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Lo sportswear è cultura nella visione di Zalando

Nella visione odierna di Zalando, lo sportswear non si limita più a servire lo sport: lo racconta. Diventando cultura da indossare

Tra performance e stile, qualcosa si è dissolto silenziosamente. L’abbigliamento sportivo non riguarda più soltanto la funzionalità: un’oufit running non resta confinato alla pista, una giacca da sci non viene usata solo sulle piste, e la maglia da calcio esce dal campo per trasformarsi in un simbolo visivo di appartenenza.

Questo cambio di prospettiva è il punto di partenza della visione sportiva in evoluzione di Zalando—una visione che tratta lo sport meno come una categoria e più come un mondo da scoprire. Grazie a un nuovo ecosistema di storytelling capace di narrare la manifattura dietro al prodotto—design thinking, ricerca e sviluppo, pensieri e rituali degli atleti—Zalando si posiziona come curatore di un’identità atletica contemporanea. L’obiettivo non è soltanto vendere un prodotto, ma tradurre i codici che lo circondano: colore, silhouette, sottocultura, e quell’energia creativa che trasforma discipline di nicchia nell’avanguardia della moda.

In questa conversazione con Matthew Glynn, Head of Sports Strategy, e Nina Graf-Vlachy, General Manager Sports, abbiamo esplorato perché la community e la presenza offline stiano diventando il motore più potente di rilevanza. Dalla produzione di uno speciale documentario alla gravità culturale del freestyle skiing, emerge una filosofia sempre più determinante per lo sport di oggi: performance e identità non sono più storie separate.

Zalando Laax open Experience
Between the lines | Winter sports documentary series | Episode 2: The risk we take
Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience

Nella vostra comunicazione enfatizzate molto il concetto di “behind the multi-specialist”. Potresti definire cosa significa questa idea—e perché gioca un ruolo così centrale in Zalando?

Matthew Glynn – Head of Sports Strategy: “Quando parliamo di ‘multi-specialists’, è utile ricordare i ‘generalists’ di cinque o dieci anni fa. Storicamente, i clienti entravano in un negozio fisico—un retailer specifico—dove magari vedevi le scarpe da running allineate su una parete. Le persone cercavano prodotti tecnici, e spesso le vedevi allenarsi con prodotti che erano ‘per fare sport’: una maglia da calcio per correre, o capi puramente performance-driven, con meno attenzione allo stile. Zalando è passato da una prospettiva generalista a un approccio multi-specialista e questo significa che ci concentriamo in modo molto verticale sui singoli sport. Quando creiamo un attivazione e un’esperienza per un cliente che corre, deve essere costruita attorno alle sue esigenze specifiche. Lo stesso vale per il calcio, e lo stesso vale per gli sport invernali.

Allo stesso tempo, la strategia di Zalando è evolvere per supportare le scelte lifestyle dei nostri clienti e ci dà un punto di differenza chiaro sul mercato. I clienti non cercano solo performance: cercano la moda e lo stile che circondano lo sport. Questo è centrale perché stiamo assistendo a un vero cambiamento: gli appassionati continuano a tenere moltissimo all’elemento tecnico, ma vogliono anche stile, design e colore. In un certo senso, è come se performance e identità non siano più separate. Colmare quel divario tra performance e lifestyle dà a Zalando una posizione distintiva nel mercato. 

Il prodotto e lo storytelling che portiamo in vita sono davvero l’epitome della versione contemporanea di tutto questo. Lo vedi nelle attivazioni legate al running; lo vedi nei contesti dei resort di montagna e nei momenti olimpici—questi mondi possono essere davvero glamour. I prodotti ad alte prestazioni restano fortissimi, ma per noi la ricetta è performance, cultura e racconto.”

Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience

Il mondo dello sport che state costruendo sembra una celebrazione della sports culture—e si fonda su uno dei pilastri di Athleta: lo storytelling. Come state evolvendo l’ecosistema di comunicazione di Zalando per elevare questo DNA?

Nina Graf-Vlachy – General Manager Sports: “Per esempio, per quanto riguarda gli sport invernali, vogliamo che il cliente viva la migliore esperienza possibile sulla neve—con tutta l’offerta disponibile, ma anche con la possibilità di fare un deep-dive su ogni singolo pezzo. Vogliamo che capisca perché questa giacca, o questo sci, è esattamente quello giusto per lui. Qual è la nuova innovazione tecnica dietro? Cosa avevano in mente i designer quando l’hanno creato? Quanta ricerca e sviluppo c’è dietro? Poi può vedere quali dei suoi atleti preferiti lo stanno usando e perché lo considerano il migliore. E attraverso questo, scopre le storie dietro: cosa hanno attraversato, come ci sono arrivati. È ciò che stiamo cercando di fare. C’è così tanta informazione là fuori—sugli atleti, su cosa li motiva e perché fanno certe scelte; sui brand, sul perché sviluppano i prodotti in un certo modo; fino ai consumatori, su come vivono queste esperienze. Molto spesso, tutto questo resta nascosto. Quello che vogliamo fare è portarlo in superficie—renderlo accessibile al consumatore—e allo stesso tempo usare il nostro motore dati per assicurarci di non sovraccaricare le persone. Vogliamo parlare a chi è davvero interessato, così che possa fruirne con i propri tempi.”

Oltre alla dimensione digitale, un’altra direzione chiave che state spingendo è costruire una connessione reale, fisica, con le persone—come l’evento a LAAX. Quando si tratta di community specifiche per sport, come le approcciate? E quanto è importante incontrare le persone dal vivo e ingaggiare davvero la comunità?

Nina Graf-Vlachy – General Manager Sports: “È estremamente importante. Non possiamo essere esperti in tutto—quindi dobbiamo andare sul campo. Abbiamo persone internamente molto appassionate di sport e di discipline specifiche, ma è altrettanto importante restare umili: entrare nella community e imparare dalla community stessa, senza forzare nulla.

Impariamo dagli atleti, da chi indossa i prodotti, da chi vive davvero quel mondo. L’unico modo per imparare davvero—e l’unico modo per costruire una connessione—è esserci offline. E se vuoi avere un impatto—se vuoi elevare uno sport, creare visibilità, creare ispirazione ed educazione—è lì che entra in gioco il nostro mondo digitale. Quei 53 milioni di consumer touchpoint ci danno la possibilità di prendere ciò che impariamo e portarlo a molte più persone.”

Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience
Zalando Laax open Experience

Qual è la visione di Zalando per le discipline invernali meno mainstream?

Matthew Glynn – Head of Sports Strategy: “Dal nostro punto di vista, queste discipline non mainstream sono cruciali. Supportano categorie a più ampia portata come running e calcio, ma hanno anche nicchie distinte—e una rilevanza culturale reale.

Se parliamo di freestyle, per esempio, quella community ha una rilevanza culturale enorme. Funziona come un laboratorio di innovazione. È una community più giovane, molto connessa, che si muove nel mondo all’interno di certi circuiti. I trend che vedi lì—tipi di prodotto, vestibilità, priorità tecniche, vera auto-espressione—spesso trascendono lo sport e si spostano nella moda e nella cultura più ampia. Vedi che writer, designer e diverse forme di creatività plasmano una certa estetica.

Si potrebbe dire che anche il ciclismo è simile, nel senso che ha una cultura molto specifica all’interno dello sport. E quando scendiamo sul campo, incontriamo le persone nelle loro discipline e creiamo una connessione emotiva, ci posizioniamo accanto a quell’energia creativa—talvolta anche come fonte.

Apprezziamo l’arte dello sport. Apprezziamo la cultura come community. Queste discipline sono fondamentali per noi perché dimostrano conoscenza e rilevanza dentro quei mondi sportivi.”

Quanto è importante per Zalando costruire relazioni con atleti di livello mondiale attraverso produzioni speciali? E cosa guida la selezione degli atleti che rappresentano il brand?

Matthew Glynn – Head of Sports Strategy: “Per noi, costruire queste relazioni è diverso da un accordo commerciale in cui ci facciamo vedere solo quando serve. È essere una parte significativa del loro percorso—che sia attraverso l’espressione creativa dello sport, o l’allenamento, e l’intero arco del percorso. Siamo attratti da individui con una testimonianza unica—che trattano lo sport come una forma d’arte. Questo sarà fondamentale per noi andando avanti nei prossimi anni e mentre lo sport continua a crescere.”

Nina Graf-Vlachy – General Manager Sports: “È davvero importante scegliere persone disposte a condividere le proprie storie—non solo le parti lucide e dorate, ma anche quanto sia difficile arrivarci. Cosa li ha motivati a rialzarsi dopo un infortunio, come non sempre le cose funzionano. Vivono momenti bassi, non solo alti. Vogliamo uno storytelling autentico.

Quando lavoriamo con atleti o ambassador di qualsiasi tipo, vogliamo persone che sappiano raccontare la propria storia—e noi siamo qui per offrire loro una piattaforma che li connetta con quante più persone possibile: persone che possono trarne beneficio, che sono interessate, che ne sono motivate. Noi siamo quel connettore. Per questo scegliamo persone autentiche, con qualcosa di speciale—e capaci di ispirare gli altri. Le persone potrebbero voler essere come loro, o fare un piccolo passo in quella direzione—provare lo sci, scoprire qualcosa di nuovo—perché sono ispirate dal loro modo di essere.”

Zalando Laax open Experience

Credits

Zalando

Matthew Glynn

Nina Graf-Vlachy

Filippo Libenzi

 


Carving the Game: l’Hockey secondo Marcello Pipitone

Grazie a Nike, abbiamo partecipato ad uno speciale workshop, guidato dalla filosofia artistica di Marcello Pipitone ed ispirato dall’oggetto sportivo più chiacchierato del momento, nonché eterna musa stilistica: la maglia da hockey

Vedi muovere le mani di Marcello Pipitone tra tessuti e ricami, e pensi subito ad un’artigianalità profondamente artistica: al gesto che si fa portatore di studio e cultura, a paradigmi sportivi, in questo caso specifico hockeistici, che mutano forma a contatto con design e intuizioni visuali, non perdendo di significato, ma alimentando la loro stessa essenza. Poi, tracci la biografia in salsa power play di questo talentuoso artista milanese, e comprendi l’effettiva connessione tra la sua visione e la dimensione del rink. 

Una connessione celebrata durante un momento storico per l’hockey mondiale, quello contemporaneo, e al fianco di un partner, Nike, che sta scandendo il processo di evoluzione culturale della disciplina stessa, all’interno e all’esterno del ghiaccio. Da questa sinergia è scaturito prima un pezzo unico, un arazzo variopinto, composto da dettagli estratti dai kit di federazioni internazionali unite dallo Swoosh; poi un workshop alimentato dalle infinite suggestioni che l’hockey sa sprigionare negli occhi di chi le sa osservare. 

