Il legame tra K-WAY e l’elemento acquatico si rinnova e si fortifica attraverso la partnership triennale con Wakeparadise, realtà che negli ultimi anni ha saputo trasformare l’Idroscalo milanese in uno dei luoghi più riconosciuti e apprezzati del watersport italiano. Uno spazio dedicato alla pratica sportiva e una community capace di far convivere performance e benessere. In questo scenario, il wakeboard ha trovato una casa e una traiettoria di crescita, che abbiamo esplorato grazie alla testimonianza di Riccardo de Tollis, massimo esponente della scena wake italiana e figura centrale nello sviluppo di questo movimento
È proprio questa sinergia tra città e acqua, infrastrutture urbane e libertà del movimento, a rendere “Your sea away from sea” un claim particolarmente significativo per celebrare l'unione tra K-WAY e Wakeparadise. In una città dai ritmi produttivi come Milano, Wakeparadise rappresenta una dimensione parallela, quasi sospesa, dove l’energia metropolitana si traduce in gesto atletico e appartenenza. A pochi minuti dal centro, l'idroscalo simboleggia un piccolo angolo di paradiso in cui amanti degli sport acquatici e atleti distanti dalle onde marine hanno la possibilità di entrare in contatto con l 'acqua e la tavola, in una realtà che nel tempo ha contribuito a definire il significato del wakeboard in Italia.
Disciplina ancora in rampa di lancio, ma capace di attrarre un pubblico sempre più ampio, il wakeboard nasce come sport da tavola, e diventa cultura…fatta di stile, tecnica e forma espressiva. Come ci ha spiegato Riccardo de Tollis, ogni trick porta con sé una componente individuale, quasi autoriale, elevando questa disciplina a forma d’arte in cui la tavola diventa estensione del proprio corpo e strumento attraverso il quale esprimere la propria creatività. Nato a Milano, Riccardo ha costruito il suo percorso proprio a partire da Wakeparadise, diventato famiglia e seconda casa, per arrivare a competere nei massimi palcoscenici internazionali. Una traiettoria di vita, la sua, che racconta non solo l’evoluzione di un atleta, ma quella di un’intera disciplina.
Nelle sue parole, il wakeboard emerge come un momento di libertà e benessere, ma anche come progetto di vita in cui la crescita individuale coincide con quella della community. È in questo processo di crescita che la collaborazione tra K-WAY e Wakeparadise assume un valore più profondo di una semplice partnership: quello di un’alleanza tra due immaginari legati all’acqua e al movimento. Un percorso che guarda al futuro del wakeboard in Italia e alla sua capacità di diventare sempre più rilevante.





Sei nato a Milano, una città apparentemente distante dall’immaginario degli sport acquatici. Come e quando è entrato il wakeboard nella tua vita e quali emozioni te ne hanno fatto innamorare?
“La città in cui sono nato offre sicuramente moltissime opportunità e possibilità, ma resta una città lontana dal mondo dei watersport. Il wakeboard, infatti, non è una disciplina che ho incrociato subito nella mia vita. Da bambino ho praticato tutti gli sport più classici: calcio, basket… Ogni disciplina suggerita dai miei genitori. La passione per il wakeboard è nata, prima di tutto, dalla passione per il surf, che ho sempre visto come lo sport madre di tutti gli sport da tavola, specialmente quelli acquatici. Ho provato per la prima volta durante una vacanza, quando avevo undici anni: tornato a casa avevo già deciso che sarebbe diventato il mio sport.
