La mostra al MAXXI di Roma riflette e mette al centro questa tipologia architettonica spesso data per scontata: universalmente riconoscibile, apparentemente standardizzata — eppure, sorprendentemente camaleontica
Gli stadi sono macchine di emozioni e, insieme, infrastrutture precise. Hanno generato cori, riti, traumi collettivi. Hanno segnato quartieri, creato cittadelle, trasformato il modo di vivere la città. Prima che essere degli impianti sportivi però, gli stadi sono un'idea: dei luoghi che organizzano i corpi, orchestrano le emozioni, rispecchiano una città. La mostra, attualmente visitabile al MAXXI, “Stadi. Architettura e mito” mette in fila secoli di forme e usi, dalla Grecia alla contemporaneità, e prova a leggere lo stadio sia come architettura che come fenomeno culturale.
Con i curatori Manuel Orazi, Fabio Salomoni e Moira Valeri attraversiamo memoria personale, storia italiana degli impianti, presente e futuro di luoghi che non sono solo contenitori di sport, ma architetture civiche specchio di una società in continua evoluzione.







Manuel Orazi: “Ricordo da bambino le prime volte che sono andato con mio padre allo stadio della mia città, a vedere la Maceratese. Mi torna in mente un derby molto sentito con Civitanova: esperienza comunissima, direi, come lo sono molte prime volte negli stadi di provincia. Ma non sono mai stato un grande frequentatore, seguivo il calcio più a distanza. Detto questo, gli stadi non sono mai stati solo infrastrutture: animano quartieri, li caratterizzano, si accompagnano ad altre strutture e, in certi casi, diventano vere e proprie cittadelle dello sport. Ogni città ha la sua storia, ma alcuni passaggi si possono riconoscere con chiarezza.
La mostra è voluta essere in primis una proposta al museo che risponde a un problema enorme e attuale: in tutta Italia — non solo per questioni UEFA o FIFA — abbiamo impianti vecchi, spesso fatiscenti. Tra PNRR, adeguamenti e nuove strategie, molte città stanno mettendo mano agli stadi: non soltanto le squadre di Serie A che puntano alla proprietà per aumentare gli introiti, ma anche realtà medie e piccole di provincia. Ci è sembrato il momento giusto per mettere a fuoco questa tipologia architettonica spesso trascurata: universalmente nota, apparentemente standard, ma con una storia ricca di evoluzioni, varianti, adattamenti.
L’architettura, qui, è una chiave per parlare di città e società. I grandi campioni sono miti, certo, ma il mito si deposita anche nelle forme e negli usi: un portico, una curva, un’ombra sotto cui la gente si raduna. Lo stadio porta con sé memorie e simboli che superano la funzione. È un teatro civico: luogo di esaltazioni e delusioni, di appartenenze e conflitti, di momenti fondativi per una comunità. C’è un’analogia evidente; penso al teatro d’opera italiano dell’Ottocento: era popolare, non per sole classi agiate. C’era il loggione, c’era la gente comune. Le opere di Verdi, Rossini, Donizetti portavano in scena commedia e tragedia, pianto e risata, orgoglio e malinconia. La musica sapeva smuovere emozioni profonde. Negli stadi avviene qualcosa di simile: è un teatro della società di massa, legato a manifestazioni sportive ma alimentato dalle stesse emozioni — gioia, tristezza, disperazione, e talvolta violenza o protesta. Oggi compaiono bandiere per cause diverse: dalla Palestina alle campagne contro la violenza sulle donne, fino a temi politici nazionali.
L’architettura racconta tutto questo — perché condiziona, e insieme racconta, il modo in cui viviamo lo sport e la città. Un progetto culturale onesto — una mostra, un libro, un reportage — restituisce questa complessità: fa emergere storie, stratificazioni, contraddizioni, bellezza e problemi. E permette di capire che uno stadio non è mai solo un edificio.”