Circondati dalle liriche grafiche preparate per l’occasione, abbiamo avuto modo di chiacchierare con Pipitone stesso, scoprendo i punti di contatto tra la sua filosofia artistica e il regno cinetico popolato da bastoni e puck. Un regno di cui Pipitone si fa portatore responsabile, e sincero appassionato. 

Nike & Marcello Pipitone workshop special graphic
Marcello Pipitone and his special tapestry made in collaboration with Nike
Nike & Marcello Pipitone workshop
Marcello Pipitone special tapestry made in collaboration with Nike
Marcello Pipitone special tapestry made in collaboration with Nike

Per prima cosa, ci piacerebbe sapere com’è l’hockey visto attraverso il filtro di un artista. Che suggestioni ti trasmette questa disciplina, osservata dal vivo? Che sfumature artistiche trovi dentro il rink?

“Il mio primo contatto con l’hockey risale a quando frequentavo la mia compagnia di quartiere a Milano, vicino all’Agorà (storico stadio del ghiaccio cittadino ndr). Lì, giocava l’Hockey Club Saima. Ricordo ancora l’arena: è la stessa che appare nel video di ‘Madonna’ di Ernia e Rkomi. Sei/sette anni fa ho visto la mia prima partita: un momento fondativo. Quando ho iniziato a elaborare concetti artistici e socioculturali legati all’hockey, il mio pensiero è tornato subito a quell’esperienza e alla realtà della Saima. L’ambiente era qualcosa di unico: tifosi del Milan e dell’Inter nella stessa curva, a cantare insieme gli stessi cori. Una cosa surreale. Fuori dal palazzetto, rimaneva addosso una sensazione di libertà difficilmente spiegabile. C’è un aspetto che mi ha colpito del gioco in sé: la violenza controllata. Vedi giocatori che si scontrano duramente, che sembrano farsi davvero male, e un attimo dopo si stringono la mano come se nulla fosse. È, per certi versi, una dinamica simile al rugby: quasi sconcertante nella sua naturalezza. Due squadre opposte che si affrontano con estrema intensità, ma all’interno di un codice basato sul rispetto assoluto. Questo equilibrio tra performance e rispetto è, per me, potentissimo. Dal punto di vista atletico, l’hockey è una delle discipline più complesse in assoluto: richiede eccellenza nel pattinaggio, equilibrio, coordinazione con la mazza e gestione del disco. È impossibile non provare ammirazione per questi atleti. 

C’è anche un altro elemento che mi affascina: in Italia è uno sport poco seguito, e questo rende ancora più evidente la dedizione dei giocatori, che spesso non guadagnano quanto potrebbero altrove, oltreoceano o nei Paesi nordici per esempio... Tutto questo, m’infonde un senso di purezza sportiva. Dagli spalti, l’hockey appare sotto forma di suoni ed esplosioni fisiche. L’energia sprigionata dai corpi è impressionante. Gli scontri contro le barriere, le frenate improvvise a velocità massima, le curve perfette… La precisione è d’obbligo. A differenza di altri sport, dove può entrare in gioco la casualità, qui tutto dev'essere, in qualche modo, perfetto. Basti pensare al portiere, che copre quasi interamente la porta: o il tiro è impeccabile o il puck non entra. Ai miei occhi, quella ricerca di perfezione nel pieno movimento diventa espressione artistica. È un equilibrio costante tra controllo tecnico e violenza degli impatti. Come spettatore sei in tensione: sei spaventato, coinvolto. Vedere un giocatore che si rompe due denti e subito dopo segna... Ti lascia senza parole. Come ho già detto, anche il tifo è diverso. Non è come in uno stadio dove, se la curva tace, cala il silenzio. Nell’hockey senti tutti: ognuno urla, reagisce, partecipa. Basta uno scontro o una parata per generare reazioni individuali e collettive. La partita di hockey è un’esperienza totale: fisica ed emotiva”

Nike & Marcello Pipitone workshop

Allo store abbiamo potuto ammirare il tuo speciale ‘arazzo’. Com’è stato pescare dall’archivio contemporaneo di Nike, e dai design delle Federazioni che sponsorizza, per plasmare quest’opera? E cos’hai voluto comunicare con questa composizione?

“Il processo è stato sintetico e diretto. Ho immaginato una grande bandiera che rappresentasse il campo da gioco, e ho inserito al suo interno i tessuti delle diverse maglie, creando linee che reinterpretassero i segni impressi dalle lame sul ghiaccio. In quelle linee ho intravisto un’affinità e un’assonanza grafica con il Biscione di Milano, così ho deciso d’integrarlo. Il processo creativo è stato abbastanza rapido: ho seguito suggestioni e intuizioni, lavorando fin dall’inizio su connessioni che mi sembravano forti e coerenti. Quando ho iniziato a studiare le grafiche e i design Nike, ho sentito la necessità di dare voce agli elementi dei vari kit. Le uniformi da hockey hanno un qualcosa di bellico: mi ricordano le armature dei samurai, oggetti progettati per la battaglia. Allo stesso tempo, le forme dei pattini, dei guantoni e delle protezioni raccontano un mondo di ricerca e funzionalità. Mi sono reso conto che sarebbe stato impossibile analizzare ogni singolo elemento in profondità. 

Ho scelto un approccio umile, fatto prevalentemente di ricerca storica: ho preso tutto ciò che la divisa può rappresentare, tra passato e presente, e l’ho unito ai contesti originari dell’hockey… Parlo del ghiaccio, dei laghi, della montagna, degli ambienti naturali che circondavano i pionieri di questi sport, così come continuano a circondare coloro che lo praticano in scenari outdoor. Collaborare con Nike è sempre straordinario: la cura per ogni dettaglio è incredibile. Ho notato differenze tra le maglie delle varie nazioni che non mi aspettavo: patch posizionate in modo unico, simboli esclusivi, cuciture diverse... Mi vengono da citare, su tutti, il leone della Finlandia, le patch del Canada e i simboli della squadra americana. Ho sentito il dovere di lasciare visibili questi elementi. Da qui, è nata l’idea delle linee parallele, come le gambe dei giocatori che incidono il ghiaccio. Disegnandole, è emersa una sorta di scacchiera ondulata, un disegno astratto che poi ho trasformato in cartamodello. Cerco sempre di creare qualcosa che, prima di tutto, dia piacere allo sguardo, e devo ammettere che, anche sotto questo punto di vista, lavorare su quest’opera è stato molto appagante”

Nike & Marcello Pipitone workshop
Marcello Pipitone and his special tapestry made in collaboration with Nike

Parlando sempre di quest’opera, cosa ci dicono le tue prospettive artistiche, ma anche di appassionato sportivo e fashion, della maglia da hockey intesa come oggetto al di fuori del campo? 

“La maglia è probabilmente l’elemento più accessibile e sdoganato dell’hockey. Pur essendo così unica nel suo genere, paradossalmente, viene indossata con grande naturalezza anche fuori dal contesto sportivo. Puoi metterla sopra una felpa, renderla un layer a sé stante… E questo le dà una forza stilistica particolare. A differenza di altre discipline, le maglie da hockey non risultano eccessivamente aderenti. Nel rink, non ritrovo quell’ossessione per la silhouette ‘compressa’, che negli anni ha cambiato l’estetica del calcio o del basket. L’hockey mantiene una vestibilità più libera, più autentica, che permette a chiunque di indossarla con sicurezza. Questa libertà di forma rende, a mio avviso, la maglia da hockey un oggetto estremamente contemporaneo, facile da integrare nel guardaroba”

In questo workshop hai preparato una serie di grafiche surrealiste: dei veri e propri collage ispirati dalla musa hockeystica. Che dettagli hai voluto celebrare in queste composizioni? 

“La maschera del portiere è uno degli elementi più suggestivi. Porta con sé degli echi medievali, sembra una componente di un’armatura antica. Anche le protezioni sulle gambe di ogni ‘goalie’, con quelle strutture parallele pensate per scivolare sul ghiaccio, sono incredibili dal punto di vista estetico. In realtà, tutto l’equipaggiamento è visivamente e artisticamente stimolante. Studiando prodotti Nike del passato ho trovato design, linee e soluzioni mai utilizzate in altri sport. Partendo dalla semplice forma del pattino, per esempio, ho sviluppato oggetti ibridi e indefiniti, a metà tra un ferro da stiro e uno yacht. 

In generale, mi affascina anche tutto ciò che ruota attorno al gioco: le macchine che levigano il ghiaccio, quasi piccoli camion tecnici; la rete che deve resistere a tiri violentissimi; le strutture in plexiglass contro cui i giocatori si schiantano. Sono dettagli che, da spettatore, ti lasciano a bocca aperta. Nel workshop ho voluto essere diretto, quasi didascalico, per lasciare spazio alla partecipazione. Ho unito materiali delle divise a immagini di ghiacciai e laghi ghiacciati, recuperate anche tramite ricerche satellitari. Per le grafiche impresse sulle maglie, oltre a celebrare i dettagli dell’hockey, ho lavorato su diverse tonalità e regolazioni cromatiche, offrendo più varianti tra cui scegliere. Con la mia macchina da ricamo, ogni partecipante ha anche potuto personalizzare il proprio pezzo. È stato interessante vedere come alcuni abbiano sovrapposto stampe creando combinazioni che io stesso non avevo immaginato. Sono dell’idea che nei workshop sia giusto lasciare spazio all’interpretazione: non serve forzare il concetto, ma attivare un processo creativo condiviso”

Dopo quest’immersione nella cultura e nell’immaginario hockeystico, credi che questa disciplina continuerà a far parte della tua produzione artistica? E se dovessi ipotizzare un progetto ideale, legato all’hockey, cosa immagineresti?

“Sicuramente. Quando mi è stato affidato questo progetto ho scoperto che un mio amico gioca a hockey da tutta la vita e mi ha fatto conoscere un negozio specializzato a pochi metri dal mio studio. Entrarci è stato come spalancare una porta su un mondo nuovo. Mi piacerebbe visitare le fabbriche dove vengono realizzati guanti e pattini, capire come vengono assemblati. Alcuni oggetti sono talmente complessi che avresti bisogno di vederli nascere per comprenderli davvero. Non so se in Italia si produca qualcosa per l’NHL, ma sarebbe interessante scoprirlo. Inoltre, so che verrà ricreata una squadra di hockey a Milano. Se sarà così, mi piacerebbe consegnare la bandiera che ho realizzato al club, e vederla appesa nell’arena di gioco. Quindi sì, credo proprio che questo dialogo con l’hockey non sia finito. Anzi, è solo all’inizio”

Nike & Marcello Pipitone workshop special graphic
Marcello Pipitone special tapestry made in collaboration with Nike

Follow the Light

L’esperienza outdoor come incontro di ritmi, forme e significati a sé stanti

May you always know the truth

And see the lights surrounding you.

