Opendoor, dove l’outdoor diventa arte e conversazione virtuosa
Durante la Design Week di Milano, l’outdoor troverà nuova forma e significato nel ‘Giardino delle Meraviglie’, ne abbiamo parlato con l’artista Agostino Iacurci e il curatore Luca Molinari
Lo storico d’arte Wilhelm Fraenger definiva il celebre Giardino delle Delizie dell’oscuro Hieronymus Bosch come “un’utopia, una condizione millenaria che potrebbe offrirsi se all'umanità fosse permesso di tornare nel Paradiso, in uno stato di tranquilla armonia, abbracciando tutta la Creazione”. Le sue parole riecheggiano nel ‘Giardino delle Meraviglie’ firmato dall’artista Agostino Iacurci e voluto da Luca Molinari per la Design Week milanese: uno spazio utopico, per l’appunto, un’oasi tranquilla e armoniosa, che permetterà al pubblico di abbracciare il mondo outdoor in tutta la sua bellezza contemporanea, così come nella sua essenza senza tempo.
Abbiamo avuto l’opportunità di chiacchierare sia con Iacurci, che con Molinari, comprendendo le ragioni e il valore di questo luogo idilliaco, dove door, noto magazine di interior di Repubblica, ospiterà talk, workshop e cultura dal 7 al 13 aprile, trasformando i Chiostri di San Barnaba in luoghi di educazione all’universo outdoor e condivisione sociale. Per l’occasione, abbiamo anche avuto modo di ragionare sul rapporto tra il tema centrale di questa esposizione, l’immaginario sportivo e l’arte contemporanea.




Che ruolo ha giocato lo sport nella maturazione della filosofia artistica di Filippi Iacurci? Che tipo di rapporto hai con il suo immaginario?
Agostino Iacurci: “Nella mia vita sport e arte si sono incontrati in vari momenti e su vari livelli. Sono cresciuto a Foggia, una città a vocazione calcistica. Non mi sono tanto formato nei suoi ambienti calcistici, quanto in quelli politici. Anche in essi, però, il calcio risultava inevitabilmente pervasivo. Tanti di coloro che erano coinvolti nella scena dei graffiti e della militanza ‘extraparlamentare’ avevano dei punti di contatto con il calcio locale. Ho ritrovato la stessa situazione a Roma, dove ho trascorso gli anni universitari.
Il mio percorso professionale è iniziato come designer per brand come Adidas. Per farlo, mi sono trasferito all’estero. Quella scelta ha portato al primo grande shift di prospettive nella mia vita: da un lato, mi ha introdotto ad una dimensione creativa internazionale e mi ha educato al mondo dello sportswear, dall’altro mi ha fatto comprendere che, in fondo, non volevo trattare l’elemento sportivo in quel modo. Lo sport per me è un tema, lo utilizzo come metafora, anche per raccontare il lavoro di un artista. Spesso la gente immagina la nostra professione come un lavoro dei sogni. Come nel caso di uno sportivo, però, è fatto in realtà di una lunga serie di sacrifici. Con una mostra o un’opera specifica raggiungi picchi adrenalinici, come in una gara. Poi, però, devi subito pensare al prossimo obiettivo. Serve disciplina quotidiana.
Soprattutto nella prima fase della mia carriera artistica, mi sono molto concentrato sul wall painting. Questa pratica ricorda, in un certo senso, uno sport estremo. Non arrampichi fisicamente, ma subentrano componenti analoghe come la gestione dell’equilibrio o la percezione dello spazio… Il tuo corpo diventa un’unità di misura: non hai altri punti di riferimento, almeno nel modo in cui io concepisco questa forma artistica. E il corpo, nello sport, è l’unità di misura essenziale. Ho avuto la fortuna di praticare molti sport, quindi questa associazione è abbastanza naturale…”




Entrando nel vivo di Opendoor, come si sta evolvendo il rapporto dell'uomo con il panorama outdoor e quanto l'elemento sportivo sta entrando, effettivamente, in contatto con l'elemento artistico per comunicare ed elevare questo tema?
Luca Molinari: “La domanda è molto attinente al cambiamento epocale che sta avvenendo negli ultimi decenni. Abbiamo a lungo vissuto una sorta di separazione tra l’essere chiusi in casa e stare fuori, nella natura, a respirare e rilassarsi. Per molto tempo, a partire dal secondo dopoguerra, l’outdoor è parso quasi un mestiere.
Oggi, ritengo che la distinzione tra queste dimensioni sia molto meno netta. Le città si stanno popolando di spazi in cui la relazione interno-esterno è molto più ambigua e fluida. Stiamo tornando a vivere in comunità, e mi riferisco anche a comunità digitali che diventano fisiche in determinati momenti, ritrovandosi in spazi aperti. In passato vedevo comunità come i latinos che si ritrovavano al parco per fare grigliate, giocare e condividere intere giornate. Guardavamo a questi fenomeni come se fossero un qualcosa di esotico: in realtà erano modi estremamente interessanti d’impossessarsi di uno spazio pubblico, di usarlo in maniera attiva. Adesso notiamo la necessità generale di replicare quel comportamento, di respirare un’aria diversa, certo, ma anche di stare insieme, di creare contatti e relazioni umane… Questo fenomeno antropologico si combina implicitamente con l’elemento sportivo. Il gioco è divertimento condiviso, ed è cura del proprio corpo: altro tema, questo, che risulta cruciale per la società contemporanea. Grazie allo sport e al gioco, sempre più spazi pubblici e privati riescono a fondersi, anche in modi inattesi. C’è un cambio di paradigma in atto, dove l’utilizzo di un’arte come la pittura, per esempio, permette alle persone di rivoluzionare le prospettive su determinati spazi, trasformandoli in luoghi generosi e trasversali. È decisamente importante.
Ovviamente, dobbiamo sempre tenere presente un distinguo tra la scala delle città. Nelle metropoli, dove i gradi di complessità e di comunità compresenti sono maggiori, la formalizzazione più istituzionale degli spazi risulta, direi, inevitabile. Diventa ben più complesso creare dei progetti, anche solo estemporanei. In contesti metropolitani, rivoluzionare una piccola piazza piena di parcheggi, chiudendola e rendendola, per esempio, un luogo di gioco, è un processo che deve necessariamente arrivare a monte, dalla virtuosa visione a lungo termine della municipalità. Ancora una volta, parliamo di qualcosa che, a mio avviso, è cruciale per la nostra società, oltre ad avere un profondo valore politico.”


‘Il Giardino delle Meraviglie’, che significati si celano dietro questo spazio espositivo e cosa vuole comunicare al pubblico?
Agostino Iacurci: “Come dicevo in precedenza, sono cresciuto in una realtà come Foggia, dove tutta la vita era riversata all’esterno. A casa si stava solo per mangiare e dormire. Le forme d’organizzazione del tempo libero non esistevano, o erano elementari. Quindi, lo spazio esterno diveniva sinonimo d’invenzione giovanile. Mi sono avvicinato al wall painting per questa ragione: i muri, le strade, le piazze altro non erano che spazi d’espressione. Prendevamo queste porzioni spaziali e le ‘colonizzavamo’, tasformandole e qualificandole a gallerie artistiche. Ribaltavamo un paradigma, per l’appunto… E un bene privato, magari abbandonato, diventava un bene collettivo.
Lo spazio outdoor resta per me il primo luogo di espressione artistica, e non solo. È il primo luogo di espressione in senso generale. Nutro un legame speciale con esso, perché l’unione tra architettura e paesaggio ha formato il mio senso dello spazio, dei materiali, del colore, perfino della luce. Chiaramente, in termini artistici bisogna poi sempre fare i conti con il tipo di architettura e di paesaggio con cui si ha a che fare. I Chiostri di San Barnaba non sono un cavalcavia o una piazza qualunque, sono un luogo bellissimo, che ha permesso a me e agli altri artisti coinvolti in Opendoor di esprimerci su vari livelli. Tutti abbiamo deciso di ragionare e di trovare una fil-rouge nell’idea di ‘Giardino delle meraviglie’, di luogo delle delizie.
Sono sempre stato appassionato del filone narrativo e artistico dei paradisi, così come dell’hortus classico, bucolico. E mi ha sempre colpito il fatto che un luogo circoscritto ed ideale sia stato declinato in vari modi e forme. Quello del paradiso, e del giardino, sono concetti che appartengono a tantissime culture, specialmente a quella italiana, fondata sul cattolicesimo. Parliamo di un qualcosa di ampio, controverso, ricco d’ispirazione, storia e criticità... In questo specifico caso, abbiamo deciso di legarlo al gioco, al ludus. Una delle mie prime mostre ruotava attorno al concetto di ‘Homo Ludens’ teorizzato da Huizinga, e Huizinga riecheggia anche nell’impianto generale di Opendoor. Ci sono riferimenti ad artisti come Bosch, un maestro dei giardini delle delizie, ed elementi architettonici elementari, ma fuori scala, pensati quasi come giochi per bambini. La loro simbiosi crea un paesaggio fantastico: un connubio di isole naturali, tracce artistiche e oggetti di design”
Luca Molinari: “Confermo quanto detto da Agostino, aggiungendo una riflessione: la nostra idea è che questo giardino delle meraviglie sia un luogo felice, dove potersi fermare a riflettere collettivamente durante la Design Week. Un luogo pubblico che permetta di creare conversazioni virtuose, consentendo, allo stesso tempo, al design di essere concepito come una cosa per tutti… Nei giardini, basti pensare a quello notissimo del Decameron di Boccaccio, è notorio che ci si rilassi e si possa parlare di svariati temi con le persone più diverse. Vogliamo che Opendoor abbia la stessa funzione. Le persone potranno vivere i Chiostri di San Barnaba attraverso il dialogo, o anche solo fermandosi e ascoltando della buona musica, o ancora partecipando ai festival e ai workshop che organizzeremo.
Il mio lavoro mi dà la possibilità di viaggiare in giro per il mondo e guardo sempre dove le persone si riuniscono e, guarda caso, sono sempre luoghi belli, piacevoli. Ormai tutti parliamo di esperienza. Ecco, io credo che l’esperienza significhi come ci sentiamo in un determinato luogo. Lo spazio può essere inteso come un qualcosa di fisico e materiale, ma anche come un qualcosa di culturale. Può essere il centro di aggregazione per comunità diverse, che possono confrontarsi nella comune condivisione della bellezza. Sostengo che proprio la bellezza dei luoghi possa abbattere moltissime delle tensioni che popolano la contemporaneità. Opendoor vuole anche essere testimone di questo”


Sostenibilità e outdoor sono due dimensioni simbiotiche, è così anche in Opendoor?
Luca Molinari: “La sostenibilità è centrale in Opendoor. Per esempio, vogliamo che le installazioni di Agostino abbiano una seconda vita. Inoltre, ci tengo a sottolineare che abbiamo lavorato seguendo una linea precisa di ‘povertà saggia’. L’industria del design cozza spesso con il problema del consumo della materia, con Opendoor cerchiamo di esprimere una posizione opposta. Ovviamente, tutto è molto complesso e le contraddizioni sono sempre presenti, però abbiamo provato e stiamo provando ad essere il più virtuosi possibile”
Agostino Iacurci: “Parlando di ‘povertà saggia’, io ho iniziato il mio percorso artistico con un’arte povera, elementare, come la pittura. L’ho fatto per mancanza di mezzi, ma ora continuo a perseguire questa forma artistica. In Opendoor sono felice di quello che definirei un ‘understatement’ artistico, svelato in un contesto generale, come l’arte di oggi, dove tutti rincorrono ad ogni costo l’effetto wow. Nei Chiostri di San Barnaba presentiamo quattro sculture primordiali e dei ‘pezzi’ di paesaggio: delle incursioni visuali plasmate dalla volontà e dalla convinzione d’imprimere un senso pittorico a chi li osserverà.
Anch’io, poi, sono dell’idea che il tema della sostenibilità sia ineludibile in questo momento storico, e concordo che sia un argomento veramente ampio. Per esempio, siamo qui a celebrare un evento ma, contemporaneamente, sono convinto che andrebbe ripensato l’intero sistema di eventi. Credo debba essere posta molta attenzione a questo riguardo. Gli eventi consumano le città ed è giusto che ogni organizzatore ponga al centro il tema della responsabilità, della giusta restituzione alla comunità: sia in termini sociali, che di attenzione al futuro degli oggetti utilizzati. Con Opendoor stiamo provando a fare tanto con poco; e a fare in modo che queste nuove sculture abbiano una vita autonoma, in modo che possano sopravvivere all’evento stesso…”


Il claim di Athleta è ‘lo sport è arte e cultura’. Secondo voi qual è lo stato dell'arte dell'intreccio tra immaginario sportivo, design e arte contemporanea? Ha una funzione positiva questa commistione di mondi sempre più accentuata?
Luca Molinari: “Quest’estate sono rimasto ore davanti ai Giochi Olimpici, specie durante la loro cerimonia d’apertura. Per la prima volta non è stata fatta in uno stadio, ma in una città: una città usata in modo visionario. Mi ha colpito la compenetrazione tra arte, sport e senso di collettività. Siamo in un tempo in cui tutti i confini interdisciplinari stanno svanendo. Mi piace fare questo paragone: quando ero ragazzo, non seguivo molto lo sport, eppure prendevo sempre il Guerin Sportivo in edicola, perché era un prodotto innovativo a livello culturale ed estetico. Oggi, magazine come Athleta evolvono ulteriormente questa dinamica ed evidenziano la sempre più costante contaminazione tra sfere e ambiti differenti.
Credo che sia importante l’esperienza estetica ma, affinché essa non venga derubricata a qualcosa di superficiale, è necessario che abbia anche un determinato valore sociale e culturale. Quando la visualità dell’arte si combina con lo sport, inteso come parte integrante di una comunità e pietra angolare della consapevolezza di sé, abbiamo un connubio potentissimo: un mezzo che può dare contenuto, che può determinare il cambiamento. Ecco, la contaminazione di mondi deve avere questi obiettivi ultimi: lavorare d’incrocio vuol dire permettere riflessioni nuove, spalancare le porte su nuovi ambiti, temi, punti di vista… E uscire dal proprio algoritmo”
Agostino Iacurci: “Ho partecipato in prima persona all’evento olimpico, dipingendo la facciata della Casa Azzurra a Parigi. Lo sport italiano ha deciso di farsi rappresentare anche dall’arte nazionale, proprio perché sport e arte condividono la capacità di creare e condividere valori. Sono piattaforme dal potenziale etico illimitato, che possono influenzare, specie i gesti delle future generazioni. Sport e arte hanno delle responsabilità e, contemporaneamente, esprimono le nostre possibilità”


Di antiche tradizioni e sogni futuri: un viaggio Diadora
In occasione del lancio delle Atomo Star, ultima rivoluzionaria scarpa running Diadora, abbiamo avuto l’onore di scoprire l’identità contemporanea di una storica eccellenza italiana, grazie alle parole del Presidente Enrico Moretti Polegato
“Superare i nostri successi è il nostro sogno”, recita una scritta all’ingresso dell'headquarter Diadora di Caerano di San Marco, florida e pacifica provincia trevigiana. Parole firmate da Enrico Moretti Polegato, dal 2009 Presidente dell’azienda e principale fautore della rinascita moderna di un brand sinonimo di cultura sportiva.
Era il 1948, e il laboratorio artigianale Diadora cominciava a produrre degli scarponi da montagna. Sarebbero poi seguiti decenni di trionfi e gloria atletica a tutto tondo, fondati sulla più alta qualità artigianale italiana e sull’iconica riconoscibilità di un’eccellenza-simbolo dello sportswear globale. Poi, la grande fatica. E l’abbagliante rinascita firmata Moretti Polegato: una nuova era forgiata sul legame con il territorio, il rispetto del passato, la comprensione del presente e lo sguardo fisso sul futuro.
Raccontano questo le Atomo Star, mostrando una conversazione sempre in atto, quella tra l’omaggio a prodotti che hanno già segnato, indelebilmente, il panorama sportivo internazionale, e il desiderio di tradurli in aggiornate versioni avveniristiche. E racconta questo Enrico Moretti Polegato, spiegando come tutto, in Diadora, trovi posto nell’oggi solo dopo un sentito ritorno alle origini e una doverosa analisi del domani.
La sua testimonianza ci permette di viaggiare nell’identità, così come di entrare in contatto con il flusso di coscienza di un brand che mai ha necessitato d’introduzioni.





