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Nella pratica artistica di Patricia Geagea, il tennis si eleva dalla logica atletica per divenire tela emotiva su cui colori e forme esagerate esaltano sensazioni, oltre che memorie, sospese.

Sotto lo pseudonimo artistico di ‘Entre Deux’, Patricia immagina un suo mondo e ne esplora la musa sportiva. Nata a Beirut, formatasi professionalmente attraverso Paesi, culture e discipline diverse, oggi di base in Canada, questa grafica e artista contemporanea crea dei territori cromatici in cui i protagonisti, i luoghi e il tempo sembrano fluttuare nell’inverosimile. Tra realtà e immaginazione, fotografia e illustrazione, memoria e finzione, ogni immagine appare, così, sospesa in una zona incerta: sconosciuta, eppure familiare. Diviene una visione cinematografica, possibile e impossibile.

Il tennis entra in questo universo nello stesso modo, con una riconoscibilità immediata e, insieme, apparentemente astratta, in cui i colori diventano matrice narrativa e archivio sensoriale saturato, composto da ricordi di un'infanzia passata sulle sponde mediterranee del Libano. La terra rossa, gli abiti bianchi, il verde rigoglioso che circonda i campi da gioco, il blu compatto del cielo... Tutto funziona come un sistema di scale cromatiche, attraverso cui lo sport viene sottratto alla realtà e restituito ad una regno altro. Ogni campo, un ricordo; ogni figura, una presenza; ogni gesto, una pennellata sensoriale, impressa in uno spazio surreale.

Il tuo pseudonimo artistico, Entre Deux, evoca immediatamente uno spazio posto tra due stati, due lingue, due possibili identità. Che cosa significa oggi, per te, questo spazio intermedio?

“Entre Deux riflette il luogo in cui mi esprimo naturalmente. Sono nata a Beirut, ho costruito la mia vita a Montréal e ho attraversato la mia carriera lavorando tra paesi, culture e discipline creative diverse. Mi sono sempre sentita più a casa in quello spazio sospeso tra mondi, là dove le identità non sono fisse e influenze differenti possono coesistere. Questa idea è entrata in modo naturale nella mia pratica artistica. Sono attratta da immagini che esistono tra realtà e immaginazione, fotografia e illustrazione, memoria e finzione. Non sono tanto interessata a documentare il mondo, quanto a ricrearne le sensazioni. Quello spazio ‘intermedio’: il luogo in cui l’ambiguità lascia spazio all’emozione e in cui chi osserva può scalfire nell’immagine le proprie memorie, le proprie interpretazioni. Per me, Entre Deux non significa scegliere tra due identità. Significa abbracciare lo spazio in cui esse si incontrano. È lì che mi sento più creativa, ed è lì che tutto il mio lavoro si origina.”

 

Prima che l’intelligenza artificiale entrasse nel tuo processo creativo, che tipo di immagini cercavi come art director e designer? Gli strumenti generativi hanno modificato la tua visione, oppure hanno semplicemente dato forma a qualcosa che esisteva già?

“Molto prima di lavorare con l’intelligenza artificiale, ero già alla ricerca di immagini che avessero una qualità cinematografica, emotivamente carica e leggermente impossibile. Come art director, ho trascorso anni costruendo narrazioni visive, cercando sempre di creare un’atmosfera diversa, nuova. Quando presentavo campagne ai clienti, utilizzavo spesso Photoshop per costruire composizioni capaci di comunicare una visione che ancora non esisteva. Quelle immagini non erano pensate come risultato finale, ma aiutavano gli altri a vedere il mondo che stavo cercando di creare. Gli strumenti generativi non hanno modificato in modo sostanziale ciò che desideravo esprimere. Hanno ampliato il vocabolario visivo a mia disposizione. Mi permettono di costruire scene che sarebbero state difficili, se non impossibili, da realizzare attraverso una produzione tradizionale, mentre il mio ruolo rimane invariato: dirigere, editare, rifinire, curare e prendere decisioni estetiche. La visione è sempre venuta prima. La tecnologia le ha semplicemente offerto un altro medium.”

 

Lo sport e, in particolare, il tennis ricorrono spesso come soggetti nel tuo lavoro. Come mai?

“Sono sempre stata attratta dallo sport, ma non necessariamente in quanto atleta. Ho provato a giocare a tennis quando ero a scuola e ho capito piuttosto rapidamente che non era la disciplina in cui riuscivo a esprimermi meglio. Ciò che è rimasto in me, però, non è stato tanto il gioco in sé, quanto tutto ciò che lo circondava. Il tennis mi ha sempre interessata come universo visivo: l’eleganza degli abiti, la geometria grafica dei campi, le palette cromatiche. Possiede una capacità unica di tenere insieme atletismo e raffinatezza, movimento e immobilità. Molto prima che diventasse un soggetto ricorrente nel mio lavoro, stavo già raccogliendo dentro di me quelle impressioni visive. Oggi il tennis rappresenta per me un linguaggio visivo estremamente ricco, attraverso cui posso esplorare composizione, atmosfera ed emozione.”

