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Per lo schiacciatore Luca Porro, talento Azzurro già campione del mondo, la pallavolo non è una semplice questione di ricezioni e schiacciate, ma di emozioni, ritmo e cultura familiare. Abbiamo ritratto la profonda identità di questo giovane atleta.

Vedi Luca Porro aggredire la rete e ti abbandoni al ritmo del suo corpo. La preparazione prima cadenzata, poi intensa. La sincronia tra parabola sferica e decollo umano. Il volo. Infine il tocco, dolce o violento che sia. E l’incrocio delle righe, trovato a chissà quanti chilometri orari, o per mezzo di una morbida, enigmatica carezza dipinta ben oltre i 2 metri e 43. 

Nell’estasi della massima espressione pallavolistica, pensi ad uno spartito composto di tocchi e rintocchi. Di orizzontalità e verticalità. Di tecnica e flusso. Di note che, nel caso di questo classe 2004 già oro mondiale, sono state apprese negli spazi familiari dei Capannoni di Voltri, Liguria, dove il cognome Porro è sinonimo di pallavolo, per giungere precocemente sui palcoscenici più rilevanti d’Italia, vedi Modena, e globali, vedi Parigi, Ningbo o Manila. 

Poi, dissezioni i suoi 21 anni vissuti a trazione pallavolistica e comprendi quanto si celi dietro un momento adrenalinico riproposto set dopo set, scambio dopo scambio, scoprendo soprattutto cosa significhi imparare a ‘possedere’ una disciplina e i suoi gesti. A levigarla, trasformandola in ritmo personale. 

“Qualsiasi cosa tu gli confidi, l’hanno già saputa dal mare”, cantava Fabrizio De André riferendosi ai pescatori della sua Genova. Lo stesso si può applicare a questo atleta Under Armour che, attingendo tanto dalle sinfonie del cantautorato della propria terra, quanto dalla sempre-ammaliante pallavolo Azzurra, ha capito come ‘sapere già’: a creare un proprio ritmo sportivo e umano, facendo della propria disciplina un riflesso della sua stessa identità. E viceversa. 

Il duro, consapevole lavoro come strumento d’affermazione e progresso. L’equilibrio come unica direttrice nel caos sensoriale del campo e di obiettivi raggiunti in anticipo sulla tabella di marcia. Le radici, intese come eredità e condivisione con i due fratelli, Paolo e Simone, anch’essi pallavolisti pro, come nucleo pulsante. Trasponendo il titolo di una traccia composta da un’icona musicale della Liguria contemporanea, Bresh, la pallavolo nella visione di Luca Porro pare una cosa ‘Altamente Mia’. Altamente personale. E significativa. 

Lo racconta la sua stessa testimonianza, che riecheggia nella galleria visuale scattata dalle nostre lenti. 

Luca Porro for Under Armour

Genova, Voltri, i Capannoni (la palestra dove sei cresciuto). Le tue origini che ruolo hanno avuto, e giocano tutt’ora, nel tuo rapporto con la pallavolo?

“Vero, vengo da Genova, più precisamente da Voltri, e ho iniziato a giocare a pallavolo proprio ai Capannoni. Lì, ho incontrato la mia prima vera squadra: il minivolley, i primi tornei… tutto è cominciato così. Era una dimensione familiare, nel senso che i Capannoni sono un luogo simbolico per la mia intera famiglia: in quegli anni sono anche stato allenato da mia zia, per esempio... Mio padre e mia madre hanno sempre giocato a pallavolo, mio nonno è il fondatore dell’Olympia Voltri, la società dove giocavamo. Quindi, i Capannoni hanno avuto fin da subito un ruolo centrale: io e i miei due fratelli abbiamo iniziato la nostra storia su quei campi”

Come hai vissuto quello che potremmo definire come un codice genetico pallavolistico?

“Mia madre e mio padre non ci hanno mai forzato a giocare a pallavolo, anzi. Di solito, quando i genitori fanno lo stesso sport, è difficile che i figli li seguano. La loro bravura è stata nel lasciarci totalmente liberi di scegliere. Abbiamo provato di tutto: tennis, calcio, nuoto… Però la pallavolo c’è sempre stata, fin da subito. Era sempre lì, di fianco a tutto il resto. Questa passione comune ci ha aiutato a sentirci più uniti. La nostra è sempre stata una famiglia molto unita: tutti i traguardi che abbiamo raggiunto, piccoli o grandi che fossero, hanno avuto come motore principale proprio la famiglia. E continuano ad averlo”

I fratelli Porro oggi sono professionisti sparsi nella geografia pallavolistica italiana, eppure il legame con Genova e Voltri sembra ancora fortissimo.

