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Dentro il Block 6 a Caloocan, dove i bambini si arrampicavano sui muri pur di vedere una partita, Kiefsix ha capito che il basket non è solo uno sport: è un modo di vivere che permea ogni aspetto dell’esistenza e della sua arte

Innamorato della cultura, delle persone e delle storie che circondano la palla a spicchi, e ispirato tanto al design innovativo del basket americano quanto dai campetti esotici di Manila, Kiefsix è cresciuto tra l'eccitazione degli highlight e il caos dei marciapiedi.

Anni dopo, quei medesimi impulsi continuano a guidare il suo lavoro: il colore come energia, linee che si inclinano come un crossover, composizioni che manifestano la rapidità e la tensione dello streetball di Manila.

In parte appassionato, in parte artista, Kiefsix mette in rima contropiedi e contrasti di colore: la sua arte ha l’obiettivo ultimo di celebrare la sua community e i suoi campetti: primi amori divenuti, nel tempo, sue tele. Dipinge il gioco come lo percepisce: affollato, onesto, eterno, elevando con intenzionalità questo clash di caratteristiche, e trasformando fotogrammi statici in movimento percepibile.

Questa è la storia di un designer plasmato dall’asfalto e dalle possibilità infinite del design, in cerca di un’eredità che parte dal barangay basketball con il sogno di arrivare ai parquet olimpici.

Come presenteresti Kiefsix a qualcuno che non ha mai visto il tuo lavoro: artista del basket o cestista che disegna? 

“Credo di essere entrambe le cose. Un artista del basket perché sono un hoophead da sempre. Sono cresciuto con il basket—dalla strada alle squadre scolastiche, alle leghe ricreative, fino ai pro. Il basket è sempre stato parte di come vivo e vedo il mondo, ed è questo che emerge nel mio lavoro. La mia arte non parla solo del gioco in sé, ma della cultura, delle storie e delle persone che gli ruotano attorno. Che stia collaborando con brand o creando progetti personali, cerco di catturare come il basket si sente e cosa significa per comunità come la mia.”

Qual è stata la prima immagine di basket che ti ha fatto pensare: “Questa è la mia lingua”? 

“Avevo tra i 7 e i 10 anni, tra il 2003 e il 2006, quando ho iniziato a entrare davvero nel basket. Mio padre mi raccontava storie su Michael Jordan e Kobe Bryant. Ma la prima immagine che mi ha fatto sentire che il basket fosse la mia lingua non è stata un highlight o una foto: è stato il logo dei Detroit Pistons del 2004. Ne ero ossessionato. I colori, la tipografia, l’aggressività del design—suonava potente. L’ho ridisegnato più e più volte finché non sono riuscito a farlo a memoria. È stata la prima volta in cui ho capito che non mi limitavo a guardare il basket: lo esprimevo. Quel logo mi ha fatto pensare: ‘Questo sono io. Amerò questa cosa per sempre’.”

Radici a Manila e crescita: cosa senti per strada che finisce nei tuoi pezzi, quali sono i tuoi ricordi della scena cittadina crescendo, e in che modo la scena e la pickup culture di Manila modellano i tuoi soggetti? 

“Sono cresciuto nelle strade di Caloocan City, Metro Manila. Il campo che mi ha cresciuto è il Block 6 Court, lo chiamiamo “Batibot”. Ogni sobborgo di Metro Manila aveva le sue vibrazioni cestitiche, ma Caloocan mi è sempre sembrata diversa. Non era solo trash talk o ego. Era competitività pura, rispetto e grinta.

Il campo era pieno fino ai bordi, soprattutto quando arrivava un giocatore forte da un altro barangay. La gente scommetteva, gridava i nomi e si arrampicava sui muri solo per guardare. Io giocavo scalzo sul cemento irregolare. Ho una collezione di cicatrici su ginocchia e gomiti invidiabile, ma tornavo comunque al campetto il giorno dopo.

