Prima che Fries Vansevenant iniziasse a disegnare composizioni su schermo, era un ragazzino con addosso il kit del Club Bruges, che replicava esultanze nel giardino di casa e sognava di rendere omaggio ai propri idoli
Lo sport è entrato presto nella sua vita: prima come spettacolo, poi come rituale, come modo per ricordare figure iconiche, più grandi dello sport stesso, attraverso le sue opere. Un’ossessione che riaffiora in ritratti mixed-media costruiti a mo 'di collage, dove gli atleti vengono esaltati come figure mitologiche. Il lavoro di Fries vive nel punto di contatto tra poster calcistici e frame d’animazione: un luogo in cui il colpo di testa di Zidane, la punizione di Beckham o le braccia spalancate di Rodman possono essere ritagliati, ricomposti e esasperati fino a diventare qualcosa di insieme nostalgico e assolutamente contemporaneo. I suoi personaggi portano con sé la geometria del design, le imperfezioni del fatto a mano e il peso emotivo dei ricordi d’infanzia.
In quasi vent’anni trascorsi tra graphic design, video e 3D animation, è passato per agenzie, televisione, gaming e insegnamento, per poi tornare a un principio semplice: fare ciò che si ama, non ciò che l’algoritmo si aspetta. Nel suo universo, lo sport è una scusa per parlare di identità, stile, ribellione, gioia.




In che modo il tuo rapporto con lo sport durante l'infanzia lo ha portato a diventare parte della tua ricerca artistica?
“Da quando ero bambino, lo sport c’è sempre stato. Calcio, ciclismo, tennis. Vengo dal Belgio e la mia squadra è sempre stata il Club Bruges. Da piccolo ero ossessionato da Daniel Amokachi, l’attaccante nigeriano che giocava lì. Mio padre mi comprò il kit completo — maglia, pantaloncini, tutto — così potevo allenarmi e giocare vestito come lui. Quando segnavo, copiavo la sua esultanza. Indossavo perfino scarpe Puma perché le portava lui. Ha anche segnato il primo gol del Club Bruges in Champions League, e da bambino per me era una cosa enorme.
A ottobre ho compiuto 40 anni e mi sono accorto di essere diventato molto nostalgico, di tornare con la mente di continuo su tutti quegli highlights sportivi di una volta. Sono finito nel rabbit hole di YouTube, a guardare vecchi video di calcio — Milan contro Inter, quelle formazioni incredibili. Sembrava di guardare uno spot Nike: Zlatan contro Ronaldo, Hernán Crespo, Maldini…
Ho ricominciato a cercare ricordi. Quando ho realizzato l’opera su Zidane, è nata direttamente da quei video e dal pensiero di creare lavori dedicati ai miei calciatori preferiti degli anni ’90 e dei primi 2000. Ho ancora una lunga lista di giocatori iconici della mia infanzia su cui voglio lavorare: Ravanelli, Vialli. E poi tutti quei brasiliani — Cafu, Ronaldinho, Roberto Carlos — portavano il divertimento in campo. Quell’epoca aveva una cultura della gioia che resterà per sempre. Oggi non vedo lo stesso divertimento. Alcuni giocatori non hanno nemmeno il coraggio di tirare, perché devono seguire il percorso imposto dagli allenatori. Tutto sembra più controllato.
Non sono un super appassionato di basket, ma da giovane ero molto preso dai Chicago Bulls. Avevano qualcosa di magico. Poi è arrivato Dennis Rodman: una persona completamente unica. Faceva il suo lavoro in campo, poi usciva e andava a fare festa. È diventato cultura, ha superato i confini dello sport. Un’icona pop, ma anche un soggetto artistico. Lo conoscono tutti: i capelli, lo smalto durante le partite. Faceva semplicemente le cose a modo suo. È stato il primo sportivo che abbia mai visto fare davvero quello che voleva fare. Certo, aveva le sue difficoltà, ma lo faceva comunque. Questa cosa mi è rimasta dentro.”


