Togliere fino a quando rimane soltanto l’essenziale. Potrebbe essere tanto una definizione del movimento artistico minimalista quanto la descrizione di un campo da tennis. È proprio da questa intuizione che il lavoro di FIFA2000, artista sudamericano la cui ricerca si muove tra pittura, cultura urbana e immaginario popolare, si sviluppa. Nella sua pratica artistica il campo da tennis smette di essere soltanto un luogo sportivo per trasformarsi in spazio mentale ed architettura sociale dalle infinite possibilità.
Come se una composizione di Mondrian fosse stata sottratta alla verticalità della tela e stesa sotto i piedi degli atleti: il campo da tennis organizza lo spazio attraverso linee, intervalli e proporzioni. La pura eleganza formale di questi rettangoli di gioco, privati del movimento di corpi, emancipa il tennis dal proprio significato sportivo, elevandolo a composizione perfetta: linee rette, campiture cromatiche, simmetrie e proporzioni che sembrano dialogare con la storia stessa del minimalismo. Per questo artista originario di Santiago del Cile e attratto dall’idea di ridurre l’immagine alla sua forma essenziale, un rettangolo tennistico si presenta come un dispositivo visivo pressoché inesauribile. Un luogo all’interno di cui studiare angolazioni, ombre, traiettorie, variazioni cromatiche e tensioni spaziali.
A questa attrazione visuale si sovrappone anche una dimensione biografica-tennistica di FIFA2000. Memoria sudamericana, identità nazionale e sedimentazione culturale appartengono ad un deposito emotivo che permette al campo da tennis, una volta entrato nell'universo artistico, di trasformarsi in uno spazio apparentemente neutro che, proprio nella sua essenzialità, finisce per caricarsi di significati sociali sempre diversi, sempre nuovi.



Sei un artista autodidatta. Prima ancora che attorno al tuo lavoro si definisse un linguaggio riconoscibile, che cosa ti ha spinto a sentire il bisogno di disegnare e creare immagini?
“Il mio primo vero avvicinamento al disegno risale a quando avevo dodici anni, nel momento in cui scoprii l’animazione giapponese. Manga e anime mi sconvolsero completamente: per me rappresentavano un universo del tutto nuovo. Passai dai classici cartoni animati di Nickelodeon a un’autentica ossessione per Dragon Ball Z. Il desiderio di replicare ciò che vedevo mi portò a convincere mia madre a iscrivermi a un laboratorio di disegno, che frequentai tra i dodici e i tredici anni. Fu lì che ho appreso le prime tecniche e vissuto le mie esperienze formative con l’arte, disegnando tavole ispirate a manga come Evangelion, Alita: Battle Angel e Samurai X.”
‘FIFA2000’: dove nasce e cosa rappresenta per te questo nome?
“FIFA 2000 nasce dalla ricerca di un tag per i graffiti. Volevo un nome breve, leggibile in qualsiasi parte del mondo e già sedimentato nell’immaginario collettivo. È così che sono arrivato a FIFA, un brand dotato di un’enorme forza globale, e ho deciso di appropriarmi di quel concetto visivo, adottando allo stesso tempo la tipografia di un altro brand iconico come FILA. Il ‘2000’, invece, riflette la profonda influenza che su di me esercita l’estetica del passaggio di millennio, con tutto il peso psicosociale, futuristico e nostalgico che quell’epoca porta con sé.”
Sei nato e hai sviluppato il tuo linguaggio visivo a Santiago. In che modo la città ti ha insegnato a osservare le geometrie, lo spazio pubblico e le differenze sociali?
“Santiago è una capitale in costante movimento, una città che si reinventa ogni giorno, tanto fisicamente quanto culturalmente. Sono sempre stato attratto dalla strada; i graffiti mi affascinano da quando ero molto giovane. Vengo da Puente Alto, una periferia dove la cultura urbana e il ritmo della strada hanno una presenza fortissima. Ciò che più mi ispira della città sono i loghi, i marchi e la pubblicità. C’è stato un periodo della mia vita in cui li detestavo, ma a un certo punto ho deciso di ribaltare quello sguardo e di utilizzarli a mio vantaggio, trasformandoli in strumenti capaci di catturare l’attenzione dello spettatore. I loghi esercitano un impatto visivo enorme sul cervello umano. Sebbene a Santiago le differenze sociali siano estremamente marcate, i loghi possiedono una natura democratica: sono presenti tanto nei quartieri più ricchi quanto nelle aree più povere. Mi ha sempre interessato sottolineare proprio questa universalità.”