Non avendo la possibilità di praticare surf a Milano, e considerando che i miei genitori lavoravano e non potevano portarmi in giro con grande frequenza, dopo essersi informata, mia madre ha scoperto Wakeparadise: un posto che, all’epoca, non era conosciuto. Essenzialmente, mia madre non aveva ben presente cosa stessi andando a fare: sapeva di uno sport con una tavola sull’acqua, all’Idroscalo. Ci era andato il fratello maggiore di un mio amico delle elementari, così siamo andati a vedere. Ho trascorso un’intera giornata e, come prima esperienza, ho preso dei bei ‘schiaffi’ in acqua. Al contempo, però, ho percepito subito un’energia particolare. Da quel momento ho iniziato a frequentare l’Idroscalo con continuità, vivendolo sempre più come una dimensione parallela a Milano: un mondo diverso. La possibilità di studiare, chiudere il computer e ritrovarmi a mezz’ora da casa immerso nella natura, a fare sport in acqua, a vedere tramonti stupendi, concludendo una giornata dopo vari impegni, mi ha sempre dato un profondo senso di gratitudine verso la vita e verso il benessere che lo sport può generare.
In quegli anni, quando dicevo che facevo wakeboard, la gente non sapeva di cosa stessi parlando. Oggi, invece, quasi tutti conoscono la disciplina. Questo sport sta crescendo molto e vediamo crescere sempre più anche il movimento e la community che lo circondano: un aspetto su cui voglio focalizzarmi nei prossimi anni è proprio il comunicare questo sport e contribuire a renderlo sempre più noto. Nel tempo, il wake è diventato una realtà sempre più in voga, anche grazie al fascino sprigionato dagli sport da tavola, in costante ascesa. Sto veramente notando una grande differenza rispetto a quando ho iniziato. All’epoca, questo sport era una realtà di nicchia. E per molti aspetti, sia chiaro, lo resta tuttora. Un tempo, però, eravamo pochissimi in Italia a praticarlo: proprio per questo sono stato subito inserito nella Nazionale, cominciando a gareggiare a livello internazionale, tra Europei e Mondiali, fin da quando avevo tredici anni. Ora è diverso, tantissimi giovani praticano wake. In particolare, con Wakeparadise vantiamo un team di quindici giovani rider, con cui partecipiamo anche al circuito di gare italiano. È bello vedere come sia evoluto questo sport, così come la passione di questi giovani praticanti, che offrono sicuramente uno sguardo sul futuro e che, a loro volta, contribuiranno a farlo crescere ancora.”




Come hai raccontato, hai iniziato a gareggiare da giovanissimo, fino ad arrivare a vincere più volte i Campionati Italiani Assoluti di Cable Wakeboarding. In tutti questi anni di allenamenti e uscite in wakeboard, come hai sentito evolvere il tuo rapporto con la tavola, con la disciplina e con l’elemento acquatico?
“Da ragazzino si è creato subito un legame molto forte. Quando ho provato a surfare in Grecia, in uno spot super casuale, ho sentito un richiamo verso l’acqua, verso la tavola… Verso il legame con la natura. È un sentimento umano: qualcosa che si percepisce nel profondo, quando sei immerso in acqua.
A tredici anni ho partecipato ai miei primi Europei. Ci siamo presentati con una squadra formata proprio quell’anno. Mi avevano coinvolto come ragazzino promettente, senza che avessi alcun particolare livello tecnico, anche perché, in quel momento storico, nessuno aveva davvero un livello tecnico notevole, nemmeno i più maturi… Ci siamo presentati a quell’Europeo senza poter essere competitivi, al di fuori dell’allenatore della nazionale, Alberto Della Beffa, che ha partecipato in prima persona a quell’edizione. Alberto ha iniziato a praticare questo sport nel 2001, quando è stato costruito l’impianto di cable wakeboard. Grazie a lui e a Wakeparadise ho potuto assistere a quanto, anno dopo anno, Europeo dopo Europeo, Mondiale dopo Mondiale, siamo cresciuti… Fino ad arrivare all'Europeo del 2018, disputato proprio nella struttura WakeParadise, in casa, dove ho gareggiato sia nella categoria Juniores che in quella Open. Fino a quel momento, non avevo ottenuto risultati internazionali, ma in quella gara si sono allineate diverse cose. A livello di consapevolezza, sapevo che potevo fare qualcosa di speciale. Inoltre, c’era l’energia legata al fatto di disputare un Europeo in casa: una situazione non semplice da gestire, ma che mi ha dato una spinta assurda. Hit dopo hit, tutto è andato sempre meglio, fino ad arrivare alla vittoria. Sono stato il primo italiano a vincerlo nella categoria Junior e, nella categoria Open, sono riuscito a salire sul podio, arrivando terzo: anche in questo caso, nessun italiano aveva raggiunto un risultato del genere prima di me... Da quel momento, è come se ci fosse stato un click. Ho sentito di poter essere competitivo a qualsiasi livello. Per quanto fossimo lontani da altre nazioni, almeno alle origini, siamo riusciti poi a raggiungerle. E sono fiero che la mia crescita personale abbia contribuito, nel suo piccolo, anche a far crescere il livello di questo sport in Italia. Quei successi hanno dato una scossa a tutti noi: ci hanno fatto iniziare ad affrontare ogni sfida, che fosse partecipare ad un contest o girare un video, con la consapevolezza di poter competere con tutta la community mondiale del wakeboard.