“Sì, assolutamente. Paolo è andato via presto per motivi pallavolistici, io e Simone siamo rimasti un po’ di più a Genova, ma ora siamo tutti in giro. Eppure, il legame con Genova, Voltri e i Capannoni resta intatto: forte. Adesso i miei genitori stanno ristrutturando gli impianti per dare la possibilità anche ad altri ragazzi di giocarci, di viverli come li abbiamo vissuti noi da piccoli. È bello sapere che quel posto continuerà a generare ricordi anche per altri.”

Se pensi al rapporto tra la tua famiglia e la pallavolo, quali sono i ricordi fondanti della tua vita, e della tua maturazione come atleta ed essere umano?

“I primi ricordi, e forse i più belli, sono quelli da bambino, quando andavo a vedere giocare mio padre. Ha giocato fino a 41 anni, quindi lo seguivamo spesso in palestra. Poi ci sono i tornei di minivolley: entravi per la prima volta nei palazzetti, c’erano migliaia di bambini a giocare, un caos bellissimo: mi divertivo tantissimo. Anche accompagnare mio fratello Paolo alle sue partite fa parte di questi ricordi. Sono tutte immagini che ti restano addosso e che, col tempo, ti fanno capire perché ti sei innamorato davvero di questo sport.”

Hai citato spesso i tuoi fratelli. Paolo, il maggiore, è stato un riferimento per te, e immagino che tu lo sia diventato, a tua volta, per Simone. Com’è coltivare parallelamente delle carriera nella stessa disciplina?

“Se devo essere sincero, non so se posso dire che ho iniziato perché giocava Paolo, o se Simone ha iniziato perché giocavo io. So solo che la pallavolo è sempre stata un punto in comune. In famiglia non parliamo solo di pallavolo, altrimenti diventerebbe pesante, pesantissimo, però è un modo per ridere, scherzare, prenderci in giro. Per stare insieme. Soprattutto d’estate, quando facciamo rientro a Genova, a Voltri, dalle città che ci stanno rispettivamente ospitando: andiamo in spiaggia e passiamo le giornate a chiacchierare. La pallavolo, ovviamente, non manca mai…”

Luca Porro for Under Armour

Allargando la lente, l’ultimo periodo è stato ‘dorato’ per il movimento pallavolistico italiano, e tu ne sei stato parte integrante. Come avete vissuto tutto questo in casa?

“In realtà in famiglia ci sono e siamo stati pochissimo, siamo sempre in giro. Però ricordo benissimo un momento: durante la premiazione del Mondiale nelle Filippine, appena finita la partita, la prima chiamata che ho fatto è stata ai miei genitori. Ero ancora in campo. Volevo condividere con loro quell’enorme traguardo, che ho avuto la fortuna di raggiungere. La famiglia è il motore dei miei successi, di quelli dei miei fratelli… Lo è da sempre”

Come ti ha fatto sentire chiamare a casa, da campione del mondo?

“Mi ha reso molto orgoglioso. Poter chiamare i propri genitori da campione del mondo, appena hai sollevato la coppa, ti fa un certo effetto. Ti vengono in mente tutti i sacrifici, personali e familiari: i viaggi di mia madre per portarmi agli allenamenti, l’equilibrio con il lavoro, gli spostamenti da Genova a Rezzano e ritorno... Si faceva avanti e indietro di continuo. Quelli sono momenti che ti restano dentro, e quella telefonata è stata un modo per dire: guardate dove siamo arrivati, insieme”

Crescendo in una famiglia così piena di pallavolo, è naturale parlare di tradizione, di icone, di eredità. Come vivi l’idea di essere oggi uno dei volti della pallavolo contemporanea italiana? E a chi ti sei ispirato, lungo il tuo percorso?