Hai passato quasi 20 anni a lavorare tra graphic design, produzione video, 3D e advertising, spesso in progetti legati allo sport. Se riavvolgiamo tutto: qual è stata la prima immagine o il primo progetto sportivo che ti ha fatto sentire che stavi sviluppando un tuo stile, un tuo linguaggio visivo, nel modo in cui oggi guardi allo sport?
“Credo che tutto sia iniziato intorno al 2007, quando entrai in agenzia per il mio primo lavoro. Avevo circa 22 anni. Lì si faceva moltissimo collage, e il titolare era un illustratore molto bravo. Non illustrava più in prima persona, ma gli piaceva quando noi designer usavamo personaggi nelle campagne. È lì che è davvero iniziata quella cosa del collage e dei character che oggi fa parte del mio lavoro.
Poi è successo qualcosa: abbiamo iniziato a lavorare molto per la televisione e per il gaming. Ho smesso di illustrare. Ho smesso di creare personaggi. Realizzavo film belli, pezzi molto grafici, ancora con il collage, ma erano explainer video, motion pieces… niente con dei personaggi. Ho fatto quello per quasi cinque anni. In quel periodo non ho creato nulla di veramente personale.
A un certo punto ho provato a creare di nuovo qualcosa e mi sono bloccato. Avevo perso il senso della mia identità. Non sapevo più cosa avrei dovuto fare, e mi sentivo fermo. Poi ho seguito un corso — un workshop di uno dei miei designer preferiti, Ariel Costa, un artista brasiliano. È stato uno dei primi a combinare davvero collage, character design e forme speciali in un modo che sembrava nuovo. Ci ha fatto capire una cosa semplice ma potente: non devi fare cose per Instagram, non devi fare cose per gli altri. Devi solo fare quello che piace a te. Così ho iniziato a creare ciò che mi piaceva, e mi sono sentito di nuovo totalmente ispirato. Ancora oggi lavoro così.
Per esempio, ho realizzato un’opera ispirata a David Beckham perché ho riguardato il documentario su di lui. Ho in programma di fare anche Jordan, perché ho visto il suo documentario per la quarta volta. Se creo qualcosa, è perché per me ha un significato. Dietro la scelta di un soggetto c’è sempre una ragione.
Ed è anche qualcosa che cerco di restituire ai giovani designer. Insegno in una scuola, a studenti di 20 anni, e provo a prepararli un po’ alla vita da freelance e al mondo professionale. Cerco di trasmettere gli insegnamenti che ho appreso sulla mia pelle: non create roba per gli altri, non inseguite i trend. Se sul treno avete un pezzo di carta e ci schizzate sopra qualcosa che vi sembra forte — condividetelo. Pubblicate le cose che amate, non quelle che pensate gli altri vogliano.”


Ad Athleta interpretiamo lo sport come cultura, come una porta per parlare di molto più della competizione. Quando progetti un’opera sportiva, che cosa stai cercando di dire su quello sport, su quel giocatore, su quella squadra o su quella maglia? Qual è il significato, per te?
“A volte è curioso vedere come, nel mondo della grafica, molte persone che lavorano nell’arte non siano molto interessate allo sport. Negli ultimi anni la situazione sta migliorando — probabilmente perché più persone seguono lo sport. Ma dieci anni fa, quando lavoravo in un’agenzia dove eravamo una ventina, chiedevo se qualcuno avesse visto la partita in tv e nessuno aveva guardato calcio.
Oggi con sport e arte si può fare tantissimo. Vedo molte cose incredibili su Instagram — lavori davvero belli. Nella maggior parte dei miei pezzi, quello che voglio fare è tenere viva la parte nostalgica della mia vita. È questo il fulcro. Per me questi giocatori sono diventati figure più grandi dello sport che praticavano. Quindi, quando creo qualcosa intorno a loro, non si tratta solo dello sport o del risultato. Si tratta di preservare quella sensazione di mito, quell’emozione della mia infanzia, e tradurla in un linguaggio visivo contemporaneo.”