Quelle scene erano più di semplici partite. Erano scorci di speranza. Il campo era una tela e il basket era un ponte verso qualcosa di più grande. Ho sempre sognato di diventare professionista, ma quella strada non si è aperta. Così ho trovato un altro modo per inseguire lo stesso sogno. Se non potevo giocare in NBA, ci avrei lavorato.

La mia arte è stata modellata da quell'ambiente. Non ho mai giocato un basket davvero organizzato. Mi sono affidato all’istinto e alla fiducia guadagnata nelle battaglie di strada. È così che affronto anche la vita: in maniera onesta e implacabile. Chiamo il mio lavoro “motion of emotions” perchè è il basket come l’ho visto crescendo: colorato, caotico e a mano libera, proprio come lo streetball di Manila.”

Quali parti del gioco—tagli, spaziature, timing—diventano linea, forma, composizione? 

Come illustratore mi affido al movimento. Lo streetball di Manila mi ha insegnato che il gioco non è mai fermo—è rumoroso, disordinato, in costante cambiamento. Le mie linee non sono mai perfette perché il gioco non è perfetto. I miei colori cozzano perché lo streetball è caos e ritmo allo stesso tempo. Dipingo il basket per come si sente, non per come appare.

Come giocatore sono una guardia, veloce—il mio gioco si basa su velocità, istinto ed esplosioni di energia. Ma la mia arte è l’opposto. I miei disegni sono lenti, pazienti, dettagliati. Un contropiede dura pochi secondi, un’illustrazione può portarmi giorni. Mi piace quel contrasto. In campo reagisco. Sulla tela rifletto. Uno è movimento, l’altra è memoria.”

Caos, controllo, istinto, teoria o riferimenti pop? Quali sono le tue influenze artistiche? 

I colori che uso nascono da un mix di istinto e identità. Gran parte della mia palette affonda nelle tinte primarie e secondarie che ho visto crescendo nelle Filippine—i murales delle scuole pubbliche, le vernici dei jeepney, le insegne dei sari-sari store, i murales dei campi barangay. Sono sempre stato attratto dalla pop art contemporanea, quindi mi piace unire scenari del tipo “e se?”. E se il retrò incontrasse il moderno? E se i poster di strada incontrassero la fotografia cestistica?

A livello artistico, mi ispirano creatori che trattano il colore come energia—il caos di Basquiat, la giocosità di KAWS, il ritmo di Nina Chanel Abney e il pop surrealism di Takashi Murakami. Molti dei miei pezzi partono da immagini reali di basket, che poi immagino come arte. Fotogrammi statici che sembrano ancora in movimento. Per me, il colore non è decorazione—è moto ed emozione.

Sono sempre stato attratto dal minimalismo, ma vengo da un background di massimalismo—le mie prime influenze erano stratificate, affollate, piene di elementi. Artisti come KAWS e Murakami mi hanno insegnato a lasciare che il caos esista con intenzione. Così, nel mio lavoro, permetto alle cose di scontrarsi, ma guido dove atterrano. Carico le illustrazioni di movimento, ma tratto ogni dettaglio come un minimalista—niente è casuale. La narrazione guida, il design segue. È così che faccio “esplodere” un’immagine senza perdere struttura.”

‘Rituale pre-partita’ prima di un pezzo importante—cosa ti inspira e concentra? 

“Adoro questa domanda—è sottovalutata. Prima di un pezzo importante, lo tratto come se mi stessi preparando per una partita. Guardo gli highlight di Devin Booker, Jordan Poole e Shai Gilgeous-Alexander—modello il mio stile di gioco sul loro, vedere i loro movimenti mi mette in ritmo.

Ma sinceramente, niente mi manda più in lock-in dello stare con i miei ragazzi: BLANKSIX TRIFECTA. Bong e Alen sono stati con me in ogni alto e basso—dai sogni di basket a quelli d’arte. Anche se non siamo fisicamente insieme, parlare con loro o ricordare le nostre battaglie in campo mi mette nella giusta mentalità.