Do you think South America has its own visual language of tennis, one that hasn’t yet been fully represented? How much of Chile is reflected in your work even when the theme seems universal?
“Sinceramente, non credo che il Sud America possieda un vero e proprio linguaggio visivo specifico del tennis, soprattutto perché si tratta storicamente di uno sport egemonico e globalizzato, e l’America Latina tende a replicarne l’estetica tradizionale. L’identità locale emerge, però, nel momento in cui quel modello viene infranto. Un esempio fondamentale, per me, è stato Marcelo “Chino” Ríos, un tennista che andava contro tutte le convenzioni consolidate, manifestando una profonda irriverenza tanto dentro quanto fuori dal campo. La sua personalità negli anni Novanta, quando raggiunse il numero uno del mondo, ebbe un impatto enorme su di me durante l’adolescenza. Quell’attitudine si riflette ancora oggi nel mio lavoro: mi piace creare immagini visivamente attraenti che, allo stesso tempo, mettano lo spettatore a disagio o lo costringano a interrogarsi. In qualche modo, tutto questo si riconduce a Chino Ríos come icona pop di quell’epoca.”
Il tennis occupa da molti anni un posto centrale nel tuo universo visivo. Ricordi quando hai iniziato a percepirlo non solo come sport, ma come esperienza artistica?
“Lo ricordo perfettamente, perché coincide con la nascita di mia figlia. In quel periodo stavo ancora cercando di comprendere quale potesse essere la mia strada nell’arte: facevo graffiti, tatuavo per riuscire a mantenermi e sperimentavo sulla tela, cercando un’identità visiva che potesse definirmi già al primo sguardo. Nel mezzo di quella ricerca dipinsi il mio primo campo da tennis, con una caratteristica particolare: i giocatori rappresentati erano paralimpici. Per necessità economiche cominciai poi a produrre più lavori legati a quel tema, sia su T-shirt sia su tela, e mi resi conto che la risposta del pubblico era incredibile. Le persone acquistavano i dipinti per arredare le proprie case; scoprivano che la geometria del campo da tennis appariva estremamente elegante in un soggiorno, accanto a una pianta o a una bella tenda. Quando ho compreso il potenziale tanto commerciale quanto estetico di quell’elemento, non ho più smesso. Ancora oggi continuo a ricevere commissioni per composizioni di questo tipo.”
Il tennis come è entrato nel tuo lavoro? Lo ha fatto attraverso un rapporto diretto con il gioco, la memoria, la televisione, l’architettura oppure, semplicemente, attraverso una fascinazione visiva?
“Credo che ci siano tre fattori fondamentali. Il primo è la fascinazione visiva esercitata dal campo stesso; il suo disegno mi appare profondamente artistico perché dialoga direttamente con l’arte minimalista, qualcosa che i campi caratterizzati da linee curve, come quelli da calcio o da basket, non riescono a trasmettere allo stesso modo. Il secondo fattore appartiene alla memoria e all’identità nazionale: sono stato profondamente colpito dall’impresa di Nicolás Massú e Fernando González ai Giochi Olimpici di Atene del 2004. Il terzo fattore, probabilmente il più importante, è l’architettura del campo, che per me coincide con una forma di pura eleganza formale.”


Il mondo dell’arte ha spesso relegato lo sport a un ruolo culturale secondario, mentre la cultura popolare ne ha immediatamente compreso l’enorme potenza iconografica. Come interpreti il rapporto tra questi due universi?
“Ho la sensazione che, nella mia generazione artistica, esista una forte tendenza a riappropriarsi dell’estetica sportiva, soprattutto di quella calcistica. Se il sistema dell’arte ha storicamente relegato lo sport ai margini, credo sia perché le discipline sportive appartengono, per loro stessa natura, alla cultura popolare. Tradizionalmente, il circuito elitario dell’arte ha ricercato esclusività e accesso ridotto, prendendo le distanze dalle masse. Lo sport rompe questo tipo di elitismo proprio perché appartiene alle persone. Mettere in relazione questi due mondi significa, in qualche modo, democratizzare l’immagine.”
Ad Athleta Mag piace pensare al tennis come una vera e propria forma d’arte. Cosa rappresenta il tennis per te? E cosa cerchi di esprimere attraverso questo tipo di musa nel tuo lavoro?
“Nel mio lavoro, il tennis funziona come uno schermo attraverso cui proiettare sottigliezza ed eleganza, due qualità che risuonano profondamente con il mio gusto per un’estetica pulita e minimalista. A differenza del golf, ho la sensazione che il tennis costituisca ancora una nicchia visivamente poco esplorata nell’arte contemporanea. Ma, al di là della dimensione estetica, lo considero anche uno stile di vita. Il fatto che sia uno sport individuale mi rappresenta perfettamente; non ho mai amato gli sport di squadra. Il tennis è una battaglia di precisione fisica e mentale, richiede un sacrificio enorme ed è costantemente attraversato dalla frustrazione, qualcosa che il recente documentario su Rafa Nadal riesce a rappresentare molto bene. Io utilizzo il tennis proprio per parlare di questo: del continuo superamento di se stessi, della resilienza e della solitudine del creatore di fronte alla propria tela.”
Your work often explores geometric fantasies. What is it about tennis and geometry that sparks your creative process? And what did you see on a tennis court that you didn’t find anywhere else?
“Quando stavo cercando il mio stile, desideravo che fosse il più minimalista possibile. Idealmente, avrei voluto ridurre l’intera composizione a un solo colore, una linea e un cerchio. Nel corso di questa ricerca, mi resi conto che il campo da tennis rappresentava lo scenario perfetto. Il mio processo creativo comincia proprio da lì: trovare i colori giusti, l’angolazione corretta, la traiettoria della palla e il rapporto tra le ombre. Inoltre, mi accorsi che il tennis nell’arte rappresentava un territorio ancora largamente inesplorato. C’erano artisti che, in qualche momento del proprio percorso, avevano dipinto un campo da tennis, ma nessuno che si fosse realmente specializzato su questo soggetto. Volevo cogliere l'opportunità. Ovviamente non penso assolutamente di poter rivendicare qualcosa di mio artisticamente parlando, ma ho dedicato una parte significativa del mio tempo a questo universo e ho realizzato un numero enorme di opere incentrate sui campi da tennis.”