Hai oltre dodici anni di esperienza nell’art direction e nel design. In che misura questo background ti aiuta a creare qualcosa che risulti artisticamente impattante?

“Gli anni trascorsi nell’art direction e nel graphic design mi hanno insegnato a pensare oltre la sola dimensione estetica. Ogni immagine nasce da un’intenzione. Dietro ogni decisione visiva esiste un’idea da comunicare, un’emozione da evocare o una storia da raccontare. Questo modo di pensare mi ha accompagnata lungo tutta la mia carriera ed è diventato, in modo naturale, il fondamento della mia pratica artistica. Che io lavori con strumenti generativi, realizzi uno shooting vero e proprio o collabori con illustratori, il mio processo rimane sostanzialmente lo stesso. Penso alla composizione, al colore, al ritmo, alla luce e al percorso che lo sguardo dello spettatore dovrebbe compiere dentro l’immagine. Mi domando sempre: che cosa dovrebbe far provare questa immagine? Quale atmosfera sto cercando di creare? Lavorare nel design mi ha insegnato anche la disciplina e il pensiero sistematico. Spesso pubblico una serie di immagini insieme, non un'immagine isolata; quando esploro un’immagine, di solito sto già pensando a una sequenza più ampia, o ad un intero territorio visivo costruito intorno a essa. Nel lavoro commerciale, ogni decisione creativa deve rispondere a una funzione precisa. Oggi, quello stesso grado di intenzionalità mi permette di sperimentare con maggiore libertà, proprio perché possiedo una struttura visiva solida su cui potermi poggiare. L'esperienza professionale non ha limitato la mia voce artistica; al contrario, mi ha fornito gli strumenti per esprimerla con maggiore chiarezza e sicurezza.”

 

Che cosa ti ha attratta, in un primo momento, del tennis a livello estetico, prima ancora che come gioco?

“Le uniformi, le palette cromatiche, l’architettura dei campi, il rigore grafico delle linee, l’eleganza del movimento. Il tennis mi è sempre apparso come uno degli sport visivamente più soddisfacenti. C’è, inoltre, qualcosa nel tennis che percepisco come profondamente mediterraneo. Sono cresciuta immersa in quella cultura, in un mondo in cui la vita si svolge all’aperto e i colori sembrano saturati dalla luce del sole. Che si tratti di un campo in terra battuta nel sud dell’Europa, del bianco degli abiti, del contrasto tra la terracotta, l’azzurro intenso del cielo e il verde lussureggiante della vegetazione, oppure del ritmo lento che intercorre tra un punto e l’altro, il tennis evoca in me quella medesima sensazione di calore, eleganza e sospensione dal tempo. Possiede una bellezza che definirei architettonica. Il campo da tennis è una delle composizioni visive più semplici che si possano immaginare. La simmetria, la geometria, lo spazio negativo e la forza dei colori rendono ogni inquadratura immediatamente riconoscibile. Per una persona come me, da sempre affascinata dalla fotografia e dalla composizione, è stato naturale lasciarsi attrarre da questo tipo d'estetica.”

Uno degli elementi centrali nel tuo lavoro è il colore. Appare vibrante, mai casuale. In che modo ti avvicini al colore quando costruisci un’immagine?

“Il colore è spesso il punto da cui un’immagine prende origine. Prima ancora di pensare alla composizione o ai dettagli, penso alla temperatura emotiva: ogni palette crea uno spazio psicologico diverso e definisce l’atmosfera prima di qualsiasi altro elemento. Sono sempre stata attratta dai colori intensi, saturi. Sono cresciuta sulle sponde del Mediterraneo, dove ogni cosa sembra amplificata dalla luce: cieli di un blu profondo, acqua turchese, edifici, vegetazione rigogliosa, ombrelloni a righe e persino le nostre tavole di mezze libanesi, dove ogni piatto aggiunge alla composizione un’ulteriore vibrazione cromatica. Quelle memorie visive sono rimaste con me e continuano a plasmare i mondi che creo. Non mi interessa riprodurre la realtà, ma intensificarla. Il colore saturo possiede la capacità di trasformare una scena in qualcosa che appare più vicino alla memoria. Mi permette di amplificare l’esperienza emotiva e di creare immagini che risultano familiari, nostalgiche e leggermente oniriche.

Ironically, that relationship with colour exists almost entirely in my work. In everyday life, I wear almost exclusively black or muted tones. I’m naturally quite reserved, and I think my images become the place where all that colour, energy, and emotion can exist. It’s almost a balance. The more restrained I am personally, the more expressive my visual world becomes.”