IL TERRITORIO. Dove la saggezza delle Dolomiti e la dolce fertilità delle colline del prosecco si fondono, formando un unico piano sequenza, risiede l’essenza Diadora. Un’essenza fondata sulla tradizione artigianale di un crocevia italiano unico nel suo genere: culla di saperi e ingegni antichi, patria di un hub culturale tanto raro, quanto prezioso, quello delle calzature sportive d’eccellenza. Vigne e casolari si perdono a vista d’occhio, mentre mani e macchinari permettono il dialogo tra suole e tomaie, tramandando quello che pare un atto artistico, più che produttivo, e dando forma a scarpe che non risultano essere semplici oggetti, ma patrimoni collettivi: nuovi, rispettosi capitoli di un’eredità locale contaminata dal mondo, e condivisa con esso fin dal secondo dopoguerra.
“Caerano di San Marco e il territorio hanno un valore fondamentale per Diadora, perché dal 1948 il brand è insediato qui. Siamo in un’area che, storicamente, vanta un know-how d’eccellenza, direi unico al mondo, nella creazione e sviluppo di prodotti sportivi, e delle tecnologie ad essi connesse. Una delle ragioni più consistenti dietro all’investimento fatto nel 2009, e alla conseguente acquisizione di Diadora, stava proprio nel desiderio di non far perdere un patrimonio assoluto a questo territorio. Oggi, l’expertise e la professionalità maturate nell’area attorno a Caerano continuano a dare tantissimo al brand. Dal nostro canto, sviluppiamo l’azienda in funzione del territorio stesso, in modo che continui ad essere fedele alla propria vocazione artigianale e, contemporaneamente, a rinnovarsi e ad innovare la tecnologia del settore. Siamo tra i pochissimi a mantenere ancora una linea produttiva in loco, lo facciamo proprio per non disperdere tutta la conoscenza che si è stratificata, in questi uffici, dal secolo scorso ad oggi”





IL PASSATO. Camminare all’ombra delle gigantografie e delle reliquie sacre dell’archivio Diadora rapisce gli occhi e mette in moto la memoria. Pesano i successi cibernetici di Edwin Moses, l’aura immortale di Ayrton Senna, la bionda monumentalità di Björn Borg. Al fianco della statura morale di Pierluigi Collina e degli stivali da cowboy di Marco Lucchinelli, risplende uno stuolo di eminenze del calcio mondiale: Roberto Baggio e Francesco Totti, con le sue Brasil Italy dorate, su tutti. Il razionale design di un museo vestito a galleria d’arte mostra, senza urlarlo, la maestosa storia sportiva di Diadora e del suo volatile geometrico, emblema di movimento libero. Un logo iconico, come lo status di un brand intriso di magia atletica.
“Un ricordo iconico che conservo del brand è sicuramente legato alle scarpe Diadora ai piedi di Roberto Baggio, durante Italia ‘90. Ero un bambino, ma quell’immagine è ancora chiara nella mia mente. Solo in seguito ho realizzato il reale valore di un simbolo come Baggio per Diadora. Parliamo di un campione nato e cresciuto a poco più di un’ora di distanza da Caerano di San Marco, che ha deciso di rappresentare il territorio ed elevare una sua eccellenza durante tutta la carriera. Rimane ancora un grande senso d'orgoglio e di affetto verso una leggenda che ha attraversato molte volte questi uffici e sarà iscritta per sempre nei nostri annali. Lo stesso vale per la vasta galleria di campioni che hanno rappresentato Diadora durante le loro carriere. A questo riguardo, penso che le foto d’archivio esposte all’esterno e all’interno dei nostri uffici raccontino molto e diano una certa motivazione al nostro lavoro…”






IL PRESENTE. Ufficio dopo ufficio, si dischiude un atelier composito: un raffinato punto di contatto tra ciò che è stato e ciò che potrà essere. Il Direttore Sport & Marketing Gelindo Bordin, maratoneta campione olimpico in scarpe Diadora, e il Global Running Manager Floriano Macchione, ultrarunner prossimo alla Marathon des Sables, guidano un tour votato alla cultura del prodotto e alla sublimazione progressista del Made in Italy. Incarnano lo stato dell’arte di Diadora: una condizione significativa, a trazione familiare eppure affacciata sul mondo, e sui suoi mercati, riassunta nell’equilibrio tra la saggezza dell’esperienza e l’istinto per l’avvenire. A incorniciare sentite testimonianze interne, la plastica figura della neo ambassador Larissa Iapichino: perfetto manifesto della contemporanea miscela Diadora, in grado di mettere in rima intima passione, orgoglio nazionale e ambizione globale.
“Guardare indietro nel tempo è affascinante, ma le emozioni più forti derivano dai successi sportivi del presente. C’è un ovvio senso di responsabilità nel proseguire l’immaginario e i risultati sportivi di Diadora, traducendoli nella contemporaneità. Vedere la giovanissima Larissa Iapichino divenire campionessa europea indoor del salto in lungo, per esempio, è stato un momento di pura gioia. Ero a casa con la mia famiglia e persino le mie figlie hanno percepito la potenza di quegli istanti. Una di loro, dopo aver visto Larissa alle Olimpiadi di Parigi, ha addirittura deciso d’iscriversi in un vicino club di atletica. Ha 9 anni. Sua sorella maggiore, di 14, è invece interessata al design e comprende già l’importanza della ricerca e dello studio in Diadora. Ecco, credo che la nostra forza stia nel creare delle reazioni empatiche, innescate soprattutto dalle gesta sportive dei nostri atleti, e d’instaurare nelle persone un naturale processo di avvicinamento e condivisione di valori con l’azienda”




IL FUTURO. Le Atomo Star transitano tra i macchinari del Centro R&D, laboratorio ipertecnologico posto al centro dello scrigno di saperi Diadora. È il cuore pulsante dell’azienda, l’ultima fondamentale aggiunta ad un battito cardiaco che, dall’avvento della famiglia Moretti Polegato, è tornato ad essere consistente, vitale, come durante i fasti degli anni ‘80 e ‘90. Prototipi, test e dati informatizzati plasmano questo nuovo corso, trasponendo un patrimonio artigianale senza tempo nel desiderio della scoperta, e della rivoluzione. Nell’asetticità digitale, permangono ideali e costumi a base morale: elementi intangibili, che arricchiscono l’alta sartoria sportiva 3.0 Diadora, determinandone l’identità immutabile, ma in costante sviluppo.
“Il passato è un patrimonio. Il presente è una sfida. Il futuro è un sogno. Il segreto sta nel tenere uniti e dare eguale rilevanza a tutti questi mondi che, di fatto, confluiscono in quello che è il nucleo Diadora. Senza il patrimonio, perderemmo la nostra essenza. Senza l’attenzione alle sfide dell’oggi, non continueremmo ad evolverci e progredire. E senza sogni, non avremmo una progettualità, non riusciremmo a costruire. Una strada che stiamo percorrendo e vogliamo continuare a percorrere è quella della stretta associazione ad atleti di alto livello. Queste sinergie non vogliono semplicemente mostrare il nostro logo, ma sono atte a certificare la bontà dei nostri prodotti, delle nostre tecnologie. Inoltre, collaborare con eccellenze dello sport ci consente di ricevere i loro feedback e di migliorare costantemente il lavoro all’interno del nostro centro di Ricerca e Sviluppo. In Diadora, i rapporti personali sono il centro di tutto, e mi riferisco ai rapporti interni all’azienda, a quelli in sede di distribuzione e, in particolar modo, a quelli con gli atleti stessi. Ogni atleta, qui, viene trattato da protagonista: da partner. È la nostra identità. Non deve cambiare”



DI SOTTOCULTURE, SPORT E DESIGN
Il Laboratorio C.P. Company ci ha permesso di parlare del connubio tra design e sport con Craig Martin, Professor of Interdisciplinary Design Studies at Edinburgh College of Arts, the University of Edinburgh, e Adam Thorpe, Professor of Socially Responsive Design at Central Saint Martins
Dopo aver avuto la possibilità di esplorare l’immaginario di Massimo Osti e di C.P. Company, grazie ad una serie di speciali focus editoriali con protagonista Lorenzo Osti, attuale Presidente C.P. Company (qui il primo https://athletamag.com/it/massimo-osti-archive-unoasi-del-progresso-fashion-per-una-biografia-rivoluzionaria/), siamo stati ospiti di una giornata significativa nella sede milanese del brand.
Il Laboratorio C.P. Company ha ospitato due personalità di spicco del mondo del design, accademici dalla profonda conoscenza della materia e, soprattutto, in grado di trasmettere concetti che vanno ben oltre il semplice paradigma estetico, sublimando la connessione tra design e sostenibilità. Sono Craig Martin, Professor of Interdisciplinary Design Studies at Edinburgh College of Arts, e Adam Thorpe, Professor of Socially Responsive Design at Central Saint Martins e Co-Founder dell’iconico brand a vocazione sociale Vex Generation. Il Laboratorio C.P. Company ci ha permesso di parlare del connubio tra design e sport con Craig Martin, Professor of Interdisciplinary Design Studies at Edinburgh College of Arts, University of Edinburgh, e Adam Thorpe, Professor of Socially Responsive Design at Central Saint Martins
Dopo aver condiviso una serie di approfondimenti teorici, ispirando un folto gruppo di studenti internazionali, affascinati anche dalla testimonianza diretta di Lorenzo Osti stesso, e aver condotto un workshop in tipico stile ostiano, queste due autorità accademiche d’oltremanica si sono ritagliate del tempo per entrare nella dimensione Athleta, e per regalarle nuove, preziose prospettive.
Sottoculture, musa sportiva e design sono il fil-rouge di questo brainstorming plasmato da esperienze e passioni personali, così come da incisivi studi e raffinate analisi iniziate, implicitamente, nel turbinio di tendenze degli anni ‘80 e proseguito fino ad una piena, sensibile comprensione della materia.





Entrambi condividete radici e percorsi oltremanica, nella magica culla del football che, nel tempo, si è anche ramificata culturalmente all’esterno del campo, sulle terraces, dove hanno preso forma e si sono palesate una lunga serie di sottoculture, come quella casual, di cui C.P. Company è diventata cardine, insieme a molti altri brand. La vostra maturazione in termini di design quanto è stata contaminata da queste sottoculture?
Craig Martin: “Nel mio caso la contaminazione è arrivata non tanto direttamente dall’immaginario sportivo, quanto dal contatto diretto e pratico con esso. Certo, lo sportswear, come tutti sanno, è importante in UK e il calcio, in particolare, ha dato il là a movimenti sottoculturali, quello casual su tutti. A dire il vero, quando ero un teenager negli anni ‘80 m’interessava, più che altro, riconoscere il ‘disengagement’ tra la funzione primaria di un capo pensato per la dimensione sportiva e il suo utilizzo nelle sottoculture. Ricordo di avere indossato molti oggetti legati al tennis e, soprattutto, maglie da ciclismo. Mio fratello, di 4 anni più grande, è stata una grande fonte d’ispirazione sotto questo punto di vista. All’epoca, gli oggetti ciclistici hanno giocato un ruolo sia nella tarda sottocultura mod, che nella genesi del casual. Ecco, trovo affascinante questo processo: estrapolare le cose dal loro contesto originale e dare loro un nuovo senso, una nuova funzione. In questo senso, lo sportswear è sempre stato un bacino essenziale”
Adam Thorpe: “Anch’io negli anni ‘80 mi sono interessato allo sportswear per motivi analoghi, soprattutto a brand italiani e francesi. Oltre a C.P. Company, penso per esempio a brand come Fila, Diadora, o alle tracksuit dal collo alto di Tacchini, che sono state un punto di partenza per la creazione del Ninja Hi Hoodie di Vexed. Quando io e il mio partner, Joe Hunter, abbiamo iniziato a pensare ad un brand che rispondesse all’incipiente sorveglianza CCTV a Londra, oltre ad altri cruciali temi sociali del periodo, abbiamo attinto da questo tipo di background. Era ovvio che fosse così, perché nella nostra mente Vexed Generation doveva impattare sugli spazi pubblici, sulle strade, e l’estetica casual era estremamente familiare a questi contesti. Concordo con Craig anche riguardo l’utilizzo dello sportswear. Lo indossavamo come streetwear, non pensavamo al suo valore performance. Era una questione di stile, derivata in grossa parte dalla cultura calcistica. Fin da piccolo, ho seguito il Watford e, nella fase adolescenziale, ho assistito ad una serie di fantastiche promozioni che ci hanno portato in First Division. Avevamo giocatori iconici, come Luther Blissett e John Barnes, il manager era Graham Taylor, più tardi sarebbe finito sulla panchina dell'Inghilterra. Pensando a quegli anni, è naturale il legame con un tema che abbiamo trattato anche nel Laboratorio C.P. Company: l’interesse comune, la ‘cosa pubblica’, l’idea di community. Molti degli amici che condividevano con me la passione per il calcio, oggi allenano club di ragazzi e ragazze. Lo sport ha il potere unico di creare un rete di supporto reciproco. Mi piace ragionare sul potere di ciò, e su quello che potremmo fare grazie a questo. C’è così tanto da imparare, apprezzare e trasporre nell’ambito del design…”