– Bob Dylan

Seguire la luce vuol dire conoscere la verità. Nel regno outdoor, equivale a comprendere, e popolare, la narrazione eterna dello spartito naturale con una giusta dose di consapevolezza: sportiva, artistica, sociale, profondamente personale. Equivale a processare suoni che possono confondere, o equilibrare. A fondersi con forme ataviche, rendendole contemporanee. A cercare verità nella fatica, luce nelle ombre. 

Dove poche strade sono segnate. Dove azione e pensiero sono costretti, per fortuna e volontà, a rimare tra loro. Dove ciò che è stato corrisponde a ciò che sarà, forse sotto altre vesti, forse davanti altre condizioni. Lì, nella dolce, dolorosa pace del trail, l’espressione del proprio gusto trova apici difficilmente pareggiabili: vette fatte di stile, curiosità, esplorazione… Dei propri limiti, così come delle proprie estensioni. 

Non c’è altro da fare, se non respirare nel massimo sforzo, sentendosi a proprio agio in scenari (solo all’apparenza) ostili. E seguire la luce. Per trovare la verità che ti circondano. Come confida, liricamente, questa produzione editoriale. 

Cover photo credits: Sunglasses AVEO, Running Vest and T-shirt The North Face, Shorts Satisfy, Socks Stylist’s Own, Shoes Hoka

Follow the Light
Sunglasses AVEO, Running Vest and T-shirt The North Face
Marco is wearing Sunglasses AVEO, Running Vest and T-shirt The North Face, Shorts Satisfy, Socks Stylist’s Own, Shoes Hoka. Joana is wearing Running Vest, Long-sleeve T-shirt and Shorts The North Face, Socks Stylist’s Own, Shoes Hoka
Marco is wearing Sunglasses AVEO, Running Vest and T-shirt The North Face, Shorts Satisfy, Socks Stylist’s Own, Shoes Hoka. Joana is wearing Running Vest, Long-sleeve T-shirt and Shorts The North Face, Socks Stylist’s Own, Shoes Hoka
Sunglasses Arena Eyewear by Fluxus, Jacket Mammut, Shorts K-Way, Socks Stylist’s Own, Shoes KEEN
Sunglasses Arena Eyewear by Fluxus, Jacket Mammut, Shorts K-Way
Jacket Mammut, Shorts K-Way, Socks Stylist’s Own, Shoes KEEN
Marco is wearing Sunglasses Oakley, Jacket and Shorts Columbia, Backpack 8848 The Outdoor Company. Everything available at Cisalfa Sport Joana is wearing Jacket Patagonia, Hat and Fleece Jacket Columbia, Shorts The North Face, Shoes and Backpack Salomon, Bottle 8848 The Outdoor Company. Everything available at Cisalfa Sport
Hat BUFF®, Sunglasses Oakley, T-Shirt Norda
Sunglasses Karl Lagerfeld Eyewear, Vest and T-Shirt C.P. Company, Pants and Backpack Gr10k, Shoes Diemme
Headscarf Stylist’s Own, T-Shirt Mammut, Shorts K-Way, Shoes Vibram Five Fingers, Backpack Salomon
Shorts K-Way, Shoes Vibram Five Fingers, Backpack Salomon
Skirt Carhartt, Socks Stylist’s Own, Shoes KEEN
Hat and Skirt Carhartt, Top K-Way, Socks Stylist’s Own, Shoes KEEN
Scarf Stylist’s Own, T-Shirt C.P. Company, Pants Nike ACG, Shoes Diemme
Vest K-Way, Hoodie Napapijri, Shorts Mammut, Shoes UGG, Backpack C.P. Company

Credits

Photo: Lorenzo Visentin

Video director: Lorenzo Medina

DOP: Andrea Ciotti

Editing/VFX: Alessandro Manoli &   Matteo Ranzato

Color Grading: Mattia Saggiomo

Sound design: Leonardo Sennis


In On the Secret

Secret Futebol Club: viaggio nella community calcistica più underground e creativa di New York, attraverso le visioni del co-fondatore Ricardo Carlota e del fotografo Mateo Ruiz González

Tra le palpitanti avenue di New York esiste una scena calcistica che non troverai su Google Maps. Nessuna classifica, niente volantini su Instagram, zero provini. Solo un gruppo di persone che ha iniziato a ritrovarsi per giocare, condividere idee, creare naturali connessioni—fino a costruire qualcosa che è diventato molto più di una partita pick-up.

Secret Futebol Club nasce nel 2011, quando Ricardo Carlota e il suo amico Austin Costeira si rendono conto che non vogliono l’ennesimo campionato ‘pay-to-play’. Decidono di creare qualcosa di diverso: un progetto culturale indipendente, aperto, in cui calcio, arte e comunità si fondono in modo spontaneo.Una sorta di ‘studio creativo' applicato alla potenza evocativa e sociale calcistica, dove il campo si alterna a mostre fotografiche, produzioni artistiche, capsule collection e progetti speciali con brand di fama globale. 

Secret non è un club nel senso tradizionale del termine — è, per l'appunto, uno studio creativo guidato dalle prospettive e dalle passioni di una comunità a vocazione internazionale, unica nel suo modo di vivere il calcio. A tenere insieme tutto questo, una sorta di mitologia orale. Vieni a sapere dell’approccio Secret da un amico, o per caso. Ti presenti. Dopo un’ora hai già una caviglia slogata, una nuova playlist di cumbia e un inatteso ecosistema creativo. Entri così a far parte di un collettivo dove i giocatori sono musicisti, artisti, scrittori, migranti, gente del posto.Persone cresciute col pallone — o che ci sono arrivate per vie traverse, più tardi.

Il gruppo va e viene, cambiando forma continuamente. Alcuni si presentano solo per la partita delle 7:30 del mattino prima del lavoro; altri portano la loro energia creativa nello studio. Ognuno contribuisce come vuole e prende ciò di cui ha bisogno.

Ciò che ne nasce è un arazzo vivo, organico e bello: lo specchio di New York, la prova del potere del calcio popolare, capace di abbattere le strutture che separano dagli altri, dalla libera creatività, dal gioco stesso...

Come racconta Ricardo: "Secret non esiste senza le persone che lo rendono vivo. Non è un campionato. Non siamo qui per essere l’ennesimo 'come play with us'. Molte app per il calcetto nascono dicendo 'si gioca gratis', poi si rendono conto che serve un modello di business. E alla fine, ti ritrovi a pagare per giocare. Noi abbiamo fatto una scelta completamente diversa. Siamo cresciuti in modo organico: amici che portano altri amici. Nessuna promozione formale. Da lì viene il nome. È una specie di teaser perpetuo. Ne senti parlare, ci inciampi quasi per caso, e all’improvviso ti ritrovi parte di qualcosa di più grande.

Il nostro passaparola si basa sulla semplice fiducia: l’energia giusta attira le persone giuste. E alla fine arrivano tutti. C’è chi non ha mai toccato un pallone in vita sua, e si ritrova a provare tunnel. Non conta il talento, conta l’energia. Conta esserci, uno per l’altro.

Molti di noi giungono da sottoculture diverse: graffiti, musica, design, letteratura. E Secret è diventato il punto d’incontro di tutto questo. Il calcio è solo una scusa. Quello che succede davvero è la comunità. È il momento in cui qualcuno arriva e dice: ‘Finalmente ho trovato la mia New York.’ È questo il senso."

Ricardo sottolinea anche come il progetto sia nato come implicito omaggio alle proprie radici personali, per poi trasformarsi in un hub creativo consapevole e multiforme: "Oggi siamo uno studio creativo con un modello unico. Abbiamo tre pilastri: le partite di Secret, la produzione creativa e le collaborazioni artistiche. Non vogliamo diventare un brand o un motore di e-commerce. Vogliamo essere una comunità globale con base a New York, che esplora tutto ciò che il calcio può diventare.

Il nostro studio è un acceleratore di idee, arte ed esperienze legate al gioco. Attraverso questo modello abbiamo realizzato progetti per adidas, lanci di maglie per il Wrexham, contenuti per FIFA, merchandising con la MLS, mostre indipendenti, zine autoprodotte, migliaia di maglie personalizzate — e molto altro.

Abbiamo la possibilità di seguire ogni progetto dall’interno, perché la nostra community è fatta di creativi già affermati. Il risultato è un lavoro che riflette il nostro punto di vista, resta fedele a chi siamo, e arricchisce un portfolio condiviso, che porta valore a tutte le persone coinvolte."

Secret è fatto di storie personali, di mondi che si incrociano, come esemplifica il percorso di Ricardo, americano di origini (calcistiche e non solo) portoghesi: “Da ragazzo cercavo di integrarmi: giocavo a lacrosse, a football americano… Ma i miei primi ricordi sono le partite del Farense, in Portogallo, con mio padre e i miei cugini. Poi, all’università ho iniziato a giocare di nuovo, per strada. Quando sono arrivato a New York, ero più dentro graffiti e musica che calcio. Ma tutto si è intrecciato naturalmente.”

Per Mateo Ruiz González, ex calciatore colombiano diventato fotografo, Secret è stata invece una rinascita."Ero nella piena carriera calcistica, poi mi sono rotto il ginocchio nel 2016. Pensavo fosse finita. Volevo allontanarmi da tutto. Quasi per caso, sono finito su un campo a due isolati da casa mia. 

Un gruppo di venti persone stava giocando, ridendo, abbracciandosi. Niente ego, niente giudizi. Solo gioco puro. All’inizio ero spiazzato. Poi sono entrato, ed è stata la prima volta, dopo molti anni, che ho sentito di appartenere a qualcosa. Settimane dopo sono tornato da solo: si ricordavano di me.Mi hanno chiesto il numero e mi hanno invitato di nuovo. Era come se non avessi mai smesso."

L’amore per il gioco, in Secret Futebol, prende tante forme. Basta guardare le piattaforme 'Segrete' per capirlo. Al centro, però, ci sono alcune sensazioni ricorrenti: un approccio fluido, progressivo e personale al Beautiful Game. Un modo di vivere e raccontare il calcio fatto di immagini, emozioni e storie condivise, che riproponiamo seguendo alcune metafore e tematiche narrative in grado di spiegarci, al meglio, il DNA di questo progetto. 

Il tuo primo momento con Secret 

Ricardo: “Era l’estate del 2014, durante i Mondiali. Ho iniziato a organizzare partite di calcetto a New York con alcuni amici. All’inizio era tutto molto informale: solo un gruppo di amici che si trovava per giocare. Poi è diventato un appuntamento fisso. Le prime partite di Secret si giocavano sui campi da handball. Ricordo una partita al tramonto su The People’s Beach, dove abbiamo conosciuto nuove persone che ancora oggi giocano con Secret. La casualità di quel momento è stata una delle tante occasioni speciali in cui ho capito che non stavamo solo giocando: stavamo costruendo qualcosa.”