Hai iniziato a lavorare direttamente con club calcistici, organizzazioni sportive e brand. Come affronti visivamente questo tipo di progetti? Rimani completamente fedele alla tua filosofia oppure ti adatti a ogni contesto?
“Ho lavorato per SLS — Street League Skateboarding. In pratica sono venuti da me e mi hanno detto: ‘Ci piace il tuo lavoro. Abbiamo 11 skater e vorremo che tu faccia i tuoi lavori per noi.’ Per qualsiasi designer o artista, questo è l’ideale. Ci sono altri progetti sportivi in arrivo, e spero solo di poter continuare a fare ciò che mi piace liberamente.
Mi piace anche quando un cliente chiede dettagli specifici, soprattutto se si tratta di uno sport che conosco meno bene. È bello ricevere quelle piccole sfumature. Per esempio, quando ho realizzato il pezzo su Rodman, tiene la palla nel modo in cui la teneva davvero — saltava e la stringeva al petto. Se non hai mai visto giocare Rodman e dai quel brief a un designer, magari non lo disegnerà così. Questi dettagli contano. Se si tratta di calcio, di solito conosco già i club e i giocatori. Se è un altro sport, faccio ricerca. Ma è ancora meglio quando puoi collaborare e loro ti danno quei dettagli — è lì che il lavoro diventa speciale.
A volte, nel mio lavoro, inserisco deliberatamente dettagli ‘sbagliati’ perché mi piace come funzionano visivamente. Magari metto due piedi sinistri. La gente lo noterà nei commenti, ma se visivamente non mi disturba, lo lascio. Mi piace quando in un’immagine c’è qualcosa che non torna. Crea tensione. Vedo passare moltissime immagini di altri designer. Se qualcosa mi piace, mi piace. Ma non sono ossessionato dall’idea di sezionare tutto o confrontarmi con gli altri. Mi piace semplicemente vedere un buon lavoro, allo stesso modo in cui mi piace guardare una bella partita.”


Guardando il tuo lavoro, si vede questo mix di media — collage, illustrazione, elementi 3D. Quando inizi un nuovo progetto, cosa arriva per primo di solito? Come si sviluppa davvero il tuo processo creativo?
“La prima cosa che faccio è molto semplice: vado su YouTube e cerco ispirazione. Può essere un personaggio di un film, un personaggio sportivo — comincio ad assorbire. Voglio raccogliere informazioni prima di iniziare, soprattutto su dettagli come le divise e gli outfit. Se sto disegnando Zidane mentre colpisce di testa nel 2006, deve avere la maglia giusta. Poi controllo quali scarpe Predator indossava. Una volta raccolte tutte queste informazioni, parto con uno schizzo fatto col mouse. Non so perché, ma è la mia filosofia. Se uso la carta, inizio davvero a disegnare, e non è quello che voglio in quella fase. Voglio solo forme grezze, uno sketch sciolto, non un disegno finito.
Dopo comincio a creare le texture, e poi metto tutto insieme. È davvero come costruire un puzzle. Ultimamente ho iniziato a usare anche l’AI per generare certi dettagli, soprattutto perché bisogna stare molto attenti alle fotografie che si usano. L’AI mi aiuta a creare texture specifiche o elementi di cui ho bisogno senza dover comprare immagini stock per ogni minima cosa.”
L’AI e gli strumenti generativi sono oggi un tema centrale nel design. Da persona che lavora in questo settore da oltre 20 anni, come vedi questi nuovi strumenti?
“Dipende molto dal tuo stile. Il mio stile, in realtà, è piuttosto difficile da gestire per l’AI, a causa delle proporzioni. Io gioco con forme molto geometriche e anatomie strane, e l’AI fa fatica con questo. Ho visto altri designer vivere questa cosa con difficoltà perché, per alcuni, è più facile essere copiati dall’AI. Da questo punto di vista, la odio davvero — può diventare una minaccia. Ma per me, personalmente, è anche qualcosa di gioioso, perché ora posso generare texture e descrivere esattamente come le voglio.