Proseguendo questo ragionamento, e continuando sulla flasariga del focus dedicato al rapporto tra Massimo Osti e lo sport (https://athletamag.com/en/sport-through-the-lens-of-massimo-osti/), mi piace evidenziare il processo di assimilazione di brand nati per altre scene/funzioni, per poi entrare in modo dirompente in specifiche sottoculture. Nel caso di C.P. Company, spiegava Lorenzo Osti, le trasferte europee inglesi in terra italiana sono state fondamentali per il dilagare di C.P. nelle strade britanniche. Data la vostra profonda conoscenza accademica, possiamo isolare dei pilastri che hanno permesso e continuano a permettere questo tipo di processo assimilativo?
Adam Thorpe: “Penso che i capi parlino spesso di esperienze, soprattutto di esperienze vissute in prima persona. Nel caso dei tifosi inglesi degli anni ‘80, tornare da città come Milano con un capo Tacchini o C.P. Company poteva equivalere a portare un trofeo a casa. Allo stesso tempo, chi non c’era li poteva indossare per sentirsi parte della community, aspirando ad essere uno di quei ragazzi andati in trasferta… Purtroppo non posso parlare per me stesso: il Watford ha partecipato solo una volta a competizioni europee, la Coppa UEFA 1983-84 (sorride ndr)”
Craig Martin: “La domanda è molto interessante e non ho una risposta concreta. Negli studi delle sottoculture ci chiediamo spesso perché alcuni brand siano stati scelti, ed altri no. Mi piace menzionare un altro tema a questo proposito, ragionando sulla visibilità ed invisibilità dei brand in alcune sottoculture giovanili. A Londra, negli anni ‘80, molte di queste ruotavano attorno a precisi codici stilistici: alcune preferivano brand invisibili, silenziosi, altre quelli molto più visibili e ‘spottabili’. Io ero nell’East London, ad Hackney, e anche Adam può confermare che molti giovani neri camminavano con un solo lato del pantalone risvoltato. Rispettavano, in un certo senso, un codice segreto. Anche il mondo casual calcistico aveva un preciso codice, ma ben differente: patch e loghi di brand come C.P. Company venivano mostrati, avevano una visibilità palese. E questo continua ancora oggi sugli spalti…”



“Stiamo sacrificando il futuro sull’altare della prosperità, senza, in realtà, riuscire a produrre ciò che possa essere di valore”. Questa frase mi ha fatto riflettere sull’estrema sovrapproduzione di maglie da calcio, di cui avevamo parlato anche con Christopher Raeburn (https://athletamag.com/it/game-changers-christopher-raeburn/), e sulle sue ramificazioni. A vostro avviso, qual è lo stato dell’arte del rapporto tra design sportivo e sostenibilità? E ancora, cosa ne pensate di trend come il bloke core?
Craig Martin: “Mi collego a quanto detto in precedenza da una studentessa: produciamo troppe cose. Dobbiamo essere molto consapevoli di questo. Nel caso di una sfera particolare, come quella sportiva, dovremmo chiederci se abbiamo veramente bisogno di tutta questa produzione. Un club calcistico deve veramente produrre così tante maglie ogni stagione? Squadre e brand devono porsi questa domanda. Poi, il calcio ha indubbiamente una legacy e una centralità in questo argomento, ma sono parimenti interessato anche a quello che succede in altre scene sportive, come il ciclismo. Io stesso sono un ciclista. Rispetto al fenomeno del block core calcistico, c’è meno enfasi sulle stesse dinamiche applicate all’industria cycling. Faccio l’esempio di Rapha, che ha iniziato la sua storia come brand tecnico, per poi popolare le strade anche off bike. Sempre più produttori di abbigliamento ciclistico stanno abitando questo spazio. C’è una sorta di comunanza anche tra questo e quello che dicevamo prima, in riferimento a C.P. Company”
Adam Thorpe: “Anch’io stavo pensando alla cycling culture. Vexed Generation è stato fondato in un periodo in cui a Londra la sottocultura fixie stava crescendo e avevamo in mente anche il tema della qualità dell’aria. Eravamo interessati a cosa potesse essere indossato on e off bike. Volevamo creare qualcosa che funzionasse sulla bici, ma che non fosse cycle clothing. Abbiamo collaborato con PUMA a questo riguardo, facendo una collezione specifica, chiamata Urban Mobility. È stato interessante notare il livello di reach di un colosso sportswear. Ed è altrettanto interessante riflettere sul ruolo del design in questi casi: deve servire chi è già praticante di uno sport, o deve avvicinare ad esso chi non lo conosce? Mettere più persone sulla bici in città? Personalmente non lo so. Riguardo le maglie da calcio, sono d’accordo con Craig. So che i club devono produrre guadagni per i propri stakeholder, ma è un problema se ogni anno abbiamo così tanti kit nuovi… Il primo riferimento che mi viene in mente è quello ai device tecnologici, che cambiano caricatori e accessori di versione in versione. Ogni volta bisogna ripartire da zero. Alcune persone amano spendere i soldi in questo modo, ma dove finisce quello che rimane? Dov’è il riciclo o il riutilizzo delle jersey che non vengono usate o vendute? Credo che i club debbano pensare a soluzioni circolari: ad esempio, porti la maglietta della scorsa stagione nello shop ufficiale e hai un grande sconto per la nuova. E, magari, le magliette possono essere prodotte con una monofibra, che permette a quelle vecchie di essere utilizzate per produrre le nuove… Sarebbe molto interessante e permetterebbe di studiare un potenziale grande cambiamento in un ambiente controllato”



Adam, con Vexed Generation avete creato una speciale jersey per i Mondiali in Qatar. Il progetto si chiamava ‘Human 2’ ed era una chiara denuncia sociale. Il design sportivo può anche divenire uno strumento di comunicazione incisivo e tutt’altro che superficiale, oppure è una visione utopica?
Adam Thorpe: “A mio avviso il design ha sicuramente un ruolo in questo spazio, che sia esso legato ai fan, alle organizzazioni o agli atleti. Tanto dentro, quanto fuori dal campo. Nello specifico, il mio partner Joe ha prodotto quella maglia indipendentemente, senza legare il progetto ad altri brand. Voleva unirsi alla conversazione riguardo i diritti umani dei lavoratori in Qatar. Sì, il design deve far parte di tutto questo. Poi, sta all’individuo rispondere a messaggi del genere o meno, ma un designer deve unirsi a questo tipo di conversazioni”
Craig Martin: “Suppongo che l’unica cosa da aggiungere sia la particolarità dell’universo sportivo, e il fatto che dia la possibilità al design d’intervenire in un panorama differente dal fashion mainstream o, comunque, non sportivo. C’è la possibilità d’intercettare pubblici ampi, globali e trasversali. Credo sia una specificità dell’industria sportiva che vada sottolineata”


Concludiamo parlando di atleti. Cosa pensate del loro coinvolgimento attivo nei processi di design e della sempre maggiore fiducia posta dai brand nelle loro intuizioni stilistiche?
Craig Martin: “Penso sia qualcosa di estremo valore. Poco fa ho parlato con un ragazzo che studia Medicina Sportiva, ma che è molto interessato al design ed ha presenziato per questo motivo al Laboratorio C.P. Company. Gli piacerebbe lavorare come product manager nell’industria sportswear. Le sue conoscenze scientifiche potrebbero essere molto rilevanti nello sviluppo di nuovi prodotti. Lo stesso vale per gli atleti. Sono esperti, hanno enormi conoscenze, e trovo che il loro patrimonio tecnico debba essere centrale nello sviluppo di prodotti sportswear. In fondo, non credo sia tanto differente dall’industria aerospaziale, dove gli astronauti vengono costantemente chiamati in causa… Al giorno d’oggi vedo un fit naturale e, in un certo senso, necessario tra atleti e design sportivo”
Adam Thorpe: “Concordo, sono un grande sostenitore dell’approccio compartecipato al design, soprattutto se prevede l’ascolto di persone che sono esperte di un determinato ambito, e dei suoi capi. Una volta Vexed ha collaborato con una charity chiamata Fight for Peace. Lavorano in una favela brasiliana, Mare, permettendo ai giovani di trovare strade alternative al crimine di strada grazie alle arti marziali miste, e hanno fondato un branch a Newham, nella zona Sud Est di Londra. Volevano creare un brand per ottenere fondi e avevano una robusta rete di ambassador tra fighter professionisti. Abbiamo fatto dei workshop con i loro ambassador, concentrandoci sulla performance dei capi, così come su branding e grafiche. Abbiamo fatto attenzione a non ‘glamorizzare’ gli aspetti più negativi connessi alla loro esperienza quotidiana, celebrandone le componenti positive. Il brand ha funzionato e ha permesso a Fight For Peace di fare dei passi avanti. Ecco, anche per questo credo che gli atleti debbano matchare con i processi di design”



RUNMAKERS – ALL TRIANGLES
Julien Traverse e All Triangles sono i primi protagonisti della speciale rubrica di Athleta Mag e Runaway, ispirata dalla running culture contemporanea
In ogni passo di un runner risiede una scelta individuale, ma anche una dimensione collettiva, forgiata dalla creatività, dall'expertise, dal progresso, dall'estetica applicata al più antico, ma al contempo sempre in evoluzione, sport del mondo. Athleta Magazine e Runaway mettono in luce le figure che incarnano la peculiare multidimensionalità del running: i ‘RunMakers’, coloro che hanno trovato in questa disciplina molto più di un semplice passatempo, ma una piattaforma per affermare ed evolvere le proprie visioni, anche sotto il profilo professionale. Sono protagonisti di un settore che, per ogni ‘RunMaker’, è sinonimo di passione, competenza e visione.
Esploriamo il perché insieme al nostro primo ospite, Julien Traverse, co-founder della Brand Creative Agency e Community Hub ‘All Triangles’—una realtà tanto innovativa quanto artigianale, votata all'esplorazione delle nuove frontiere della scena running contemporanea. Grazie all'expertise all-around del team ‘All Triangles’, ogni prodotto diventa un riflesso di consapevolezza storica, ricerca tecnologica, passione attiva e rispetto per l'identità del brand-partner. Ascoltiamo le parole di Julien Traverse.




Quali sono le esperienze personali e i pilastri filosofici alla base di All Triangles?
"Vengo dal sud-est della Francia, a pochi passi dalla costa mediterranea. Fin da giovane, ho avuto una profonda passione per lo sport, in particolare per windsurf e snowboard. La corsa è sempre stata parte integrante del mio allenamento per il windsurf, anche se mai ha assunto il ruolo di pratica competitiva. Anche le scarpe sono sempre state una mia ossessione – ne sono affascinato sin da bambino.
Da 15 anni vivo ad Annecy. Mi sono trasferito qui nel 2010 per lavorare con Salomon, inizialmente con il loro team di snowboard. Sono stato il product line manager per gli scarponi da snow e, dopo un anno e mezzo, sono passato a Salomon Footwear, dove ho gestito il programma lifestyle e fashion per 6 anni. Successivamente, sono passato ad Arc'teryx, che fa parte della stessa company. Il mio ruolo si è evoluto: la supervisione di tutte le categorie di calzature.
Quando sono entrato in Salomon, pensavo che sarei rimasto 2 o 3 anni al massimo. Mai avrei immaginato che sarei rimasto così a lungo. Mi ero promesso che, entro i 35, avrei avviato la mia attività. Anche se fossi stato ancora a Salomon o in qualsiasi altro posto, sapevo che avrei fatto quel tipo di salto. La visione era chiara: ero appassionato di sport e footwear, ma sentivo che le aziende e i loro processi erano in vari modi e forme distanti dal cuore dello sport. Ad esempio, la produzione di calzature in Asia ha i suoi innegabili vantaggi, ma per me lascia spazi vuoti: i creatori non sono coinvolti intimamente nel prodotto. Non si sporcano le mani in laboratorio, non sentono i materiali, né interagiscono con il processo dalla A alla Z.
L'idea di creare il mio studio nasce da queste riflessioni. Volevo riunire tutte le persone che lavorano a un progetto footwear sotto lo stesso tetto, come parte di un unico, coeso team. Oggi, All Triangles è proprio questo, un collettivo di esperti, ciascuno specializzato nel proprio settore: brand design, sviluppo, creazione di modelli, testing e altro. Siamo un team affiatato di 14 professionisti, ciascuno con il proprio set di competenze uniche.
Il vantaggio di fare tutto internamente è stato, fin da subito, il fatto di superare la barriera mentale del rischio. Quando hai un'idea, la progetti, crei un tech pack e lo invii alla fabbrica, c'è sempre un elemento di incertezza. Può accadere che il prodotto sia nuovo e che gli interlocutori non sappiano bene come realizzarlo. Quando noi costruiamo una scarpa, inviamo tutto: la scarpa stessa, tutti i pezzi di ricambio, i modelli di taglio, i materiali e i tech pack. Poi lavoriamo con la fabbrica per replicare ciò che abbiamo già perfezionato. Tutti sono coinvolti fin dall'inizio – dal design al laboratorio. Creiamo prototipi internamente, impiegando diversi mesi. Dopodiché, collaboriamo con le fabbriche per riprodurre il lavoro che abbiamo già perfezionato internamente."




Che ruolo gioca la Outdoor Sports Valley di Annecy per la vostra azienda?
"Ciò che rende Annecy così speciale è la vivace comunità di runner e trail runner che la abitano. Le montagne sono a due passi, rendendo estremamente comodo per gli appassionati di sport all'aria aperta vivere qui. Essere ad Annecy ci mette anche a solo un'ora da Chamonix e da altre località rinomate per la produzione di calzature, un vero vantaggio. Siamo circondati da persone provenienti sia dal mondo dell'alpinismo che dal trail running, il che crea un ambiente stimolante e dinamico. La posizione è ideale, soprattutto perché è un punto di riferimento per i brand outdoor. Con circa 450 aziende legate al settore outdoor nella regione, è comune che fornitori, designer e freelance visitino diversi brand locali. È facile anche per loro passare da All Triangles. Con il tempo, siamo diventati un vero e proprio centro di gravità per la comunità outdoor."
Perché i triangoli come simbolo?
"L'idea dei triangoli è nata quando stavo avviando l'azienda con un amico. Eravamo completamente concentrati sulla strategy brand&marketing e lavoravamo in un minuscolo ufficio di 8 metri quadrati all'interno di un enorme edificio. Le nostre giornate trascorrevano definendo i parametri per la distribuzione, i profili dei consumatori, le identità dei brand... Ovunque guardassimo, continuavamo a vedere triangoli – diventavano parte di ogni progetto in modo naturale. Il mio ex socio diceva spesso che il triangolo è la forma più stabile, sempre equilibrata. Abbiamo pensato che ci fosse qualcosa di significativo in quella forma geometrica.
La parte 'All' è arrivata un po' più tardi. A mio avviso è un modo moderno di dire: 'Lavoriamo con ogni triangolo.' Alcuni in seguito hanno iniziato a scherzare, dicendo che avevo scelto i triangoli perché, vivendo tra le montagne, li vedevo ovunque – quasi come se fossero un riflesso poetico del paesaggio montano. In realtà, si trattava più di rappresentare una piramide fatta di consumatori, distribuzione e tutto ciò che sta nel mezzo. Alla fine, avevamo bisogno di un nome. E questo era disponibile."