Mateo: "Come ho già raccontato, non toccavo un pallone da sei anni, dopo un infortunio. Poi, una sera, un gruppo di venti persone è arrivato in bici. Avevano una bella energia. Uno di loro ci ha invitato, a me e al mio amico, a unirci. Due settimane dopo, sono tornato da solo, palleggiando. Jackson, uno dei ragazzi, mi ha riconosciuto, mi ha chiesto il numero. Tra noi si scherza: ognuno ha un 'Secret Futebol dad or mom', la persona che ti ha portato realmente dentro la community. Da quel momento, non me ne sono più andato. "

Il tuo campo preferito di Secret Futebol

R: "Sicuramente il nostro campo a Bed-Stuy, Brooklyn. Ha un’energia tutta sua. Giocare sotto il Manhattan Bridge a mezzanotte… Anche quello per me è iconico. Ma i momenti più spirituali arrivano dal giocare fuori New York — che sia a San Paolo, nell’Algarve, in Carolina del Nord o più recentemente in Galles — c’è questa forza di gravità che ha la palla nel connettere le persone… È un qualcosa di magico."

M: "Il mio campo è quello dove mi hanno trovato — Reinaldo Salgado, tre isolati da casa mia. Lo chiamiamo “Rey”, come un re. Ci ho vissuto accanto per cinque anni senza mai notarli. Non è perfetto: a volte ci trovi rami (su cui mi sono anche girato una caviglia). Ma è lì che accadono le partite migliori. In estate, grigliamo e restiamo anche dopo il gioco. È casa nostra."

La tua immagine o ricordo di Secret Futebol

R: “C'è una foto che ho scattato durante una sosta lungo la costa dell'Algarve: è un gruppo di bambini che giocano a pallone, completamente assorbiti dal momento. Avevano appena tirato la palla oltre la recinzione proprio mentre arrivavo. L’ho rincorsa e gliel’ho rilanciata, in quel momento tutti hanno esultato. In un certo senso, questo racchiude la nostra essenza — quello spirito, quella spontaneità, quel senso di libertà… Questo è Secret.”

M: "Scatto quasi sempre con una 4x5, quindi non la porto ovunque. Ho iniziato a documentare gli infortuni — ginocchia sbucciate, calzini strappati, muscoli tesi — perché il mio trauma, in fondo, risiede in questi dettagli. Secret mi ha aiutato a guarire. Non fotografo per forza l'azione, la partita, una curiosa forma di terapia è quella d'immortalare un amico col gesso, o qualcuno zoppicante. La foto, per me, viene dopo — quello che resta è la sensazione."

La tua interpretazione del Beautiful Game attraverso la lente Secret Futebol

R: "Secret ha cambiato tutto per me. Mi ha ricordato che il calcio non riguarda l’ego o la vittoria: riguarda la connessione. È l'essere presente l’uno per l’altro, giocare con sconosciuti che diventano famiglia. Ho smesso di preoccuparmi del punteggio molto tempo fa. Ora conta solo l’esperienza."

M: "Per me, il calcio era una cosa seria. Ci ho provato a livello semi-professionistico. Ma con Secret tutto si è capovolto. Nessuno giudica se sei il più forte. Se sbagli un rigore, ti dicono che era colpa del vento. È puro sostegno. La community ti solleva, ti fa sentire il migliore, anche solo per esserci. Questo nel calcio “normale” non esiste."

Il significato di 'Club' in Secret Futebol Club

R: "Club non vuol dire esclusività — vuol dire appartenenza. È una famiglia scelta. È un modo per portare lo spirito del calcio ovunque: da New York a São Paulo, fino a Lisbona. Non abbiamo divise né trofei. Abbiamo l’impegno reciproco."

M: "Per me, 'club' è un omaggio alla tradizione del calcio. Non siamo una squadra nel senso classico, ma ci sentiamo tali. Secret è più una famiglia. La parola 'club' è solo nel nome — quello che conta sono le persone e l’amore che portano. È la versione più autentica di un club che io abbia mai conosciuto."

Il tuo progetto speciale con Secret 

R: "Le ultime zine che abbiamo creato hanno qualcosa di speciale. Sono un modo per rendere eterni i nostri racconti, in una forma concreta, ma anche delicatamente effimera. È il mio modo preferito per condividere i ricordi che stiamo costruendo dal vivo. Ma la cosa che mi emoziona di più è vedere come le persone stiano portando Secret nelle loro città — a Buenos Aires, Berlino, Tokyo. Questo mi fa sentire che il progetto sta toccando corde profonde, e andando ben oltre quello che avevo immaginato all’inizio. È davvero bello vedere Secret prendere vita attraverso gli occhi e le storie degli altri."

M: "La mostra dello scorso ottobre, What We Do Is Secret, ha cambiato tutto. Un mix di fotografia di strada, identità e momenti nascosti. Le immagini non erano di gol: erano sudore, sangue, emozione. La sera dell’apertura c’erano 150 persone in fila. Non perché fossi famoso, ma perché Secret stava dicendo qualcosa. Questo è il suo potere."

Un giocatore che incarna lo spirito di Secret  

R: "Luis Figo: umile, tecnico, leale. E anche Rui Costa: saggio, eterno, calmo. Rappresentano l’eleganza senza tempo del calcio."

M: "Il primo nome che mi viene è Romário. Basso, creativo, sorprendente. Non ti aspetti che domini — e invece lo fa. Anche Faustino Asprilla — potente, imprevedibile, con quel tocco di follia. E tutti e due sapevano anche far festa — proprio come noi."

Il tuo gol più memorabile in Secret 

R: "Adoro i gol di squadra, soprattutto quando l’assist porta l’azione a un altro livello di emozione. Concludere dopo un passaggio filtrante o un cross esterno che si apre nello spazio — sono questi i momenti che mi restano impressi. Hanno qualcosa di completo, di perfetto."

M: "Ne ho fatti di belli, ma non ho mai segnato un vero colpo di testa in tuffo — una “palomita”, come diciamo in Colombia. È ancora il mio sogno. Il calcio, come Secret, è anche questo: la gioia di ciò che deve ancora accadere."


Kahhal 1871 — Skating the Past and Future of Craftsmanship

Cosa succede quando l’arte tradizionale senza tempo e il design pieno di significato si scontrano con una sottocultura sportiva?

Il Cairo — La prima volta che lo skater egiziano Omar ha fatto scivolare la sua tavola su un tappeto tessuto a mano, la sensazione è stata unica. “I tuoi istinti ti dicono che è sbagliato — non dovresti fare grind su qualcosa di così delicato,” ricorda. “Ma quando chiudi il primo trick, è come sbloccare un nuovo terreno. All’improvviso, tutto ha senso.”

Quel bowl improvvisato? Un patchwork di tappeti artigianali — non semplici tappeti, ma pezzi d’archivio firmati El Kahhal 1871, una delle più antiche manifatture tessili d’Egitto, fondata oltre 150 anni fa. Con un audace balzo creativo, il brand con sede al Cairo ha collaborato con l’agenzia creativa locale Intuition e con un collettivo di skater guidato da Omar per dare vita a ‘150 Years Still Rolling’, una produzione ispirata al mondo dello skate, in grado di fondere il patrimonio tessile egiziano con un’inattesa sottocultura sportiva contemporanea.

Scivolare con una tavola da skate sopra dei tappeti potrebbe sembrare un cortocircuito visivo ed esperienziale. Eppure, in questo progetto risulta una potente metafora — di reinvenzione, di resistenza… di consapevole e funzionale aggiornamento temporale. 

Da opere d’arte a skate spot

Tutto è nato da un mix di curiosità, necessità e contaminazione creativa. “Avevamo un problema di percezione", racconta Mohammed El Kahhal, Managing Director e quinto discendente alla guida dello storico marchio egiziano. "Le nuove generazioni non si riconoscevano in quello che facevamo. Per loro, i tappeti non raccontano nulla di chi sei. E noi volevamo cambiare questa idea. Così abbiamo iniziato a pensare fuori dagli schemi".

Il punto di svolta è arrivato durante un brainstorming. Mohammed e Rula El Kaliouby, fondatrice e CEO di Intuition, hanno iniziato a porsi domande diverse. Cosa succede se si mette in movimento l’artigianato tradizionale? "Mohammed ci ha contattate con una proposta: perché non creare una produzione ispirata allo sport — e nello specifico allo skateboard?" racconta Rula. "E in effetti lo skate era perfetto: fisico, espressivo, creativo — tutto quello che volevamo esplorare".

Con il supporto di una skate crew locale, hanno disteso tappeti su una rampa modulare costruita ad hoc. Il risultato visivo è risultato subito potente: kickflip e grind che attraversavano trame complesse. "Il contrasto era reale", commenta Omar, skater coinvolto nel progetto. "In molti modi era una questione di linguaggio visivo", aggiunge Rula. "Può un tappeto d’epoca parlare a uno skater di ventidue anni? Si può progettare un messaggio che non sia scritto in parole, ma in movimento e immaginario?"

In questo senso, il tappeto è diventato insieme supporto e significato — ha assorbito l’energia dei rider senza perdere la propria memoria. Un punto d’incontro tra un saper fare antico e affascinante, e una subcultura che si nutre di ribellione, estetica DIY e spirito underground.

Sport culture and subculture

Ciò che sta accadendo al Cairo non è un caso isolato. Da Nairobi a Bogotá, da Giacarta a Philadelphia, nuove intersezioni tra design, sport e comunità stanno ridefinendo il modo in cui i brand si raccontano — non più solo come produttori, ma come agenti culturali. 

In Egitto, dove il calcio domina l’immaginario collettivo, sport alternativi come skateboard o surf stanno guadagnando spazio — non grazie alle istituzioni, ma grazie a realtà autonome e ibride come questa. "L’interesse c’è", sottolinea Omar.

"Sempre più persone si avvicinano allo skate, all’arrampicata, al surf. Il problema semmai è la mancanza di spazi. Ma lo skate è magnetico: è creativo, ha stile — e questo lo collega in modo naturale a moda, design, musica. Per questo tante scene si sovrappongono".

Per Mohammed El Kahhal, questa tipologia di sovrapposizione ha radici personali, legate al Beautiful Game. "Ho giocato a calcio in modo serio da ragazzo — club giovanili, allenatori seri, il sogno era quello…", racconta. "Poi sono arrivate altre strade, lo studio e l’azienda, ma quella passione non se n’è mai andata. È parte di come penso, e di come gestisco il brand".

Oggi la cultura sportiva è diventata parte integrante dell’identità in evoluzione di El Kahhal 1871. "Abbiamo già esplorato riferimenti al tennis in alcune capsule collection", spiega. "Per noi si tratta di tradurre l’energia visiva dello sport contemporaneo nella texture del marchio".

