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Parigi 2024 e le divise della Nazionale francese sono solo l’ultimo capitolo creativo di questa mente allevata dalla cultura cestistica e dal quartiere di Pigalle

Di Stéphane Ashpool sappiamo già molto. Difficile non essere stati sfiorati, almeno una volta, dalla geniale creatività di una mente nata e radicata nella cultura suburbana parigina, dove basket, musica e fashion riescono a compenetrarsi magicamente.

Possiamo però accompagnarlo nel suo universo personale, una dimensione concentrica, che parte dal nucleo di Pigalle, la fortezza che ancora oggi continua ad ispirare la sua vita, nonché il suo estro, per poi diramarsi nella cultura cestistica e nel flusso del design contemporaneo.

Dalle regole non scritte dei playground alle divise della delegazione francese di Parigi 2024, create per Le Coq Sportif, passando per la sinergia di lunga data con Nike e l’incessante impegno dedicato alle nuove generazioni della sua community. Abbiamo avuto la possibilità di esplorare l’immaginario del designer parigino, fatelo insieme a noi.

PIGALLE, L’ESSENZA DI TUTTO

Tra il IX e il XVIII arrondissement della Ville Lumière, le luci hanno sempre avuto un altro tipo di fascino. Un distintivo charme di strada. Uno stile alto, eppure basso. Coraggioso, eppure profondo. È il battito cardiaco delle colorate vene di Pigalle, un ritmo che ha accolto la giovane mente di Ashpool, plasmandola: un’atipica sinfonia che mai ha smesso di muovere i pensieri del 42enne parigino.

“È stata una grande fortuna crescere a Pigalle. L’ho sempre vista come una frontiera tra la Parigi museale che conosciamo, e la Parigi Nord, con tutta la sua energia culturale, i suoi miti e, a volte, le sue rovine. Ho avuto l’opportunità di prendere qualcosa da entrambi i mondi, si sono fusi in maniera organica. Non nutro un senso di nostalgia per la Pigalle più pericolosa del passato, ma allo stesso tempo voglio che mantenga il suo charme. Sono parte del cambiamento di questo quartiere, e voglio assicurarmi che non sia eccessivo. Voglio che chi è nato e cresciuto a Pigalle sia artefice della sua evoluzione”

“La mia passione per lo sport è nata in questo quartiere. Tutti i bambini correvano dietro a una palla da calcio, io ho visto un canestro attaccato ad un ramo. In quel momento mi sono innamorato del basket. Il padre del mio migliore amico, Paul, era originario di New York, quindi ogni tanto andavo con loro in America. Le divise dei major sports USA mi hanno fatto interessare alle combinazioni di colori”

“Lo sport, Parigi e il fashion hanno circondato la mia maturazione. Da piccolo ero molto più timido, quindi osservavo molto. Ho sempre amato le immagini. Lo spirito e l’estetica sportiva, la bellezza della mia città e i suoi differenti stili, le strade della Parigi nord... Tutto questo ha generato il mio immaginario e la mia visione artistica”

“Il più grande risultato che ho raggiunto nella vita è stato riuscire a mettere insieme le persone che sono nate attorno a me, e farle unire per una buona ragione. Non ho mai preparato questo percorso e non sono mai partito dall’idea di creare una community. Però, ho sempre avuto una leadership spiccata: sono stato capitano della mia squadra e ho iniziato molto presto ad allenare i bambini. Avevo 17 anni. Allenare per 10 anni mi ha insegnato come circondarmi di persone. Nel tempo ho imparato a capire come aiutare e creare connessioni salutari non solo con le nuove generazioni, ma con più persone possibili”

MADRE PALLACANESTRO

Esistono poche epifanie in grado di mutare, per sempre, una vita. Nel caso di Ashpool, la sacralità della pallacanestro non si è limitata ad accogliere la sua sete di conoscenza. È riuscita, addirittura, a determinare l’intera evoluzione del suo percorso. Un percorso segnato dalla creazione di un brand ormai iconico, forgiato nell’estetica del ‘Gioco’, come Pigalle, e da una cattedrale nota in tutto il mondo, l’omonimo playground-opera d’arte. Per Ashpool, però, la pallacanestro è molto più di questo, è uno spirito guida vestito da Michael Jordan, su cui basare ogni parte di sé.

“Sono cresciuto durante l’era jordaniana, è stato semplice amare la sua estetica. Parlo delle forme del suo corpo, del suo viso, del suo gioco, della sua attitudine, dello speciale rapporto con Nike e con l’evoluzione del suo design. All’epoca ero interessato alla natura dell’arte in generale, e le due cose andavano a braccetto”

“Per me MJ è diventato una sorta di parente. Non sono mai riuscito ad essere un giocatore pro, ma il basket mi ha dato tanti strumenti per affrontare la vita. Per esempio, quando passo dei momenti difficili, ho una sorta di autodifesa mentale. Penso sempre che, come si può perdere di 15, si può vincere di 1. Quando sento un livello di energia basso, m’immagino una schiacciata pesante in slow-motion. Il Gioco mi segue ogni giorno. Ogni singolo giorno”

PARIS 2024, VISIONS OLYMPIQUES

Elevare l’estetica della propria città e della propria nazione è cosa per pochi. Riuscirci in un’occasione unica, come la massima celebrazione olimpica, è cosa per rari eletti. Pressioni e orgoglio. Istinto e studio. La sinergia con Le Coq Sportif, brand leggendario per ogni strato sociale del popolo francese, è la dimostrazione della chiara visione filosofica di Ashpool, all’incrocio tra alta moda, suggestioni underground e cultura sportiva. Ed è il manifesto di una carriera consapevole tanto del suo passato, quanto del suo presente.