Moira Valeri: Sono un’architetta e ricercatrice, ho insegnato per anni in un’università a Istanbul e proprio lì è nata l’idea di questa ricerca: parlando con Fabio, che suggeriva il tema degli stadi per un corso di master che tenevo alla Yeditepe University, ho iniziato a lavorarci per un paio di semestri. Tornata in Italia, abbiamo intercettato l’interesse di Manuel. Nel frattempo il lavoro si era già allargato, con un focus internazionale oltre che sugli stadi italiani. Così ci siamo ritrovati a firmare la curatela per il MAXXI.
Essendo la prima mostra italiana specificamente sugli stadi, abbiamo optato per un percorso capace di raccontarne trasformazioni nel tempo e nello spazio, a latitudini diverse. In Europa si contano rarissime precedenti mostre dedicate solo agli stadi, diversamente da quelle su calcio e sport.
La mostra restituisce la trasformazione degli stadi dagli antesignani greco-romani fino ai giorni nostri, passando per la svolta ottocentesca, quando nasce lo sport moderno dopo un 'vuoto' di quasi quindici secoli in cui fondamentalmente non si sono costruiti stadi. È stato decisivo anche il ruolo di alcune invenzioni dell'epoca come l'uso dell’illuminazione artificiale; l’arrivo della radio nel 1927 nel mondo degli stadi e dieci anni dopo della televisione. La stagione degli incidenti, il tema della sicurezza emerso soprattutto negli anni Ottanta e il conseguente Rapporto Taylor del 1990 segnano l'inizio di una fase di massicci adeguamenti e investimenti negli stadi che evolvono fino a diventare strumento di city branding: le città competono anche attraverso i loro impianti e sempre più spesso si coinvolgono architetti riconoscendo all'architettura la capacità e la forza di trainare la crescita e l'innovazione. Arrivando alla contemporaneità con impianti che sono vere e proprie macchine trasformabili: settori che scorrono, campi che si sollevano, coperture retrattili, plateau che si configurano per ospitare non solo il calcio ma anche concerti ed eventi. Un luogo che diventa un palcoscenico culturale.”







Fabio Salomoni: “Anche io vivo e lavoro da molti anni in Turchia, sono un sociologo ed insegno all'Universita' Koç di Istanbul, mi interesso di memorie collettive e delle loro relazioni con lo spazio. Ho passato però una parte consistente della mia giovinezza sulle gradinate degli stadi e, a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, ho fatto parte del primo gruppo di ricerca sulle culture calcistiche in Italia.
Per un lungo periodo mi sono allontanato dagli stadi per poi tornarci anni dopo quasi per caso: qualche anno fa un collega mi ha portato in uno stadio abbandonato a Brno, nella Repubblica Ceca. È stato un colpo di fulmine: migliaia di volontari avevano lavorato per riaprirlo solamente per permettere a una stella locale di giocarci la partita d’addio, davanti a trentamila persone, per poi richiuderlo. Da lì ho capito che era il momento di togliere dall’invisibilità un oggetto ritenuto scontato e puntarci un faro.
Nello specifico mi sono occupato delle “isole antropologiche” all’interno della mostra. Cinque spazi tematici che guardano alle relazioni tra stadio e persone, tra stadio e città, alle emozioni che si giocano dentro, alle trasformazioni degli ultimi decenni. Grazie a fotografie e materiali d’archivio siamo riusciti a mettere in evidenza un’intera gamma emotiva: gioia, paura, entusiasmo, delusione, speranza. Ricordando che anche l’espressione di queste emozioni non è “naturale”: è culturalmente determinata e cambia nel tempo, osservando come lo stadio entri di diritto in questa cultura, come nella musica, cinema, letteratura e poesia.
Abbiamo evidenziato anche l’ambivalenza politica dello stadio, che è stato sia palcoscenico di regimi, ma anche luogo in cui i cittadini lanciano messaggi politici — a volte l’unico spazio visibile in contesti autoritari; in democrazia, uno dei palchi dove le istanze radicali emergono. Oggi si tende a rimuovere questa ambivalenza: il calcio come puro gioco, lo stadio come puro contenitore. Non è così. Le emozioni “negative”, il conflitto simbolico, l’appropriazione politica fanno parte dell’essenza dello stadio. Certo, l’enfasi sulla sicurezza tende a soffocare questi elementi, ma non li può eliminare.
L’intento era mostrare che lo stadio non è solo un’opera ingegneristica: è un luogo di memoria per cui le persone lottano, per salvarlo dall’abbattimento o per ricostruirlo, e al quale sono affezionate per svariati motivi. Cambiano i tempi, cambiano i corpi, cambiano i controlli, cambiano gli oggetti ma l’arena resta una macchina di significati che eccede l’architettura.”