Non un rebranding, ma una riscrittura culturale

Nonostante il cortocircuito apparente — tappeti di lusso sotto tavole da skate — ‘150 Years Still Rolling’ non è stato pensato per diventare virale. È stato progettato per parlare su più livelli: a chi fa parte della giovane scena creativa del Cairo, a chi riflette sul design a livello globale, a chiunque si interroghi su come il concetto di ‘eredità’ possa evolvere senza perdere forza.

"C’è molto orgoglio nell’artigianato egiziano", dice Rula. "Ma non vogliamo appiattirlo in un trend. Vogliamo renderlo attivo, tenerlo vivo in modi che hanno rilevanza anche oggi, nel presente". Parte di questo processo, spiega la creativa egiziana, consiste nel non cadere nella nostalgia, ma nel generare cultura contemporanea. "L’eredità ha valore solo se sa parlare al presente".

I tappeti usati per la produzione avevano tra i 30 e i 50 anni, provenivano dagli archivi di famiglia. Alcuni erano danneggiati. Tutti autentici. "Avevano già una storia", sottolinea Mohammed. "Non abbiamo creato oggetti nuovi. Abbiamo attivato quello che esisteva già. Crescendo in mezzo ai tappeti, ho imparato che ogni pezzo racchiude una memoria. Per noi non sono oggetti: sono contenitori di storie".

La prossima ride

Quello che era iniziato come un esperimento isolato sta ora influenzando le future campagne del brand — e aprendo nuovi scenari. "Vogliamo fare di più con la cultura sportiva", afferma Mohammed. "Potrebbe essere lo squash — uno sport profondamente radicato in Egitto eppure poco raccontato fuori. Potrebbe essere qualsiasi cosa, ma deve evocare, raccontare temi non superficiali. Questa è la nostra visione: far evolvere il linguaggio dell’artigianato. Non solo conservarlo, ma espanderlo — tra discipline, generazioni e confini".


Giorgio Armani Superyacht Regatta - Un’Esperienza Velica

Grazie ad Armani, abbiamo vissuto alcuni giorni tra le onde della Sardegna, e abbiamo riflettuto sul rapporto tra eleganza senza tempo e immaginario sportivo

La vela è una pratica ibrida. Tra le onde, i pensieri fluiscono pacati e vorticosi, quanto le correnti che muovono lo scafo. Da un lato, la storia di una disciplina nata per la scoperta, per il superamento dei limiti, e per il commercio cosmopolita. Dall’altro, il recente passato e il presente di uno sport diventato tradizione culturale prima, avanguardia tecnologica e sfida globale poi. Come minimi comuni denominatori, la bellezza dell’esperienza, del senso del presente, della purezza naturale… E dell’eleganza. 

Salpare su una barca a vela marchiata Giorgio Armani equivale a calarsi nella quintessenza di una forma d’arte che, almeno nel nostro caso, continua a riflettere il paradigma sportivo. Equivale a vivere un viaggio senza tempo, dove l’aura di un’eccellenza fashion globale, ma profondamente radicata nella più alta e rivoluzionaria identità creativa italiana, sprigiona tutta la sua potenza evocativa. E la sua classe contemporanea. È un racconto: le liriche note di una canzone d'inizio estate, soffiate dal profilo di Porto Cervo. Le linee del Sørvind, mentre si fondono con la superficie acquatica, divenendo una perfetta passerella per la collezione Giorgio Armani Mare. Chiarezza e fermezza. Grazia e charme costiero.  

Armani e la vela. Alcuni definirebbero questo rapporto un ‘match made in heaven’, noi preferiamo parlare di perfetta simbiosi programmatica ed estetica. Una simbiosi capace di avvolgere ed ipnotizzare. Come un’affascinante regata. Come un ispirato design. Come le immagini scattate durante quest’esperienza velica, che ha permesso all’iconico brand italiano di evidenziare il legame con l’ente One Ocean Foundation. In particolare, con il suo progetto Blue Forest, che Armani sta supportando, al largo della Costa Smeralda, nel processo di riforestazione marina di 50 metri quadri di Posidonia e nella correlata battaglia per la salvaguardia della biodiversità delle profondità sarde. D’altronde, non esiste vela senza piena comunione con la natura, e senza il suo consapevole rispetto.

Giorgio Armani Super Yacht
Dettaglio del Super Yacht Giorgio Armani
Giorgio Armani Mare Pop up Store a Porto Cervo Yacht Club
Dettaglio del Giorgio Armani Mare Pop up Store a Porto Cervo Yacht Club
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht
Giorgio Armani Super Yacht

Photo by
YCCS / Studio Borlenghi


Un moto dell’anima 

Un’ode al light hiking al fianco della visione sostenibile Keen

“Il miglior modo per scoprire la natura è farlo a piedi”, sosteneva un naturalista leggendario (per certi versi controverso) come John Muir, allevato dalla sublime morfologia del territorio scozzese e istruito, come migrante, dalle vaste catene montuose americane. Era la seconda metà dell’Ottocento, e il pensiero umano seguiva processi logici ed emotivi volti alla comunione naturalistica. Cominciò tutto dalla fascinazione nei confronti di un fiore, spiegano ancora oggi le memorie di Muir, poi di un albero, di una specie, infine dell’intero, armonioso, spartito outdoor.

“Venni spinto a volare attraverso boschi e foreste con entusiasmo estremo…”. Nonostante lo scorrere dei secoli, il moto dell’anima alla base del light hiking non è mutato nella sua sostanza, e nella sua potenza lirica. Passo dopo passo, ogni set naturale avvolge chi lo sa cercare, finisce per cullare l’essere umano stesso, traducendo la sua esperienza in una dimensione onirica, dove corpo, mente e anima raggiungono la più semplice, e più complessa, estasi. I sensi si amplificano. La consapevolezza evolve. La natura comunica. Chiede di essere preservata. 

Credits

Keen 

Photographer: Riccardo Romani 

Editor: Gianmarco Pacione

Production: AthletaLab


Il Design Umano dell’Icarus Cup 

Viaggio nel torneo grassroots Icarus e nella sua significativa celebrazione comunitaria

Il design umano dell’Icarus Cup rispecchia quello delle sue maglie, e delle persone che le hanno indossate: una galleria di identità, personalità, storie e percorsi di vita che, intrecciandosi, generano bellezza. Anche quest’anno, Athleta Mag era uno degli sponsor di maglia di questo torneo. 

La piattaforma universale del Beautiful Game ha reso possibile — nel contesto grassroots di Philadelphia, casa del virtuoso progetto di design calcistico Icarus (link) — una conversazione plurale e corale: il risultato sul campo, l’estetica di una divisa, il sapore autentico della condivisione senza filtri… Nel gesto semplice del gioco, può elevarsi la complessità della natura umana. E può affermarsi l’intero spettro delle soggettività che la abitano, in tutta la sua intensità e in tutti i suoi colori.

Ne abbiamo parlato con alcune delle squadre che hanno preso parte al torneo: Detroit Women+, Spicy Meatballs FC e Alexi Flawless FC. Le voci di chi ha dato vita a questi progetti raccontano il potere del calcio nella sua dimensione più sociale, accessibile e radicalmente inclusiva — così come l’importanza di una visione come quella di Icarus, che mette l’identità al centro della maglia, e la comunità al centro del gioco.

Che ruolo ha avuto — e ha tuttora — il calcio per voi e la vostra squadra, al di là dell’aspetto puramente pratico del gioco? 

Detroit Women+: “Il calcio per noi è stato molto più di uno sport — che è già straordinario di per sé. Ma per chi fa parte di Women+ Soccer Detroit, è stato soprattutto uno spazio sicuro, accogliente e stimolante per donne, persone non binarie e trans. Un luogo dove sentirsi a casa, trovare amicizie sincere e costruire connessioni vere — qualcosa che dia un senso profondo di appartenenza. Siamo un gruppo ampio, ma la cosa più bella è vedere come nascano spontaneamente micro-comunità all’interno, attorno a interessi condivisi. Alcune persone hanno fondato un club del libro, altre uno di scacchi. C’è chi si allena insieme il martedì e il giovedì. Il calcio è stato il punto di partenza, ma in realtà è diventato un portale per connetterci in tanti altri modi.”

Spicy Meatballs FC: “Per noi, il calcio è soprattutto una comunità. La nostra squadra non è più giovanissima (l’età media è sopra i 30) e, tra impegni lavorativi e familiari, non è facile trovare il tempo per stare insieme. L’Icarus Cup è diventato un appuntamento fisso che mettiamo in calendario in anticipo e a cui teniamo moltissimo. È un’intera giornata da passare in compagnə, a giocare e a chiacchierare con chi gioca con noi e contro di noi — molto più di quello che si riesce a fare nella solita partita di lega domenicale.”

Alexi Flawless FC: “Per noi è soprattutto una questione sociale! Abbiamo conosciuto tantə persone tra le partite di campionato e l’Icarus Cup, e quasi sempre finiamo tuttə a bere qualcosa insieme dopo le partite.”

Perché avete deciso di creare una squadra di calcio, soprattutto in un Paese dove questo sport non è il più seguito? E com’è avvenuto l’incontro con Icarus?

Detroit Women+: “Il calcio a Detroit è molto presente. Ci sono tante opportunità per gli uomini e per il calcio misto, e alcune donne, persone non binarie e trans vi hanno anche partecipato. Ma non erano spazi sicuri o realmente inclusivi. Giocare con persone simili a te cambia completamente l’esperienza. Dopo un lungo lavoro dal basso, nel marzo 2023 è nato Women+, proprio per creare uno spazio calcistico sicuro, positivo e comunitario. Abbiamo iniziato con delle partite pick-up settimanali, finché una di noi non ha scoperto l’Icarus Cup nel luglio 2023. Eravamo entusiasmatə: c’era una divisione dedicata a donne e persone non binarie — una cosa che non avevamo mai visto altrove. Anche se non avevamo mai giocato una partita ufficiale insieme, ci siamo iscritte. Perché ci siamo sentitə riconosciutə, perché quello spazio era stato pensato per noi. E questo significava tutto. Da allora, partecipiamo ogni anno.”

Spicy Meatballs FC: “Anche se il calcio non è lo sport dominante negli Stati Uniti, in molte città c’è una scena calcistica molto viva, soprattutto tra giovani e adolescenti. Dopo quella fase, molte persone smettono, perché i campionati più seri richiedono troppo tempo per allenamenti e trasferte. Negli ultimi anni, però, sono nati tornei più accessibili, ben organizzati ma meno competitivi. Ho creato la squadra perché volevo continuare a giocare, ma con persone che avessero un buon livello e soprattutto un buon atteggiamento. Una delle cose più belle è stata vedere persone che avevano smesso tornare a giocare, e riscoprire l’entusiasmo per il calcio. Ho conosciuto Icarus tramite Robby, il fondatore: giocavamo insieme in una squadra 7v7. Appena ho saputo che stava organizzando un torneo, ho iscritto la squadra all’istante.”