“Devo essere sincero: non ho mai avuto un idolo preciso. Crescendo, però, inizi quasi implicitamente a studiare i giocatori che ti piacciono di più, quelli in cui ti ritrovi di più, e provi a prendere da ognuno le qualità migliori. Io cerco di studiare e imparare dai miei compagni di squadra e dai miei avversari. Faccio mie tutte quelle esperienze, quelle nozioni, sia tecniche che tattiche, che ritengo veramente utili, e cerco di usarle per migliorarmi”

Dopo le Olimpiadi di Parigi avevi detto che, per arrivare a quel livello apicale di pallavolo, avresti dovuto lavorare ancora molto. Tra Parigi e Manila è cambiato tanto: come sei evoluto tu e come è evoluta la tua pallavolo?

“Dopo Parigi venivo dal mio primo anno di Superlega con Padova. Sono andato alle Olimpiadi ed è stato… un sogno. Un sogno che si realizza: quasi, prima ancora, di realizzarlo, nel senso stretto del termine, davvero. Probabilmente neanche io ci credevo del tutto: avevo 19 anni. Durante i Giochi ho ammirato, analizzato e capito il livello dei giocatori con cui desideravo confrontarmi, così come quanto avrei dovuto lavorare per raggiungere stabilmente quelle ‘frequenze’ pallavolistiche. L’anno dopo, ovvero la scorsa stagione, è stata la mia prima vera annata da titolare in Superlega. Con quell’esperienza, ho invece capito davvero quanto bisogna lavorare per emergere e attestarsi ai vertici di questa disciplina. Non che prima non lo sapessi, sia chiaro: semplicemente, ho toccato con mano cosa significa lavorare bene, con qualità. La qualità del lavoro è essenziale. È ciò che l’atleta deve curare ogni settimana, ogni giorno. In quest'ottica, il Mondiale vinto è pura benzina: un qualcosa che mi dà ancora più spinta, non un motivo per sedermi… Non voglio essere appagato dal primo grande traguardo. Voglio sempre cercare di migliorarmi, allenarmi e lavorare. È ciò che mi fa stare bene e mi fa vivere al meglio lo sport che amo”

Il ruolo dello schiacciatore viene spesso ridotto alla combinazione di potenza ed elevazione. Per te che studi, interpreti e vivi questa posizione da anni, quali sono i fattori che definiscono davvero uno schiacciatore ideale?

“È una bella domanda. Secondo me uno schiacciatore ideale deve essere il più completo possibile. Deve saper fare tutto: ricevere, difendere, battere, servire e, ovviamente, attaccare. Deve lavorare tantissimo sulla completezza tecnica del proprio ruolo. In particolare su ricezione e attacco. La ricezione è l’atto iniziale di ogni azione: se manca quella, è difficile che la squadra giri bene e vinca. E poi l’attacco è il colpo finale, l’atto che chiude lo scambio. Mettere insieme queste due cose, e curare allo stesso modo tutto il resto, è ciò che fa davvero la differenza”

Luca Porro for Under Armour

Ad Athleta Mag, trattiamo lo sport come forma artistica e culturale. Agli occhi di un giovane campione del mondo plasmato dalla cultura del proprio sport, la pallavolo dove e come si tramuta in arte?

“La vedo diventare forma d’arte quando penso a certe immagini precise. Per esempio, in un gesto tecnico pulito, fatto davvero bene: in un qualcosa che studi e costruisci in allenamento, e che in partita viene ricreato alla perfezione. Oppure, in un gesto atletico perfetto, come il salto. Un bel salto, magari cristallizzato da uno scatto fotografico, assume molte sfumature artistiche. Quelle linee, quelle forme sono il risultato di tanto lavoro, ma agli occhi di chi guarda sono soprattutto estetica, armonia del movimento…”

E cosa accade, dentro di te, quando senti di aver realizzato un determinato gesto tecnico nella sua versione più pura, più ‘perfetta’?

“Ti fa stare bene. Soprattutto se succede in partita: una bella difesa, una grande ricezione… sono momenti che ti danno massima fiducia per i punti successivi, soprattutto nei momenti complicati che, inevitabilmente, ogni partita pone davanti. Quella sensazione positiva ti aiuta a performare meglio: è come se ti dicesse che sei sulla strada giusta, che quello che hai costruito in allenamento sta funzionando. E che continuerà a farlo”

La fiducia, nella pallavolo, pare essere sinonimo di flusso. Un flusso che viene minato anche anche all’interno di un singolo set, dove si accavallano potenziali picchi positivi e pesanti momenti negativi. Come gestisci la componente mentale di un ruolo così cruciale, come quello dello schiacciatore?