Come nasce una collaborazione? Sono le aziende a contattarti direttamente? Se sì, per quali ragioni?
"Non ci siamo mai affidati alla pubblicità tradizionale, né disponiamo di un team commerciale dedicato. Tutte le conversazioni con potenziali partner o clienti sono condotte direttamente da me. Sono principalmente il passaparola e la lealtà a guidarle. Ad esempio, in questo momento stiamo ospitando un summit per atleti di trail running di North Face. Sono incredibilmente fedele a brand come The North Face, che hanno abbracciato fin dall'inizio la visione di All Triangles e hanno sempre mostrato rispetto verso la direzione che abbiamo intraprpreso.
Ciò che ci motiva veramente è comprendere la visione autentica dello sport. Il mio ruolo all'interno dell'agenzia è quello di immergermi il più possibile nella visione del brand e capire con/su/per cosa stiamo lavorando. Oggi ogni negozio è pieno di brand e prodotti, e tutti cercano di portare qualcosa di nuovo. La mia convinzione è che i brand e i prodotti debbano avere un punto di vista chiaro se vogliono distinguersi. Dobbiamo arrivare con il brand giusto, il prodotto giusto, al momento giusto – perché avere la migliore idea troppo presto non vuol dire ottenere lo stesso impatto che può essere ottenuto con la stessa idea nel giusto momento.
Il nostro approccio è più incentrato sul brand che sul consumatore. Ciò non significa che non testiamo i prodotti, anzi... Collaboriamo strettamente con atleti e figure chiave del nostro settore per garantire che tutto ciò che creiamo sia perfettamente in linea e di qualità superiore. È anche nostro compito interagire con loro, ascoltare i loro spunti e tenere d’occhio le tendenze emergenti, così da poter fondere tutto e rimanere sempre un passo avanti."
Che ruolo giocano la vostra conoscenza e passione sportiva in queste dinamiche, così come i contatti con community sportive o singoli atleti?
"Volevo creare uno spazio dove tutti i miei amici del mondo dello sport – che si tratti di snowboard, trail running, parapendio, mountain bike e altro – potessero riunirsi in un unico posto. Ecco perché abbiamo progettato l'azienda con un bar, una lounge, una parete di arrampicata... Siamo anche partner di una palestra nelle vicinanze. Le persone vengono, ci rilassiamo insieme e parliamo. Siamo profondamente radicati nella comunità, mossi da una passione condivisa per ciò che facciamo. È questa combinazione di connessioni, energie e collaborazioni ad alimentare tutto ciò che creiamo.
Utilizziamo ogni prodotto in prima persona, testandolo e perfezionandolo. Il nostro obiettivo è avere un punto di vista distintivo – la nostra personale prospettiva sulle cose. Da lì, ci connettiamo con gli atleti, la nostra community e i brand stessi. Seguendo questo processo, riduciamo notevolmente le possibilità di fallimento."



Lavorare su scarpe da corsa per marchi diversi, spesso concorrenti, crea conflitti o sfide particolari?
"Ci concentriamo su come catturare e trasmettere l’essenza, il DNA di ogni brand al mercato. Quando penso alle emozioni evocate da brand come Patagonia, La Sportiva o Salomon, ognuna di esse suscita qualcosa di diverso. Dobbiamo seguire e rispettare queste emozioni. E dobbiamo selezionare con attenzione i progetti per evitare di trovarci con cose che si assomigliano troppo. In passato, abbiamo lavorato su un progetto per The North Face, e pochi mesi dopo un potenziale cliente si è avvicinato a noi con un brief molto simile. Ho preso la decisione di non intraprendere il secondo progetto."
Il running è sempre più influenzato da mondi e scene esterne. Nel caso della vostra agenzia creativa, quanto è importante l'influenza, la ricerca e lo studio di aree non direttamente legate al running? E qual è la formula segreta per emergere in un campo così sovraffollato?
"L’ibridazione delle categorie, dei prodotti e dei mondi porta sempre ad evoluzioni specifiche, soprattutto quando si tratta di materiali. È qui che investiamo molta ricerca, traendo ispirazione da settori come quello aerospaziale e automobilistico. Oggi, i materiali sono sviluppati da industrie più grandi di quella delle calzature, e noi cerchiamo di spingere i confini della ricerca, includendo in quest’operazione di ricerca anche l’aspetto marketing. Credo sia fondamentale ascoltare il polso del panorama sociale, capire come si sta evolvendo.
Quando guardo all’evoluzione del running, in particolare al suo aspetto comunitario, trovo i recenti step divertenti, perché molte tendenze che vedevamo 20 anni fa stanno tornando. Nonostante coincida con il passato, si tratta, però, di un cambiamento contemporaneo, che sta dando vita a molti nuovi brand. Sta accadendo molto in questo momento, specialmente con giovani che creano brand di abbigliamento e calzature. Oggi, l'accessibilità allo sviluppo delle calzature è migliorata drasticamente, e le persone sono più disposte a correre rischi. È una scena eccitante. C'è anche una grande quantità di contaminazioni in corso. Stiamo assistendo a un nuovo filone, in grado di evolvere la cultura tradizionale, come quelli percorsi da brand come Portal, Roa, Satisfy, Norda o Bandit negli Stati Uniti, e molti altri in giro per il mondo. È sicuramente un periodo affascinante."


Qual è il ruolo degli atleti e dei tester nel vostro flusso creativo e tecnologico?
"Dipende dal tipo di scarpa che stiamo creando e dal suo scopo specifico. Quando dobbiamo testare la costruzione o la durata, gli atleti sono fortemente coinvolti nel processo di sviluppo, poiché corrono molto più della persona media. Tuttavia, non possiamo contare sul fatto che gli atleti professionisti siano a Annecy ogni giorno, quindi abbiamo un gruppo di circa 30-40 tester qui, in loco. Ad esempio, la scorsa settimana siamo andati nel sud della Francia con 10 runner per un test intensivo di durata e durabilità dei materiali. In quattro giorni, abbiamo chiesto loro di correre tra i 150 e i 200 chilometri per testare a fondo il comfort della scarpa. Lavoriamo anche con runner amatoriali e li coinvolgiamo attivamente nel nostro spazio ad Annecy. Organizziamo eventi, comprese sessioni notturne, per mantenere un flow dinamico. Inoltre, mi piace sottolineare il nostro laboratorio, dove raccogliamo, approfondiamo e trasformiamo i loro feedback."
Quali evoluzioni prevedi per la tua agenzia creativa e quali sono i tuoi obiettivi a lungo termine?
"Ho 14 persone che lavorano con me, e questo è il massimo che desidero. Per me si tratta di mantenere la qualità del lavoro e il tipo di ritmo che abbiamo stabilito. Non voglio dividere l’azienda in più team; preferisco mantenere una connessione diretta con tutti. Sono estremamente soddisfatto del processo che abbiamo in atto, e il lavoro che stiamo facendo ora è esattamente ciò che amo. Vorrei mantenere l'azienda piccola, preservando la nostra flessibilità e agilità. La mentalità che ho instillato in All Triangles è simile a quella di un ultrarunner: lavoriamo duramente, ci concentriamo sul compito che abbiamo davanti, e alla fine la soluzione emergerà. Credo nel potere della concentrazione e nel costante perfezionamento di ciò che facciamo. Non siamo visionari. Siamo gente che lavora duramente per concretizzare delle visioni.”

Credits
Ferrari è famiglia
Per il 20esimo anno di partnership tra PUMA e Scuderia Ferrari, abbiamo partecipato ad una ‘riunione di famiglia’ e ne abbiamo raccolto le voci
Dal 2005 ad oggi. PUMA e Scuderia Ferrari hanno festeggiato a Maranello il ventennale anniversario di una partnership ormai iscritta a caratteri cubitali nell’immaginario sportivo contemporaneo. Circondati dal suggestivo ASTG Building e ipnotizzati dai design di Hypercar futuristiche e monoposto leggendarie, abbiamo avuto l’onore di prendere parte ad una preziosa riunione di famiglia, dipinta di Rosso.
Campioni senza tempo e giovani eredi. Maestri contemporanei e professionisti rivoluzionari. In questa elegante festa scandita dal ‘Cavallino Rampante’ italiano e dal felino di origini tedesche, abbiamo parlato con alcune figure apicali del panorama Ferrari, raccogliendo opinioni, ricordi, perfino profonde emozioni. Danzando tra passato e presente, sia individuale che collettivo, abbiamo compreso il valore culturale di questa Scuderia, i capisaldi del nuovo corso Hamilton-LeClerc, le ragioni della gloriosa rinascita nell’universo Endurance e il codice genetico comune all’intera famiglia Ferrari.
Le voci che abbiamo intercettato: Frédéric Vasseur, Team Principal e GM Ferrari, Jean Alesi, leggenda del volante ‘Rosso’, Antonello Coletta, Global Head of Endurance e mastermind del nuovo, scintillante corso Ferrari nel settore, comprensivo di successi storici, come la doppietta ‘23 e ‘24 nella 24 Ore di Le Mans, Pier Guidi e Giancarlo Fisichella, nobili piloti protagonisti del recente exploit endurance.






Frédéric Vasseur sulla propria infanzia motoristica e sul binomio Hamilton-LeClerc
“Quando ho iniziato a studiare all'École supérieure des techniques aéronautiques et de construction automobile avevo già un mio team in Formula Renault. In quei primi anni ‘90 ho lavorato e studiato e in parallelo. Ero già con entrambi i piedi nel sistema, ma l’unico pensiero che avevo era vincere una gara. Poi sono passato all'F 3 e, anche in quel caso, non avevo come obiettivo la F2, pensavo a vincere nel presente. Dopo un paio di buone stagioni, ho iniziato a pensare che avrei potuto fare un altro step. Mi sono sempre piaciuti gli ambienti in cui ho lavorato, l’unico motivo per lasciarli era il prospetto di migliori condizioni generali. Ho seguito questa filosofia lungo tutto il mio percorso. Quando sei parte del mondo racing, il tuo pensiero va inevitabilmente alla Ferrari. Onestamente, in passato mai ho pensato a un futuro in questa Scuderia. Ho solo sognato di poterne far parte.
Non è difficile gestire campioni come Lewis Hamilton e Charles LeClerc. Penso addirittura che, a volte, sia più semplice gestire piloti come loro, rispetto a chi gli sta dietro nella griglia. Ho un lungo rapporto personale con entrambi. Conosco Charles da 14 anni e Lewis da più di 20. Mi aiuta molto il fatto di aver iniziato a lavorare con loro prima che divenissero piloti di questo status. Non mi sento un padre per loro, non abbiamo quel tipo di relazione. È vero, però, che me li ricordo da bambini. Io avevo la loro età attuale ed ero entrato nel business da poco. Oggi potrei essere il loro padre, nei casi di alcuni piloti anche il nonno… Anche per un 7 volte campione del mondo l’inizio in una nuova scuderia può essere difficile. Devi scoprire nuovi software, processi, caratteristiche di ciò che ti circonda. Con Lewis abbiamo condiviso opinioni dal giorno zero. Sono convinto che anche Charles beneficerà della sua presenza: da un lato sarà sollevato di un po’ di pressioni, dall’altro potrà apprendere da un ‘mega’ professionista.
Hamilton e LeClerc sono campioni con il giusto entusiasmo e la giusta motivazione. Sono esigenti, spingono tutto il Team al limite. Cedo nella competizione interna e nel processo di emulazione che si innesca tra piloti e Team, perché la performance nasce da questo. Quando sei in questo business, il primo paragone è quello con il tuo compagno di squadra, ti porta a competere ogni sessione. È successo nelle ultime stagioni, deve succedere anche nella prossima. Abbiamo spazio per migliorare sotto tutti i punti di vista, ma ogni Team vive la stessa situazione. Non si tratta solo del potenziale della macchina, ma di quello che fai con essa. Sarà una lunga lotta, che comincerà con circuiti che presentano grip e temperature estremamente differenti. Al termine dei primi 5 GP avremo una buona fotografia della situazione.”



Jean Alesi sulla Famiglia Ferrari e sulla formula del pilota perfetto
“Per me arrivare in Ferrari è stato un qualcosa di grandissimo. Ero in F1 da solo un anno e mezzo e mi ritrovavo come compagno di squadra un mito come Alain Prost… Poi, l’effetto Ferrari nemmeno è da spiegare… Il ‘Cavallino’ per me è semplicemente tutto. Ero tifoso da bambino, lo sono stato da pilota e tale rimango. Non è solo la mia Scuderia del cuore, è la mia famiglia.
In quanto pilota, la Ferrari ti dà una ‘potenza planetaria’ in più. Lo vediamo con un 7 volte campione del mondo come Hamilton: è arrivato a Maranello con un livello di popolarità altissimo, eppure pare già raddoppiato. C’è un seguito e una passione che non puoi trovare da nessun’altra parte, anche se hai vinto gare e mondiali. Il segreto per maneggiare queste pressioni è rimanere la persona che sei. Il mondo F1 ti può cambiare. Se sei stato scelto dalla Ferrari, vuol dire che sono state apprezzate le qualità che hai dimostrato fino a quel momento. Non le devi cambiare, devi sfruttare l’enorme opportunità facendo il tuo e lavorando nel miglior modo possibile. Penso di averlo fatto dal mio esordio nell’89 ad oggi…”