Alexi Flawless FC: “Volevo fare sport anche da adultə, ma cercavo qualcosa che fosse una vera sfida. Da bambinə facevo sport, ma non il calcio. Però lo amavo: giocavo a FIFA, guardavo le partite in TV ogni volta che potevo. Anche mio fratello minore ha contribuito molto al mio legame con questo gioco. Quando ho deciso di buttarmi in uno sport ricreativo, era chiaro che sarebbe stato il calcio. Abbiamo inventato un nome buffo (un gioco di parole ispirato alla mia giocatrice preferita della nazionale USA anni ’90), e poi ci serviva una maglia. Cercando online abbiamo trovato Icarus: realizzano maglie personalizzate per piccole squadre. È stato un match perfetto.”

Con quale spirito affrontate un evento come l’Icarus Cup? Cosa vi ha spinto a partecipare?

Detroit Women+: “Il cuore della nostra attività sono le partite pick-up due volte a settimana. A volte partecipiamo a campionati, ma sono spesso misti. L’Icarus Cup, invece, ci porta in un contesto più strutturato e competitivo, dove entrano in gioco strategia, adattamento, sostegno reciproco. È una sfida, ma ci aiuta anche a costruire relazioni più profonde. Invitiamo tuttə a partecipare ai tornei, anche chi ha poca esperienza. Per noi è bellissimo vedere persone che non si erano mai considerate “atlete” scoprire il proprio valore in campo. Siamo particolarmente riconoscenti a Icarus e Casa per l’impegno concreto verso l’inclusività. Nel 2023 abbiamo partecipato con una squadra. Nel 2024 con due. Nel 2025 avevamo così tante adesioni che siamo riuscitə a portarne tre! Per non sovraccaricare il torneo di Philadelphia, abbiamo proposto a Icarus di aggiungere una divisione donne/non-binary anche nel torneo di Austin. Hanno accettato subito e hanno lavorato con noi e con San Diego Soccer Women per costruirla da zero. Il risultato? Una divisione inclusiva e riuscitissima. Ci sentiamo davvero supportatə da un’organizzazione che non si limita alle belle parole, ma crea spazi reali.”

Spicy Meatballs FC: “Il nostro spirito è semplice: divertirci. Vogliamo giocare bene, certo, ma anche goderci la giornata e l’atmosfera da festival. L’Icarus Cup ha tutto quello che si può desiderare d’estate: calcio, amicə, cibo e birrette. Impossibile dire di no.”

Alexi Flawless FC: “A essere sincerə… si passa per tutte le emozioni. Prima del fischio è tutto risate e spensieratezza. Ma appena si comincia, parte il rollercoaster. Siamo una squadra “veterana”, quindi affrontiamo le partite con leggerezza, ma appena entra in gioco la competizione, viene fuori quell’istinto da ex-atletə. Il nostro gioco migliore però esce quando siamo rilassatə, quando ci divertiamo. Quello che ci ha spintə a partecipare è stato il desiderio di far parte di qualcosa di diverso, di autentico. Icarus celebra davvero il calcio come uno sport per tuttə — una cosa ancora troppo rara, qui negli Stati Uniti.”

Per Icarus Football, il calcio è sinonimo di design tanto quanto di comunità. All’interno delle vostre visioni, quale ruolo giocano gli aspetti estetici e narrativi delle maglie da calcio? 

Women+ Soccer Detroit: “Il calcio è uno sport comunitario, ma è anche un mezzo attraverso cui le persone possono esprimere sé stessə. Ognunə ha le proprie abilità, i propri dribbling preferiti, ma anche uno stile personale. Le maglie firmate Icarus hanno dato nuova energia alla nostra comunità e ci hanno ricordato quanto sia importante esprimerci anche esteticamente sul campo. Ora, nelle partitelle informali, tantə indossano capi che riflettono il proprio stile personale — e sono entusiastə di farlo vedere. Inoltre, l’impatto di Icarus si è esteso alla comunità calcistica più ampia di Detroit: quando siamo tornatə dalla nostra prima Icarus Cup, le persone del nostro gruppo misto erano entusiaste dei nostri kit. Al punto che diverse squadre locali, che non avevano mai partecipato al torneo, hanno iniziato a creare divise personalizzate. Oggi, tre anni dopo, ci sono sei squadre nella lega co-ed di Detroit che indossano kit Icarus disegnati su misura.”

Spicy Meatballs FC: “Per noi l’estetica e la storia di una maglia sono fondamentali. Il giorno della scelta dei kit per il torneo è come la mattina di Natale. Cerchiamo sempre una maglia che rappresenti la personalità e lo stile della squadra, dentro e fuori dal campo. Negli ultimi due anni siamo anche riuscitə ad abbinarla a uno sponsor perfetto: una trattoria italiana nel nostro quartiere. Personalmente sono appassionatə di maglie da calcio fin da piccolə: le prime che ricordo sono quella dell’Italia del 1995 (Nike, con colletto bianco) e quella iconica della Nigeria del 1998.”

Alexi Flawless FC: “Una delle cose che più amo del calcio sono le maglie. Ogni kit ha qualcosa di unico — soprattutto in Europa — e spesso ha anche un valore simbolico. Può rappresentare una tradizione, raccontare una città o lanciare un messaggio sociale. È una cosa che, ad esempio, il baseball non ha. Per noi, la maglia è fortemente legata alla mia storia personale: la prima si ispirava agli anni ’90 della mia infanzia; la seconda richiama la mia adolescenza, tra punk rock, cultura skate e la mia passione per la Sega.”

Molte delle squadre che partecipano all’Icarus Cup vedono il calcio anche come piattaforma per condividere messaggi più profondi. È così anche per voi? Se sì, quali messaggi cercate di trasmettere?

Women+ Soccer Detroit: “Donne, persone non binarie e trans vogliono giocare a calcio. Punto. Siamo stufə di vedere “divisioni femminili” aggiunte all’ultimo momento nei tornei maschili, per poi sentirci dire: “Nessuna si è iscritta, quindi annulliamo.” Non vogliamo essere un’aggiunta. Vogliamo spazi costruiti intenzionalmente per noi. L’Icarus Cup dimostra che se progetti bene l’esperienza, le persone arrivano. Se invece lo fai solo per dire che “l’hai offerto”, ti sgamiamo subito — e non ci interessa. Dacci lo stesso livello di eventi che organizzi per i tornei maschili, e noi ci saremo. Chiunque può leggere il nostro playbook su come progettare tornei e leghe realmente aperti a donne, persone non binarie e trans. Se vuoi essere davvero inclusivə, devi fare il lavoro. Se non lo fai, il tuo tentativo fallirà. Speriamo che sempre più organizzazioni decidano di impegnarsi davvero, come hanno fatto Icarus Cup e Casa.»

Spicy Meatballs FC: “La nostra squadra non ha un messaggio particolarmente “profondo”. Siamo un gruppo di amicə che ama stare insieme e giocare a calcio. Il nostro nome è Spicy Meatballs Football Club e siamo sponsorizzatə da una trattoria italo-americana: forse il nostro messaggio è semplicemente promuovere la cucina delle comunità italoamericane.”

Alexi Flawless FC: “In parte, sì. Lo condividiamo quando raccontiamo la nostra storia, anche se non lo facciamo in modo esplicito. Alcunə di noi — me compresə — hanno iniziato a giocare da adultə. E la curva di apprendimento può essere molto ripida. Fin dall’inizio abbiamo voluto creare un ambiente senza pressioni, dove ognunə potesse semplicemente giocare, sbagliare, migliorare. E così molte persone si sono appassionate: hanno iniziato a seguire squadre, ad andare allo stadio, a scoprire davvero il calcio. Purtroppo tante squadre amatoriali non hanno questa mentalità: vogliono solo le persone più forti, anche ai livelli più bassi. E questo penalizza chi si avvicina al gioco per la prima volta. È uno dei motivi per cui il calcio, qui negli Stati Uniti, spesso non è accessibile: non è davvero amichevole per chi è principiante.”

Per vedere altri kit progettati da Icarus o per acquistare un kit personalizzato, potete visitare il sito icarusfc.com 


Non c’è record senza cultura - Al cuore della filosofia adidas Running

Alberto Uncini Manganelli, Global GM of adidas Running and Credibility Sports, e Sam Truax, Global Product Manager Adizero Racing, ci guidano alla scoperta dell’heritage e dell’evoluzione moderna del brand, e nel valore di ogni singolo record

Il campus adidas World of Sport di Herzogenaurach è un parco divertimenti per qualsiasi devoto della corsa, una wonderland applicata alla fantascienza dei materiali, delle forme e delle visioni sportive. Non poteva che nascere e stabilirsi in questo paradiso dell’atletica adidas, l’appuntamento annuale ‘Adizero: Road to Record’: un palcoscenico per gli atleti di punta marchiati ‘three stipes’, riuniti in Germania sia per sfidare i propri limiti, e i limiti dell’umanità, che per festeggia l’identità dell’intera azienda. 

Se le Adizero Adios Pro Evo 2, ultimo gioiello running in casa adidas, sono state l’oggetto polarizzante di queste giornate tedesche, altrettanto si può dire della maestosità atletica della community d’elite adidas, manifestata in particolar modo nel record mondiale stabilito da Agnes Ngetich sui 10km. Immersi nell’ipnotico archivio storico del brand, nel suo costante progresso tecnologico e tra la sua rete globale di atleti, abbiamo avuto l’opportunità di raccogliere i pensieri e le opinioni di due figure cardine adidas. 

Sono Alberto Uncini Manganelli, Global GM of adidas Running and Credibility Sports, e Sam Truax, Global Product Manager Adizero Racing. Le loro testimonianze dimostrano come la strada per i record, oggi più che mai, non sia solo un percorso individuale, ma uno sforzo coordinato, un ideale collettivo e una missione culturale, ispirata tanto dal prodotto, quanto dalla grandezza del fattore umano. 

Adidas Adizero Adios Pro Evo 2
Alberto Uncini Manganelli, Global GM of Adidas Running
Road to Records event 2025
Adidas Adizero Adios Pro Evo 2
Adidas Adizero Adios Pro Evo 2

Alberto Uncini Manganelli - Global GM of adidas Running and Credibility Sports

“Sono un ex calciatore: il running, per me, è nato come parte della preparazione atletica. Era una routine necessaria, non una passione. Anzi, dirò una cosa provocatoria: da piccoli, quando giochi a calcio, la corsa è quasi una punizione. Se fai qualcosa di sbagliato, ti becchi due giri di campo. È così che ti entra in testa, soprattutto quando lo paragoni ad altri sport più "di azione". Il running è fatica, disciplina, non divertimento. Poi smetti con il calcio, e qualcosa cambia. Nel mio caso, correre è diventato un bisogno di benessere fisico e mentale. Una forma di equilibrio. I primi tre o quattro chilometri sono sempre noiosi, lo ammetto. Ma superato quel blocco iniziale, arriva qualcosa di diverso: inizio a stare bene, mi sento meglio, mi alleggerisco. Corro per questo, per stare bene, per poter godermi un piatto di pasta ogni tanto, per ritrovare la mia centratura.