“Onestamente, questa è una delle cose più difficili da allenare, perché è complicato ricreare in allenamento le stesse emozioni e sensazioni che provi durante una partita. L’adrenalina non è la stessa. Gli scenari, i pensieri e le sensazioni che affronti non sono paragonabili. Però, quel ‘flusso’ è una componente che puoi comprendere e affinare nel tempo. Non è un dettaglio che sistemi una volta per tutte, per poi rimanere invariabile e invariato: migliora con l’esperienza, crescendo, maturando, divenendo più esperto. Un giocatore esperto sa gestire meglio quei momenti. Penso che la gestione mentale sia una delle cose che fa davvero la differenza nella pallavolo”

In questo percorso di maturazione, che ruolo ha avuto un raffinato coach ed un riconosciuto educatore pallavolistico come Fefé De Giorgi? Quanto ha inciso su di te, come atleta e come persona?

“Tantissimo. La figura dell’allenatore, in generale, è fondamentale. In campo ci vai tu, ma l’allenatore deve aiutarti a superare le difficoltà e starti vicino soprattutto quando le cose non vanno bene. Secondo me un allenatore dimostra la sua bravura, la sua cifra, quando le cose non girano. Quando va tutto bene, paradossalmente, non senti tutto questo bisogno di una guida. Ti abbandoni al momento, lo vivi, cavalchi la sinergia con i tuoi compagni. Un bravo allenatore sa gestire i momenti complicati e, soprattutto, sa gestire ogni giocatore in modo diverso, perché le persone non sono tutte uguali. Ognuno ha la propria sfera emotiva. Il proprio pattern di reazioni. Fefé è molto bravo in questo: sa toccare i tasti giusti di ognuno e portare tutti a un livello più alto”

Oltre al coaching, quanto ti ha fatto salire di livello il contatto quotidiano con la Nazionale, e con i tuoi compagni Azzurri?

“Stare con atleti importanti ti fa crescere sia a livello pallavolistico sia a livello professionale e umano. Hai la possibilità di vedere come si comportano coloro che sanno stare ai più alti livelli, riuscendo a farlo da anni: mi riferisco a come si allenano, alle loro diete, all’approccio nei confronti del riposo, della cura dei dettagli... In Nazionale, cresci in tutti gli aspetti”

Luca Porro for Under Armour

Athleta nasce dal linguaggio fotografico: per questo ragioniamo molto per immagini e dettagli sportivi. Nella pallavolo sono tanti i rituali individuali e collettivi: quali sono quelli che scandiscono il tuo modo di vivere questa disciplina?

“A dire la verità, non ho grandi rituali, nemmeno azioni ‘strane’ che mi accompagnano in campo. Una cosa che faccio sempre è mettere le ginocchiere nello stesso verso: prima quella destra, poi quella sinistra. Tutto qui. Nulla di trascendentale. Per il resto, nei gameday cerco di ripetere sempre le stesse cose: lungo il riscaldamento, per esempio, faccio ogni volta gli stessi esercizi. Non è scaramanzia. So semplicemente che quell’iter mi porta ad essere pronto sia fisicamente, che mentalmente. Fin dalla mattina, provo a vivere tutto nel modo più normale possibile: magari riposo un’ora in più, mangio un po’ meglio, ma sono cose che faccio anche in una giornata normale. Cerco di non caricarmi di pressioni inutili, rischierebbero solo di peggiorare la situazione”

Sei riuscito a mantenere questa ‘normalità’ anche in contesti enormi come Mondiali e Olimpiadi? Anche durante l’avvicinamento a una finale?

“Ovviamente in quei casi la quotidianità è diversa: non sei a casa tua, sei in hotel, sei in un contesto completamente nuovo, in ogni caso, però, provo sempre a mantenere le stesse abitudini. Cerco di riposare il giusto, arrivare in campo il più tranquillo possibile. L’importante è conoscersi: sapere cosa ti fa stare bene e provare ad arrivare alla partita nelle migliori condizioni possibili”

Quando approcci partite particolarmente rilevanti, preferisci isolarti o immergerti nelle vibrazioni del contesto, della squadra?