Poi mi faccio qualche partita a NBA2K per svegliare il cervello, magari guardo un po’ di anime per ispirarmi. Sono un tipo semplice—mi servono solo l’energia giusta e le persone giuste in mente.”

Cosa cambia quando progetti per un visual rispetto a un muro o a un parquet? E come sposi estetica e leggibilità di gioco? 

“Non ho ancora dipinto su parquet, ma è sicuramente nella mia lista dei desideri. Ho lavorato su muri e pavimentazioni, e l’approccio è completamente diverso dal punto di vista tecnico. 

Quando progetto per un campo, penso in primis da giocatore, non solo da artista. La superficie diventa parte del gameplay, quindi la parte visuale non può interferire con la chiarezza. Le linee regolamentari—arco del tiro libero, linea da tre, segni del pitturato—non si toccano. I giocatori dipendono da quei segni per spaziature e ritmo, quindi le tratto come parte del design invece di coprirle. Per questo i miei volumi si ingrandiscono, i dettagli si semplificano e mi concentro su direzione e flusso più che sulla decorazione.

Sui muri, cerco più libertà e creatività sperando che  le persone si fermino ad assorbirli. Ma su un campo tutto si muove veloce—quindi l’arte deve sostenere il movimento, non combatterlo. Tele diverse, regole diverse—ma la missione resta la stessa. Costruire qualcosa che la gente possa sentire mentre ci passa attraverso.”

Raccontaci un momento speciale di una collaborazione con un brand. E cosa chiedi a un brand perché la partnership sia davvero a doppio senso? 

“Credo che tutti possano concordare che la mia collaborazione più grande finora sia stata con Nike. Ciò che ho apprezzato di più è stata la libertà che mi hanno dato—mi hanno lasciato raccontare la mia storia, includere le mie radici e applicare il mio stile senza cercare di filtrarlo. Il fatto che i design abbiano raggiunto le persone in modi diversi mi ha fatto sentire che il progetto ha colto nel segno.

Perché una partnership sia reale, mi serve più di un brief—mi serve fiducia. Lasciami parlare la mia lingua invece di costringermi nella tua. Non assumermi solo per l’estetica: assumimi per la mia voce. Voglio costruire qualcosa insieme, non solo decorare una campagna. Se c’è libertà creativa, comunicazione aperta e rispetto reciproco—allora non è solo una collab, è un’eredità.

Non ho mai creato pensando all’algoritmo. Pubblico prima di tutto per me—per sentirmi bene con il lavoro, non per inseguire i numeri. La fama non è mai stata l’obiettivo. La passione sì. 

Ma so anche che alcuni pezzi connettono più di altri. Quando voglio che qualcosa spacchi, sperimento—magari con il colore, l’impaginazione o il soggetto. Ma anche allora ho una regola: solo il lavoro che mi sembra vero finisce nel feed. Se non è onesto, non lo posto.

Restare freschi non significa inseguire i trend—significa sfidare costantemente se stessi.”  

Qual è il prossimo 'campo' creativo su cui vuoi giocare, in termini di design? 

“Il mio sogno è progettare un campo da basket per le Olimpiadi. Per me è l’apice del design sportivo—allo stesso modo in cui gli atleti si allenano tutta la vita per quel palcoscenico, sento che anche designer e artisti lo fanno. Creare qualcosa che rappresenti non solo una squadra, ma una nazione e un momento nella storia è il tipo di eredità che voglio lasciare.

Mi piacerebbe anche disegnare un campo per l’NBA—magari il parquet del Play-In Tournament o una City Edition. Immaginare di raccontare la storia di una città attraverso colori e forme, e vedere i giocatori muoversi dentro la tua opera in tempo reale. Ultimo ma non meno importante, mi piacerebbe lavorare con FIBA un giorno—specialmente per qualcosa dedicato alle Filippine. Progettare per il mio Paese sarebbe il progetto più significativo che potrei mai affrontare.”