In quegli anni, c’è stato uno switch molto forte, sia a livello di più ampia consapevolezza, che nel tipo di sensazioni che provavo sulla tavola. È stato un processo che mi ha portato a passare da una mentalità del tipo ‘entro in acqua e mi alleno per migliorare quel trick’, a una dimensione più profonda, legata a come ‘fare’ un determinato trick, al renderlo ‘stiloso’, personale, mio. E questo conta tantissimo. Conta migliorare i trick, farli tuoi attraverso la ripetizione: non solamente con l’obiettivo finale della gara. Quei due podi mi hanno fatto capire che stavo andando bene in quel momento perché me la stavo godendo, perché mi stavo divertendo. E ho continuato ad approcciare il wake allo stesso modo: divertirmi ed essere me stesso al cento per cento. È ciò che faccio ancora oggi quando mi alleno. Finisco di lavorare, raggiungo Wakeparadise, prendo la tavola e mi sento libero da tutti i pensieri: è come se fossi attraversato da un’energia che solo la natura, l’acqua e lo sport riescono a darmi.”




At Athleta Magazine, we think of sports as artistic and cultural forms. In your Instagram bio, we find the definition “Water Dancer.” Have you ever thought of wakeboarding as an art form and of yourself as an artist?
“Assolutamente sì. Penso che ognuno abbia la propria personalità sulla tavola, ed è proprio questo a rendere tutto più bello, più unico. Lo stesso movimento può essere eseguito in modi molto diversi… Ed è ciò che rende questo sport differente dagli sport più tradizionali, come la corsa o lo sci, dove c’è un cronometro e vince, semplicemente, chi arriva primo. Nel nostro sport, alcuni punteggi finiscono per essere molto ravvicinati, ed entra inevitabilmente in gioco l’interpretazione personale del giudice. Per quanto si cerchi di rendere tutto il più meritocratico possibile, è l’esecuzione di ciò che fai, il modo in cui riesci a renderlo artistico e fluido, a fare la vera differenza. Conta la capacità di unire una serie di trick che funzionino bene insieme, armoniosamente.
Quando vedi un rider che riesce a far sembrare semplici le cose più difficili, allora capisci che è veramente forte. Molto nasce dal rapporto che sviluppi con la tavola. Io, negli anni, ho sentito questo legame come se fosse una vera relazione. Detto così può quasi far sorridere, ma è come se la tavola diventasse sempre di più un’estensione del corpo, qualcosa con cui acquisisci, sempre più progressivamente, sensibilità. È un po’ come quando impari ad andare in bicicletta: più crescono il controllo e la confidenza, più aumentano anche le possibilità di esprimerti in maniera personale. Per un artista può esserci il pennello, per noi c’è la tavola. Così si origina il lato più creativo del wake.
Ora, quando metto la tavola sotto i piedi, mi sento bene sia con me stesso, che con la community con cui condivido quel momento: con le persone che si allenano in acqua con me, ma anche con quelle fuori dall’acqua, che ci caricano. Ogni volta che posso, cerco di creare un senso di gruppo: una situazione in cui tutti possano sentirsi ispirati a creare, a svolgere al massimo la propria performance sportiva, ma anche a vivere fino in fondo quella sensazione di benessere fatta scaturire da un preciso istante. Mi riferisco a quel momento in cui giri, senti la tavola scivolare sull’acqua, chiudi un trick e ti senti pieno. O all’osservare un tramonto a fine giornata.”