A volte i tuoi campi da tennis non sembrano luoghi in cui viene disputato un match, ma spazi mentali. Ti interessa maggiormente il campo da tennis come luogo reale oppure come paesaggio immaginario?
“Mi interessano entrambe le dimensioni, ma a un certo punto ero talmente immerso in questo universo che ho cominciato a percepire il campo soprattutto come un paesaggio immaginario. Sono diventato quasi ossessionato dalla ricerca di angolazioni ambigue, ricavate da azioni del tutto casuali, attraverso cui creare dipinti differenti. Sono arrivato ad astrarre lo spazio fino a un punto tale che il campo ha smesso di essere un luogo fisico ed è diventato una condizione mentale, nella quale linee e forme potevano fluttuare al di fuori della realtà stessa del gioco.”
Il tennis è uno dei pochi sport la cui identità visiva può trasformarsi quasi completamente a seconda della superficie: la terra rossa, l’erba verde, i campi in cemento blu o verdi. Vivi ogni superficie cromatica come un universo emotivo differente?
“1000%. Each surface conveys something entirely different and varies greatly visually; the shadow cast by clay is not the same as that of grass, or that of cement versus asphalt. Rather than limiting myself to technical realities, I let myself be guided by chromatic freedom and the emotion of color. If a sky blue seems beautiful to me and conveys the right energy, I don’t hesitate to combine it with a Barbie pink to create my own world on the canvas.”
Il tennis sta attraversando una nuova fase di interesse culturale che coinvolge moda, fotografia, design e arte. Perché, secondo te, sta accadendo proprio in questo sport?
“Credo sia direttamente collegato all’eleganza della sua estetica. Le componenti visive del tennis, quindi l’abbigliamento, i brand, persino l’atteggiamento del pubblico, possiedono un’identità estremamente definita. Sebbene sia uno sport relativamente elitario, è proprio questa dimensione in qualche modo riservata a giocare a suo favore. Il fatto che non sia uno sport globalmente popolare nello stesso modo di altri gli permette di conservare un’aura esclusiva e sofisticata, particolarmente attraente per l’arte e il design contemporanei.”


You’ve explored the format and scale of graffiti. What did graffiti bring you as an artist, and what changes when you work on a wall instead of a canvas?
“Il formato dei graffiti appartiene a un universo completamente differente rispetto alla tela o alla pittura destinata alla galleria. La strada offre una libertà unica, qualcosa che lo studio semplicemente non è in grado di restituire. Ho la sensazione che alcune delle mie opere migliori siano state dipinte in spazi pubblici, dove il gesto pittorico diventa più libero e riesce ad accogliere la ruvidità della materia urbana. Inoltre, lavorare su quella scala introduce una dose purissima di adrenalina, una forza propulsiva che considero vitale tanto per l’esperienza umana quanto per il processo creativo.”
Dopo così tanti anni trascorsi sui campi tennis, cos’altro credi sia ancora possibile scoprire all’interno di quel rettangolo?
“Ho la sensazione di aver appena sfiorato la metà del potenziale visivo che il tennis può offrire. La cosa positiva è che, pensando al percorso della mia carriera, probabilmente ho ancora circa quattro decenni di vita davanti a me per continuare a creare. Questo mi lascia esattamente il tempo necessario per provare a scoprire, attraverso l’arte, la percentuale restante. Gli elementi da esplorare sono praticamente infiniti: il gioco delle ombre, la geometria delle linee, il comportamento del pubblico, la rete, le scarpe, i raccattapalle, le racchette spaccate, i brand sponsor, i tic e le gestualità dei giocatori. All’interno di quel rettangolo ci sono ancora cento cose diverse che aspettano soltanto di essere scoperte.”







