuto. Non mi sento più davvero olandese, ma neppure un ‘cittadino del mondo’. Ho trascorso la maggior parte della mia vita adulta all’estero, e questo ha cambiato il mio sguardo.
Quando torno nei Paesi Bassi mi colpisce quanto spesso le persone restino aggrappate a idee preconfezionate su luoghi dove non sono mai state. E questo è un rischio che si corre anche nella produzione documentaristica: spiegare un posto in modo ‘facile’ o ‘già noto’, invece di mostrare davvero ciò che vedi.
È un tema su cui ho lavorato molto nell’ultimo decennio. A seconda del pubblico, che sia in Cina o in Occidente, cambia anche il modo in cui viene costruita e percepita una narrazione. Una cosa che sembra ovvia in Europa può non esserlo affatto in Asia, e viceversa.”
Al centro di tutto, sembra esserci una forte curiosità culturale. Ma cosa ti ha spinto davvero a raccontare, a diventare uno storyteller?
Marc Ressang: “Tutto nasce dalla necessità personale di voler capire. La mia è una curiosità autentica: sulle pratiche culturali, sui rituali, sul perché le persone vivono come vivono. E se qualcosa è già stato raccontato a sufficienza, perdo interesse. Voglio viverlo in prima persona, senza filtri o narrazioni altrui.”
Parliamo di sport: nei tuoi lavori c’è spesso una riflessione sul gesto sportivo, anche come forma rituale. Che ruolo ha lo sport nell’identità culturale?
Marc Ressang: “Lo sport è una delle forme espressive più universali dell’essere umano: ogni cultura lo interpreta a modo proprio. Prendete il calcio: è ovunque, ma ogni Paese lo vive in modo unico. Poi ci sono sport iper-locali… Giochi che esistono solo in determinati luoghi: per motivi climatici, geografici o rituali.
Alcuni sport si praticano solo durante certe cerimonie, ed è affascinante vedere come l’essere umano crei forme di espressione fisica legate al proprio ambiente. Competizione, spettacolo, spiritualità: lo sport risponde a bisogni fondamentali in modi incredibilmente diversi.”
E il tuo rapporto personale con lo sport?
Marc Ressang: “Ne ho praticati tanti, ma non sono mai stato abbastanza bravo da renderli un lavoro. Quindi, stare dall’altra parte dell’obiettivo è diventato il mio modo di restare vicino al regno sportivo. Documentare atleti e comunità appassionate è appagante: non gioco, ma racconto chi lo fa.”


C’è un momento o uno sport che ti ha colpito in modo particolare?
Marc Ressang: “Ce ne sono diversi. Mi attraggono i giochi che sembrano violenti o caotici a uno sguardo esterno, ma che in realtà sono pieni di significato. Il Buzkashi, per esempio, è spettacolare e fortissimo da vedere. Ma ho trovato bellezza in contesti sportivi ancora più di nicchia: come in India nordorientale, dove una volta all’anno c’è un festival in cui si gioca a calcio scalzi, in strada, con una palla di legno duro. Non trovi questo evento sulle guide turistiche. Arriva una palla, e all’improvviso sei dentro qualcosa di unico.”
All’ONA Film Festival presenterai due corti. Ce li racconti?
Marc Ressang: “Il primo si intitola ‘The Flood’. È un documentario a vocazione climatica: ritrae una regione costiera dell’Indonesia che sta letteralmente sprofondando. Ogni volta che sale la marea, il villaggio viene invaso dall’acqua: case, strade, terreni. È una storia di resistenza, ma anche di abbandono. A differenza di Venezia, lì non esistono mezzi per difendersi.
Il secondo è ‘Rebel Riders’. Sempre girato in Indonesia, racconta la scena DIY legata alla personalizzazione della Vespa. È un fenomeno pazzesco: ragazzi che prendono vecchi rottami e li trasformano in mezzi completamente nuovi, a metà tra scultura, motocicletta e veicolo di Mad Max.
In Indonesia le sottoculture sono potentissime: non si limitano a copiare, ma reinventano intere estetiche con codici e significati propri.”
Hai viaggiato tanto: Cina, Indonesia, India, Giappone. Come ha influito tutto questo sul tuo modo di essere, oltre che sul tuo cinema?
Marc Ressang: “È stato un impatto enorme, e direi anche ambivalente. Vivere così tanto tempo all’estero cambia il tuo baricentro. Capisci che forse non potrai mai davvero ‘tornare a casa’. Hai visto troppo, e il confronto diventa costante. In un certo senso, l’ignoranza è una benedizione: perché quando conosci altri mondi, diventa difficile non metterli a paragone, costantemente.”


Pensi che oggi il tuo lavoro abbia una dimensione politica o ideologica, dati i temi che affronti?
Marc Ressang: “Non è questo il punto. Non mi interessa sostenere una tesi, quanto piuttosto affinare la mia voce creativa. Non cerco di rispettare un codice giornalistico di verità oggettiva. Anzi, credo che oggi il documentario classico, in un’epoca di post-verità, faccia fatica a giustificare il proprio ruolo. Le persone non vogliono solo fatti: vogliono punti di vista. E io provo a offrire il mio.”
Quando hai iniziato davvero a fare cinema?
Marc Ressang: “La transizione è avvenuta circa dieci anni fa, dopo quattro anni a Shanghai. La fotografia era una pratica solitaria, e ho iniziato a desiderare il lavoro di squadra. Collaborare, pensare in grande, far crescere un’idea oltre ciò che potevo fare da solo... Ancora oggi lavoro spesso individualmente, ma ho trovato senso anche nello specializzarmi: nel concentrarmi sulla regia o sulla direzione della fotografia e far sì che il progetto prenda ancora più vita propria.”
Le tue basi sono Shanghai e Tokyo… Città dove tradizione e avanguardia si fondono. Come affronti questa commistione dal punto di vista artistico?
Marc Ressang: “Ho sentimenti contrastanti. In luoghi come Shanghai, la nostalgia e la tradizione vengono spesso mercificate. Non è propaganda, ma una rappresentazione di realtà che ormai non esistono più. Come outsider, è complicato: interpreti una cultura, ma contribuisci anche nel come verrà percepita altrove. Oggi mi interessa meno la visione romantica che conferma le aspettative, e più ciò che sorprende, ciò che non ci si aspetterebbe da un certo posto.”

Quando visiti nuovi luoghi — villaggi remoti, contesti poco esplorati — ti prepari con ricerche approfondite, o preferisci l’approccio spontaneo?
Marc Ressang: “Dipende dal Paese. In Cina o Indonesia mi basta sapere dove voglio essere, magari in concomitanza con un festival. Pianifico giusto quel che serve, poi mi lascio guidare dal momento. Le storie migliori arrivano quasi sempre da ciò che non ti aspettavi.”
Come già menzionato, sarai protagonista all’ONA Film Festival: un evento che intreccia considerevoli trame narrative quali sport, cultura, ambiente, identità... Quanto è importante oggi una piattaforma come questa?
Marc Ressang: “È fondamentale. Non solo per mostrare film, ma per generare confronto. Non si tratta di raccontare ciò che il pubblico si aspetta, ma di spingerlo oltre. Mostrare realtà e persone che non hanno spazio nel mainstream. E poi creare ponti: tra chi lavora per grandi brand e chi filma con uno smartphone. È in quello spazio orizzontale che nascono le conversazioni più interessanti. Tutti hanno qualcosa da offrire. Tutti possono imparare qualcosa.”
Per scoprire come partecipare all’ONA Film Festival, visita il sito https://onafilmfestival.com/

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