Thanks to this sport, you’ve been able to travel and compete around the world, coming into contact with different athletes and cultures. How and to what extent has it broadened your perspective on sport and, more generally, on life?
“Sento di essere stato davvero fortunato. Avere la possibilità di viaggiare fin da ragazzo mi ha fatto capire, prima di tutto, quanto sia importante poter anche solo comunicare con le persone. Quando sono partito per la mia prima esperienza internazionale, un sogno che mi ricordo come se fosse ieri, ero in terza media e non parlavo inglese. Non sentivo la necessità d’impararlo, di fare fatica per apprenderlo. Quando sono tornato da quella trasferta, però, ho detto ai miei genitori che avrei voluto imparare quella lingua, chiedendo, e ottenendo, il loro supporto. Continuando a viaggiare, poi, ho sentito crescere dentro di me un’apertura mentale verso tutte le situazioni in cui mi sono trovato, verso le persone, verso mondi diversi. Lo sport, da questo punto di vista, ha una forza straordinaria, perché riesce a unire anche culture profondamente distanti tra loro. È un aspetto bellissimo del wake, che sento ancora oggi di voler vivere ed evolvere ulteriormente. Da questo punto di vista, non si finisce mai di imparare.”
You earned a Master’s degree in Management Engineering from the Politecnico di Milano, a program focused on project management, economics, strategy, and marketing. How do your academic skills translate and apply to your understanding and experience of wakeboarding?
“Conciliare università e vita da atleta non è stato sempre facile. Anche in questo caso, però, posso definirmi fortunato perché, finito di studiare, avevo quotidianamente la possibilità di andare a fare wake in un centro come Wakeparadise, a breve distanza sia dall’università, che da casa. È stata una grande opportunità, e anche uno dei motivi per cui, alla fine, non ho scelto di fare l’Erasmus. Sarei potuto tornare in Australia, dove ero già stato sei mesi, ma ho capito che questa situazione mi permetteva di approcciare lo sport vivendolo e godendone al massimo. Quando chiudevo il computer, quando finiva la parte di studio, c’era l’attività sportiva: il momento in cui potevo tornare a sentire quel legame con l’acqua, con la natura. E le due cose s’intrecciavano benissimo.
Parlando di gestione di progetti, il wakeboard è stato per me un vero progetto di vita portato avanti con le possibilità che avevo, con le persone che ho conosciuto lungo i viaggi, e grazie a coloro da cui ho tratto ispirazione a livello fotografico, comunicativo, sportivo, di puro marketing... Si sono uniti tanti elementi che, in qualche modo, hanno contribuito a costruire la strada della mia carriera.”




Cosa ha rappresentato Wakeparadise nel tuo percorso di crescita personale e sportiva? E cosa rappresenta oggi?
“Partirei dal nome, ‘Wakeparadise’. Penso che Ludovico Vanoli, fondatore della società sportiva e caro amico, lo abbia scelto centrando pienamente l’essenza di questo luogo, Wakeparadise restituisce l’idea di ciò che è questo spazio milanese: un posto in cui il wakeboard diventa, prima di tutto, benessere. Poter fare wake in una struttura del genere è una grande fortuna. A volte, quando si hanno certe cose a disposizione, si rischia di darle per scontate. Avendo girato tanti posti, però, posso definire Wakeparadise un’eccellenza mondiale. Le strutture che, nel corso degli anni, sono state messe in acqua sono incredibili. Nel 2015, anno della sua apertura, risultava già una realtà di ottimo livello. Poi, anno dopo anno, sacrificio dopo sacrificio, è stata migliorata continuamente, fino alla realizzazione del Wake The City con Red Bull. In quell’occasione, è stato fatto un investimento che ha portato il cable wakeboard a diventare ciò che è oggi in Italia.”