Il mio ingresso nel mondo del running non è stato solo personale, ma ha anche toccato l’ambito professionale. Ho attraversato diverse industry, ma sono sempre rimasto legato allo sport, ed entrando in questa categoria ho iniziato ad appassionarmi a tutto di essa: ai dettagli, alla performance, agli atleti, alle competizioni, ai comportamenti dei consumatori. L’interesse si è fatto via via più profondo. Col tempo, e con il lavoro, è diventato passione. Nel campus adidas si respira questo, e la cultura. Si respira la storia di un brand che ha segnato le tappe fondamentali di una disciplina e che continua a farlo. All’interno del nostro Team, questo continuo scambio tra un passato iconico e un presente orientato all’innovazione e alla performance è fluido, naturale. Lavoriamo sulla performance, sì, ma in realtà lavoriamo su qualcosa di più grande: benefici tangibili per ogni tipo di runner, dall’atleta professionista a chi corre al parco.

Quando una scarpa è davvero significativa, allora sì, a mio avviso entra a far parte della sfera culturale. Un esempio concreto? La Adizero Adios Pro Evo 1. È un prodotto talmente eccezionale che la gente fa la fila di notte per comprarlo. In questi casi, capisci che hai superato il confine della performance, entrando in quello della cultura. Da lì nasce l’evoluzione: abbiamo creato versioni più accessibili come la SL, senza carbon rods, pensata per il runner comune. E quella stessa scarpa inizia ad apparire in contesti diversi, innescando un movimento stilistico e culturale. Queste transizioni non si pianificano. Speri che accadano, crei le condizioni, ma non puoi forzarle. La cultura non si costruisce a tavolino: nasce quando un prodotto è talmente forte da generare qualcosa di straordinario. Per noi, quella scintilla viene dalla performance. È attraverso la performance che si innescano nuovi codici culturali.

Il supporto agli atleti rientra in questa visione. Abbiamo una struttura continua, distribuita nei mercati ma anche centrale. Organizziamo attività con i manager, programmi di sviluppo nei Paesi chiave, attività grassroots, training camp... Road to Records, per esempio, è uno di questi momenti speciali in cui offriamo agli atleti strumenti e temi concreti su cui riflettere: dal recupero fisico alla gestione dei social, dalla preparazione mentale alla cultura della performance. L’evento è nato in pieno periodo COVID, quando non esistevano competizioni. Abbiamo voluto creare un’opportunità per far gareggiare i nostri atleti. Ed è diventato molto più di questo. In 5 edizioni ha riunito atleti, retailer, media, creator, community. Le prime due edizioni hanno raggiunto oltre 100.000 visualizzazioni in live streaming — numeri che a volte nemmeno le grandi maratone raggiungono. Nella prima edizione sono stati battuti tre world record. Nella public race di quest’anno abbiamo superato i 200.000 iscritti. Anche qui, numeri superiori a molte maratone famose. Questo ti dice una cosa chiara: funziona.

E funziona perché è autentico. Perché mette l’atleta al centro. I record non sono il nostro obiettivo in sé, ma sono il risultato del lavoro fatto per creare condizioni ideali per chi gareggia. Per questo, quando un nostro atleta batte un record, è un’emozione straordinaria. Loro fanno tutto: il nostro ruolo è dare loro strumenti per esprimere al massimo il proprio talento. Ogni record alza l’asticella, ridefinisce standard, spinge i limiti dello sport un po’ più in là. E questo, per noi, è essenziale. Non so se in queste ore vedremo stabilire, qui, un nuovo record, magari nessuno, magari tutti. Ma la direzione resta: creare innovazione che spinga in avanti il movimento sportivo. Questo è il nostro DNA. 

Altri brand partono da altri presupposti, tutti validi. Ma il nostro nasce dall’atleta, dalla performance, dal desiderio di servire al meglio chi fa sport. E quando la performance raggiunge i suoi vertici, diventa cultura. Noi siamo uno sport brand, e la cultura che esprimiamo è quella che nasce dallo sport vissuto al massimo. Tutto parte da lì. Dalle scarpe chiodate create per Jesse Owens, dai miracoli di Berlino, dalla prima finale mondiale vinta con le scarpe adidas, da quei momenti in cui un record o una vittoria non hanno solo segnato una parte della storia, ma l’hanno riscritta”

Sam Truax – Global Product Manager Adizero Racing

“In questo momento, il nostro obiettivo resta chiaro: vogliamo essere i più leggeri e i più veloci. Non solo per gli atleti d’élite, ma per chiunque abbia l’ambizione di continuare a spingersi oltre, allenarsi, inseguire un obiettivo che abbia davvero significato. Che si tratti di un nuovo personal best, di un record o di un traguardo in grado di ridefinire il futuro del progetto Adizero, è in quella direzione che vogliamo muoverci. Continuiamo a lavorare a stretto contatto con i nostri team di innovazione per sviluppare nuovi prodotti e portare avanti lo slancio costruito con la linea Pro Evo, affermandoci sempre più come leader del settore e restando fedeli alla nostra missione: creare calzature performance, prima di tutto per gli atleti.

Nei prossimi mesi ci aspettano grandi gare, grandi appuntamenti — qui in Germania e nel mondo. Vogliamo essere presenti al fianco dei nostri runner, continuando a progettare scarpe pensate per loro, e lasciandoci guidare da una strategia che si fonda su tre pilastri. Il primo è chiaro: partire dal runner. Qual è il beneficio concreto per chi corre? Cosa si aspetta da noi? Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia, altrettanto importante: come possiamo offrire ad un runner qualcosa che ancora non sa di desiderare? Mi riferisco a quelle innovazioni che sorprendono, che anticipano bisogni e necessità. In fondo, il nostro approccio ruota tutto attorno a questo gioco di aspettativa e scoperta. Quindi, il secondo pilastro è inevitabilmente l’innovazione: utilizziamo i progressi tecnologici per fornire vantaggi tangibili ai runner. Infine, l’espressione del beneficio — rendere visibile, anche esteticamente, la funzione della scarpa. Pensiamo alla Pro Evo: attraverso la tomaia si vedono chiaramente gli energy rods. È un modo diretto per comunicare cosa fa realmente quel modello. 

Il rapporto tra il nostro Team R&D e gli atleti entra in gioco in momenti diversi dello sviluppo prodotto. Nelle fasi iniziali andiamo direttamente da loro, nei training camp, e portiamo con noi il nucleo del nostro Team, per raccogliere feedback direttamente sul campo. È uno snodo cruciale del nostro processo, forse il più significativo. A febbraio, ad esempio, siamo stati a Iten, in Kenya, dove abbiamo incontrato oltre 30 atleti adidas per confrontarci sulle scarpe future e su dove stiamo andando con lo sviluppo. Ma anche opportunità come quella di questa settimana sono fondamentali: in questi giorni abbiamo qui nel campus circa 120 tra i migliori atleti del mondo. Abbiamo passato ore in piccoli gruppi, facendo rotazioni prodotto, ascoltando cosa amano, cosa non apprezzano, cosa usano davvero e cosa manca nei loro toolkit. Il feedback può arrivare in tante forme, ma quello diretto, sincero, da parte di chi vive la performance ogni giorno, è un vantaggio inestimabile per il nostro processo creativo.

Sviluppare nuovi prodotti è il nostro mestiere — non è certo un segreto. Ma se devo dire cosa mi entusiasma di più, sono gli aggiornamenti che abbiamo introdotto nella linea Evo e nella nuova Adios Pro 4. In particolare, una nuova evoluzione del sistema di energy rods, ormai diventato centrale nel supporto di chi corre. Questa tecnologia ha cominciato a emergere nei primi anni 2020, con l’introduzione — da parte nostra e dei nostri competitor — di elementi irrigidenti rinforzati in carbonio. Ma ciò che ci distingue è la forma: siamo ancora gli unici a usare un design con cinque dita in carbonio, che ricalcano l’anatomia dei metatarsi del piede. È un approccio completamente diverso, che conferisce alla scarpa una rigidità molto specifica, direttamente funzionale alla performance. Tutte le nostre racing shoes, oggi, includono questa struttura a cinque dita in carbonio — ed è diventata una firma del nostro linguaggio innovativo.”


CICLISMO, DESIGN, CULTURA: FAEMA E BASSO BIKES

Il flagship Cimbali Group allestito in sinergia da queste eccellenze italiane per la Milano Design Week è un’ode alla cultura ciclistica e a rituali senza tempo, ispirati da design e progresso. Ne abbiamo parlato con Jacopo Bambini, Group Marketing Director Cimbali Group e Leonardo Basso, Marketing & Product Manager Basso Bikes

Il magico pensiero di Gianni Brera sosteneva che la bici di Fausto Coppi, pedalata dopo pedalata, diventasse parte del suo corpo. Il giornalista, o meglio, il poeta soprannominato ‘Giôann’, descriveva questo processo d’assimilazione in modo lirico, dando voce alla sua anima milanese e sublimando uno spirito d’osservazione acuto, figlio delle tanto frenetiche, quanto ispirate, abitudini quotidiane della città-culla del design. 

Il flagship store composto da Faema e Basso Bikes per l’attuale Milano Design Week, in quel di via Forcella, riassume ed eleva queste commistioni di suggestioni, mondi e culture. Macchine del caffè e telai iconici. Rituali e passioni. Il connubio tra queste aziende non è figlio del caso, ma di una nazione, l’Italia, e del suo DNA: del naturale amore per la bellezza e per la condivisione di patrimoni senza tempo, destinati all’eterna celebrazione reciproca. 

80 anni di storia l’una, quasi mezzo secolo per l’altra. Se l’archivio fotografico Faema, qui esposto, non fa altro che immergerci nell’epica ciclistica, dimensione in cui l’omonimo team ha anche avuto modo di sostenere il ‘Cannibale’ Eddy Merckx; le sue macchine, invece, ci conducono all’intersezione della massima artigianalità italiana e del consapevole progresso. E lo stesso vale per le geometrie Basso Bikes, che allungano e restringono ogni fuga prospettica, mostrandosi in tutta la loro potenza artistica ed evoluzione storica. 

Jacopo Bambini, Group Marketing Director Cimbali Group e Leonardo Basso, Marketing & Product Manager Basso Bikes ci permettono di esplorare ancora più a fondo questo ‘match in heaven’, dialogando tra le affinità culturali, estetiche e sportive dei due brand, e calandole in questa speciale settimana milanese. 

Cosa vuol dire oggi tramandare ed evolvere l'eredità aziendale, ma anche l'impatto e la rilevanza culturale, di eccellenze come Faema e Basso Bikes? 