Se mi serve un paio di pantaloni con fantasia militare, non devo più spendere 50 euro per una foto. Posso generare da solo qualcosa che si incastri nel pezzo. Penso che l’AI sia interessante come strumento, ma non mi piace affatto quando diventa il prodotto finale. Insegno AI anche ai miei studenti, e lascio che la usino. Se stasera torni a casa, ti siedi a tavola con il telefono, lo passi a tua madre o a tuo padre e chiedi: ‘Puoi generare un’immagine fighissima di una rana che fa questo e quest’altro?’ — possono farlo. Con l’AI chiunque può essere un ‘artista’. Quindi devi trovare il tuo modo di usarla, di abbracciarla senza perdere te stesso.
Una cosa che oggi è davvero importante, più che mai, è creare un proprio stile — qualcosa di riconoscibile, una firma tua. Quella “firma” visiva, quel segno personale, è ciò che ti separerà da tutto quello che una macchina può creare.”


Quando progetti qualcosa sapendo che vivrà dentro uno scroll infinito di contenuti su Instagram, come cerchi di elevare quel lavoro con il tuo stile e allo stesso tempo catturare l’attenzione?
“Io faccio semplicemente quello che voglio. All’inizio ero su Instagram e certo, facevo cose perché le persone le vedessero, ma soprattutto le facevo per me. Il mio Instagram è sempre stato il mio playground. Ora ricevo lavori per creare personaggi che assomigliano a quelli che si vedono sul mio Instagram, ma prima si trattava semplicemente di fare cose che mi divertivano.
Tutti i personaggi che sto creando adesso sono in realtà studi per la pittura. Il piano è iniziare a dipingerli — spero da quest’anno in poi. È una cosa che voglio davvero fare: portarli fuori dallo schermo e metterli su muri e tele. In un mondo visivamente affollato, credo che per l’arte e per gli artisti sia importante creare qualcosa di reale — qualcosa che diventi un’opera nello spazio fisico, che abbia la possibilità di durare più a lungo di un post. Qualcosa di tangibile.”
Ci sono progetti personali legati allo sport che non hai ancora avuto la possibilità di realizzare, ma su cui stai lavorando?
“C’è un progetto profondamente significativo che sto portando avanti. Un mio vecchio amico, Dennis — professore di infermieristica in terapia intensiva — stava andando in bici quando ha avuto un incidente devastante. È caduto violentemente, riportando fratture multiple e un grave trauma cranico con emorragia cerebrale. Ha subito diversi interventi chirurgici, ed è sopravvissuto. Il suo neurochirurgo gli ha detto in modo molto diretto che senza il casco — oggi distrutto — non sarebbe qui.
Dennis era un mountain biker e ciclista instancabile. Oggi usa la sua esperienza per collaborare con la Hersenletselliga (Brain Injury League), un’organizzazione belga che sostiene e porta attenzione ai pazienti che vivono con lesioni cerebrali. Il 22 aprile organizzeranno nelle Fiandre la terza ‘Giornata del Casco da Bicicletta’. Il tema è l’utilità del casco — perché, onestamente, indossarlo dovrebbe essere la cosa più ovvia del mondo. L’obiettivo è riportare il messaggio al centro dell’attenzione e ricordare alle persone, soprattutto a genitori e bambini, quanto quella protezione sia vitale. Spesso ci si dimentica quanto possa essere cruciale.
Per sostenerli, sto creando la campagna ‘Helm Heroes’: una serie di cinque o sei poster con leggende belghe del ciclismo come Eddy Merckx e altre icone. Come nazione, abbiamo il ciclismo nel DNA, quindi usare questi eroi per veicolare il messaggio sembra la cosa più giusta. A fine maggio ci sarà un’asta — tramite hersenletselliga.be — in cui le persone potranno fare offerte per acquistare queste stampe, e l’intero ricavato andrà direttamente all’organizzazione. È questo il bellissimo potere dell’arte: può curare, può sensibilizzare e può davvero restituire qualcosa.”