Dal punto di vista affettivo, mi riferisco a Wakeparadise come ad una casa, come ad una famiglia, a tutti gli effetti. Un posto in cui riesco a staccare la testa e stare bene. A prescindere da come vada la sessione sportiva, ogni volta che entro in acqua cerco di fare qualcosa di nuovo e di godermi il momento. Lo ripeto, mi sento fortunato a poter vivere questo posto.”
In your journey within the wake world, how have you seen this discipline and its community change and grow in Italy? And how does it feel to know you’re an integral part of this growth?
“Devo dire che c’è stato un cambiamento radicale. Quando è stata fondata la società sportiva all’Idroscalo, il wakeboard in Italia era ancora un mondo di nicchia: uno sport un po’ ‘da figli dei fiori’, e penso che, in fondo, all’epoca fossi attirato anche da questo aspetto. Quello che voglio dire, però, è che all’epoca non esisteva una disciplina a tutti gli effetti. La parte agonistica era davvero agli albori e non veniva posta vera attenzione sul rendere il movimento un qualcosa di strutturato, capace di far crescere i ragazzi e, insieme a loro, lo sport stesso. Non c’era l’obiettivo di farlo conoscere a sempre più persone, o di riuscire a farlo arrivare, magari, alle Olimpiadi, o più semplicemente in televisione. Vivere l’evoluzione che ha seguito quel periodo è stato emozionante. Penso che il wakeboard abbia potenzialità enormi, anche perché è uno sport da tavola che tutti possono approcciare. Molti pensano che iniziare sia difficile, ma quando ho cominciato non esisteva alcuna parte didattica. Ora, la didattica rende questo sport molto più accessibile a chiunque: da bambini di quattro o cinque anni, fino a persone in età avanzata. Sotto questo punto di vista, penso che Wakeparadise, negli anni, abbia fatto davvero un lavoro incredibile. Quando mi soffermo a pensarci, la componente più bella di questo sport è proprio la capacità di far stare bene le persone. Per me e nella visione Wakeparadise, l’importante non è che qualcuno chiuda un trick, ma che finisca una sessione sentendo di aver vissuto una bella esperienza.”




Che effetto ti fa vedere questo park oggi sponsorizzato da un brand come K-WAY? E cosa speri che questa partnership possa portare a WakeParadise?
“Il fatto che un’azienda come K-WAY si sia avvicinata ad uno sport in rampa di lancio e con un legame così diretto con l’acqua, oltre che con i valori del brand stesso, penso possa aprire la porta a opportunità molto interessanti per tutti gli attori coinvolti. Questa partnership mi entusiasma. Sono sicuro che si creeranno opportunità essenziali per la crescita di questa disciplina. Penso che K-WAY possa apportare un grande valore all’intero movimento. Ha già iniziato a farlo con il surf, attraverso Leonardo Fioravanti. Seguo da un paio d’anni questa sinergia, e vedere un’azienda internazionale, tra l’altro con un legame ed un estetica così forti, avvicinarsi all’immaginario sportivo acquatico rende l’intero processo ancora più significativo.”
Questa partnership verrà celebrata con un evento speciale qui a Wakeparadise. Cosa pensi del supporto di K-WAY, brand che ha un legame profondo con l’elemento acquatico e le sue discipline?
“L’evento che realizzeremo porterà, prima di tutto, una serie di connessioni e opportunità per creare altre cose mai fatte prima. Penso che, da questo punto di vista, il wake sia unico: ogni trick, ogni progetto, ogni possibilità di contestualizzare e approcciare la disciplina in modi e con partner diversi… L’insieme di tutto ciò descrive appieno la natura poliedrica della disciplina e, allo stesso tempo, si sposa naturalmente con la poliedricità degli stessi praticanti. L’evento che stiamo organizzando e il lavoro che stiamo facendo, insieme, per celebrare questa nuova avventura K-WAY nel mondo wake sono soltanto l’inizio di un percorso virtuoso: da costruire, per l’appunto, insieme.”