Jacopo Bambini – Group Marketing Director, Cimbali Group

“È sicuramente una missione e, allo stesso tempo, un’impresa molto sfidante. L’heritage del brand Faema, costruito in oltre 80 anni di storia, ha un peso tutt’altro che trascurabile. Siamo riusciti ad ottenerlo anche grazie alla nostra marcata presenza in quello che è stato un ciclismo leggendario. Mi riferisco, per esempio, al legame indelebile con miti come Eddy Merckx. Per questo motivo, sentiamo – e sento anche a livello personale – tutto il valore, la responsabilità conferita dal nostro passato, specie in relazione a un nostro caposaldo: l’innovazione. 

Il nostro è un patrimonio da custodire e valorizzare, dunque, e rappresenta una sfida per il futuro. Non voglio che Faema venga percepito solo come un’eccellenza storica. Vogliamo calare nel presente, e nell’avvenire, le nostre peculiarità: mi riferisco in particolare alla milanesità del brand, alla sua profonda connessione con la vera essenza di Milano, fatta di design e progresso tecnologico. Basti pensare alla macchina E61, nata nel 1961: fu una vera rivoluzione, l’equivalente dell’intelligenza artificiale per le macchine da caffè di allora... Questa storia aziendale, come tante altre, deve spingerci a guardare avanti con coerenza.

La nostra filosofia non ci vuole al centro del palcoscenico. Vogliamo dare spazio alle persone e ai loro talenti. Mi piace dire che è l'utilizzatore, il barista a salire sullo stage, il nostro ruolo sta nel fornirgli gli strumenti migliori per farlo. Questo è uno degli elementi che accomuna Faema a Basso Bikes: così come accade con il ciclista, anche il barista è, in modo differente, un protagonista. Noi siamo al suo fianco, facciamo sì che possa esprimersi al meglio.”

Leonardo Basso – Marketing & Product Manager, Basso Bikes

“Sono nato e cresciuto, letteralmente, dentro l’azienda di famiglia. Dopo diverse esperienze professionali, ci ho fatto ritorno. Non ho sentito il ‘peso’ di dover far parte di Basso Bikes, ma dentro di me ho sempre saputo che il mio destino sarebbe stato questo. Era iscritto nel mio DNA, nelle impronte lasciate dai miei familiari. Oggi porto e portiamo avanti un bellissimo percorso, cercando di attualizzarlo. 

Facciamo le cose nel nostro stile, come piacciono a noi, al meglio delle nostre possibilità. Siamo convinti che, là fuori, ci sia una comunità che vive il ciclismo e il prodotto con la nostra stessa passione. Il nostro compito è quello di restare sempre in prima linea, cercando di costruire un senso di appartenenza attorno a prodotti che – se vogliamo essere sinceri – nessuno ‘deve’ davvero avere. Eppure, c’è chi li sceglie, chi decide di investirci. E lo fa con uno spirito che, a mio avviso, ha qualcosa di speciale. Da ciclista praticante, mi esalta vedere persone che investono il proprio tempo libero – la cosa più preziosa di cui disponiamo – pedalando su qualcosa che abbiamo costruito. Questa è la parte più romantica del nostro lavoro. Ed è anche quella che mi fa sentire pienamente coinvolto, ogni giorno.

Ora, stiamo portando avanti diversi progetti che hanno l’obiettivo di avvicinare sempre di più le persone all’azienda, anche fisicamente: vogliamo invitarle nel territorio di Bassano del Grappa, il nostro territorio, che per noi ha un valore sacro. L’idea, nel prossimo futuro, è di creare spazi autentici, come quello che abbiamo allestito per questa Design Week, dove poter interagire, scambiare idee e condividere valori.”

Proseguiamo sulla connessione naturale tra Faema e Basso Bikes, sviluppata negli ultimi anni ed elevata, durante questa Milano Design Week, da uno spazio espositivo condiviso, ispirato dalla musa ciclistica. Che significati porta con sé questa sinergia?

Jacopo Bambini – Group Marketing Director, Cimbali Group

“Come dicevo, il legame con il ciclismo è sempre stato fondativo per Faema. Credo sia per una ragione tanto semplice, quanto profondamente significativa: il caffè, le macchine da caffè, e il ciclismo condividono un elemento fondamentale, la passione. La passione per la qualità in tazza. La passione per la corsa. La passione per la condivisione di momenti con una comunità, in grado di segnare il tempo, e di diventarne parte.

Faccio un esempio personale di questa commistione culturale: mio zio, Marino Vigna, è stato campione olimpico su pista ai Giochi di Roma 1960. Successivamente, ha assunto il ruolo di Direttore Sportivo del Team cycling Faema, proprio quando correva Merckx. Oggi ha 87 anni, l’ho visto proprio l’altro giorno: abbiamo partecipato ad un evento MUMAC, il Museo della macchina per caffè di Cimbali Group, focalizzato sul Made in Italy. Era appena stato al Museo del Ghisallo. In lui sento una passione incredibile per il ciclismo e per Faema: racconta sempre di allenamenti e corse mitiche, di leggende delle due ruote con cui è entrato in contatto… Queste emozioni pure rappresentano un patrimonio.

Quando guardo foto di un ciclismo epico, immancabilmente appare la maglia Faema. Il ciclismo è nella nostra identità, un’identità che stiamo esponendo qui a Milano, attraverso una galleria fotografica atta a celebrare i nostri 80 anni, in cui ovviamente compaiono anche composizioni ciclistiche. E un’identità che negli anni abbiamo recuperato, ad esempio quando siamo tornati ad essere partner del Giro D’Italia.

In definitiva, credo che un aspetto chiave del rapporto Faema-Basso Bikes sia questo: il rito del caffè diventa, per molti sportivi e ciclisti, come il gesto quotidiano di salire in sella. È un qualcosa che accompagna la vita di ogni appassionato.”

Leonardo Basso – Marketing & Product Manager, Basso Bikes

“La collaborazione con Faema prosegue da oltre cinque anni. Nel tempo, ha dato vita a diverse attivazioni e momenti estremamente significativi. Per Faema, il ciclismo è un valore e un pilastro fondamentale. Ricordo che già mio padre aveva a che fare con l’azienda. Anche mio zio – Marino Basso, campione del mondo nel 1972 – si confrontava con Faema quotidianamente. Da una parte, c’era una grande ammirazione per la squadra. Dall’altra, c’era un enorme spirito competitivo, perché ha sempre gareggiato per team rivali. 

Oggi, Basso Bikes e Faema stanno cercando di diffondere ulteriormente la cultura del caffè applicata al mondo del ciclismo. Stiamo lavorando su mercati emergenti, come quelli asiatici, dove questi temi sono ancora nuovi e stanno attecchendo con forza. L’obiettivo è portare il binomio caffè-bici alle persone, alle community di tutto il mondo. 

Durante questa Milano Design Week, abbiamo deciso di presentarci con un’esposizione che raccontasse le aziende, mettendo in dialogo due prodotti che all’apparenza sembrano distanti, ma che – grazie alla rispettiva storia e al comune contatto con l’universo del design – sono in realtà molto più vicini di quanto si possa pensare.”

Entrando ancor più nel vivo del tema di questa settimana, e osservando le bici, così come le foto e le macchine esposte nel cuore di Milano, che ruolo ha giocato e continua a giocare il design nella visione di Basso Bikes e Faema?

Leonardo Basso – Marketing & Product Manager, Basso Bikes

“L’estetica e il design sono sempre il punto di partenza nello sviluppo di ogni prodotto. Sono componenti fondamentali del nostro approccio e, ovviamente, tengono sempre conto della storia cinquantennale dell’azienda, così come dei suoi prodotti più iconici – alcuni dei quali sono esposti qui.

Viviamo il mercato in un modo molto personale: siamo una delle poche realtà a conduzione familiare rimaste tra i produttori di bici, questo ci consente di portare avanti un percorso autentico, legato alla nostra identità e, di conseguenza, alla nostra interpretazione del design.

Quando esploriamo una nuova direzione, ci ispiriamo al design del passato, a ciò che ha fatto mio padre, cercando però di costruire qualcosa di nostro: oggetti che siano coerenti con il presente e che, allo stesso tempo, continuino ad elevare il nostro modo d’intendere il ciclismo. In Basso Bikes, design e performance vanno di pari passo. In un ciclismo che ha ormai raggiunto nuovi pubblici e ambienti, travalicando la sfera sportiva e divenendo un vero e proprio linguaggio – un modo per comunicare, esprimersi e rappresentarsi –, il fattore estetico non può che giocare un ruolo cruciale. Difatti, pur restando presenti in competizioni ciclistiche di spicco, ora non costruiamo solo e unicamente bici per ciclisti pro: le costruiamo per chi, come noi, crede in una visione diversa della cycling culture contemporanea. 

Abbiamo la fortuna di avere pilastri e fondamenta solide, che ci permettono di restare coerenti. Vogliamo creare prodotti senza tempo, prodotti che sul piano tecnico siamo ai più alti livelli di mercato, aggiungendo poi la nostra distintiva visione estetica. Credo sia questo a renderci rilevanti. Un esempio perfetto di questa sintesi tra passato e presente è la nuova Sempre Veloce, lanciata a gennaio. Quando ho visto il suo design, mi sono emozionato.”

Jacopo Bambini – Group Marketing Director, Cimbali Group

“Il Duomo, simbolo di Milano, è anche parte del nostro logo. Questo ci dice molto: il legame con la città dove Faema è nato è qualcosa di profondo, direi perfino di viscerale. In un momento come la Design Week, quando il design milanese si apre al mondo, la nostra presenza significa rafforzare ancora di più questa connessione. Milano non è solo una città italiana: è un crocevia, un porto di scambio privo di mare. È un punto d’incontro di culture, visioni, approcci diversi. Ed è qui che il design si fa racconto e linguaggio universale.

Per noi il design non è solo estetica, anche se la bellezza ha sicuramente un suo ruolo. Il design, in Faema, significa portare soluzioni all’utilizzatore. Vuol dire ergonomia, semplicità d’uso, funzionalità in grado di garantire una qualità in tazza di assoluta eccellenza. Anche in questo caso, il paragone con le bici Basso Bikes è immediato… C’è poi un altro aspetto che per Faema è fondamentale: la personalizzazione, il vero ‘tailor made’. Non a caso, il nostro payoff è ‘The Art Machine’. Non intendiamo le macchine come oggetti da mettere su un piedistallo, sia chiaro, ma come forme d’arte che possano adattarsi al gusto e al talento di ogni persona. 

Non c’è occasione migliore della Milano Design Week per condividere questo tipo di visione. Parliamo di un momento in cui talenti di ogni tipo, da ogni parte del mondo, si incontrano, si raccontano e cercano di lasciare un segno. In un contesto storico e geopolitico tutt’altro che semplice, come quello che ci circonda, crediamo che anche attraverso il design si possa contribuire a un messaggio di valore, di apertura e di bellezza condivisa.”