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Un viaggio nella filosofia dell’artista tedesco, ispirato dal flusso delle proprie esperienze, dalla cultura cestistica e dalle grandi icone sportive

Il basket è un’infinita composizione d’istanti, un flusso di sensazioni, un mosaico di scelte. È un linguaggio universale e cosmopolita, dove le forme paiono sempre somigliarsi, ma i significati mutano di città in città, d’icona in icona. L’arte di Filipp Jenikäe segue questo paradigma, elevandolo nella composizione di opere che trovano ordine nel caos. Sono mosaici di storie, ambienti, tempi e spazi che, spesso, gravitano attorno all’immaginario sportivo e alle sue più grandi icone.

Lo sport è un crocevia di esperienze ed emozioni, spiega questo creativo tedesco, nato nell’arte e cresciuto nel Gioco. E se il basket è vita, come molti sostengono, la vita di Filipp Jenikäe non può che essere raccontata quarto dopo quarto. Azione dopo azione. Noi ascoltiamo la sua testimonianza tra passato e futuro, scoprendo la commistione di arte, pallacanestro e immaginario sportivo nel suo flusso esistenziale.

PRIMO QUARTO – L’EDUCAZIONE ARTISTICA RIMA CON EDUCAZIONE CESTISTICA

“Sono nato Münster, sul confine con l’Olanda. Mia madre ha studiato arte ed è sempre stata un’eccellente pittrice, non ha perseguito questa carriera perché siamo nati io e i miei fratelli. Sono sempre stato interessato a questo universo creativo, ma ho iniziato a dipingere tardi, quando avevo 27/28 anni. Crescendo ho sempre ammirato la bellezza artistica e mi sono fatto molti amici nella scena locale dei graffiti. Organizzavano gruppi e viaggiano in altre città, incontrando altre persone. Mi piaceva. Mi sembrava di viaggiare con una squadra di basket, il mio primo grande amore”

“All’inizio ero interessato al calcio, mio zio e mio padre sono sempre stati grandi appassionati di sport in generale. Ricordo che guardavo in Mondiali con tutta la famiglia, ero affascinato da tutto ciò. Poi il basket è entrato nella mia vita, grazie ai miei vicini di casa. Erano tre fratelli più grandi di me e partecipavano a camp di basket. All’epoca era una cosa nuova. Mi hanno mostrato dei video NBA e non sono più tornato indietro. Giocavamo ogni giorno. Sono stato ammaliato dal potere dell’immaginario cestistico: il logo NBA, il Dream Team, la fama crescente di un fenomeno che stava diventando globale... In Germania avevamo un’icona come Dirk Nowitzki. Prima di lui c’era stato Detlef Schrempf, ma Nowitzki era un giocatore raro: le sue triple, il suo flaming jumper... Gli ho visto battere gli Heat dei Big Three, James-Wade-Bosh, ed è stato fantastico. Ancora oggi è un grande ambasciatore per la Germania e il basket in generale”

SECONDO QUARTO – IL FASCINO DELLE ICONE SPORTIVE, E DELL’ASFALTO

“Ho scoperto la mia spinta verso l’arte mentre vivevo a Berlino, era il 2017 circa. Berlino è una città unica da un punto di vista artistico, sei circondato da dj, documentaristi, fotografi... Il mindset e gli input berlinesi hanno pochi paragoni. Volevo comprare una stampa per il mio nuovo appartamento, ho guardato un pezzo di David Hockney, un panorama britannico, ma costava moltissimo. Quindi mi sono detto che avrei potuto provare a dipingermi qualcosa da solo. Ho iniziato e, come per la pallacanestro, mi sono innamorato della pittura. Dipingevo tutto il tempo. Instagram ha poi aiutato la diffusione della mia arte, è la piattaforma che le ha permesso di raggiungere sempre più persone. Le icone sportive sono diventate parte della mia arte in modo naturale. Nella mia visione sono degli eroi moderni, che raggiungono una destinazione attraverso lo sforzo e la disciplina... Sono impressionato da queste stelle. Quando li dipingo penso sempre al 19esimo o al 20esimo secolo, quando le persone avevano foto di eroi di guerra. Le icone sportive ti aiutano anche a trovare un’audience. Anche persone che non sono interessate all’arte comprano i miei quadri perché sono fan di Djokovic o Jordan. Atleti di questo tipo toccano le corde emotive delle persone. E alcuni preferiscono avere un dipinto rispetto ad una foto, perché è come lo slow food, o un vinile”