Antonello Coletta sulla cultura del ‘Cavallino Rampante’ e sull’eccellenza Endurance
“Ho passato tutta la vita nei motori, iniziando a 10 anni. Ho corso fino ai 20, poi ho smesso, sognando di rimanere nell’ambiente. L’inizio è stato in Formula 3, poi ho collaborato con Peugeot e Alfa Romeo e, nel 1997, sono entrato in Ferrari. Sono orgoglioso di questo lungo rapporto: non avviene spesso nelle aziende, specie in un ambito come quello motoristico. Credo la passione abbia giocato un ruolo cruciale in questa scelta. Quando si sono create le opportunità, ho fatto di tutto per non cambiare. Sia perché ho sempre voluto riportare la Ferrari a correre nell’Endurance, vincendo, che per la cultura dell’azienda. Per poter raggiungere certi risultati, bisogna conoscere il contesto lavorativo, cercare di reindirizzarlo quando non sta seguendo la storia o i valori aziendali. L’obiettivo, nel mio piccolo, è stato ed è quello di portare avanti questa filosofia, rispettando ed alimentando il mito Ferrari, così come avendo sempre a mente il nostro Fondatore.
Quando sono salito sul podio di Le Mans, dopo oltre mezzo secolo, ho visto passare tutto davanti. Senza gli sforzi di un Team affiatato, composto di brave persone, non si può raggiungere un risultato simile. In quei momenti metabolizzi questo e molto altro, e ti rendi veramente conto di quello che è stato fatto. Nel 2023 siamo tornati a competere e vincere, l’anno seguente abbiamo addirittura portato 2 macchine sul podio, con un 1º e un 3º posto. È stato ancora più bello: una conferma della solidità del nostro progetto. Sinceramente, mai ho sognato di poter arrivare dove sono oggi. Certo, speravo di poter arrivare ai vertici di un Team qualunque, ma non potevo immaginare la Ferrari. È una soddisfazione impareggiabile, che porta anche con sé una responsabilità enorme. Rappresentiamo uno dei brand più celebri al mondo, il più famoso nell’ambito motorsport… Cerco di fare del mio meglio con estremo rispetto, passione e senso del dovere.
Il fattore che mi ha più aiutato in questa professione è stato quello di avere un passato da pilota professionista. So riconoscere quali pensieri attraversano la testa dei piloti o cosa non funziona a livello tecnico: la combinazione di queste componenti mi porta a non prendere decisioni affrettate, a ponderare, a rimanere calmo in momenti in cui, seguendo solo l’istinto, potrei incorrere in scelte sbagliate. È fondamentale il costante confronto con i collaboratori. Ed è fondamentale la calma. Nella fretta si commettono gli errori e, al giorno d’oggi, è sempre più difficile recuperarli nell’arco di una gara. In epoca contemporanea, una 24 ore finisce con le prime 10 macchine in 50 secondi. Non è più come una volta. Non puoi farti prendere dalle emozioni”


Pier Guidi sull’anima di ogni macchina e sui successi di Le Mans
“Tutta la mia vita è legata alle auto. È quello che ho iniziato a fare da bambino, con i kart, per poi scalare fino all’HyperCar, la più importante che abbia guidato ad oggi. Come molti altri piloti, ho sempre sentito un rapporto particolare con le auto, specie con quelle con cui senti un particolare feeling. Smettono di essere oggetti, diventano come compagne di vita. A volte ti capita anche di parlarci. Chi è all’esterno dell’ambiente può far fatica a capirlo, ma per noi hanno un’anima.
Da ragazzino ho sempre seguito l’Endurance al pari della F1. Entrambi erano degli appuntamenti fissi per me e mio padre. La mia parabola è ovviamente passata per le monoposto, poi mi hanno chiesto di correre con le ruote coperte. Ho esitato, ma mi è sembrata la migliore scelta da fare e si è spalancata una carriera incredibile, che mi ha condotto fino a qui. È una questione di sliding doors, di fortuna. Tutti vogliono correre per la Ferrari: i bambini disegnano macchine rosse, sono il sogno di chiunque. Portare a Le Mans il ‘Cavallino’ dopo oltre mezzo secolo e vincere al primo colpo non è stata cosa da poco… Abbiamo lavorato duramente per riuscirci, giorno e notte, anche le domeniche, per mettere in pista una macchina competitiva. Di quell’impresa rimane un senso di piacere costruito attraverso lo sforzo collettivo”



Giancarlo Fisichella sul rapporto con l’asfalto e le sue evoluzioni
“Ogni bambino sogna di arrivare in F1 e in Ferrari, figuriamoci un bambino italiano… I miei sogni si sono avverati, non potevo chiedere di più. Considerando da dove sono arrivato, sono orgoglioso di quello che ho fatto e raccolto. E sono contento di far parte della famiglia Ferrari dal 2009. In carriera ho sempre pensato che bisogna essere pilota, ma anche uomo-squadra. Mi sono sempre messo a disposizione di compagni e Team. In 14 anni di F1 avrei forse potuto vincere di più, se avessi avuto un altro tipo di atteggiamento, ma sono soddisfatto di quello che ho fatto, degli ottimi risultati individuali e dei vari mondiali costruttori che ho aiutato a vincere.
Quello che ti dà la Formula 1 non te lo dà nient’altro. Entrare a far parte del mondo Endurance e arrivare a vincere una 24 Ore di Le Mans, però, è qualcosa di altrettanto unico. Parliamo di gare bellissime, affascinanti, da vedere. In epoca recente, il livello di squadre, macchine e piloti è cresciuto notevolmente. Sono gare provanti, 24 ore di qualificazioni ti testano fisicamente e mentalmente: è questo connubio che fa la differenza.
Continuo ad amare il profumo dell’asfalto. È la prima cosa che sento quando arrivo in pista: la benzina, le gomme, i freni e le frizioni… Quando mi assento per un periodo più lungo del normale dai circuiti, sento la mancanza del loro profumo. Per questo ‘Il Profumo dell’Asfalto’ è il titolo di un mio libro. È ciò che mi ha sempre accolto. È ciò che mi ha sempre fatto capire cosa volessi”


Il visionario mondo di Gozzilah
Alcuni artisti usano i pennelli, altri le parole, Gozzilah ha scelto di modellare la sua visione attraverso le trame grezze della natura, le linee pulite dell’abbigliamento outdoor e lo spirito libero dell'aria aperta. Non si tratta solo di un progetto o di un'identità visiva, ma di una mentalità in cui arte e movimento si intersecano per sfidare i codici convenzionali
Fin dall'inizio, uno studio creativo tradizionale è sembrato troppo limitante. La natura incontaminata continuava a chiamare, e rispondere a questa chiamata è diventato essenziale. Ogni scalata, ogni corsa, ogni momento trascorso immerso nella natura modella l'approccio di Gozzilah al design, unendo funzionalità, movimento e autenticità. Più che una semplice presenza digitale, un modo di abbracciare la natura come musa e al contempo come linguaggio.
Le sue opere visuali vanno oltre le semplici immagini: fungono da portali per un mondo in cui l'elaborazione artistica incontra l'avventura. In questo spazio, gli indumenti diventano simboli di resistenza e la mente creativa è sempre in movimento, esplorando un'estetica futuristica e al tempo stesso radicata. Gozzilah è sinonimo di autenticità e di uno stile di vita che unisce l'espressione umana alla vastità dell'ambiente esterno.
Gozzilah è uno stato mentale, e coloro che vi si legano, che lo percepiscono veramente, capiscono che è più di un mero progetto creativo: è un vero e proprio testamento.





La vita parallela di un creativo outdoor
“Credo di essere stato un creativo sin dall'infanzia, un po’ come tutti i bambini. La differenza è che i miei genitori l'hanno presa sul serio. Hanno visto in me qualcosa, un istinto per l'espressione visiva, e mi hanno incoraggiato a esplorarla. La creatività è diventata una parte naturale della mia vita quotidiana, dando forma a tutto, dagli studi al lavoro, allo stile di vita. Ancora oggi, mi sento strettamente legato a quel lato giocoso e curioso del bambino che è dentro di me, cosa che molti perdono lungo la strada.
Mi sono trasferito a Parigi all'età di 10 anni, dopo la separazione dei miei genitori. In seguito ho iniziato a studiare alla École Boulle, specializzandomi in interior design in cinque anni, prima di entrare all'Ecole des Gobelins, una rinomata scuola di fotografia e animazione. Non è stato facile entrare, ma ne è valsa la pena.
All'inizio mi sono concentrato sulla fotografia, avendo già sviluppato forti competenze tecniche. Anche per questo ho trovato lavoro come fotoreporter per una rivista, è stata la mia prima vera esperienza professionale. Con il tempo, sono passato al 3D design e alla grafica, lavorando con agenzie e studi creativi prima di passare a collaborazioni freelance con studi VFX internazionali.



Uno status mentale all'insegna dell'outdoor
“Sono nato in una cittadina di montagna fuori Bordeaux e fino all'età di 8 o 9 anni sono cresciuto circondato dalla natura, dove mio padre lavorava come agricoltore, e questo legame precoce con la natura incontaminata mi ha segnato fortemente. Per questo motivo, quasi dieci anni fa, ho lasciato Parigi. Da quando Gozzilah è entrato a far parte della mia vita, mi sono concentrato sempre di più su questo progetto, allontanandomi dalla tradizionale vita da “grafico in studio”, che spesso mi sembra restrittiva.
Ora vivo vicino alla foresta di Fontainebleau, circondato da laghi e pareti rocciose. È un enorme parco giochi dove posso correre, arrampicarmi o semplicemente stare all'aperto. Anche in inverno, mi mantengo attivo almeno due o tre volte alla settimana. In estate, a volte trascorro intere settimane nella foresta, lavorando al mio iPad tra una sessione di arrampicata e l'altra. Questo è Gozzilah al 100%: creare in sincronia con la natura.
Fare sport è essenziale. Credo davvero che sia una parte fondamentale dell'essere vivi. Personalmente, non riesco a stare in una stanza per più di cinque o sei ore senza sentirmi in trappola”.


La combinazione perfetta
“Gozzilah è il luogo in cui la mia mentalità creativa e il mio amore per l'aria aperta si sono finalmente incontrati. La creatività è sempre stata al centro della mia vita, ma spesso si trattava solo di un processo mentale: concettualizzare, progettare, pianificare. Dall'altra parte, c'era il mio bisogno fisico di movimento: arrampicata, corsa, escursioni. Per anni questi due mondi sono stati separati. Con Gozzilah ho deciso di unirli.
All'inizio mi è sembrato rischioso mescolare il lavoro con qualcosa di così personale. Ma, ripensandoci ora, è stata la decisione giusta. Ho passato troppo tempo dietro a uno schermo, scollegato dalle esperienze all'aria aperta che mi ispirano veramente. Gozzilah mi ha riportato a qualcosa di più umano, più istintivo, più vivo.
Non vedo Gozzilah come qualcosa di personale, non sono io. È una visione, una mentalità, un mondo che mi si è rivelato nel tempo. Probabilmente è per questo che riesce a connettersi con le persone. Non si tratta di ego o di autoproclamazione; è qualcosa in cui tutti possono proiettarsi. Il suo anonimato crea una sorta di relazione, facendo sentire le persone parte di qualcosa di più grande. Uno dei miei obiettivi è riunire le menti creative del mondo outdoor, fashion e visual tramite Gozillah".


Il processo rende il lavoro magico
“Quando le persone vedono un'immagine di Gozzilah online, finita, non si rendono conto di quanto lavoro ci sia dietro. Vedono cinque o sei foto, ma di solito ne ho scattate più di 200, provando angolazioni, giocando con la luce, raffinando i dettagli. Ogni editing può richiedere dalle 20 alle 50 maschere su Photoshop.
Ma non mi è mai piaciuto concentrarmi troppo sull'aspetto tecnico perché, per me, rovina la magia. La gente ama Gozzilah per ciò che rappresenta. Se vedessero l'intero processo, il legame non sarebbe lo stesso. Ci sono molti tutorial su YouTube per chi vuole un approccio più “Behind the scene”. Non è questo l'obiettivo di Gozzilah.
Di recente sto esplorando nuove direzioni creative, come ad esempio lasciar vedere vestiti indossati, che accumulano sporco e segni di usura. Questo perché le comunità di arrampicatori sanno bene di questo aspetto e lo percepiscono in modo naturale, da decenni. L'usura dell'attrezzatura racconta una storia e io voglio portare questo senso del ‘trascorrere del tempo’ attraverso l’abbigliamento e inserirlo nelle mie immagini”.


Un approccio responsabile all'abbigliamento outdoor
“Molte persone pensano che l’abbigliamento outdoor sia entrato nel mondo della moda. Per me è l'esatto contrario: è l'industria della moda che è entrata nel mondo dell'outdoor. Ancora oggi, per me la funzionalità viene prima di tutto. Non lo faccio per tendenza. allo stesso tempo apprezzo la mentalità giapponese del costante miglioramento: non c'è un traguardo, ma solo un progresso. Per questo combinare Il design e l'estetica mi è sempre sembrato naturale. Un buon equipaggiamento per l'outdoor deve essere funzionale e visivamente accattivante.
Ciò che non condivido è l'approccio opposto, ovvero portare un'“estetica” outdoor nella moda solo per una questione stilistica. Non mi interessa indossare l'attrezzatura da escursionismo come un trend o usarla per avere un’affermazione sociale. Non si tratta di essere cool, ma di sentirsi a proprio agio con se stessi. Quando incontro qualcuno, spesso riesco a capire molto di lui solo guardando le sue scarpe. Vengono usate per le escursioni o solo per moda? Questa differenza dice molto.
L'industria dell'outdoor si sta evolvendo rapidamente, fondendo innovazione tecnica e creatività. Spero che il futuro si concentri sul riutilizzo dei materiali e sulla sostenibilità. Se riusciamo ad aggiungere una narrazione alla sostenibilità - dando agli indumenti una “patina umana” che mostri la loro storia - possiamo cambiare la mentalità dei consumatori. Less is More: comprare meglio, per comprare meno e sprecare meno”.


Collezionare per la cultura
“Questa parte di Gozzilah è un po' un paradossale: amo l’outwear e colleziono pezzi rari, ma cerco anche essere responsabile. Per me non si tratta solo di possedere oggetti, ma di condividere conoscenze e cultura con la comunità outdoor. Quando ho iniziato, non possedevo tutti i pezzi che vedete nelle foto. Si trattava di uno sforzo collettivo: io ed i miei amici mettevamo insieme le nostre attrezzature per creare più look possibili. Questa esperienza condivisa è stata parte delle fondamenta di Gozzilah.
Fra tutti gli accessori, gli occhiali da sole sono probabilmente l'elemento che definisce Gozzilah. Sono legati all'identità visiva e all'anonimato che mi piace mantenere. Ricordo ancora il mio primo paio di Oakley Frogskins, leggendari e indistruttibili.
Anche adesso, quando i brand mi chiedono di scegliere vestiti dal campionario, sono molto selettivo. Se qualcosa non mi piace, non lo prendo. Tutto in Gozzilah è radicato nella vera esperienza outdoor: arrampicata, trekking, trail running, bicicletta. Lo scopo del outfit viene sempre prima di tutto”.
Continuare a guardare avanti
“Prima di Gozzilah, ho sempre cercato un equilibrio tra creatività, vita all'aria aperta e l’essere un padre di famiglia. C'è voluto tempo, ma alla fine ho trovato questo compromesso. Ora sono in contatto con persone di tutto il mondo, colleghi appassionati di outdoor, brand e riviste. Ogni giorno mi sveglio con messaggi che mi ricordano perché amo fare quello che faccio.
Al momento ho diversi progetti in cantiere. Mi sta trattenendo dal pubblicare contenuti, aspettando il momento giusto. Anche se di solito mi piace condividere le cose subito, quando sono ancora fresche, capisco che ci vuole tempo per affinare le idee e le renderle davvero forti. Ed è proprio questo il senso di Gozzilah: spingersi costantemente oltre”.


