Per accompagnare la fase finale del Mondiale 2026, diamo voce a una serie di artisti globali che nel Beautiful Game hanno trovato una parte della propria identità, una musa che, ogni quattro anni, sprigiona la propria essenza più alta
“Il calcio è l’arte di comprimere la storia universale in novanta minuti”, suggeriva George Bernard Shaw, scrittore e premio Nobel irlandese. Esistono romanzi le cui pagine non si tingono d’inchiostro, ma delle emozioni che un’intera nazione deposita sul rettangolo di gioco: narrazioni epiche, che ogni quattro anni rifuggono la carta, per adagiarsi sul manto erboso e per ispirare singoli individui, così come interi popoli.
In fondo, mai i Mondiali di calcio sono stati una semplice competizione sportiva. Piuttosto, hanno sempre rappresentato una delle più grandi opere d’arte collettiva, e performativa, del pianeta. Un rito globale, in grado di trasformare gol in iconografia e 90 minuti in memorie popolari: in storia universale. Mentre l’orizzonte dell’evento apicale del sistema calcistico inizia a delinearsi, abbiamo deciso d’indagare il suo impatto e la sua essenza lirica attraverso la testimonianza di una serie di artisti internazionali. Anime creative che hanno eletto il pallone a propria musa.
‘Football Mundi’ è un’indagine su come il Beautiful Game plasma, ha plasmato, e continuerà a plasmare il nostro immaginario, diventando linguaggio emotivo capace di abbattere ogni confine, e di mettere in relazione ogni identità, specie in occasione di un Mondiale.
Ospite di oggi, dalla Francia: Louis Accard.

Cos’ha significato il calcio nella tua infanzia e cosa ti ha fatto innamorare di questo sport?
“Il calcio, vissuto come gioco, per me è stato prima di tutto un mezzo d’integrazione sociale. Come per molti giovani delle periferie, era il modo più accessibile per entrare in un gruppo, incontrare altri giovani e trascorrere del tempo insieme. Poi, l’essere tifoso è da sempre una questione interna alla mia famiglia. Fin da piccolissimo ho iniziato a seguire l’Olympique Lyonnais, la squadra tifata da mio padre e mio fratello. Tra serate fatte di partite condivise, trasferte allo stadio, gioie e delusioni, si è costruito tra noi un legame fortissimo, ancora vivo, grazie a questi momenti condivisi. Custodisco ancora la prima maglia ricevuta da bambino, un regalo del Natale 2005 che racchiude i ricordi di quei momenti familiari. Anni dopo ho acquistato lo stesso identico modello, ma con una taglia diversa: come se fosse un rito, un’eco, un contatto tra il bambino che ero e il tifoso che sono diventato.
Inoltre, attraverso il pallone ho scoperto una sensazione di appartenenza intensissima: una vera e propria forma di ‘unione popolare’. Durante i grandi eventi internazionali, come i Mondiali, l’intero popolo francese, notoriamente attraversato da forti divergenze sociali, si ritrova a celebrare congiuntamente. Sono serate in cui tutti diventano amici, si onorano gli stessi eroi, e si condivide un medesimo orgoglio per la Nazionale e ciò che essa rappresenta. Proprio per questo, il Mondiale del 1998 è stato un pilastro più che simbolico della mia infanzia. Ho iniziato ad appassionarmi a questo sport nei primi anni 2000, in un contesto in cui la prima vittoria mondiale della Francia risuonava ancora nella mente e nei cuori di tutti. All’epoca avevo solo due anni e non ho potuto vivere direttamente quella competizione. Ricordo, però, di aver guardato il documentario cult ‘Les Yeux dans les Bleus’, che ritracciava quella cavalcata, con un misto di nostalgia e orgoglio.”
In che modo il Beautiful Game ha plasmato la tua evoluzione artistica, e perché hai scelto di farne una musa centrale nel tuo lavoro?
“Come artista, il calcio è per me materia fondamentale di riflessione e ispirazione, in grado di incarnare alla perfezione gli assi portanti della mia ricerca sul sacro. Da quando ho iniziato a dipingere, il mio obiettivo è stato quello d’interrogare il fenomeno del sacro nell’immagine, attraverso i principi dell’araldica, delle icone, dei simboli... Da qui, nasce il naturale parallelismo con i codici visivi nel mondo del tifo organizzato. La comunità ultras identifica anima e corpo con lo stemma e i colori di singoli club, traducendo questa forma di devozione in cerimonie collettive, dal sapore quasi religioso.
Ho inoltre lavorato sul concetto d’icona, realizzando una serie di ‘ritratti di adorazione’, dedicati ad alcune figure emblematiche della storia del calcio come Johan Cruyff, Zinedine Zidane ed Eric Cantona. Ho cercato di riflettere sulla dimensione che questi personaggi hanno assunto e continuano ad assumere nell’immaginario collettivo. Infine, ho interpretato il calcio sia come gioco puro, che come fenomeno sociale, mettendo in scena composizioni ispirate all’arte sacra e legate alla quotidianità dei quartieri popolari, con le loro dinamiche di noia e solitudine. Il pallone, in questo caso, diviene un elemento simbolico, esaltato dalla foglia d’oro in una sorta di ‘sacralizzazione del profano’.”
Ci stiamo avvicinando alla fine dei Mondiali, che tipo di sensazioni, ricordi e riflessioni ti attraversano quando pensi all’evento apicale della cultura calcistica?
“Molti pensieri affiorano nella mia mente su piani differenti. Naturalmente, a livello personale, c’è l’attesa dei giorni di festa, di slanci di gioia… C’è l’ansia crescente mano a mano che le fasi finali si avvicinano e, con esse, i colpi di scena. In Francia, il Mondiale coincide con l’estate: la scuola è finita ma non tutti sono ancora partiti per le vacanze, favorendo grandi momenti di aggregazione.
A ciò si aggiunge una riflessione strettamente politica, riguardante il contesto sociale francese. In un’epoca di polarizzazione estrema, c'è da chiedersi fino a che punto la nazionale riuscirà ancora a fare da collante sociale, come accadde nel 1998 o nel 2018. In caso di vittoria, ci sarà spazio per un entusiasmo condiviso verso una squadra in cui molti giocatori hanno preso apertamente posizione contro razzismo ed estremismi?
Sul piano artistico, sto progettando di lavorare a una nuova serie dedicata alla solitudine. Un tema che evoca in me svariate immagini legate ai Mondiali, in particolare ai calci di rigore. Penso, ad esempio, al cucchiaio di Zidane nel 2006 o al rigore sbagliato da Asamoah Gyan in Ghana-Uruguay nel 2010. Vorrei lavorare sui momenti di concentrazione e di delusione che si consumano in quelle sequenze. Spero solo che quest’estate non riguardino la Francia!”