“È stato fantastico quando Le Coq Sportif mi ha chiesto un meeting. Non voglio sembrare presuntuoso, ma quando mi hanno detto della collezione olimpica, mi aspettavo di ricevere quest’incarico. Sono un vero fan dello sport francese, ed è stato incredibile pensare di poter far parte di tutto quello che sta succedendo a Parigi. I tifosi, il clima di festa nazionale, le vibes cittadine... È una sensazione semplicemente fantastica”

“Le Coq Sportif è un brand piccolo, ma iconico ed identitario. Lavorano seguendo un vecchio stile. Ho deciso di produrre la stragrande maggioranza dei capi nel nostro territorio, ed è stata una bella sfida. Se l’avessi affrontata con altri brand e con altre risorse forse tutto sarebbe stato diverso, ma sono anche convinto di essere la persona giusta per innovare l’immaginario di un brand con tutta questa storia alle spalle. Credo che ogni brand leggendario abbia bisogno di persone che abbraccino il suo heritage e che, allo stesso tempo, lo modernizzino”

“Per le divise francesi volevo una tela bianca, mi sono preso del tempo per provare ad immaginarmi ogni singolo design e silhouette. Non voglio mentire, durante il processo creativo non penso troppo allo storytelling. A volte faccio cose che hanno un determinato senso, senza in realtà esserne consapevole. Sono gli altri, che me lo fanno notare. Credo molto nelle idee spontanee e nella loro lavorazione chirurgica in un secondo momento. Il mio lavoro è veramente libero”

“Amo il mio Paese, sono orgoglioso di essere francese. Ma non sono un grande amante delle bandiere in generale. Hanno tutte queste barriere tra colori... Io, invece, sono molto ispirato dalle sfumature, negli ultimi anni le ho usate spessissimo. Quindi la sfumatura è stata da subito un punto d’arrivo. È stato bello giocare, unire il blu o il rosso al bianco, creare nuovi colori. L’identificazione di questa fusione cromatica con il melting-pot nazionale può essere sicuramente una chiave di lettura successiva. Realizzerò solo con il tempo di aver giocato un ruolo in un qualcosa che i francesi ricorderanno ancora tra decenni...”

BIGGER THAN HOOPS

Il passato e il presente di Ashpool sono anche previsioni del suo futuro. Il contatto umano di una partita pick up e l’importanza di un mentore sono solo alcuni degli ingredienti che hanno reso il designer parigino un community-maker, nel vero senso della parola. Pigalle, grazie all’eterna influenza cestistica professata da Ashpool, continua ad essere una piccola culla di James Naismith, dove ogni generazione ha la possibilità di scoprire il mondo attraverso una sfera.

“L’unica ragione per cui mi piace avere dei soldi in tasca è trovare un modo per viaggiare, fermarmi da qualche parte, giocare e incontrare persone. Da giovane cercavo la competitività. Volevo mostrare come giocasse un francese nei playground. Ora voglio solo ridere e connettermi agli altri. Differenti luoghi, età, culture e un pallone da basket: questo è tutto ciò che sogno”

“Posso sempre dare di più, anche alle nuove generazioni di Pigalle. Ho portato un po’ di ragazzi nelle Filippine con me, ma anche in Giappone e in altri luoghi. Ho avuto la fortuna di essere supportato da brand come Nike, e sono grato per questo. Nike mi ha aiutato molto e mi ha permesso di fare ciò che volevo. Anche il campo di Pigalle è stato finanziato da loro. Ad un certo punto, d’altronde, c’è bisogno di soldi per fare cose. Per esempio, recentemente mi è stato chiesto se volessi vendere un quadro con le mani di LeBron che ho appeso in casa. Ho subito risposto di no. Poi ho pensato che, per una certa cifra, l’avrei fatto. Quei soldi avrebbero permesso a me e a tanti giovani di viaggiare inseguendo la pallacanestro”

“Il miglior ricordo che ho è legato ad un canestro filippino. Eravamo sull’isola di Pat, su un lembo di terra circondato da una laguna blu. C’erano solo una famiglia e un campetto. Non potevo credere a ciò che vedevo, era pervaso da un profondo senso di arte. Abbiamo giocato con i ragazzi del posto, è stato un basket hardcore. E ho provato ad insegnare loro qualcosa. Ho anche usato un po’ di trash talking, perché in campo mi piace essere un trashtalker. Non ci siamo dovuti dire niente di che... Mi sono presentato e abbiamo iniziato a giocare. Questa è la magia della pallacanestro”