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LO SPORT SECONDO MASSIMO OSTI
Per il secondo capitolo del nostro viaggio all’interno del Massimo Osti Archive, le parole del figlio Lorenzo ci guidano nell’intreccio tra sport e design del creatore di C.P. Company, e nella sua legacy contemporanea
Nel primo focus editoriale dedicato al Massimo Osti Archive (che potete leggere qui https://athletamag.com/it/massimo-osti-archive-unoasi-del-progresso-fashion-per-una-biografia-rivoluzionaria/ ), avevamo parlato dei pilastri che hanno scandito e definito la produzione del creativo bolognese: un designer atipico, un outsider in grado di rivoluzionare lo sportswear, e di divenirne umile, ma visionario, padre putativo. Ora, grazie alla testimonianza diretta di Lorenzo Osti, attuale Presidente di C.P. Company, riusciamo a scoprire l’effettivo legame tra suo padre e l’immaginario sportivo.
Osservati dalle Goggle Jacket che assiepano il perimetro dell’Archivio, è inevitabile pensare all’evoluzione C.P. Company, il brand-colonna vertebrale della multiforme parabole ostiana, e alla sua connessione con la cultura casual britannica. Con la galleria umana delle terraces, i verticali gradoni di calcestruzzo che hanno circondato e, in alcuni casi, continuano a circondare i teatri calcistici della culla del Beautiful Game. E con il controverso filone hooligan: critico cosmo sociale sfumato da Margaret Tatcher in quello che oggi rappresenta poco più che un reperto storico, ma un’eterna e intaccata scuola di stile.
Eppure, le memorie di Lorenzo Osti descrivono una biografia paterna molto più complessa di questa tanto celebre, quanto involontaria associazione: plasmano, ironicamente, una retrospettiva sportiva non a trazione calcistica. Attraverso le sue riflessioni, corroborate da romantiche immagini d’archivio, basket, vela e motori diventano pilastri alternativi della vita del rivoluzionario designer bolognese, cresciuto tra i playground di ‘Basket City’, la sua Bologna, il sereno moto delle correnti marine e le rapide forme dell’iconica MilleMiglia. Questi capitoli passionali mettono ulteriormente a fuoco l’essenza di Massimo Osti. Un’essenza dalle forti sfumature sportive.

MASSIMO OSTI E IL BASKET. Non esiste Bologna, o meglio, ‘Basket City’ senza pallacanestro, e non esiste bolognese privo di fede per la palla a spicchi.
“Il basket ha sempre fatto parte della nostra famiglia. Sono cresciuto in mezzo agli amici cestisti di mio padre, come i leggendari giocatori della Virtus e della Nazionale Mario Martini e Piero Valenti. I miei parenti erano tutti virtussini, si andava sempre a Palazzo, a vedere le partite. Io invece mi sono affezionato alla Fortitudo. I tifosi Virtus venivano ritenuti la parte più ‘fighetta’ di Bologna, noi ci sentivamo un po’ più gli ‘underdog’ della città...
Al di là di questo, ricordo che casa nostra era un polo catalizzatore per il fermento bolognese degli anni ‘70 e ‘80. Dal lunedì alla domenica, di sera c’era sempre qualcuno che suonava il campanello. Si mangiava tutti insieme. Il mix di personalità era incredibile: andava da giocatori della Virtus a Lucio Dalla, anch’esso virtussino, o Beppe Grillo, ma anche a persone dai lavori normalissimi. Mia mamma aveva vissuto in una comune a San Francisco, credo che quel tipo di ambiente e quel senso di comunità fossero un po’ frutto delle sue esperienze.
I miei genitori fecero addirittura il viaggio di nozze in Cina, una meta tutt’altro che scontata per il 1975. Per capire meglio la passione cestistica di mio padre, basta vedere le sue foto di quell’esperienza. In una di queste, compare in mezzo a tantissimi ragazzini cinesi e cosa fa? Gioca a pallacanestro. La stessa situazione compare anche negli scatti di un altro viaggio familiare, in Costa Rica: in quel caso siamo io e lui in un playground... A Bologna, poi, ha anche ristrutturato un campetto, mettendoci i canestri. Il basket è stato importante nella sua vita”

MASSIMO OSTI E LA VELA. Il mare come dimensione più serena nella caotica e stressante confusione degli ingranaggi fashion.
“La vela ha dato moltissimo a mio padre. La sua vita era principalmente scandita dal lavoro e dallo stare in barca. Molti dei miei ricordi sono ambientati tra le onde… Comprò la prima barca in legno nel 1984. Era scomodissima, quasi scassata, ma estremamente affascinante. La conservo ancora, così come conservo le sue infinite storie. Gli aneddoti vanno dai viaggi con Andrea Pazienza, Monica Bellucci e altre celebrità, figure che la gente osservava incredula su quella piccola barca di legno, a un fulmine preso durante la navigazione…
Mio padre non è stato un marinaio, almeno non nel senso stretto del termine. E non ha vissuto la vela come uno sport. Al timone passava poco tempo. Era una persona introspettiva, meditativa: stare in mezzo al mare lo liberava del caos, del ‘rumore’ della sua professione. Il suo rapporto con la vela ruotava attorno al desiderio d’isolarsi, gustandosi la natura e, allo stesso tempo, condividendo del tempo di qualità con persone di cui aveva stima.
Ricordo una sola regata. Eravamo in Sardegna per una vacanza estiva. Nessuno tra noi era in grado di partecipare ad una gara, ma alcuni insistettero e decidemmo d’iscriverci. Un nostro amico, ospite a casa, disse che avrebbe contattato un suo stretto conoscente, che casualmente si trovava in Sardegna per le vacanze. Si presentò poco dopo Francesco De Angelis, leggendario timoniere napoletano e primo non anglosassone a vincere la Louis Vuitton Cup, con Luna Rossa. Il resto dell’equipaggio era composto da me, alcuni amici e persone che sapevano veramente poco di vela sportiva… De Angelis cominciò a darci indicazioni sottovoce, con estrema gentilezza. Il suo approccio mi sorprese. Arrivammo primi con una mezzoretta di vantaggio sui secondi… Fu un’esperienza assurda, che mi fece comprendere il talento di un atleta velico di altissimo livello.
Nel tempo abbiamo avuto diverse barche. La ‘Coast to Coast’, per esempio, venne chiamata così in omaggio ad una linea che aveva prodotto. Fu vittima dell’uragano Hugo, nel ‘91: finì completamente distrutta su una collina. Poi arrivò uno Swan 65, due alberi, che mio padre chiamò allo stesso modo. Io ho proseguito la tradizione familiare. Dopo la morte di mio padre, ho ristrutturato la nostra vecchia barca in legno. Non l’ha mai voluta vendere, ci era affezionato. Ora provo a vivere la barca come faceva lui: mi interessano le sensazioni che provo. Sento, fisicamente, qualcosa che mi svuota e riempie allo stesso tempo”




MASSIMO OSTI E I MOTORI. Tra design automobilistico e fashion prevalgono le affinità, e risiede la filosofia estetica di un visionario innamorato della MilleMiglia.
“Le macchine sono un’altra enorme passione di mio padre. All’apice di questa fascinazione, ha avuto una Jaguar Daimler Double Six: una macchina enorme, seguita, curiosamente, da una Micra. Gli piacevano i motori in generale, per la bellezza del loro design, delle loro forme... Per tantissimi anni ha anche avuto un Porsche 356 gialla banana.
La MilleMiglia era uno dei suoi appuntamenti preferiti. Erano sempre giornata felici, quando passava per Bologna. Per qualche tempo pensò anche di correrla… Purtroppo i ritmi professionali non glielo permisero. Strinse, però, un accordo di sponsorizzazione con C.P. Company: a suo avviso, il brand all’epoca aveva molte affinità con quest’evento. Da questa sinergia nacque l’iconica giacca MilleMiglia, sinonimo di Goggle Jacket, ed un libro fotografico, dove è protagonista la lente di mia madre. Tornando ai processi creativi di mio padre (che avevamo descritto all’interno del primo focus legato al Massimo Osti Archive ndr), anche in questo caso le foto vennero prima fotocopiate e poi inserite nella pubblicazione: questo processo dava una patina ‘vecchia’, di ‘usato’, che lo ha sempre stuzzicato.
L’introduzione del libro è firmata proprio da Massimo Osti. Nelle sue parole associa l’automobile all’abito, la definisce come un oggetto che stabilisce l’identità del proprietario. Per lui la macchina era un ritratto dei gusti e degli stili di vita di ogni persona. Apprezzava la capacità dei designer dell’epoca di coniugare funzionalità ed estetica con disinvoltura e fantasia. In questo dualismo tra motori e moda ha sempre trovato una connessione reale, tangibile…”

MASSIMO OSTI E IL CALCIO. La lunga storia di un involontario, ma naturale padrino per la cultura casual e per l’intero mondo terraces.
“Ogni volta che Massimo Osti e i suoi brand vengono associati al calcio mi fa un po’ sorridere, perché in famiglia siamo tutt’altro che calciofili. Mi hanno perfino raccontato che mio padre non vide la finale dei Mondiali ‘82, perché stava lavorando su una collezione nella stanza accanto. Quando gli comunicarono la vittoria dell’Italia, non si alzo neanche e commentò solo con una battuta che possiamo parafrasare con “solo fortuna!”
Siamo stati a lungo all’oscuro dell’impatto che la sua figura aveva avuto sulla ‘terraces e casual culture’ e sull’estetica del tifo d’oltremanica. Lui non viaggiava e non parlava inglese, quindi ci arrivavano solo informazioni saltuarie, nulla di preciso… Il lavoro sul suo Archivio e l’apertura di canali social ha cambiato tutto. Abbiamo iniziato a trovare gruppi dedicati a mio padre e ai suoi brand. I suoi design erano entrati, a tutti gli effetti, nel mondo a trazione hooligan: una sorta di culto. La gente pubblicava addirittura foto di cover e spille con la sua faccia. Ho iniziato a parlare con alcune di queste persone, ad invitarle a Bologna, e da quel momento il ‘pellegrinaggio’ nel Massimo Osti Archive è continuato. Arrivano persone stupende, ragazzi degli anni ‘80 che oggi si vedono regalare il viaggio e l’esperienza dalle mogli: condividendo del tempo con loro, ho potuto apprezzare la loro passione e sentire la reverenza che hanno nei confronti dell’immaginario creato da Massimo Osti.
Ovviamente questo tema mi ha incuriosito e l’ho approfondito. Ho scoperto che il legame tra la sottocultura del tifo british e brand come C.P. Company nasce negli anni ‘80, grazie alle trasferte europee di grandi club inglesi, soprattutto del nord del Paese, come Liverpool e Manchester United. Immagino la scena di questi tifosi che partivano da un noto distretto tessile in piena recessione, una zona grigia e piovosa, per raggiungere città come Milano, dove trovavano figure come i ‘paninari’... C’è una dicotomia forte in questa scena. È un incontro distopico. Alcuni libri sostengono che i tifosi abbiano iniziato a notare la lassità della sicurezza nei negozi italiani, e abbiano iniziato a rubare i capi che vedevano indossare ai loro coetanei. Da quel momento, nacque una vera e propria tratta sotterranea, un commercio di capi rubati, distribuiti o rivenduti al ritorno. Chiaramente non sono solo i marchi di mio padre ad attirare i tifosi: questo processo porta prima alla creazione di un vero e proprio ‘sistema’ organizzato, poi allo sdoganamento commerciale dei brand maggiormente usati sugli spalti.
Ad un certo punto, mi sono anche domandato perché le creazioni di mio padre abbiano avuto così tanta rilevanza in questa dinamica. Credo ci siano due aspetti, che si evidenziano soprattutto in C.P. Company: il primo è quello funzionale, i suoi design erano perfetti per coprire il volto, quindi c’era una funzione pratica, d’uso; il secondo è la prossimità dell’estetica ostiana con quella della working class. Mio padre lavorava con gli archetipi degli abiti da lavoro. Questo fatto finiva inevitabilmente per risaltare agli occhi di un tifoso inglese che, per esempio, poteva indossare versioni nobilitate di giacche da carpentiere... I capi di mio padre risultavano familiari ai protagonisti di questa sottocultura”
C.P. COMPANY E IL BEAUTIFUL GAME. La legacy calcistica di Massimo Osti prosegue nel corso contemporaneo del suo brand-cardine e nella visione del figlio Lorenzo.
“Alla luce di quanto detto, il recente riavvicinamento di C.P. Company al calcio è stato naturale. Il collegamento è così autentico… Devo aggiungere che la comunità terraces e casual, preso atto di tutte le sue sfumature, anche quelle più negative, va ringraziata per aver tenuto in vita il brand in anni particolarmente duri. Ci sembrava corretto celebrare questo rapporto e stiamo provando a farlo associandoci con realtà calcistiche dalla profonda sostanza.
Mi piace fare l’esempio del Manchester City, un match perfetto per la sua autenticità. È una squadra di Premier League dalla storia secolare che, al netto delle sue evoluzioni moderne, ha alle spalle un percorso tutt’altro che vincente, plasmata e sostenuto da persone veramente legate alla città di Manchester e a questa fede calcistica. Inoltre, c’è una similitudine forte tra Manchester e Bologna: sono due poli industriali, con note università e notevoli scene musicali… Ci sono connessioni veramente interessanti.
Sinergie con squadre come il City, o lo stesso Bologna, evidenziano la volontà di aumentare il nostro brand awareness contemporaneo, toccando una colonna portante del percorso C.P. Company, che abbiamo recentemente scoperto aver contaminato perfino l’Indonesia: in uno degli ultimi numeri del nostro mag, Arcipelago, è ritratta la comunità casual-calcistica del Paese asiatico, un quadro sociale popolato da Goggle Jacket nella stragrande maggioranza contraffatte.
Oggi, posso dire che nella vision C.P. il calcio non rappresenta i soli 90 minuti, ma un’esperienza d’intrattenimento molto più ampia: vogliamo continuare a seguire questa prospettiva e questa direzione…”

GRLSWIRL - Uno skate virtuoso per una community globale e libera
Dopo lo speciale focus di Athleta Mag Issue 8 abbiamo esplorato le più recenti evoluzioni della vision GRLSWIRL, una virtuosa community skate nata a LA, sbarcata in Europa e destinata ad avere un impatto su tutto il mondo
“We see a world where skateboarding is the tool for transcending barriers and of unification of the people”. Lo skate può essere un potente strumento di connessione e scoperta, individuale e collettiva. Può essere un elisir umano puro, una divertente miscela sociale in grado d’influenzare prospettive, emozioni e vite ad ogni latitudine. Quella che può sembrare una mera descrizione teorica, un esercizio di stile dai tratti utopici, è in realtà la formula magica GRLSWIRL.
Avevamo ritratto e raccontato questa speciale community poco dopo la sua nascita a Venice Beach, avvenuta nel 2018, pubblicando uno speciale reportage all’interno di Athleta Magazine Issue 8, scattato da Giulia Fassina. Siamo tornati a trovarla oggi, dopo una lunga serie di evoluzioni e ramificazioni che hanno toccato anche il Vecchio Continente, sviluppando capitoli addirittura a Lisbona, Parigi e Copenaghen: un viaggio cosmopolita, che sta riuscendo a unire persone di tutto il globo attraverso lo skate, permettendo loro di sentirsi parte di una vasta famiglia, priva di pregiudizi e negatività.
La testimonianza di Kelsey Harkin, una delle co-founder GRLSWIRL, illustra la consapevole e inarrestabile ascesa di questa community, o meglio, di questo movimento che ha ormai raggiunto una dimensione globale, evidenziando la sua capacità unica di avere un impatto positivo tanto sul presente, quanto sul futuro d’intere generazioni.