“Cerco di restare il più possibile con i miei compagni di squadra. Alla fine, la pallavolo è un gioco di squadra, e io amo seguire il flow del gruppo. Cerco di percepire, di raccogliere le sensazioni, le emozioni dei miei compagni: di affrontare la partita insieme a loro, spronandoli, dando e ricevendo energia. È, probabilmente, la parte più bella di questo sport”

Tra i tuoi interessi c’è anche la musica. C’è un artista, un brano, qualcosa che per te descrive meglio di altri il tuo rapporto con la pallavolo? E ti capita di vivere la pallavolo in modo ‘musicale’, assecondando o matchando i suoi ritmi e tempi?

“Non ho una canzone in particolare che mi rappresenta da un punto di vista pallavolistico. Mi piace la musica in generale: sono un ascoltatore vorace. Essendo di Genova, so bene quanto la città sia legata alla cultura musicale, ha una storia che definirei leggendaria... Tra gli artisti genovesi contemporanei ascolto grandi nomi come Bresh, Olly e Tedua. E sì, nella pallavolo il ritmo è fondamentale. È un parallelismo calzante. Associo molto il ritmo alla tecnica: è una questione di ripetizioni, di fare sempre le stesse cose al momento giusto. Il pallone, i piedi, la rincorsa… tutto è ritmo. Saper prendere il tempo del pallone in pochi istanti è essenziale. In quell’esatto momento si incontrano pallavolo e musica”

Parliamo del tuo rapporto con Under Armour. Non è scontato, per un pallavolista di appena 21 anni, essere legato a un brand così rilevante. Cosa significa per te?

“Sì, non è per niente scontato. Ormai questo è il terzo anno insieme. Sono molto felice, perché per un atleta avere un brand come Under Armour, così tecnico e di alta qualità, che ti accompagna tutti i giorni, fa la differenza. E non è vuota retorica, ma pragmatismo sportivo. Le scarpe, per esempio, per noi pallavolisti non sono accessorie, sono fondamentali: sentirti sicuro e a tuo agio in quello che indossi ti permette di fare uno step in più, che poi può fare la differenza in campo, o sul singolo attacco a rete”

La tua carriera ti ha portato da Pordenone a Padova, passaggio che ha certificato il tuo ingresso nel mondo pro, e ora a Modena, una piazza mitica per la pallavolo italiana. Con che consapevolezze vivi questa nuova fase?

“Prima di arrivare a Modena ero molto curioso, lo sono ancora adesso. Il campionato è iniziato da poco, ma è già un motivo di grande orgoglio poter giocare in una città così rilevante e così bella dal punto di vista pallavolistico. Poche settimane fa, abbiamo giocato contro Perugia al PalaPanini: c’erano 5.000 persone al palazzetto. Capisci subito che il PalaPanini è un tempio pallavolistico, un posto unico. In città, respiri pallavolo tutti i giorni. Penso che non ci sia un altro posto in Italia così. La pallavolo è davvero lo sport locale. Il calcio c’è, ma non ha lo stesso peso. È la pallavolo al centro di tutto. Basta un esempio per capire la vicinanza della gente nei confronti di questa disciplina, e di noi giocatori: ieri una signora mi ha bussato al finestrino della macchina, ha tirato fuori il portafoglio e mi ha mostrato due mie figurine. Sono dettagli, chiaro, ma rendono l’idea di quanto sia forte il legame tra città e squadra”

Hai già vissuto emozioni enormi, palcoscenici importanti, traguardi che molti sognano lungo intere carriere. Guardando al futuro: quali sono le forze che ti spingono a progredire ancora? Cosa vuoi ancora vivere attraverso la pallavolo?

“L’obiettivo primario è continuare a divertirmi giocando a questo sport. Giocando, per l’appunto. La pallavolo è diventata il mio lavoro, la mia vita, ma prima di tutto deve rimanere quello che è sempre stata nella mia vita: passione e divertimento. Come obiettivi più concreti, sicuramente voglio migliorarmi sempre più. Quest’anno, con Modena, voglio fare il meglio possibile, crescere individualmente e aiutare a far crescere l’intera squadra. Con la Nazionale, sarebbe bellissimo partecipare ad un’altra Olimpiade, quella di Los Angeles. E riuscire a portare a casa una nuova medaglia non sarebbe, poi, così male…”

Luca Porro for Under Armour