 

Il tennis cambia radicalmente a seconda delle sue superfici: la terra rossa, l’erba verde, i campi blu di cemento, le ombre degli spazi indoor. Queste superfici ti suggeriscono stati emotivi differenti?

“Every surface carries its own story. Changing the surface, and so changing textures, completely changes the emotional language of an image. A clay court against a bright blue sky creates a very different feeling than a cool blue hard court under artificial lights. One feels warm and nostalgic, the other feels clean, graphic, almost futuristic. I’m always looking at how those environments influence memory and emotion.”

 

Le tue immagini creano spesso, intorno al soggetto, un’atmosfera quasi onirica. L’atmosfera, per te, è una forma stessa di narrazione?

“Assolutamente sì. Penso spesso che l’atmosfera racconti la storia prima ancora che qualsiasi narrazione diventi esplicita. Più di ogni altra cosa, mi interessano la nostalgia e quella sensazione di familiarità. Quando ho iniziato il progetto di ‘Entre Deux’, una delle prime frasi che avevo scritto nella mia biografia era: ‘persone che non esistono, ma che sembrano familiari’. Quella frase continua ancora oggi a definire la mia pratica. Sono cresciuta a Beirut, dove la vita possiede una dimensione profondamente comunitaria. Raramente si è soli. Il vicino passa sempre a salutare, i cugini si riuniscono senza bisogno di organizzare, c’è sempre qualcuno che ti invita per un caffè o per pranzo. Ogni famiglia, ogni edificio, ogni strada sembrano avere il proprio cast di personaggi ricorrenti. Anche quando non li conosci personalmente, in qualche modo ti appaiono familiari. È questo che cerco di ricreare nel mio lavoro. Molte delle persone che rappresento non sono mai esistite, eppure evocano qualcuno che potresti aver incontrato, qualcuno che ricordi senza riuscire davvero a collocarlo nella tua vita. Mi interessa creare scene che risultino emotivamente vere, pur rimanendo impossibili da riconoscere con precisione. Esistono da qualche parte tra memoria, sogno e finzione. Ed è proprio quest'ambiguità a invitare chi osserva a portare dentro l’immagine la propria esperienza, completando la storia a partire da sé.”

Sogno, memoria, architettura... Qual è la funzione più importante assunta dal tennis nelle tue opere?

"Probabilmente è una combinazione di tutte e tre le cose. Il tennis offre una struttura visiva, ma ciò che mi interessa davvero è tutto ciò che circonda il gioco: il rituale, l’anticipazione, l’eleganza, la ripetizione, il movimento. Diventa un palcoscenico su cui l’emozione può dispiegarsi. Spesso, per me, lo sport in sé quasi scompare, lasciando dietro di sé un’atmosfera estremamente grafica.”

 

Il tennis sta attraversando un momento culturale estremamente rilevante, tra moda, fotografia, cinema, design e social media. A tuo avviso, perché questo sport sta vivendo un'era così significativa?

“Il tennis ha sempre posseduto un’identità visuale unica. Pochi sport sono riconoscibili con altrettanta immediatezza attraverso il colore, la geometria e il movimento. Oggi credo che le persone siano attratte anche dal suo senso di atemporalità. In una cultura satura di rumore visivo costante, il tennis conserva ancora una forma di eleganza. Offre un’estetica che appare insieme nostalgica e contemporanea, e proprio per questo risulta straordinariamente adattabile a discipline creative diverse.”

 

Quale responsabilità sente un'artista quando crea immagini di sport in un’epoca in cui realtà e finzione diventano sempre più irriconoscibili?

“Credo che la responsabilità non consista necessariamente nel riprodurre fedelmente la realtà, ma nel rimanere onesti rispetto alla propria intenzione. Il mio lavoro esplora mondi immaginati, ispirati alla realtà. Ciò che conta è che il processo artistico rimanga trasparente e che chi osserva comprenda di entrare in un universo visivo costruito, non in uno spazio frutto della documentazione. La finzione ha sempre fatto parte dell’arte; le nuove tecnologie ampliano semplicemente i modi attraverso cui possiamo manifestarla.”

 

Cosa desideri che susciti il tuo lavoro nelle persone?

“Spero che il mio lavoro riesca a generare un breve momento di sospensione. Se qualcuno guarda un’immagine e prova curiosità, nostalgia o una quieta forma di gioia prima ancora di domandarsi come sia stata realizzata, allora sento che quell’immagine ha raggiunto il proprio scopo. Più di ogni altra cosa, vorrei che le persone sperimentassero un senso di possibilità, come se avessero incontrato un luogo che non è mai esistito, ma che in qualche modo appare familiare.”