Da Venice al mondo: un’ascesa poliglotta e multiculturale costruita su uno skate a vocazione sociale
“Abbiamo iniziato a Venice, California, eravamo un gruppo di amiche legato allo skate. Pensavamo fosse solo qualcosa di divertente da fare insieme, qualcosa che non ruotasse attorno a feste o spese economiche. A quel tempo, lo skate era percepito come un ambiente molto maschile, anche se c’erano alcune incredibili skater sulla scena. Così, quando siamo arrivate, un gruppo di giovani donne-skater, è stato un vero shock per molti. All'inizio definivamo GRLSWIRL una ‘sisterhood’, era un ambiente molto incentrato sulla componente femminile. Volevamo creare uno spazio in cui le donne potessero riunirsi senza essere giudicate o sentirsi intimidite da ciò che gli altri consideravano ‘la norma’ nel mondo dello skate.
Negli anni, ci siamo evolute in qualcosa di molto più grande. Abbiamo visto questa trasformazione nelle nostre comunità all'estero, in capitali come Lisbona, Copenaghen e Parigi. Queste community sono incredibilmente dinamiche, riuniscono un ampio ventaglio di persone. Non siamo più solo una ‘sisterhood’; siamo diventate un vasto collettivo di persone che vogliono semplicemente sentirsi parte di una community che fa qualcosa di divertente. Oggi siamo ancora fondate e guidate da donne, ma accogliamo persone di tutti i generi e pronomi nella nostra famiglia.
Abbiamo sviluppato otto capitoli nel mondo: quattro negli Stati Uniti, e poi a Parigi, Lisbona, Copenaghen e Città del Messico. Abbiamo anche una comunità online in forte crescita, che connette skater in migliaia di città in tutto il mondo. Oggi contiamo oltre 10.000 membri che fanno parte di GRLSWIRL Online e che riescono a collegarsi in varie parti del globo. È un traguardo enorme per noi, perché, pur avendo capitoli fisici in tutto il mondo, eravamo consapevoli del fatto che non stessimo offrendo alla totalità dei nostri membri un’esperienza comunitaria. La piattaforma GRLSWIRL permette loro di creare degli spazi di skate, e il fatto che sia supportata dal nome del nostro collettivo aggiunge un certo livello di sicurezza, oltre ad aumentare le connessioni tra persone che non si conoscono.
Ci chiedono spesso se apriremo nuovi capitoli. Siamo molto selettive su dove e come espanderci. Vogliamo assicurarci che tutto sia perfettamente allineato e che le leader dei capitoli siano veramente impegnate nella costruzione di una community. Fortunatamente, ad ora, abbiamo leader straordinari in tutto il mondo. Quindi sì, siamo alla costante ricerca di nuovi capitoli. Probabilmente ne arriveranno alcuni già quest’anno”





Autenticità, comunità e valori: l'evoluzione di GRLSWIRL come un viaggio ispirato, dove competizione e giudizio lasciano spazio a condivisione e libertà.
“Uno dei complimenti che riceviamo più frequentemente è che siamo rimaste fedeli ai nostri valori fondativi e alla nostra missione: mettere le persone sullo skate in tutto il mondo. È vero, ci siamo espanse: ora produciamo le nostre tavole con Carver, offriamo protezioni specifiche con Triple 8 e vendiamo merchandising, ma tutto ciò che facciamo è pensato per supportare direttamente la nostra missione e la nostra visione. Se qualcosa va contro i nostri valori, semplicemente non lo facciamo. Questo è ciò che rende GRLSWIRL ciò che è.
Quando si tratta di collaborare con i brand, se non condividiamo i pilastri fondamentali come il restituire qualcosa alla comunità o la sostenibilità, non collaboriamo con loro. Potrebbero essere i leader del settore e offrirci ogni cosa, ma se non condividono i nostri valori, restiamo ferme sulla nostra posizione. Credo che questo venga apprezzato dalla nostra comunità: ci conferisce una certa credibilità di strada. Facciamo quello che ci sembra giusto, e ci assicuriamo che tutto ciò che facciamo sia guidato dalla nostra missione, oltre che focalizzato sul concetto di community.
Quando abbiamo aperto i capitoli europei e ho incontrato di persona le leader delle varie sezioni, ho potuto vedere come le comunità stessero mettendo radici e crescendo in città differenti come Parigi, Orange County, Copenaghen, Lisbona… È divertente pensare a quanto questi posti siano così diversi tra loro... Anche se alcuni di essi sono geograficamente vicini, ogni comunità ha la propria vibes. Lasciamo che siano le leader a guidare il modo in cui organizzano gli incontri, le skate session e gli eventi. L’obiettivo è assicurarsi che ogni città porti con sé lo spirito di GRLSWIRL, lasciando allo stesso tempo che le caratteristiche della comunità locale emergano. Quindi, sebbene ogni comunità sia diversa, tutte condividono quel fil-rouge che è GRLSWIRL.
Le persone che si uniscono a GRLSWIRL cercano uno spazio accogliente, una zona priva di giudizi, un luogo dove costruire amicizie e creare connessioni. Puoi sentire questa energia in ogni città in cui abbiamo messo radici. È un qualcosa di davvero speciale. GRLSWIRL attira un certo tipo di persone, e anche se pensi di non essere quel tipo di persona, quando te ne vai da un evento GRLSWIRL pensi: “Wow, posso veramente accettare amore e un senso di affermazione da sconosciuti.” Trovo sia fantastico.
In questo momento, siamo impegnate nel nostro ‘World’s Okayest Tour’. Lucy, Val e Julia, alcune delle nostre rider, sono in Australia. Ogni mattina ricevo video e foto del tour, ed è straordinario vedere quante persone siano influenzate da quello che facciamo. Non si tratta solo di skate, è molto di più. Se ci fermiamo a pensare per un secondo, man mano che invecchiamo, perdiamo quell’energia giocosa che ci contraddistingueva, spesso perdiamo anche i contatti con gli amici o con una precisa comunità. La gente non si rende conto di quanto sia importante per la nostra salute mentale essere circondati da persone a noi simili, che ci possano accettare per ciò che siamo. Noi ne abbiamo una conferma ovunque andiamo.
Ora vivo in una surf-skate community in Portogallo. Adoro incontrare nuovi gruppi di skater e vedere come le persone stiano facendo cose creative e fuori dagli schemi per le loro comunità. È qualcosa di davvero speciale, e penso che sia anche uno dei motivi per cui GRLSWIRL continua a crescere. Non siamo competitive, e questo si riflette in tutto ciò che facciamo—specialmente nelle nostre session di gruppo. Quando le persone partecipano ai nostri eventi, mettiamo in chiaro che il nostro è uno spazio non competitivo. Se vedi qualcuno fare qualcosa di figo, vai, complimentati e chiedi di poterlo vedere di nuovo, per imparare a replicarlo. Il non-competitive mindset è ciò che facciamo emergere in ogni aspetto di GRLSWIRL.”



Un viaggio lungo e consapevole, dove trick ed emozioni si fondono, diventando un prezioso flusso di libera affermazione, individuale e collettiva.
"Quando ripenso al 2018, a quel gruppo ristretto di persone, e vedo il suo stato attuale, resto sempre senza parole. Onestamente, a volte mi commuovo, è davvero qualcosa di straordinario… Ho presenziato all'apertura dell'ultimo capitolo europeo, a Copenaghen, ed è andato oltre ogni aspettativa. Il weekend intero, specie per la partecipazione, è stato incredibile. Ho anche avuto la possibilità di portare una la nostra leader di Lisbona, così che potesse vivere l’evento in prima persona. Vederla connettere con la leader di Copenaghen è stato davvero significativo.
Di recente, ho cominciato a offrire clinic gratuiti di surf e skate per le mamme della mia comunità. Essendo anche io una mamma con una bambina di cinque anni, so bene cosa significhi non essere a proprio agio con il proprio corpo. All’inizio, molte delle mamme mi dicevano: 'Ho sempre voluto provare a fare skate, ma avevo paura di farmi male'. Io non facevo altro che rassicurarle. Ora i clinic sono esplosi a livello numerico. Ci incontreremo di nuovo questo giovedì. La parte più bella è vedere queste donne, che un tempo erano titubanti, insegnare ad altre come skateare. Sono momenti preziosi."



Lo skate come strumento di crescita collettiva e tangibile sostegno sociale, rivolto alle nuove generazioni di tutto il mondo.
"Questo mese stiamo istruendo tutti i nostri capitoli europei riguardo il nostro programma di mentoring, che in realtà è iniziato non appena abbiamo lanciato GRLSWIRL, nel 2018. Fin dall’inizio, ci siamo associate con organizzazioni giovanili locali di Los Angeles. A LA, lavoriamo attualmente con due organizzazioni straordinarie. Ad esempio, lavoriamo con LOVE ACTIVISTS. Questa organizzazione non profit 501(c)(3) è un programma educativo innovativo, creato da Alizah Silver con sede a South Central Los Angeles, pensato per migliorare le scuole e supportare i bambini affinché diventino leader consapevoli, offrendo programmi pomeridiani che sviluppino abilità socio-emotive, coscienza socio ambientale e nozioni di leadership. GRLSWIRL ha portato lo skateboard nel loro programma di mentorship da due anni e mezzo.
A Los Angeles abbiamo messo radici solide. Ora, stiamo cercando di coinvolgere tutti gli altri capitoli, assicurandoci che ogni capitolo svolga almeno quattro sessioni di mentoring all’anno. A Lisbona, ci siamo unite a un’organizzazione chiamata The Lisbon Project, che aiuta gli immigrati a integrarsi, sistemare i documenti necessari e trovare casa. Molti giovani sono legati a quest’organizzazione. Le leader dei capitoli stanno ora contattando organizzazioni che sentano davvero vicine alle loro sensibilità. Stiamo seguendo queste linee guida anche nel ‘World's Okayest Tour’, provando a collaborare con delle organizzazioni in ogni tappa per offrire esperienze di mentoring ad hoc. A questo proposito, devo sottolineare che il brand Carver è stato straordinariamente generoso: ci ha donato delle tavole da lasciare ai ragazzi e alle ragazze che stiamo incontrando lungo il percorso.
Un paio di anni fa, abbiamo lavorato al fianco di un bel progetto, Diné Skate Garden Project. Hanno costruito il primo skatepark mai realizzato sulle terre Navajo, nel New Mexico, con l’organizzazione ‘Make Life Skate Life’ e abbiamo co-organizzato una prima skate jam femminile. Essere accolte nella terra Navajo e collaborare con il popolo Diné è stata un’esperienza magnifica. Abbiamo anche fatto tre viaggi a Tijuana, in Messico, dove abbiamo aiutato i campi di accoglienza per migranti. Quest’anno, stiamo pianificando di costruire skatepark in tutto il mondo in collaborazione. Hanno già fatto un lavoro incredibile in Tunisia e Marocco, e stanno attualmente costruendo uno skatepark a Baghdad. Speriamo di unirci a loro per clinic in varie parti del mondo.
C’è sempre tanto in corso, tutto però torna sempre alla nostra missione principale: restituire. Ricordo uno dei nostri primi incontri, quando ci siamo rese conto che GRLSWIRL poteva diventare qualcosa che avremmo potuto fare per sempre. Abbiamo pensato: 'Ok, dobbiamo concentrarci su eventi collettivi e sul restituire qualcosa alle nuove generazioni'. Ed è esattamente ciò che abbiamo fatto."



La rivoluzione sociale e culturale passa attraverso lo skate e la sua estetica.
"Siamo tutte appassionate di design, e l’estetica è una parte fondamentale di ciò che facciamo. Personalmente vengo dal mondo della moda—prima di fondare GRLSWIRL, possedevo un'azienda di abbigliamento. Va detto che eravamo e siamo ancora tutte innamorate dell’universo fgashion. Fin dalle origini, la nostra vibes trae ispirazione dalla moda anni ’70, GRLSWIRL si è evoluta in modo naturale intorno a quell’estetica. All’inizio, abbiamo scattato alcune foto a Los Angeles, la gente commentava: 'Potrebbe essere tranquillamente Venice Beach nel 1972...' E noi ci siamo lanciate, senza pensarci troppo. Quell’estetica davvero racconta chi siamo e da dove veniamo.
I nostri colori sono audaci—l’arancione brillante, le tonalità rétro vintage... Ce ne siamo innamorate fin da subito. Ora, i nostri social media sono gestiti da Lucy, una delle co-fondatrici. Lei è la mente dietro tutto i nostri content. Ha un occhio incredibile e sa cosa sentiamo veramente nostro, e cosa sente proprio la nostra comunità. Siamo fortunate ad averla."



Un futuro luminoso. Un futuro GRLSWIRL.
"Una delle cose di cui sono più orgogliosa è che GRLSWIRL ora abbia dei veri e propri dipendenti. Siamo riuscite a sviluppare GRLSWIRL in un modo che ci sembra giusto e vantaggioso, non solo per il mondo, ma anche per le persone talentuose a cui ci sentiamo legate. Il nostro obiettivo è continuare ad assumere più persone, far crescere la nostra organizzazione e creare un ambiente di lavoro dove ognuno si senta entusiasta di ciò che fa. Tutte le persone che lavorano con noi sono veramente appassionate ed entusiaste. Vogliamo sicuramente continuare a sviluppare anche la parte business, in modo da renderci più sostenibili e poter portare avanti la nostra missione.
Come obiettivo a breve termine, faremo un altro World Tour alla fine dell’anno, visitando ancora più posti, facendo salire altre persone su uno skate e diffondendo la visione GRLSWIRL. Un grande obiettivo a lungo termine è aprire skatepark indoor GRLSWIRL in tutto il mondo. In generale, ci piacerebbe continuare a fare ciò che ci sembra naturale e giusto—accogliendo le opportunità che ci vengono offerte e facendo un po’ di bene nel mondo."