Se dovessi scegliere una delle tue opere per descrivere la potenza di un evento globale e sociale come il Mondiale, quale sarebbe e perché?
“Direi il ritratto di Johan Cruyff. I Mondiali sono il luogo in cui i calciatori si affacciano al grande pubblico, diventando icone nazionali. La storia di Cruyff è affascinante. Considerato figura fondamentale nel calcio di club, sia come giocatore che come allenatore, al tempo stesso non è mai riuscito nell’impresa di portare un grande trofeo internazionale in patria, perdendo la finale del 1974 contro la Germania dell’Ovest in circostanze quasi improbabili. Ho scelto di rappresentarlo con la maglia della sua Nazionale, davanti ad un panorama di Amsterdam, ispirandomi ai ritratti italiani del Quattrocento. Il mio intento era quello di sfumare il confine labile tra il suo status d’icona nazionale e leggenda del calcio di club.”<
In uno scenario in cui i confini tra arte e calcio sono sempre più fluidi, come speri possa evolvere il connubio tra queste due dimensioni?
“La rappresentazione del calcio in ambito artistico è per me centrale e si lega a ciò che mi interessa nella pittura di genere. Storicamente, essa riguarda soggetti esclusi dalla gerarchia classica dell’arte (storia, religione, ritratto). Trovo naturale che il calcio e, più in generale, il legame tra sport e arte emergano nella contemporaneità. A tal fine, ritengo auspicabile che il pallone, sia come sport, che come forma di intrattenimento, faccia interrogare sul ruolo della cultura popolare nell’arte e su quello dello sport nella società.
In Francia, il calcio resta spesso confinato alle classi medie e popolari e, nonostante una certa apertura, gli ambienti più agiati ed elitari mantengono un atteggiamento distante nei suoi confronti, talvolta persino borioso. È paradossale, se si pensa che altre forme di cultura popolare, come il cinema, sono molto più integrate. Ancora oggi, nel mondo dell’arte conosco poche persone che valorizzano o, almeno, non guardano con disprezzo chi segue e apprezza il calcio. Spero che una sua maggiore presenza nell’arte contribuisca ad abbattere queste barriere, creando un ponte tra ambienti culturali e fenomeni popolari, restituendo interesse per l’arte contemporanea a una base sociale sempre più ampia.”

CALCI DI RIGORE
Quale calciatore ha stimolato maggiormente la tua immaginazione durante un Mondiale?
“Senza esitazione, Zinedine Zidane: l’incarnazione perfetta dell’eroe nazionale nello sport, capace di offrire il meglio e il peggio alla Francia. Vale a dire la doppietta nella finale del 1998 e l’espulsione nel 2006.”
Qual è la divisa più creativa che hai visto ad un Mondiale?
“La seconda maglia della Francia ispirata alla Statua della Libertà: una scelta sorprendente ed efficace per una squadra storicamente legata al blu e al bianco.”
Qual è il gesto o il momento più artistico a cui hai assistito in una partita dei Mondiali?
“Non un gesto isolato, ma l’intera partita di Zidane contro il Brasile, nei quarti del 2006: un capolavoro totale, tra contesto, narrazione e pura estetica del gioco. La grande squadra brasiliana che assiste a una dimostrazione di ‘Joga Bonito’.”
Partita più iconica vista durante un Mondiale?
“Francia-Italia, finale del 2006: un ricordo doloroso ma narrativamente potentissimo, tra il cucchiaio a Buffon, la testata e i rigori. Avevo 9 anni e lo ricordo come uno dei momenti più strazianti della mia vita da tifoso.”
L’emozione più grande vissuta durante un Mondiale?
“La vittoria del 2018: l’unica che ho potuto festeggiare appieno, in strada, con tutti. La mia generazione è cresciuta all’ombra del 1998, fino al 2018 aveva conosciuto solo delusioni a livello internazionale...”