“La pallacanestro crea intersezioni con tantissime culture e arti diverse. Penso per esempio all’hip hop o alla pop art... E si connette con i panorami urbani. Sono molto interessato alla cultura del basket di strada. Ho provato a diventare un giocatore pro, ma sono stato fermato un dal talento, dallo stile di vita e dai problemi fisici. Ho trascorso tanto tempo della mia vita nei playground e nelle open gym, diventando uno streetballer. Fino a poco tempo fa giocavo 3, 4 volte giorni a settimana. Ho avuto la fortuna di viaggiare molto e vivere in tante città, ho sempre pensato che ci fosse una relazione tra l’esplorazione di queste città e la mia cultura cestistica. Quando cresci vedendo tante partite, è come se conoscessi già l’anima di alcune città... Quando t’interessi veramente alla pallacanestro, si aprono molte altre porte della tua conoscenza”

TERZO QUARTO – LE PASSIONI NON HANNO FINE, COME L’EVOLUZIONE ARTISTICA

“Vivo il mio processo artistico come il campionamento di un dj. Vengo ispirato dai libri d’arte che ho a casa, dalle città che ho la fortuna di visitare. Per esempio, ho studiato sociologia e scienze politiche a Barcellona, lì sono stato immerso nell’arte. Miro, Picasso, l’architettura... Assorbivo le vibrazioni della città camminando per strada. Mi affascinano le forme delle persone e gli scenari urbani. Penso sia un tipo di sensibilità che si evolve viaggiando e che devi allenare. La scelta di celebrità sportive dipende dagli eventi che vedo, e dalle chiacchierate con i miei amici. Il consiglio di un mio amico pugile mi ha portato a dipingere Ngannou e Fury. Un altro amico mi ha mandato una foto di Federer in volo, mi sembrava un giocatore di basket... Amo anche i campi da tennis, le loro geometrie, e mi sto appassionando all’estetica del golf, con le sue infinite sfumature verdi. Questi sono tutti tasselli di ipotetici mosaici. Selezione questi elementi e li metto insieme, usando il mio stile. Vedo le composizioni nella mia mente e poi le ritocco se c’è qualcosa che non mi piace, arrivando al risultato finale. Ad oggi non voglio dare interpretazioni ai miei dipinti, sto ancora plasmando il mio stile e lascio agli studiosi d’arte la loro descrizione. Trovo un po’ ‘tricky’ quando un’artista interpreta la sua stessa arte”

“Ora il mio rapporto con il basket è meno costante. Nel tempo ho spinto il mio corpo e ora ne sto un po’ pagando le conseguenze. Solo negli ultimi anni ho capito l’importanza di mangiare e vivere bene. Fino a quando sei giovane, tutto funziona alla meraviglia. Poi ti ritrovi a 38 anni e pensi che, forse, non potrai più essere in grado di giocare a basket agli stessi livelli di prima... Ma ho ancora così tanti video cestistici da guardare e foto che mi possono ispirare... Ho centinaia di scatti di MJ, sembrano quadri rinascimentali e voglio lavorare su questo aspetto. Sento che ci sono ancora tanti giocatori e lati della pallacanestro che possono ispirare la mia arte”

QUARTO QUARTO – IL FUTURO È UN’ESPLORAZIONE RAZIONALE

“Sono veramente felice del mio lavoro. Non amo alcune parti del business dell’arte, e alcune volte è difficile dipingere solo ciò che vuoi, quando sai che devi vendere per mantenere la tua famiglia. Non voglio vendere stampe o dipinti a prezzi troppo elitari, perché mi piace l’idea che le mie opere possano trovare posto in molte parti del mondo. Nel prossimo futuro tornerò a viaggiare, cercando ispirazione in Thailandia, stando a Bagkok. Spero di poter dipingere sempre di più e migliorare sotto ogni aspetto. Vorrei continuare a visitare e dipingere diverse parti del mondo, nuovi stadi, campi e icone sportive. E ovviamente voglio trovare un modo per avere una famiglia allo stesso tempo. Mia figlia va a scuola, quindi devo trovare un giusto equilibrio tra l’esplorazione del mondo e la mia vita privata”