L'evoluzione contemporanea di UGG
In un mondo in continua evoluzione, l'abbigliamento non è solo una questione estetica, ma è progettato per supportarci in ogni momento e ambiente.
La Fashion Editor di Athleta Magazine, Tiny Idols, crea una narrazione visiva ambientata in una lavanderia industriale, lavorando a stretto contatto con Federico Barengo per dare vita alla loro visione creativa. Il servizio si ispira alle nuove silhouette UGG Uomo SS25: UGG Tasman Lug e UGG Ascot Wrap Tech.
Stile e artigianalità definiscono il Tasman Lug, caratterizzato da una suola in gomma EVA canna da zucchero e da una tomaia in pelle scamosciata, ulteriormente impreziosita dal dettaglio Twin Seam e da UGGbraid™️ silenziosamente integrato nel colletto interno. L'Ascot Wrap Tech si distingue per la sua suola Vibram, che garantisce elevate prestazioni ed eccellenza tecnica, abbinate a un design elegante che riflette una visione contemporanea.
L'ultima collezione UGG uomo è caratterizzata da cargos oversize e giacche a strati in tessuti tecnici, comunicando l'estetica moderna della visione di Federico Barengo.














KAPPA FOOTBALL, UNA STORIA PERSONALE E UNIVERSALE
La passione e i capisaldi che stanno dietro al rapporto infinito tra Kappa e il calcio
Visitando la cornucopia sportiva e, soprattutto, calcistica dell’archivio storico BasicNet, avevamo raccontato di come in una maglia confluiscano infiniti simboli e significati (https://athletamag.com/it/kappa-e-il-football-lestetica-rima-con-progresso-e-innovazione/). Storia, marketing, fede. Osservare alcune delle più leggendarie jersey ispirate dal logo degli Omini Kappa ci aveva fatto riflettere sul loro valore identitario e sulla loro funzione di colorati compendi di pop culture, crossover fashion e progresso tecnologico.
Ora, grazie alle preziose testimonianze di Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager, e Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief, comprendiamo la matrice umana dietro a queste opere d’arte in costante mutamento. Le loro esperienze e parole evidenziano un processo ispirato dalla passione fin dalla propria genesi, da un senso di responsabilità derivante da una legacy rivoluzionaria, senza eguali, e da una fascinazione condivisa nei confronti di un brand che del calcio ha fatto la propria tela. In questo processo si svela il nobile DNA calcistico di Kappa, un codice genetico in costante mutamento, ma sempre fedele ad una sensibilità culturale tramandata di scrivania in scrivania e di design in design.
Queste testimonianze e il lavoro quotidiano di Kappa paiono un itinerario senza soluzione di continuità, fatto tanto di arte e contaminazione, quanto di emozioni e ricordi: il percorso comune ad ogni jersey Kappa.





Potete parlarci del vostro rapporto con l’immaginario calcistico e della connessione tra Kappa e il Beautiful Game? Cosa vuol dire, per voi, lavorare per un brand in grado d’influenzare da così lungo tempo l’estetica calcistica?
Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Non posso che iniziare da un presupposto: la passione che ci accomuna internamente, specie nel team che segue lo sviluppo delle collaborazioni Kappa nel mondo delle jersey calcistiche, è quella per questo gioco. È respirata e vissuta sotto molti punti di vista. In primis, è una passione del Presidente Marco Boglione e della sua famiglia. In secondo luogo, davanti alla nostra warehouse torinese, c’è un campo da calcio in erba, che ogni estate diventa il palcoscenico del torneo di calcio aziendale. È un evento serio. Ogni brand BasicNet ha la sua squadra. Già questi dati tangibili basterebbero a definire la rilevanza del calcio nella nostra azienda. Parlando poi della nostra città, Torino, credo che la ‘torinesità’ sia un altro fattore da menzionare a questo riguardo. Io sono nato qui e, come molti altri miei colleghi, sono cresciuto nello store di Kappa: era un posto magico, perché era l’unico dove potevi trovare maglie incredibili. Mi ricordo quella di Baggio al Brescia, quella di Del Piero in Nazionale e quella di Ronaldo, ‘il Fenomeno’, al Barcellona, che non poteva essere comprata da nessun’altra parte… Kappa per noi era un benchmark calcistico. Quando abbiamo approcciato la realtà BasicNet, questo sentimento si è ancora più rafforzato, attraverso la scoperta di dettagli storici estremamente significativi: come il fatto che Kappa sia stato il primo sponsor tecnico della storia del calcio italiano, per mezzo di un leggendario deal con l’allora Presidente della Juventus Boniperti. Grazie a Kappa, per la prima volta comparve un logo di uno sponsor tecnico su una maglia di Serie A… Mi ha sempre affascinato pensare alla reazione di Boniperti, che era incredulo davanti all’opportunità di non pagare più le divise per la sua squadra. Dev’essere stato un momento rivoluzionario. Entrare negli uffici Kappa e respirare queste storie infonde un’energia differente. Ti apre le porte su un nuovo mondo e, contemporaneamente, invoglia a studiare, guardare, informarsi… Ad ampliare il proprio immaginario calcistico”
Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “Parto dal dettaglio della partita di calcio aziendale perché, come sottolineava Michele, è una cosa molto seria. Io ci ho lasciato una spalla su quel campo. Ora la coppa è in mano a K-Way e ogni volta che salgo nei loro uffici penso che dovremmo riportarla nella bacheca Kappa… C’è una rivalità bella, positiva, che s’intreccia con i nostri rapporti quotidiani: nelle settimane precedenti al torneo vengo addirittura tolto da alcune chat di gruppo (ride ndr). Tornando all’immaginario calcistico Kappa, anch’io l’ho vissuto da abitante di Torino. Il mio primo ricordo nitido è legato alla maglia della Nazionale del 2000. Avevo 15 anni e ho visto l’esordio di quella Kombat dal divano, con i miei amici, pensando a quanto fosse rivoluzionaria. Ho anche vinto un campionato di Terza Categoria con le divise Kappa, credo che quel risultato sia dipeso dal fatto che ci sentivamo particolarmente estetici… È stato emozionante quando Kappa mi ha chiamato al termine del mio percorso universitario. Il Cagliari è stata la mia prima volta, la prima maglia su cui ho lavorato. La terza maglia del Torino 2015/16, invece, resta ancora il mio progetto preferito”




Le contaminazioni di mondi esterni sono alla base di molti progetti calcistici contemporanei di Kappa. Quanto è importante per Kappa toccare filoni paralleli a quello calcistico, come la musica, la fotografia e la tecnologia?
Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Anche in questo caso è necessaria una premessa: prima degli anni ‘80, le maglie da calcio erano solo delle maglie, non appartenevano ad un mondo extra campo. Ti compravi una maglia perché tifavi una squadra precisa. Poi, è arrivata la rivoluzione Kappa, che ha dato il là ad un filone che oggi stanno seguendo tutti i brand intrecciati all’universo calcistico. Kappa si è sempre basata sul concetto di contaminazione: nella nostra azienda si percepisce molto l’idea di trasposizione di categorie di prodotto su altri settori, così come la volontà di allargare costantemente le prospettive. Se penso alla musica, per esempio, non posso che menzionare il Kappa Future Festival o le tante collaborazioni che legano jersey calcistiche a specifici elementi musicali: il 3rd kit del Genoa di questa stagione, ispirato dalle nuove generazioni della scena musicale genovese, è una prova di queste dinamiche. Allo stesso modo, la fotografia è un altro mondo che nel tempo ha ispirato il calcio di Kappa, e non solo. Il Presidente Marco Boglione è un grande appassionato di fotografia: abbiamo un archivio sconfinato, dove sono catalogate foto di personaggi iconici passati di qui, nel BasicVillage, come Diego Armando Maradona. La famiglia Boglione ha poi avuto un significativo legame con Oliviero Toscani, che ha collaborato per lungo tempo nello sviluppo di campagne e adv. Queste influenze ‘esterne’ toccano il nostro lavoro tutti i giorni, in primis quella del design. Il plus della nostra azienda, a mio avviso, sta nel coinvolgere collaboratori molto giovani, che hanno da poco finito percorsi accademici, per poi farli crescere. Hanno un loro modo di vedere e di approcciare il design che ci garantisce una costante freschezza. Ho 40 anni e ogni giorno, grazie a loro, riesco ad entrare in contatto con nuove realtà. Il design per noi è una linfa vitale e sulle maglie da calcio riesce ad esprimersi pienamente, coinvolgendo, per l’appunto, dimensioni parallele. Ora fare maglie da calcio è un trend, per noi è DNA: lo abbiamo sempre fatto e dobbiamo continuare a farlo, confermandoci costantemente innovatori del settore”
Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “Mi occupo di prodotto e sono uno degli esempi che menzionava Michele. Sono entrato in Kappa a 24 anni, è stata la mia prima esperienza lavorativa e sento di essere cresciuto insieme all’azienda, assistendo alla sua evoluzione contemporanea nel mondo del calcio. Faccio sempre questo sillogismo: la maglia da calcio sta alla Kombat come i telefonini stanno all’iPhone. C’è un prima e un dopo. Prima del 2000 le maglie da calcio erano un’altra cosa, la Kombat le ha rivoluzionate e da quel momento tutti hanno optato per una vestibilità aderente, super skin, lavorando su un nuovo tipo di dettagli e tessuti. Questo non sarebbe potuto avvenire senza l’apertura alla contaminazione: ci tengo a ricordare che la Kombat è nata partendo da una tuta da surf… Se non avessimo guardato oltre il canonico mondo del calcio, non saremmo arrivati dove siamo ora. È un onore lavorare seguendo questa filosofia. Nel Team sentiamo la responsabilità di continuare a creare una legacy per il futuro”




Dal Versailles al Kallithea. Dal Red Star Paris al Kaiser Chiefs. Il calcio di Kappa dedica, da sempre, una parte sostanziosa delle proprie attenzioni a squadre dal particolare fascino: piazze storiche, nobili provinciali, giganti esotiche… Come componete il cosmo calcistico del brand?
Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “L’identità è il minimo comune denominatore delle nostre scelte. Cerchiamo realtà simili a noi, con una visione analoga, tesa verso un calcio vero, e con valori radicati tanto nel territorio, quanto nel gioco. Sta a noi, poi, trasferire questi valori, che si differenziano di città in città, di Paese in Paese, nell’estetica di una maglia. Da tutto ciò, nascono sinergie come quella con il Kallithea FC o il Versailles FC, che hanno tanti punti di contatto, ma anche molte differenze che dipendono, per l’appunto, dalle unicità di queste piazze. Per Kappa è fondamentale studiare e saper riconoscere i valori di ogni squadra”
Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Credo che Vincenzo abbia definito quella che è un po’ la nostra ‘ricetta’, che poi permette, in maniera naturale, anche ai piccoli club di avvicinarsi al concetto d’iconicità. Mi riferisco anche a squadre che militano in categorie inferiori, come la Triestina, le cui maglie di questa stagione hanno ricevuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali. Tornando al Kallithea, va sottolineato il fatto che conosciamo poche squadre della massima serie greca: il Kallithea è tra queste, perché le maglie hanno fatto conoscere questo club al mondo. Sono particolarmente legato a queste jersey, perché rappresentanto al meglio il connubio moderno tra calcio e fashion: sono maglie che possono essere indossate tutti i giorni, come oggetti streetwear”




Che sensazioni vi attraversano quando vedete esordire una nuova maglia?
Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “È la parte più bella del nostro lavoro: è il culmine di un lungo processo fatto di lacrime e di sorrisi, la fine di un percorso. Sapere che milioni di persone stanno osservando una maglia a cui hai contribuito a dare vita è fantastico. Immaginare d’ispirare appassionati e creativi a livello globale non è da meno. Il recente esempio del 3rd kit del Genoa racchiude tutto: osservare una nuova maglia mentre fa il suo ingresso al Ferraris, davanti a quegli spalti carichi di mito calcistico, fa venire i brividi e, contemporaneamente, fa pensare che c’è già una nuova sfida ad attenderci, dove dovremo nuovamente provare a superarci…”
Da poco tempo avete anche annunciato una speciale partnership legata agli eSports, con UFL. Come mai avete deciso d’intercettare questa dimensione?
Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “Siamo tutto quello che abbiamo raccontato fino ad ora, ma non possiamo essere solo romantici o legati al passato. Dobbiamo costruire il futuro e, per riuscirci, bisogna coinvolgere le nuove generazioni. Bisogna seguire la direzione del mondo, stare vicini a un nuovo tipo di passione calcistica e trovare dei nuovi touch point. Nel caso di Kappa, poi, legarsi al progresso è una sorta di mantra e di caratteristica identitaria, evidenziata dalla fascinazione di lunga data della famiglia Boglione nei confronti della tecnologia. UFL è solo l’ultimo capitolo di una relazione in atto da molto tempo con gli eGames. Dà un senso di continuità, nel presente, a quello che Kappa rappresenta, da sempre, per il calcio”
Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Aggiungo solamente che il nostro lavoro quotidiano ha una priorità: educare le nuove generazioni. Al giorno d’oggi, servono nuovi stimoli rispetto a quelli che servivano con la mia generazione, o con quella di Vincenzo. Bisogna lavorare con una realtà differente, in un modo differente. Se da giovani non avessimo conosciuto Kappa, non saremmo qui. La stessa cosa può e deve avvenire per i giovani d’oggi. E noi dobbiamo sfruttare tutti gli strumenti per far sì che ciò avvenga. Questo vale per il nostro ramo calcistico, ma anche per la direzione di Kappa in generale. La valuto come un’ennesima forma di progresso: prima abbiamo parlato delle Kombat, di una pietra miliare della nostra storia che definisce il nostro caposaldo più importante, l’innovazione”
Oggi, quali sono gli impegni, i focus e le direzioni Kappa? Qual è lo stato dell’arte del logo degli ‘Omini’ applicato al calcio?
Vincenzo Morabito, Kappa Sport Designer in Chief: “Ci stiamo preparando. Lavoriamo su una timeline veramente estesa e in questo momento siamo già concentrati sulle collezioni del 2027. Sembra il futuro, ma ci siamo già dentro. Stiamo ponendo le basi per continuare ad innovare, ad essere presenti, a far parlare di Kappa e dei suoi prodotti come ne parlavo io da giovane. In questo processo sarà sempre fondamentale restare coerenti, rispettare le nostre radici e tenere un filo logico in ogni nostra produzione”
Michele Viggiano, Kappa & Briko Global Brand Manager: “Noi abbiamo la fortuna di avere una lunga storia alle spalle. Dobbiamo tramandare le nostre radici nel presente e nel futuro, portare avanti una legacy preziosa, e continuare a ricercare l’innovazione con il successo e la sensibilità che ci ha sempre contraddistinto”













